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venerdì 26 dicembre 2014

Messaggio segreto

Il album amicorum, o memoriae causa era un elemento inevitabile nell’esiguo bagaggio degli studenti erranti da università a università in Europa fra il Cinque- e Ottocento. Alla partenza i familiari e gli amici, e nelle varie città i professori, compagni di studio, o illustri patrocinatori hanno scritto in esso qualche parole calde o aforismi eruditi. Le diverse migliaia di album che sopravvissero danno una buona opportunità per ricostruire la rete di contatti degli intellettuali della prima età moderna, e le solite rotte dei loro studi universitari.

I scriti delle iscrizioni nell’album amicorum (1711-1726) di Ferenc Pápai Páriz, pubblicato da noi all’internet

Gli alba amicorum dall’Ungheria o con contenuto ungherese si digitalizzano in una pubblicamente consultabile database dal gruppo di ricerca Inscriptiones Alborum Amicorum all’università di Szeged, diretto da Miklós Latzkovits. Anche noi collaboriamo con il gruppo, soprattutto quando si tratta di un’iscrizione in un linguaggio insolito, o difficile da leggere. Anche adesso questo è il caso.

L’album di Paul Schirmer da Kronstadt/Brassó/Brașov, compilato tra 1681 e 1685, è conservato nella biblioteca universitaria di Kolozsvár/Cluj. L’iscrizione di due pagine, pubblicata di seguito, fu fatta da Jeremias Jeckell, anche lui da Kronstadt, il 7 marzo 1683 a Lipsia. La prima pagina mostra un bello emblema. I due cuori concatenati dei due amici sono abbracciati da una corona simile allo stemma della loro città natale, Kronstadt. Vicino a essa, un girasole guarda sempre verso il sole. Secondo le convenzioni del periodo, questo è il simbolo del vero credente, che sempre guarda verso Dio, come è confermato dalle poesie tedesche e dal versetto biblico in latino che accompagnano l’emblema:

Wahre Freundschaft, Treu und Glauben
Soll nichts denn der Todt uns rauben.

Ich hab auch noch was bey mir, gleich wie Ihr, zu seinen Ruhme,
Ich für mich verehr ihm hier eine schöne Sonnenblume,
Gleich wie diese Blume sich im/m/er nach der Sonnen neigt,
Neigt er sich stets nach dem, der die Blum und Menschen zeigt.

Meine Seele wündscht dabey,
Dass er stets Gottsfürchtig sey!
Auss reinem teutschen Sinn,
Als ich der deine bin,
Schrieb ich dir dieses hin.

Timor Domini est initium sapientiae (Il timore di Dio è l’inizio della sapienza, Salmo 111,10.)

Stemma di Kronstadt/Brassó/Brașov



Ma l’iscrizione ha ancora un elemento di più, con cui non andiamo d’accordo. Due brevi testi sui due lati dell’emblema, che non possono essere letti in qualsiasi lingua conosciuta. Abbiamo il sospetto che possa essere una sorta di scrittura segreta, una cifra. Perciò ci rivolgiamo ancora una volta ai nostri lettori esperti. Siete in grado di dirci, in che scrittura e lingua sono queste brevi righe, e che cosa significano?


