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lunedì 5 ottobre 2015

Manoscritti giudeo-persiani

Re Assuero e le damigelle. Shahin, Ardashir-nameh, Persia, fine del 17° secolo (Berlino, Staatbibliothek Preussischer Kulturbesitz)

Quando ho letto, che il programma di viaggio di Iran di Río Wang comprendeva «una passeggiata nel quartiere ebraico di ottocento anni, il più grande centro ebraico in Iran», ho pensato a una collezione meravigliosa di manoscritti ebraici, Skies of parchment, seas of ink, a cura di Marc Michael Epstein, pubblicata poco fa dalla Princeton University Press. Quindi vorrei offrire ai nostri lettori alcuni spunti di arte e letteratura sulla comunità giudeo-persiana tra il 15° e 19° secolo.

La comunità ebraica arrivò in Persia in due fasi. La prima era intorno al 700 aC, al tempo dell’egemonia assira, quando il re Sargon II trasferì interi popoli nel paese dei medi, nel nord e ovest dell’Iran di oggi, e la seconda uno e mezzo secolo più tardi, dopo l’occupazione babilonese di Gerusalemme. Una gran parte della diaspora vi rimase anche dopo essere stati liberati dal re Ciro nel 539, e si stabilirono per tutto l’impero persiano, dove rimasero per più di due millenni.

Uno dei primi testi noti che documentano questa comunità è una lettera di commercio giudeo-persiano del 8° secolo, che Aurel Stein trovò nel 1901 a Dandan-Uiliq, un centro commerciale sulla Via della Seta nel Turkestan cinese. Essa fu scritta in persiano (o meglio giudeo-persiano), in scrittura ebraica. Questa pratica era in uso per tutta la Persia, Afghanistan e l’Asia centrale per oltre un millennio, come un modo della diaspora a preservare la loro identità ebraica e patrimonio storico.


Fra i più importanti manoscritti giudeo-persiani c’è la copia del 1319 del Torat Mosheh, il primo conosciuto testo giudeo-persiano del Pentateuco. Questa traduzione della Torah era anche uno dei primi testi stampati in questa lingua, che appare in un Pentateuco poliglotta pubblicato a Costantinopoli nel 1546.

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Ma a differenza dei bei codici illuminati delle comunità ebraiche dell’Europa, questi primi manoscritti giudeo-persiani contenevano solo testo. Dobbiamo aspettare fino al periodo safavide per trovare illustrazioni in un manoscritto giudeo-persiano. Infatti, l’aniconismo era una caratteristica significativa dei manoscritti ebraici orientali.

Pensiamo pure a quei manoscritti medievali armeniani nella Cattedrale Vank di Isfahan, illuminati con delle belle lettere e miniature a pagina intera – e poi dimentichiamoli. Dei manoscritti giudeo-persiani ne conosciamo solo dodici o tredici illustrati, di cui nessuno risale prima del 17° secolo. Dodici o tredici manoscritti con centosettantanove miniature.

Naturalmente la comunità armena di Isfahan era molto giovane, appena arrivata da Armenia, dopo che Scià Abbas saccheggiò il paese, una comunità con ricche tradizioni. Al contrario, la comunità ebraica era una vecchia comunità persiana, e il suo contatto prolungato con la cultura persiana risultò in una profonda acculturazione, soprattutto nella letteratura e arti applicate. E il periodo della produzione di questi manoscritti conicide con un momento molto difficile delle persecuzioni e del declino economico della comunità. Durante il regno di Scià Abbas II un grande numero di incidenti antisemiti ebbe luogo. Tuttavia, molti musulmani, fra cui ufficiali di alto rango, resistettero l’ordine di costringere gli ebrei a convertirsi. Insieme agli ebrei, i sufi e le altre minoranze religiose, come gli armeni e zoroastriani erano anche obiettivi dell’intoleranza religiosa. Pare che la maggior parte delle comunità ebraiche furono convertite nel 1656, e i loro membri divennero anusim («convertiti forzati») per circa sette anni, durante cui esteriormente si conformarono con l’islam sciita, mentre in segreto praticarono il giudaismo. Questa pratica, ironicamente, era simile a quella della taqiya (dissimulazione), seguita dagli sciiti per molti secoli. Gli eventi di questi anni sono descritti nel Ketāb-e anusi, «Il libro dei convertiti» da Bābāʿi ben Loṭf, un testimone ebreo a Kashan.

