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lunedì 11 aprile 2016

L’alfabeto armeno


A dispetto della sua età – il prossimo anno sarà ottanta –, Andrej Bitov è una figura di spicco della letteratura postmoderna russa. Nel 2006 la sua raccolta di racconti surrealisti Дворец без царя (Palazzo senza zar) ha ottenuto il Premio Ivan Bunin. Tuttavia, il suo primo lavoro importante era le Уроки Армении (Lezioni sul’Armenia), pubblicate nel 1978, all’età di quarantanove anni, in cui compone le sue osservazioni quotidiane e riflessioni raccolte durante il suo viaggio armeno in un’enciclopedia soggettiva. L’anno scorso questo libro è stato assegnato il Premio Jasnaja Poljana, uno dei più prestigiosi riconoscimenti della letteratura russa. Di seguito traduciamo una parte della voce «Alfabeto».


«Se non la prima, ma almeno la seconda domanda che è stata chiesta di me dopo l’arrivo in terra armena, era: «E come ti piace il nostro alfabeto? Bello, non è vero? Dimmi, ma sinceramente, quale ti piace di più, il vostro o il nostro?»

Esso è infatti un alfabeto grande, in cui il suono corrisponde perfettamente alla rappresentazione grafica. Il tutto ha uno scopo determinato, il cerchio si chiude. Il suono ostinato del discorso armeno («la lingua armena è un gatto selvatico», dice Mandeľstam), coincide con la forma di ferro forgiato delle lettere armene, le parole messe in iscritto stridono come la catena. Mi posso chiaramente immaginare come queste lettere sono state create nella fucina: il metallo s’inchina sotto le martellate, la scoria brucia fuori di esso, e rimane solo la lucentezza bluastra, che per me è presente in ogni lettera armena. Con queste lettere si potrebbe ferrare un cavallo vivo. O si potrebbe ritagliarle di pietra, perché in Armenia la pietra è altrettanto naturale come l’alfabeto, e né la durezza né la malleabilità delle lettere armeni è in contrasto con la pietra. E l’arco superiore delle lettere armene è altrettanto simile alla spalla o volta delle antiche chiese armene, come lo stesso arco appare nei contorni delle loro montagne e del seno femminile. Tanto universale è per gli armeni questa sorprendente fusione di durezza e morbidezza, rigidità e flessibilità, maschile e femminile, sia nel paesaggio e nell’aria che negli edifici e nelle persone, e, naturalmente, nel suono della lingua.

Questo alfabeto fu creato una volta per tutte, in una forma perfetta e sempre valida da un uomo geniale, che profondamente sentiva lo spirito della sua terra natale. Quest’ uomo era l’immagine di Dio nel momento della creazione. Dopo la creazione dell’alfabeto, questa era la prima frase che ha montato in iscritto:

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ

Čanačʿel zimastutʿiwn ew zxrat, imanal zbans hančaroy

E questa frase significa esattamente quello che comprende:

Per conoscere sapienza e ammaestramento; per intendere i detti di senno.

(Proverbi di Salomone, 1:1-2)

Quando l’ha montato in iscritto – non «scritto giù» o «disegnato» – questa frase, ha scoperto che gli mancava una lettera. Allora ha creato anche questa lettera. Da allora, 405 dC, «sta» l’alfabeto armeno.

Per me non ci può essere nessuna storia più convincente. Si può inventare un uomo, si può anche inventare una lettera, ma non si può inventare un uomo che ha dimenticato una lettera. Questo poteva accadere solo in questo modo. Quindi, questo uomo esisteva. Egli non è una leggenda, ma un fatto altrettanto storico come l’alfabeto stesso. Il suo nome era Mesrop Mastots.