giovedì 18 dicembre 2014

Capodanno a Praga



«La mattina dopo, il 6 luglio [1636] siamo partiti di là [Český Brod] per avere cena a Praga che era cinque miglia olandesi [ca. 30 km], attraversando molto piacevoli piani e prati, finché siamo arrivati alla città, la quale è circondata da tutte le parti da rocce e collline, tutti coperti da vigneti. Essa comprende tre città, Newstadt, Oldstadt, e la Slostadt; [Schloßstadt / Città Castello]. Siamo entrati in Newstadt per una porta speziosa, e attraversatola nella direzione della Città Vecchia, dove c’era l’alloggio di Sua Eccellenza [Sir Thomas Howard]. Questa città è abitata soprattutto da ebrei, che hanno quattro sinagoghe, e nell’una ho visto un rabbino circoncidre un bambino. Qui ci hanno detto che la raccolta nella parte più lontana del paese, cioé il grano, vigneti e il resto era distrutto dai predetti tuoni e fulmini e la grandine, che erano grandi come un pugno, e anche qualche bestiame era ucciso. Fra questa e la Slostadt corre un piacevole fiume chiamato Muldow, sopra cui sta un bel ponte di pietra, lungo come il London Bridge, sopra la quale Sua Eccellenza ha passato per visitare il Castello. Questo è una signorile fortezza bene costruita sopra una collina alta nel mezzo della Slostadt, chiamato Ketschin, [Hradschin/Hradčany]. Qui ha vissuto il Re di Boemia. Prima abbiamo passato tra tre bei cortili, avendo a una delle porte una guardia di soldati. In questo cortile c’è una statua di San Giorgio a cavallo, e una fontana. Poi abbiamo entrato in una spaziosa sala, che aveva molti lcali, come il Westminster, ma le loro Corti di Giustizia sono in altri locali. Di qui abbiamo passato tra molte belle stanze con pitture, e ce n’era una decorata con i ritratti della nostra nobiltà inglese, che il Re di Boemia [Federigo, Elettore del Palatinato, 1619-1620] è stato costretto a lasciare qui.»

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Il programma dettagliato del nostro viaggio di Capodanno a Praga è stato finalmente composto. Per un inizio fortunato e simile continuazione dell’anno nuovo, partiamo subito dopo essere recuperati dalla notte di Capodanno, e nel fine settimana dal 2 al 4 gennaio vedremo tutto ciò che Sir Thomas Howard, ambasciatore del re inglese, e il suo segretario William Crowne hanno visto nel loro viaggio del 1636. E anche molto di più, tutto ciò, che le seguenti quasi quattro secoli hanno aggiunto a Praga.

In questa prima occasione della nostra serie di urban explorations a Praga camminiamo attraverso il centro storica, casa per casa: la Città Vecchia, con particolare attenzione all’ex quartiere ebraico, il Quartiere Piccolo, le strade sotto il Castello, il mondo poco conosciuto di Pohořelec e Nový Svět. Il nostro focus sarà la struttura e i cambiamenti storici dei quartieri della città, la medievale «Via Reale» dalla Torre delle Polveri al Hradčany, le storie delle case medievali e rinascimentali, la pianificazione urbana su larga scala alla fine dell’Ottocento e inizi Novecento, e i luoghi della vita commerciale, letteraria e sociale, con particolare attenzione agli abitanti tedeschi ed ebrei scomparsi. Nel quartiere ebraico – l’attuale quartiere di palazzi attorno alle vie Parížská e Široká – ricostruiamo la scomparsa struttura secolare, storia e vita con l’aiuto di mappe, foto e resoconti dell’epoca. Naturalmente, ovunque il nostro percorso lo porta così, non taciamo sui temi previsti per le seguenti passeggiate: gli edifici dell’architettura moderna inizio Novecento, i luoghi dell’occupazione nazista e sovietica, o della vita letteraria e culturale del tardo Novecento. E siccome probabilmente farà freddo, spesso ci sediamo in alcuni caffè, pub e ristoranti tradizionali, dove scopriremo la storia e l’offerta del luogo. E ciò che fu perso dai tempi di Sir Thomas Howard e William Crowne, risusciteremo con vecchie fotografie e disegni.




Ho già prenotato l’alloggio per chi si è già iscritto, ma per un breve periodo si può ancora associarci a wang@studiolum.com. La quota di partecipazione è di 110 euro (due notti in hotel a quattro stelle con prima colazione + guida), supplemento camera singola 40 euro. Coloro che prima del 1914 hanno mancato di visitare la Praga da allora scomparsa, ora lo possono recuperare.