Angeli sradicano gli alberi nel giardino di Assuero. Shahin, Ardashir-nameh, Persia, seconda metà del 17° secolo (Berlin, Staatbibliothek Preussischer Kulturbesitz). Questo è un caso in cui riferimenti dal Talmud e dal Midrash vengono utilizzati per animare la storia. L’illustrazione è un’espansione fantasiosa di Ester 7:7. Nel testo biblico Ester ha appena esposto il complotto di Haman. Assuero si alza in furia e «uscì nel giardino del palazzo». Il Talmud suggerisce che, visto che non viene detto che la sua rabbia si calmò, anche «ritornò in furia» – ma perchè? Perchè angeli in forma di uomini stavano sradicando gli alberi nel giardino reale, apparentemente al comando di Haman.

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Questi manoscritti, anche se notevoli, non raggiungono mai la perfezione della maggior parte delle miniature persiane. Non potevano gareggiare con le miniature prodotte nelle officine reali, come queste qui in seguito, ma piuttosto paiono opere popolari e provinciali dagli studi di corti più piccole, che ripetono schemi classici, montagne e nubi, cavalieri e angeli con ali diretti. Gli ebrei persiani cominciarono a ordinare manoscritti che narravano le storie dei loro eroi in un modo che riflette lo stile dei manoscritti delle corti dell’epoca safavide.

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La comunità giudeo-persiana non era mai particolarmente produttivo nella filosofia o legge, ma piuttosto seguivano gli insegnamenti classici dei rabbini dell’alto medioevo. Questi manoscritti illustrano anche le traslitterazioni ebraiche di romanzi persiani, come Yusuf e Zulayḵā (Giuseppe e la moglie di Potifare). Alcuni sono singole foglie di poesia. La maggior parte sono laiche piuttosto che opere sacre. A volte, quando narrano i propri temi, li arricchiscono con trasliterazioni di narrative epiche dalla letteratura persiana, e includono vari romanzi popolari. I migliori esempi sono i manoscritti illuminati del poema epico di Shahin, un poeta ebreo di Shiraz dal 14° secolo, il Musa-nameh (Storia di Mosè), che imita la tradizione iconografica del Shah-nameh di Ferdowsi, e collega Mosè con il pantheon degli eroi persiani. Il testo e le illustrazioni presentano le sue prove di combattere con un leone, un lupo e un drago, finché si dimostra degno di incontrare il roveto ardente.

Possiamo ammettere che questi manoscritti furono scritti e illuminati per i membri di rango delle comunità ebraiche più grandi, come quelle di Isfahan o Kashan. Non è possibile dimostrare che siano stati prodotti da ebrei, in quanto non sono firmati (anche se nessun divieto li avrebbe impedito di imparare questo mestiere). Tuttavia, alcuni dei pittori potevano essere musulmani, come è suggerito dall’esemplare illuminato del Musa-nameh di Shahin copiato nel 1686 a Tabriz. Qui il volto di Mosè viene sistematicamente coperto da un velo sul quale si legge in lettere persiane: «Sua Eccellenza Mosè» (janāb-e ḥażrat-e Musā).

Mosè con un velo bianco sul volto e un alone di fiamme d’oro attorno alla testa osserva come Pinchas uccide con la sua lancia Cosbi e Zimri, trovati nell 'atto sessuale (Numeri 25:6-8). La rappresentazione della scena è molto insolita. Il Musa-nameh mette in rilievo le battaglie fra il popolo d’Israele e i suoi nemici, dove Mosè appare in un modo chiaramente progettato per farlo il controparte di Maometto.

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È anche possibile che il pittore era ebreo, che intendeva il suo lavoro anche per gli occhi dei musulmani, e così scelse modelli iconografici che rispettavano la sensibilità muuslmana. Infatti, alcune divergenze fra certe miniature e il testo suggerisce che i pittori, sia ebrei che musulmani, non erano in grado di leggere il testo giudeo-persiano, e qualcuno doveva descrivere per loro il contenuto da illustrare. Se i pittori erano musulmani, questi manoscritti sono esempi di una cooperazione ebraico-musulmana. I testi furono ovviamente scritti da ebrei, ma le illustrazioni potevano essere dipinte da artisti musulmani, seguendo le istruzioni dei committenti.