Se fosse per me, erigerei un monumento a Mastots con la statua di quest’ultima lettera, come una prova solida che aveva ragione.”

mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots mashtots
Tuttavia, per gli armeni tutte le lettere sono ugualmente importanti. Perciò commemorano Mashtots con le statue di ogni lettera, scolpite nella forma di khachkars (croci medievali in pietra) a Oshakan, nel monasterio da lui fondato, dove dal 440 la sua tomba è un luogo di pellegrinaggio per tutti i fedeli armeni, così come nel vicino «Campo dell’alfabeto armeno».

Le altre immagini sono dal monastero di Ganzasar, Karabakh, dove Mastots fondò la prima scuola monastica per l’istruzione della scrittura armena

sabato 15 agosto 2015

Sett'ispadas de dolore



Eva Lutza (tromba, canto): Sett’ispadas de dolore (Sette spade di dolore) (video qui). Lamento di Maria medievale in sardo, che è ancora cantato nei comuni della Sardegna nella Settimana Santa

Pro fizu meu ispriradu
a manos de su rigore
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

Truncadu porto su coro
su pettus tengo frecciadu
de cando mi han leadu
su meu riccu tesoro
fui tant’a cua chignoro
comente mi es faltadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

In breve ora l’han mortu
pustis chi l’han catturadu
bindig’oras estistadu
in sa rughe dae s’ortu
e bendadu l’ana mortu
cun sos colpos chi l’han dadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

Morte no mi lesses bia
morte no tardes piusu
ca sende mortu Gesusu
no podet vivever Maria
unu fizu chi tenia
sa vida li han leadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.
Per il mio figlio spirato
per mano del rigore
sette spade di dolore
il cuore m’han trapassato

Ho il cuore spezzato
il petto trafitto da frecce
da quando mi hanno portato via
il mio ricco tesoro
con tanta furia, ch’ignoro
come mi sia mancato
sette spad di dolore
il cuore m’han trapassato

In breve ora l’hanno ucciso
dopo che l’han catturato
quindici ore è durato
alla croce dall’orto
e bendato l’hanno ucciso
con i colpi che gli hanno dato
sette spade di dolore
il cuore m’hanno trapassato

Morte, non lasciarmi viva
morte, non tardare più
ché essendo morto Gesù
non può vivere Maria:
il solo figlio ch’avevo
la vita gli è stata tolta
sette spade di dolore
il cuore m’hanno trapassato

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Giovanni Tedesco: Frammento di un Crocefisso. Perugia o Siena, c. 1460 Berlin, Bode Museum

mercoledì 25 marzo 2015

I vestiti nuovi del Sultano

Kemal Atatürk in uniforme gianizzero

Abbiamo recentemente scritto sulla sorte travagliata della traduzione in turco de Il Piccolo Principe. Parlando della scoperta dell’asteroide B-612 del Piccolo Principe, Saint-Exupéry illustra con la storia dell’astronomo turco, quanto i vestiti fanno l’uomo negli occhi degli adulti:

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»

Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il cui rispetto è richiesto dalla legge. Perciò i traduttori turchi si sono contorti qua e là per settant’anni al fine di eludere la formula trasgressore. A volte l’hanno tradotto come «il grande leader dei turchi», poi come «un leader turco perentorio», finché la nuova edizione è stata pubblicata in questo gennaio, al settantesimo anniversario della morte dell’autore, con la traduzione corretta. Questa però è stata censurata da nessuno meno che il sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza, che hanno richiesto la rimossa del libro che contiene la parola vietata dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma la storia non finisce qui.

La storia finisce qui. Sultano Mehmed VI Vahideddin lascia Costantinopoli, 1922

Il post è stato ripreso da río Wang da Dmitri Cernišev per il suo blog in russo Ответы на незаданные вопросы, citando naturalmente il testo di Saint-Exupéry dalla traduzione russa del libro:

«К счастью для репутации астероида В-612, турецкий султан велел своим подданным под страхом смерти носить европейское платье. В 1920 году тот астроном снова доложил о своем открытии. На этот раз он был одет по последней моде, – и все с ним согласились.»