giovedì 10 aprile 2014

Transizione: Pattini a rotelle tradizionali

Berlino, Schloßstraße, Settimana della scarpa olandese, febbraio 2014, da qui

Praga, Centro storico, Řetězová 245/8, «U černého strevíce» (Casa della Scarpa Nera), facciata 1603

domenica 22 settembre 2013

Addio all'Ararat


Quando recentemente abbiamo scritto della mostra sugli armeni in Ungheria, organizzata dal Museo Storico di Budapest e la Biblioteca Nazionale Széchényi, abbiamo menzionato una sola critica, che si è riferita alla mancanza di un catalogo che avrebbe presentato in dettaglio i temi principali della mostra. Due settimane fa, quasi all’ultimo momento prima della chiusura della mostra, si è finalmente pubblicato il catalogo e collezione di studi, che è stato presentato il 16 settembre come l’ultimo accordo della mostra. Dopo la presentazione, forse come una compensazione per la pubblicazione tardiva, si è offerta al pubblico una professionale visita guidata della mostra. Il grande interesse per l’argomento era chiaramente indicato dal fatto che, a causa del gran numero dei partecipanti, la visita si è dovuta realizzare in due gruppi separati.


Il culto di San Gregorio l’Illuminatore, l’apostolo degli armeni è stato ininterrotto dagli inizi tra gli armeni della Transilvania. Ciò è indicato dal grande numero di pale d’altare che rappresentano il santo nell’atto di battezzare il re Tiridate III dell’Armenia, fra l’altro nelle chiese armene di Szamosújvár (Gherla), Erzsébetváros (Dumbrăveni), Csíkszépvíz (Frumoasa), o nelle chiese francescane di Dés (Dej) e Nagyszeben (Sibiu).

Gli insediamenti degli armeni nella Transilvania

Le pale d’altare della chiesa armena di Gyergyószentmiklós (Gheorgheni) e della Chiesa Salamon a Szamosújvár (Gherla) si differenziano dal resto di queste rappresentazioni. Anche se la loro scena centrale è lo stesso battesimo, questa viene circondata da una «cornice narrativa», una serie di medaglioni che illustrano le torture di San Gregorio, collegando queste immagini più strettamente con Storia degli armeni scritto da Agatangelo alla fine del quinto secolo, che narra anche la leggenda del santo. La pala d’altare a Gyergyószentmiklós è una prova particolarmente bella di questa connessione, visto che i suoi medaglioni sono anche accompagnati da brevi testi esplicativi.

L’ex pala d’altare della Chiesa Salamon a Szamosújvár, inizio del 18° secolo
(Parrocchia armeno-cattolica, Szamosújvár / Gherla)

La nostra guida, Emese Pál ha sottolineato una curiosità nel dipinto di Szamosújvár, che non è menzionata né alla mostra, né nel catalogo. Un restauratore, che probabilmente non conosceva la leggenda del santo – che racconta la trasformazione del re in un cinghiale dopo l’incarceramento di Gregorio – ha frainteso il medaglione che rappresenta questa scena, e ha «corretto» il cinghiale coronato in un agnello..


Del gran numero delle piccole scoperte che accompagnano qualsiasi mostra, un buon esempio è quel dipinto di Szamosújvár, che finora era riguardato il ritratto di Stephanowicz Roska, il prevosto armeno di Stanisławów. L’errata identificazione era scoperta da una signora di Leopoli in visita alla mostra, che ha sottolineato sulla base di analogie locali, che la pittura rappresenta l’arcivescovo armeno di Leopoli, Jacob Stephan Augustinowicz. In effetti, gli inventari di Szamosújvár la hanno elencato come ritratto di Augustinowicz fino al 1877, quando una mano accurata ha cancellato la sua nome, e ha scritto quello di Roska sopra di esso, così ingannando generazioni di ricercatori, dall’ottocentesco storico di Szamosújvár, Kristóf Szongott, fino ai nostri giorni.