Alcuni dei manoscritti sono piuttosto polemici, confrontando gli eroi ebraici con le figure sacre dell’islam, ed esaltandoli. L’islam aveva incorporato varie versioni delle narrative ebraiche nel Corano e nella propria tradizione, e così la rappresentazione di Mosè con gli attributi di Maometto non era esente di pericolo, se i musulmani fossero stati in grado di leggere il testo giudaico-persiano. La glorificazione ricorrente degli eroi ebrei serve da presentare immagini di forza nell’epoca delle persecuzioni. Si tratta di una rappresentazione nostalgica di un'epoca migliore, un appello al presente scià di seguire la sua eredità esaltata di tolleranza, un supporto per gli ebrei, e un augurio che ancora una volta gli ebrei armati, «figli di Giacobbe» possano vendicarsi del «popolo maledetto di Haman».

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venerdì 26 dicembre 2014

Messaggio segreto

Il album amicorum, o memoriae causa era un elemento inevitabile nell’esiguo bagaggio degli studenti erranti da università a università in Europa fra il Cinque- e Ottocento. Alla partenza i familiari e gli amici, e nelle varie città i professori, compagni di studio, o illustri patrocinatori hanno scritto in esso qualche parole calde o aforismi eruditi. Le diverse migliaia di album che sopravvissero danno una buona opportunità per ricostruire la rete di contatti degli intellettuali della prima età moderna, e le solite rotte dei loro studi universitari.

I scriti delle iscrizioni nell’album amicorum (1711-1726) di Ferenc Pápai Páriz, pubblicato da noi all’internet

Gli alba amicorum dall’Ungheria o con contenuto ungherese si digitalizzano in una pubblicamente consultabile database dal gruppo di ricerca Inscriptiones Alborum Amicorum all’università di Szeged, diretto da Miklós Latzkovits. Anche noi collaboriamo con il gruppo, soprattutto quando si tratta di un’iscrizione in un linguaggio insolito, o difficile da leggere. Anche adesso questo è il caso.

L’album di Paul Schirmer da Kronstadt/Brassó/Brașov, compilato tra 1681 e 1685, è conservato nella biblioteca universitaria di Kolozsvár/Cluj. L’iscrizione di due pagine, pubblicata di seguito, fu fatta da Jeremias Jeckell, anche lui da Kronstadt, il 7 marzo 1683 a Lipsia. La prima pagina mostra un bello emblema. I due cuori concatenati dei due amici sono abbracciati da una corona simile allo stemma della loro città natale, Kronstadt. Vicino a essa, un girasole guarda sempre verso il sole. Secondo le convenzioni del periodo, questo è il simbolo del vero credente, che sempre guarda verso Dio, come è confermato dalle poesie tedesche e dal versetto biblico in latino che accompagnano l’emblema:

Wahre Freundschaft, Treu und Glauben
Soll nichts denn der Todt uns rauben.

Ich hab auch noch was bey mir, gleich wie Ihr, zu seinen Ruhme,
Ich für mich verehr ihm hier eine schöne Sonnenblume,
Gleich wie diese Blume sich im/m/er nach der Sonnen neigt,
Neigt er sich stets nach dem, der die Blum und Menschen zeigt.

Meine Seele wündscht dabey,
Dass er stets Gottsfürchtig sey!
Auss reinem teutschen Sinn,
Als ich der deine bin,
Schrieb ich dir dieses hin.

Timor Domini est initium sapientiae (Il timore di Dio è l’inizio della sapienza, Salmo 111,10.)