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, il sultano turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito secondo l’ultima moda – e stavolta tutti erano d’accordo con lui.»


La traduzione fu fatta nel 1950 dalla bravissima Nora Gal (se vi ricordat, abbiamo visto la lapide commemorativa sul muro della sua casa natale durante la nostra tour in Odessa). Chissà perché abbiam sostituito «dittatore turco» con «sultano turco»? Forse per non ferire la sensibilità dei popoli turchi dell’Unione Sovietica? A quel tempo, intorno alla deportazione dei turchi di Meskheti e i tatari della Crimea, questo non era un aspetto rilevante. O per correggere l’errore di Saint-Exupéry? Infatti, nel 1920 il sultano era ancora al potere nell’Impero Ottomano. Ma se questo era il suo intento, ha piantato un nuovo errore nel testo, poiché il sultano non aveva alcun motivo per ordinare nel 1920 ciò, per cui Atatürk aveva molto di più nel 1925. Sarebbe stato più facile trasferire al 1925 la presentazione fittiva dell’astronomo fittivo. È vero che allora la traduzione sarebbe apertamente deviata dal testo originale.

A volte è superfluo rimuginare un problema irrisolvibile nascosto nel testo originale. Si deve semplicemente tradurre così com’è.

Piccoli principi

domenica 15 marzo 2015

Il costume europeo


Uno dei migliori libri di lingua al mondo è Il piccolo principe. È stato tradotto anche alle lingue più piccole, e quasi tutte hanno anche una versione audio. Nella struttura, come se fosse stato realmente inteso per un libro di lingua, si muove dal semplice verso il complesso. Nell’esercito, per ammazzare il tempo che camminava a passi di lumaca, ho imparato il francese da esso, e tuttora so a memoria i suoi primi capitoli. Più tardi l’ho usato per imparare il cinese, per praticare il persiano, nella bella traduzione e presentazione del grande poeta moderno Ahmad Shamlou, e per insegnare l’italiano. L’ho in diverse traduzioni, tra cui il dialetto viennese, il basco, l’accento romanesco e la versione assira. Ma in qualche modo non l’ho mai avuto in turco. Non che sarebbe difficile da ottenere. Alla fine dell’anno scorso è scaduto il diritto d’autore delle opere di Saint-Exupéry, che sparì nel 1944, e nei primi giorni di gennaio trenta editori turchi hanno pubblicato il libro in nuove traduzioni, in più di 130 mila copie. L’edizione più economica si offre per 1 lira, a meno di mezzo euro.


Se qualcuno ha bisogno di un Küçük Prens in turco, lo compri ora. E non solo per il prezzo, ma anche perché – come Kaya Genç sottolinea nel suo blog – questa è la prima edizione che finalmente risolve un errore di traduzione radicato per settant’anni. L’errore è accidentalmente appunto in quel capitolo, dove l’autore parla dei turchi, come segue:


«Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe è l’asteroide B 612. Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco, nel 1909.

Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d’Astronomia. Ma in costume com’era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti così.

Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»



Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il creatore dello Stato laico della Turchia, che nella sua «Legge del Cappello» del 1925 vietò l’uso del fez, del velo e di altri indumenti tradizionali. Tuttavia i dittatori hanno la strana abitudine di non amare di essere chiamati dittatori. Nella Turchia esiste ancora la legge, che punisce l’offesa contro Atatürk con carcere fino a tre anni. È comprensibile, quindi, se i traduttori hanno finora evitato questo termine.

Ahmet Muhip Dıranas, il traduttore turco di Baudelaire, che nel 1953 per primo tradusse Il piccolo principe per la rivista Çocuk ve Yuva (Bambino e Casa), fondata per sostenere i bambini orfani dei soldati della prima guerra mondiale, cercò di prevenire il dispiacere degli orfani, che a quel tempo erano già oltre quaranta, nel modo seguente:

«Fortunatamente i turchi hanno cominciato di vestirsi come gli europei, in seguito alle direttive di un grande leader…»

La traduzione prossima, preparata nel 1995 da Tomris Uyar e Cemal Süreya, lo formula in una maniera leggermente diversa:

«Un giorno, un leader turco perentorio ha pubblicato una legge: d’ora in poi tutti devono vestirsi da europei, e gli altri condannati a morte.»