Stemma di Kronstadt/Brassó/Brașov



Ma l’iscrizione ha ancora un elemento di più, con cui non andiamo d’accordo. Due brevi testi sui due lati dell’emblema, che non possono essere letti in qualsiasi lingua conosciuta. Abbiamo il sospetto che possa essere una sorta di scrittura segreta, una cifra. Perciò ci rivolgiamo ancora una volta ai nostri lettori esperti. Siete in grado di dirci, in che scrittura e lingua sono queste brevi righe, e che cosa significano?


giovedì 6 marzo 2014

Gulistan


«Chiedi ciò che non sai, perché l’umiliazione di chiedere ti guiderà alla dignità della conoscenza»
Saʿadi: Gulistan

Gulistan – Vargaar: همساده Homsadah (Vicini)

Coloro che viaggiano sul río Wang, conoscono il valore della serendipità. Alla fine dell’anno scorso in un mercato antiquario locale due documenti con sorprendente calligrafia hanno attirato la mia attenzione. Un manoscritto persiano di duecento anni, trovato in Yorkshire dell’Est, suggerisce un interessante viaggio! Insieme ai documenti c’era una lettera dattiloscritta, datata 30 agosto 1967, da G. Meredith-Owens, vicecustode del Department of Oriental Printed Books and Manuscripts del British Museum. In essa si legge:

Egregio Signore,

I tre documenti che avete lasciato nell’Oriental Students’ Room sono i seguenti:

1) Diploma dallo Scià di Persia datato A.H. 1227 (A.D. 1812-13) che conferisce una decorazione (l’Ordine del Leone e del Sole) a Sir Gore Ouseley (m. 1844), ambasciatore britannico in Persia.

2) Una lettera (probabilmente una copia dell’originale) indirizzata a ʿAbbās Mīrsā, governatore dell’Azerbaigian, da suo fratello. È infatti una petizione per chiedere favori da un ricco relativo.

3) Lettera in armeno. Purtroppo non abbiamo nessun esperto di armeno, ma sembra con certezza che l’italiano è una traduzione della lettera.

Torno i tre documenti a mezzo raccomandata.


Pare che io abbia due dei tre documenti descritti, ma quali due? Il diploma che conferisce l’Ordine del Leone e Sole a Sir Gore Ouseley, e la lettera in armeno? Non ho niente in italiano. Mentre su Sir Gore Ouseley si può raccogliere qualche informazione, sul secondo documento non ho nessuna, e sarei molto grato ai lettori del río Wang per qualsiasi aiuto.

Il diploma mostra qualche danno d’acqua al bordo, e sembra di essere stato strettamente ripiegato nel passato. Tuttavia è in buono stato. Attualmente è incorniciato e sotto vetro, in modo che le immagini qui sotto sono di qualità inferiore, ma leggibili. Si raccomanda di allargarle.



Chi era Sir Gore Ouseley?

Sir Gore Ouseley nel 1830, con due ordini distinti (vedi sotto)
«Sir Gore Ouseley, 1° baronetto (1770-1844). In India fra 1787 e 1806, allegato alla Corte di Oudh/Awadh a Lucknow, 1800-1804. Un notevole studioso persiano. Autore del Biographical Notes on Persian Poets. Uno dei fondatori della Royal Asiatic Society.» Così lo introduce Sir Denis Wright nel The English Amongst the Persians: Imperial Lives in Nineteenth-Century Iran.

La nomina di Ouseley nel 1810 come ambasciatore alla corte Qajar di Scià Fath Ali ha segnato un cambiamento di interesse britannico in Persia, che fino allora era stata in gran parte lasciata nelle mani della Compagnia delle Indie Orientali. Anticipando ciò che sarebbe diventato il «Grande Gioco», con la Persia come uno stato cuscinetto fra la Russia e l’India, le relazioni sono stati ora ritenute troppo importanti per essere lasciate alla Società. Gli obiettivi degli agenti della Società e del governo britannico a Londra erano sempre di più in disaccordo, e la nomina di Ouseley come «Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary» alla corte Qajar è stata «uno schiaffo in faccia» per la Compagnia delle Indie Orientali, e una chiara indicazione della volontà di avere una rappresentanza diplomatica permanente in Persia.

Banyan, foglie e frutti. Acquerello della collezione di Gore Ouseley, ora a Kew Gardens.
Ouseley aveva servito in India, era fluente in persiano e in arabo, ed era collezionista di manoscritti. Le sue istruzioni dal governo erano generali, e probabilmente lasciate al suo giudizio, inclusa una petizione a Scià Fath Ali per una concessione di terreno, su cui si potrebbe costruire una residenza adeguata alla dignità di ambasciatore a Teheran: il costo, incluso l’arredamento, non doveva superare i 8000 £. Ouseley è stato anche incaricato di acquistare manoscritti per il British Museum e semi per Kew Gardens.

Ouseley è partito dall’Inghilterra il 18 luglio 1810, accompagnato da Lady Ouseley e la loro figlioletta, da suo fratello e segretario, lo studioso Sir William Ouseley, e, in una seconda nave, dall’inviato persiano in ritorno, Mirza Abdul Hasan e i suoi servitori persiani. Fermandosi a diversi porti, sono arrivati a Bombay nel gennaio 1811. Dopo riposo e scambio di lettere, hanno raggiunto il porto di Abu-Shahr il 1 marzo. Il viaggio via terra da Bushehr a Teheran insieme al largo bagaglio ambasciatoriale e doni diplomatici era lento e faticoso, soprattutto per Lady Ouseley, che ha dato vita alla loro seconda figlia a Shiraz. C’era anche un continuo attrito su questioni di protocollo, visto che l’ambasciata non era una semplice delega commerciale, e Ouseley «era severo nel far valere gli onori dovuti a lui come ambasciatore e plenipotenziario.»

Delegazione britannica nella corte di Scià Fath Ali: Gore Ouseley, John Malcolm e Harford Jones (Immagine parziale del murale del Palazzo Nigaristan, 1816-20)

Raggiunto Teheran, Ouseley ha rifiutato di negoziare con gli intermediari della corte, e il 30 novembre 1811 ha concesso udienza a Scià Fath Ali. Ouseley aveva portato da Londra il «Definitive Treaty», basato sulla prima stesura di Hartford Jones.
Ritratto di Scià Fath Ali nel Palazzo di Gulistan. Per più ritratti dello Scià, cliccare qui
Con un occhio alla Francia, il trattato ha promesso assistenza britannica a Persia contro qualsiasi aggressione europea, ma con il declino di Napoleone e la ripresa delle ostilità fra la Persia e la Russia gli eventi lo hanno già superato. Il trattato è stato infine firmato nel marzo 1812.

«Il 25 maggio 1812 l’Ambasciata è partito da Teheran, che era una residenza malsana durante il caldo dell’estate, alla capitale più fredda Tabriz (vale a dire, la città Febbrifugo, o disperdente di febbre), passando per la celebre città di Qazwin. Sulla strada l’ambasciatore ha ricevuto informazioni che la pace è stata probabilmente conclusa fra l’Inghilterra e la Russia, e che un diplomata russo, il colonello Freygang, inviato dal Comandante in Capo in Georgia, è arrivato a Tabriz, all’ambasciata inglese. Questo è stato verificato ben presto, e ha facilitato a Sir Gore di iniziare i negoziati di pace fra la Persia e la Russia, tramite la mediazione d’Inghilterra.” (Memoir, lxxviii).

Agendo come mediatore su richiesta dei russi, Ouseley ha persuaso lo Scià a stipulare un trattato di pace con i russi, l’infame Trattato di Gulistan, firmato il 12 ottobre 1813 al fiume Seiwa, nel villaggio di Gulistan (oggi Goranboy, Azerbaigian). Come Wright lo descrive: «Il risultante Trattato di Gulistan del 12 ottobre 1813 era un duro colpo per i persiani, che sono stati obbligati a cedere quasi tutto il loro territorio al nord del fiume Araz, che è diventato, e tuttora è il confine nord-occidentale del paese.» Mentre il Mar Caspio è rimasto aperto alle flotte commerciali di tutt’e due paesi, la Russia aveva il diritto esclusivo di usare la sua flotta militare al Caspio. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal fatto che Londra aveva ripensamenti circa il «Trattato Definitivo» del marzo 1812, e ha rinegoziato un’altra versione, debitamente firmata il novembre 1814. A quel tempo Ouseley era già sulla via del ritorno a Londra via San Pietroburgo. Quali che siano state le realtà politiche, questo era un punto basso delle relazioni inglese-persiane, del quale si ricorda tutt’oggi. Ci si chiede dunque, per quale trattato ha ricevuto Sir Gore Ouseley l’Ordine del Leone e Sole: per il Trattato Definitivo fra l’Inghilterra e la Persia nel 1812, o per il Trattato di Gulistan fra la Russia e la Persia nel 1813?