La traduzione del 2015, scrive Kaya Genç, già rende esattamente la frase originale franceses. «Nessuna denuncia si è ancora registrata», conclude il suo post. Tuttavia, nella realtà non è esattamente così.


Una protesta ufficiale è stata fatta contro il libro, e non dall’esercito chiaramente laico, neanche da qualche impegnato fan club di Atatürk. Il sito del sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza ha pubblicato la richiesta di rimuovere il libro, che contiene la parola vietata, dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

I dittatori hanno la mano lunga, e cercano anche da lontano di prevenire che le cose siano chiamati ciò che sono. È appunto così che si rivelano di essere ciò che sono.

Vignetta di Selçuk Erdem

Continuazione…

lunedì 7 luglio 2014

Il mare ceco


Lahvová pošta, messaggio in a bottiglia. Sembra quasi assurdo che tale termine sia stato creato anche in una lingua, nella quale è impossibile incontrare una cosa del genere. La natura ha rifiutato il mare alla Cechia. Era dunque il compito della letteratura di regalarle uno, come lo fa Shakespeare nel Racconto d’inverno, e Radek Malý nelle sue recentemente pubblicate poesie per bambini, Moře slané vody, Mare di acqua salata.

Zavřete oči.
Slyšíte, jak šumí?
Nadechnĕte se té vůnĕ.
Zašeptejte:
Čechy leží u moře.
Chiudi gli occhi.
Senti, come mormora?
Inspira il suo profumo.
Sussurra: La Boemia
giace sul mare.


Come nativo di un altro paese senza sbocco sul mare, capisco appieno il desiderio verso il mare, come si cerca di immaginare sul modello del cielo azzurro quell’altro infinito, come si sogna conchiglie, navi, isole, come si prepara in Kőbánya a diventare un marinaio, e, infine, il primo incontro.

První vzpomínka

Oči
mám plné
veliké slané vody

Objala zemi kolem pasu

Plujeme
La prima memoria

Gli occhi
mi sono pieni
della grande acqua salata

Essa si cinge la vita con la terra

Nuotiamo


Blessed shore, dice Shakespeare della costa ceca, e così è davvero. Ma anche aggiunge: unpathed waters, undreamed shores, il che non può essere vero, poiché appare così spesso nei sogni, se la percorre tante volte.

O cestĕ

Zeptej se moře na cestu
Řekne ti: všechny cesty jsou tu
Vítr tĕ vezme do všech koutů
a není snadné nalézt tu
jednu
která
nevede ke dnu
nekončí včera
nevede k zemi lidožroutů

Ale já ji najdu, tati
najdu ji, a pak se vrátím
Sulla via

Chiedi il mare sulla via
ti dirà: qui sono tutte le vie
il vento ti porta a ogni angolo
ma non è facile trovare
quell’unica
la quale
non ti porta nel profondo
non finisce ieri
non ti porta nel paese dei mangiatori di uomini

Ma, papà, io la troverò!
La troverò, e poi ritornerò


Ciò che è bello in queste poesie per bambini, è che esse non sono banali, o artificiali, o penosamente divertenti, come la maggioranza delle poesie scritte da adulti per bambini. Esse sono spaziose e personali e da proseguire, come il mare, come il sogno. E questi due si fondono sulla costa ceca.