A San Pietroburgo Ouseley ha ricevuto il Gran Cordone dell’Ordine di San Alessandro Nevsky. Questa medaglia, e l’Ordine del Leone e del Sole possono essere le due medaglie su quello che sembra di essere le armi Ouseley, benché la data del diploma paia problematica. Tuttavia, la medaglia con il ribbone rosso assomiglia alla medaglia di San Alessandro Nevsky.


Questa un po’ primitiva «miniatura» probabilmente non sarà riconosciuta dal Collegio Araldico, ma la graziosa storia dell’origine e soprattutto la mano rossa, merita la pubblicazione:

«Secondo una tradizione conservata per molte generazioni nella famiglia Ouseley, un guerriero valoroso della famiglia ha sposato una bellissima giovane donna di nome Agnese. Era a quel che il Re Edoardo I, dopo il suo ritorno dalla Terra Santa, marciò attraverso Shropshire per attaccare il Principe di Galles (sic). Ouseley, essendo un uomo di rango in quella contea, ha ritenuto suo dovere di andare alla distanza di una giornata a incontrare il re, e invitarlo alla sua casa. Agnese il giorno successivo ha proceduto a breve distanza per incontrare il re e suo marito. Ma mentre, accompagnata dalle sue ancelle, si è avvicinata al corteo reale, un enorme lupo nero si precipitò fuori da un cespuglio di agrifoglio, e le morse la mano destra. Tanto pertinace era la bestia feroce alla sua preda, che il marito infuriato era in grado di coglierlo, strangolarlo e strapparne la testa dal corpo in presenza del re. Prima di quest’avventura le armi della famiglia Ouseley erano «oro, gallone sopra, zibellino», ma in quest’occasione il Re ha concesso l’aumento di «tre foglie di agrifoglio verdi», e ha aggiunto la cresta della «testa di lupo nero, con una mano rossa nella bocca, su corona ducale, con il motto, ʻMors lupi, Agnis vita’», e si dice che in una chiesa di Shropshire c’era un monumento, che rappresentava le figure di questo guerriero e la sua donna, quest’ultima senza la mano destra.»

Dal «Memoir of Sir Gore Ouseley» nel Biographical Notices of Persian Poets; with Critical and Explanatory Remarks by The Late Right Honourable Sir Gore Ouseley, Bart., Londra & Parigi 1846.

Alcuni dettagli del diploma del Leone e Sole hanno una certa somiglianza con un firmano in calligrafia nastaliq dello stesso periodo.

Una delle numerose firme e sigilli dall’inverso:


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Dell’altro documento, scritto in armeno, non si sa nulla, e ogni aiuto sarebbe benvenuto. La sua associazione con il diploma persiano non può essere accidentale, perché le date sono le stesse. Essendo scritto due secoli fa, lo stile potrà essere formale e cortese. Se qualcuno è disposto a tentare una traduzione dei due documenti, vi prego di contattarmi via río Wang.


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«Finché non parli, nessuno ti da fastidio, ma quando parli, sia pronto a sostenere ciò che dici.”
Saʿadi: Gulistan

martedì 5 marzo 2013

Astrolabi, astronomi e osservatori

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 3929. Parigi, Bnf.

Bastone in mano, cammina sotto le stelle. Da qualche parte nel deserto giallo della pagina due cani lo hanno aggredito. Questo manoscritto del Maqâmât di Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî risale al XIII secolo, ha viaggiato molto, ha perso molte delle sue pagine e ha subito la sorte di tutti i libri – essere passato di mano in mano ed essere letto molto.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 3929. Parigi, Bnf.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 5847. Parigi, Bnf.

In definitiva, quello che ho trovato a proposito di questo meridiano tanto modesto di Tonnerre, mi ha lasciato con un sapore d’incompiutezza. Tutte queste immagini medievali, questi quadranti ed astrolabi, come anche i pozzi d’Eratostene, mi hanno sempre riportato alla memoria quella mostra erudita sulle scienze arabe, sei o sette anni fa, nell’Istituto del mondo arabo a Parigi – che pure mi ha lasciato con un sapore d’incompiutezza. Che sia impossibile parlare delle scienze antiche senza fare una deviazione al mondo arabo-musulmano, mi pareva già ovvio – ma questa conoscenza non si lascia scoprire senza difficoltà.
È giunto il momento di riprendere ciò che conosciamo.

1. Eratostene ha creato una prima rete di coordinate che permettevano di sviluppare delle tecniche di proiezione cartografica. Egli non fu l’unico: Marino di Tiro, alla fine del I secolo d.C, ha anch’egli cercato di misurare la Terra, ma nel redigere la sua carta si è basato su misure differenti  da Eratostene. La sua carta diventerà cinquanta anni dopo il modello della Geografia di Tolomeo. Sia Marino che Tolomeo sono partiti da un meridiano oltre l’Africa occidentale nel disegnare una rete di meridiani e paralleli equidistanti che formano dei rettangoli, e che danno una proiezione corretta al 36° parallelo, che corrisponde all’isola di Rodi, intorno alla quale si organizzavano tutte le terre conosciute, dalla costa atlantica alla Cina.

Al-Isthari (?-951), Trattato di geografia. Manoscritto del XVI secolo. Parigi, Bnf. La carta segue la proiezione di Tolomeo.

Claudio Tolomeo, Cosmographia, Jacobus Angelus interpres. Parigi, Bnf.
Questa rappresentazione del mondo secondo Tolomeo, redatto a Firenze fra 1451 e 1500, include la disposizione dei meridiani.

2. Sia Marino di Tiro che Tolomeo sono stati tradotti più volte in arabo dopo la seconda metà del VIII secolo. Il lavoro di quest’ultimo è stato riscoperto in Europa, a partire dal XII secolo, sotto il nome di Almagesto. Tutt’e due erano referenze importanti del grande geografo del X secolo, al-Masûdʿî.
Nello stesso periodo, biblioteche principesche e più modeste collezioni private hanno cominciato a crescere insieme alle «Case della Saggezza», come quella fondata da Hârûn al-Rashid alla fine del VIII secolo, o alle istituzioni di istruzione superiore che diventeranno le madrase a partire dall’epoca selgiuchida.


Tutti questi testi, come l’Almagesto, con i loro traduttori e commentatori eruditi, tutti circolavano attraverso il mondo musulmano.


3. Gli astronomi arabi e persiani, a sua volta, si sono dedicati a misurare la Terra e a misurare il tempo.
Hanno disegnato carte, e a volte anche meridiani. Hanno criticato le strategie d’osservazione di Tolomeo, e sviluppato degli strumenti che poi riprenderanno anche i nostri astronomi europei: strumenti di grandi dimensioni per le misure più precise, e astrolabi planisferici perfezionati rispetto al modello greco, affinché, in un contesto musulmano, si possa determinare la direzione della preghiera (qibla). Le stesse esigenze religiose stanno all’origine di una nuova disciplina, la misurazione del tempo (ʿilm al-mîqât), che porta alla realizzazione di orologi solari. Questi sviluppi dell’osservazione, come i modelli matematici coinvolti, portano alla critica dell’astronomia greca e soprattutto dell’Almagesto, e quindi preparano la rivoluzione copernicana del XVI secolo.


Abbiamo dunque trovato, se non il disegno di un meridiano sul pavimento, quello di un orologio solare, indispensabile per impostare il tempo per la preghiera.

E i meridiani?
Gli astronomi, i geografi e i matematici sono viandanti. Studiosi arabi, persiani, turcomanni, curdi, turchi, mongoli percorrono le strade da Damasco a Soltaniyeh, de Rey a Samarcanda. Viaggiano, si incontrano, chiacchierano, osservano.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 5847. Parigi, Bnf.


Per tracciare un meridiano, è spesso necessario iniziare con la costruzione di un osservatorio.
Prima dell’uso della camera oscura, l’osservazione del movimento delle stelle era possibile mediante l’uso di pozzi, non come fece Eratostene per misurare l’ombra del sole e quindi calcolare la lunghezza del meridiano, dunque la circonferenza della Terra, ma in ordine, per esempio, per osservare il movimento dei corpi celesti in pieno giorno, senza essere disturbati dalla luce.