Velrybo velrybičko

Vidĕl jsem velrybu
bylo to ve snu
byla jak ostrov Byla noc

Dlouze se dívala
až na dno klesnu
pak připlula mi na pomoc

Dokud jsou velryby
nebudem sami
na moři ani za noci

Ale až nebudou
co bude s námi?
Kdo připluje nám pomoc?
Balena, balenina

Ho visto una balena
era in sogno
era come un’isola. Era notte

guardava a lungo
nelle profondità
poi ha nuotato per salvarmi

Finché ci sono le balene
non saremo soli
sul mare, né nella notte

Ma una volta non ci saranno più
che sarà con noi?
Chi nuoterà per salvarci?


Anche le illustrazioni, da Pavel Čech, sono come dei sogni. Come i sogni dei bambini: un po’ di sale, un po’ di inchiostro, un bacino d’acqua – l’infinito mare. E come i sogni cechi. Di fronte al muro scrostato, al telaio logoro, chi non riconoscerebbe il bacino di Josef Sudek, e da ora in poi, chi non vedrà nel bacino e nei bicchieri di Sudek il mare di Pavel Čech?







venerdì 20 dicembre 2013

Altra città



Konstantinos Kavafis: Η Πόλις (La Città). Musica di K. G. Eklektos

Η Πόλις

Είπες· «Θα πάγω σ' άλλη γή, θα πάγω σ' άλλη θάλασσα,
Μια πόλις άλλη θα βρεθεί καλλίτερη από αυτή.
Κάθε προσπάθεια μου μια καταδίκη είναι γραφτή·
κ' είν' η καρδιά μου -- σαν νεκρός -- θαμένη.
Ο νους μου ως πότε μες στον μαρασμό αυτόν θα μένει.
Οπου το μάτι μου γυρίσω, όπου κι αν δω
ερείπια μαύρα της ζωής μου βλέπω εδώ,
που τόσα χρόνια πέρασα και ρήμαξα και χάλασα».

Καινούριους τόπους δεν θα βρεις, δεν θάβρεις άλλες θάλασσες.
Η πόλις θα σε ακολουθεί. Στους δρόμους θα γυρνάς
τους ίδιους. Και στες γειτονιές τες ίδιες θα γερνάς·
και μες στα ίδια σπίτια αυτά θ' ασπρίζεις.
Πάντα στην πόλι αυτή θα φθάνεις. Για τα αλλού -- μη ελπίζεις --
δεν έχει πλοίο για σε, δεν έχει οδό.
Ετσι που τη ζωή σου ρήμαξες εδώ
στην κώχη τούτη την μικρή, σ' όλην την γή την χάλασες.
La Città

Hai detto: Per altra terra andrò, per altro mare,
altra città trovo, più bella di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore, come un morto, sta sepolto.
Fino a quando deve rimanere mio spirito
in questa palude? Dove pure guardo,
non vedo che le ruine nere della mia vita
qui, dove tanti anni ho spento, sprecato e rovinato.

Altri posti, altro mare non troverai.
La città ti seguirà. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai
negli stessi quartieri. Imbiancherai
nella stessa casa. Nella stessa città
ritornerai sempre. In altre terre, non sperare,
non c’è nave per te, non c’è strada. Perché
rovinando la tua vita in quest’angolo
discreto, l’hai rovinata su tutta la terra.

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domenica 14 luglio 2013

Dracula


Il crepuscolo trapassava nella notte quando siamo arrivati a Bistritz, che è una vecchia città molto interessante. Posta com’è quasi sul confine – il Passo Borgo porta infatti da essa in Bucovina –, ha avuto un passato assai turbolento di cui conserva indubbie tracce.
Bram Stoker: Dracula

Oggi ho finito la traduzione della Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco, la quale era la mia compagna durante gli ultimi sei mesi a Subotica e Tokaj, Leopoli e Odessa, Czernowitz e Kamenets-Podolsk, Berlino e Maiorca, alla fonte del Tisa in Subcarpatia e ai luoghi di pellegrinaggio chassidici in Podolia, nelle chiese di legno del Maramureș e nei monasteri dipinti della Bucovina, salendo dalle montagne Radna al Passo Nyíres e scendendo dal Passo di Borgó a Bistritz/Beszterce/Bistrița. I siti di cui scrive erano correlati a un particolare sincope ai siti dove li ho tradotti, le peregrinazioni di Ulisse alla valle del Ceremoš, e Atlantide, il continente perduto a Czernowitz, offrendo delle letture inaspettate del libro, che mi dispiace davvero di non poter condividere con i lettori nella forma di una continua nota del traduttore.

Il libro, che sarà pubblicato da Bompiani in ottobre in diverse lingue allo stesso tempo (anche dopo molti anni di esperienza di traduttore, leggo con un po’ di sorpresa le date dal futuro nel colofone del pdf editoriale) non parla di luoghi leggendari in generale, sui quali intere enciclopedie stanno già a disposizione, ma specificamente dei luoghi immaginari che sono stati considerati esistenti dai lettori, che poi li hanno cercato, a volte anche per secoli, dall’Atlantide al Paradiso sulla Terra, e dal nascondiglio del Santo Graal all’ignota Terra Australe, con un accento particolare sulle mistificazioni del XX secolo, dal Thule e Iperborea dell’occultismo nazista attraverso le teorie del ghiaccio eterno e la terra cava fino alla spazzatura rubata di Dan Brown. Nell’ultimo capitolo Eco espone che anche luoghi esistenti sono diventati oggetto di romanzi di successo, e in conseguenza di un proprio culto. Offre una lunga lista di esempi, dall’isola di Robinson attraverso la roccia di Arsène Lupin e la prigione del Conte di Monte Cristo alla casa di Sherlock Holmes in Baker Street e quella di Nero Wolfe a New York, ma – come l’abbiamo già detto nei posts sul pozzo di Eratostene e la coda del leone –, Eco non sarebbe Eco se non avesse lasciato cadere almeno una palla da giocoliere:

«Così, un personaggio reale, poi romanzato da Bram Stoker, era stato nel XV secolo il voivoda Vlad Țepeș (noto per il patronimio Dracula), certamente non un vampiro ma comunque famoso per il suo vizio di impalare gli avversari.»


Per quanto riguarda a come una persona esistente viene mescolata, come un uovo di cuculo, con i luoghi esistenti, questo è solo il problema minore. Il maggiore è che l’esempio è completamente sbagliato, visto che la persona è famosa per essere legata a nessun luogo reale, o forse piuttosto a troppi luoghi immaginari. Eco ha infilato la mano in un nido di vespe. Infatti, per Vlad Țepeș, Vlad l’Impalatore, principe di Valacchia, sette luoghi competono, proprio come per Omero. Il più noto è l’imponente fortezza di Törcsvár/Bran nei Carpazi meridionali, dove il giovane Vlad era imprigionato per un breve periodo, e che dal 1920 è stata divulgata dall’ufficio del turismo rumeno come il castello di Dracula. Quest’affermazione è stata contestata dopo il 1990 da Schäßburg/Segesvár/Sighișoara, nella cui fortezza Vlad è nato nel 1431 – suo padre ha fuggito in Ungheria dai suoi rivali filo-ottomani, e nello stesso anno è stato ammesso nell’Ordine dei Cavalieri del Dracone (in rumeno Dracul), fondata dall’imperatore Sigismondo – in modo che ancora un decennio fa il sindaco di Sighișoara ha sollecitato la costruzione di un enorme parco divertimenti «Dracula» attorno alla città, finché Carlo, Principe d’Inghilterra, che dopo il 1990 ha acquistato e iniziato a sviluppare larghe terre ex sassoni nella zona, ha minacciato di ritirarsi dalla regione dopo una tale mancanza di gusto. Il terzo luogo è l’ex centro principesco a Târgoviște, dove una lapide e alcuni souvenirs orrendi commemorano il suo regno. Il quarto è Istanbul, dove il film Drakula İstanbul’da, «Dracula a Istanbul», ispirato al romanzo di Stoker, è stato girato nel 1953, ricordando gli anni passati qui dal giovane Vlad come ostaggio ottomano, e dove i personaggi del bestseller di Elizabeth Kostova, The Historian (2005) cercano le tracce di Dracula. Il quinto è il castello di Poienari nei Carpazi meridionali, fatta costruire da lui tramite il lavoro forzato dei boiari che avevano cospirato contro di lui. Il sesto la città di Pécs nell’Ungheria meridionale, dove recentemente si è scavato il palazzo donato a lui dal re Mattia. E il settimo è ovviamente il Passo di Borgó, vicino al quale il castello del conte si trovava nel romanzo di Stoker, e dove oggi il lettore, attraversando il passo, vedrà un Hotel Castello di Dracula – ovviamente non là dove sorgeva il castello secondo il romanzo, fuori di vista, e oltre un paio di fuochi fatui e avventure di lupo, ma al bivio, dove Jonathan Harker, tra l’incrociarsi dei passeggeri, cambia dalla diligenza di Bistritz-Bucovina al carrello mandato a lui dal Conte Dracula.