Taqiy al-Din ibn-Maruf, Il pozzo d’osservazione azimutale d’Istanbul: Strumenti d’osservazione alle tabelle de Shâhinshâh, Turchia, 1580. Parigi, Bnf.

Ulugh Beg (1394-1449), nipote e secondo successore di Tamerlano è rimasto nella memoria storica meno per il suo ruolo di principe di Samarcanda, che come astronomo, matematico e costruttore di uno degli osservatori più antichi nel mondo musulmano.
Questo osservatorio è stato dotato di strumenti astronomici fissi, che impiegavano almeno 60 astronomi, o forse fino a un centinaio. Le loro osservazioni sono state effettuate su un lungo periodo, tra il 1420 e il 1437. Hanno definito la lunghezza esatta dell’anno solare – 365 giorni, 6 ore, 10 minuti e 8 secondi –, e hanno compilato un catalogo di 1012 stelle.

Il nipote di Temür Beg, Ulugh Beg Mirza, ha fatto costruire un grande edificio: l’osservatorio a tre piani sulla collina di Kuhak, utilizzato per compilare le tabelle astronomiche. Grazie a questo osservatorio, Ulugh Beg Mirza ha composto le Tabelle di Köregen, che sono attualmente in uso in tutto il mondo. Raramente si utilizzano altre tabelle. In precedenza si usavano le Tabelle dell’Ilkhan, compilate a Maragha da Khaja Nasir Tusï, sotto Hülegü Khan, chiamato Ilkhan. Probabilmente non si trovano più di sette o otto tabelle astronomiche in tutto il mondo. Una di queste è l’opera del califfo Mamun, chiamata le Tabelle di Mamun. Anche Tolomeo ne ha compilato una.
Babur, Memorie degli eventi dell’anno 903 (1498), Babur-Nama

L’osservatorio di Samarcanda era costituito da un edificio cilindrico, con una altezza di 30 metri e un diametro di 46, provvisto d’un enorme sestante di marmo, il «Sestante di Fakhri», con un raggio di circa 40 metri, consentendo misurazioni astronomiche di altra precisione durante il passaggio del Sole, della Luna e dei pianeti sopra il meridiano. Questo arco di 60° ha anche incluso delle scale su ogni lato per permettere il movimento degli assistenti durante le misurazioni.




Oggi in parte interrato, il sestante è ben conservato, mentre gli altri strumenti invece sono scomparsi. Quanto a Ulugh Beg, lui è stato assassinato dal proprio figlio.

Per il bene di questo mondo che passa in cinque giorni, lui ha assassinato un uomo tanto saggio e vecchio come suo padre. Il cronogramma della morte di Ulugh Beg Mirza è il seguente:

Ulugh Beg Mirza, oceano di scienza e saggezza
Che è stato il sostegno del mondo e della religione
Ha assaggiato il martirio per mano di Abbas
Queste lettere sono il cronogramma: Abbas m’ha ucciso.


Babur, Memorie degli eventi dell’anno 903 (1498), Babur-Nama.

Solo un oggetto alla fine. Questo non è un astrolabio, anche se è sferico ed è attraversato da una barra mobile, un’alidada. Si tratta di una rappresentazione matematica del mondo musulmano che permette d’identificare le grandi città e la loro situazione rispetto alla Mecca. La Mecca è nel centro, e le posizioni delle centocinquanta città sono indicate dalle loro coordinate. Il movimento dell’alidada permette di determinare per ciascuna città la direzione della Mecca, grazie alla graduazione attorno allo strumento. È anche segnata la distanza fra ciascuna città e la Mecca. Una bussola è stata aggiunta al lato inferiore dell’oggetto. Lo strumento si basa sulle tabelle astronomiche compilate in base alle osservazioni d’Ulugh Beg a Samarcanda. Ci sono solo due copie di questo tipo di mappa – perché questo oggetto è una mappa –, trovate nel 1989 e nel 1995.

Mappa del mondo musulmano, centrata sulla Mecca. Iran, XVII secolo. Kuwait, collezione al-Sabah, Dar al-Athar al-Islamiyyah.