Ben presto, eccoci attorniati da alberi, che in certi punti formavano arco sopra la carreggiata, sì che passavamo come attraverso una galleria; o ancora grandi, arcigne rupi ci sovrastavano minacciose d’ambo i lati. Sebbene fossimo al riparo, potevo udire il vento levarsi e gemere e fischiare tra le rocce, e i rami degli alberi cozzare assieme mentre si filava. La temperatura continuava a calare e calare, e una neve fine, polverosa, ha preso a cadere, sicché ben presto noi e quanto ci circondava siamo stati coperti da una coltre bianca. Il vento penetrante tuttora portava l’ululare dei cani, sebbene questo si facesse più fioco a mano a mano che si procedeva. Più vicino, sempre più vicino, risuonava il latrare dei lupi, quasi che convergessero su di noi da ogni parte. Sono stato colto da una terribile paura, condivisa dai cavalli. Ma il cocchiere non era minimamente turbato; lui continuava a volgere il capo a destra e a sinistra. sebbene io non scorgessi nulla nell’oscurità.

Siti del romanzo Dracula dal blog di Gashicsavargó (vale anche la pena di leggere il suo post in inglese)

Benché se Eco – o piuttosto i suoi editori e studenti, che forniscono una parte sempre più importante delle sue idee e materiali – avesse scavato un poco nella letteratura su Stoker, avrebbe potuto facilmente trovare anche un luogo di culto di Dracula. Dopo il 1990 i sassoni sono scomparsi da Bistritz, ma gli ungheresi e romeni del luogo hanno fatto grandi sforzi per preservare e presentare il passato della città, tra cui l’unico luogo autentico nella storia di Dracula di Bram Stoker.

Il Conte Dracula mi aveva indirizzato alla locanda Goldene Krone, che si è rivelato in tutto e per tutto vecchio stile, e con mia gran gioia perché, com’è ovvio, vorrei conoscere più a fondo possibile le usanze del paese. Ero evidentemente atteso perché sulla soglia sono stato accolto da una donna anziana dall’aria cordiale, con indosso il solito costume contadino: camicia bianca con un lungo grembiule doppio, davanti e dietro, di stoffa colorata e quasi troppo attillato per essere modesto. Al mio avvicinarsi, la donna ha fatto la riverenza e ha chiesto: Voi «Herr» inglese? Sì, ho risposto, sono Jonathan Harker. Lei ha sorriso e ha detto qualcosa a un uomo anziano in maniche di camicia bianca che l’aveva seguita, il quale è scomparso per riapparire subito dopo con una lettera:

Caro amico, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al Passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese. Il vostro amico

Dracula



Il luogo dell’ex Albergo del Re d’Ungheria sulla carta di tardo XVIII secolo di Bistritz

L’ex Albergo del Re d’Ungheria – tra le due guerre mondiali Hotel Paulini – oggi

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