Gli studi del catalogo – su cui scriveremo a parte – sono organizzati intorno ai temi presentati nella mostra, rivelando quel contesto storico e sociale degli armeni della Transilvania, del quale abbiamo tanto sentito la mancanza, e alcuni persino si estendono a certi argomenti non toccati nella mostra. Tali sono i studi dei due autori armeni, il bel saggio di Armenuhi Drost-Abgarjan sull’arte di scrivere e la cultura del libro armena, e il breve riassunto di Meliné Pehlivanian sugli inizi della tipografia armena. Per quanto riguarda gli aspetti ungheresi, il saggio di Máté Tamáska merita una menzione speciale, in quanto presenta il culturalmente multicolore ambiente urbano di Szamosújvár, il luogo di origine della maggior parte degli oggetti esposti, che invece è rimasta in sottofondo alla mostra.

Il quadro complessivo che emerge dagli studi – forse a causa della breve scadenza – sembra ancora un poco sommario, ma il carattere innovativo della mostra, insieme alle importanti opere pubblicate negli ultimi anni, compensa per quest’impressione, e speriamo che prepara il terreno per nuove, più profonde ricerche. Aspettiamo alla continuazione.


martedì 23 luglio 2013

Lontano dall’Ararat


Tra i molti gruppi etnici dell’Ungheria storica forse gli armeni sono i meno conosciuti. È vero che molti abbiamo un conoscente con origini armene della Transilvania, e nei primi anni 1990, dopo l’introduzione della nuova legge sulle minoranze etniche abbiamo visto con sorpresa la moltitudine delle autonomie armene di nuova formazione, ma le origini e i tempi esatti dell’arrivo degli armeni nell’Ungheria, e l’importante ruolo svolto da essi nella storia ungherese dal 18° al 20° secolo sono stati solo recentemente presentati in dettaglio in libri come Az erdélyi örmények története di Miklós Gazdovits (Storia degli armeni di Transilvania, 2006), Gyergyói örmények könyve di Dezső Gazda (Libro degli armeni di Gyergyó, 2007), o Örmény diaszpóra a Kárpát-medencében, a cura di Sándor Őze e Bálint Kovács (Diaspora armena nel bacino dei Carpazi, 2006-2007). Questo rente tanto importante la mostra Far away from Mount Ararat – Armenian culture in the Carpathian Basin (Lontano dall’Ararat – Cultura armena nel bacino dei Carpazi) del Museo Storico di Budapest, che per la prima volta offre una panoramica sulla storia e la cultura degli armeni in Ungheria.


La mostra non si propone di essere onnicomprensivo. Solo ragruppa attorno alcuni temi centrali un gran numero di oggetti d’arte degli armeni ungheresi, di cui la maggioranza sono ora presentati per la prima volta in una mostra pubblica. I temi sono introdotti da brevi descrizioni, e anche la giustapposizione stessa degli oggetti suggerisce un filo storico e tematico, ma – e questo l’unica, ma grave critica –, appunto l’oscurità di questa storia e il carattere pioniero della mostra avrebbe richiesto un catalogo per presentare in dettaglio il contesto storico e sociale di questi oggetti, persone e luoghi.

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La strada che conduce attraverso gli oltre 400 anni di storia degli armeni in Ungheria inizia al monte Ararat, come il punto di riferimento di base dell’umanità di post-alluvione, e specialmente degli armeni, dal quale gli armeni che nel Secento immigrarono in Transilvania, capitarono infatti lontano. Ma che hanno conservato il ricordo delle origini, è provato da quella cintura di argento ed intarsiato di gemme, di fine Ottocento, conservato presso la Parrocchia Armena Cattolica di Budapest, i cui pezzi rappresentano le vedute delle antiche città armene, Varaghavank, Van, Echmiadzin, Aghtamar (ogni immagine si ingrandisce spostando il mouse sopra di loro).

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Nel mezzo della sala delle origini veniamo accolti dall’icona di San Gregorio l’Illuminatore, apostolo degli armeni, per i cui efforti l’Armenia è diventato il primo paese cristiano nel 301. È un bel passaggio dall’Ararat all’altra metà transilvana della sala, che l’icona del vescovo del terzo secolo, conservata nella chiesa armena di Szamosújvár/Gherla, fu dipinto nello stile barocco popolare della Transilvania, proprio come la sua statua nella piazza principale del quartiere armeno di Isfahan porta i tratti delle figure dell’epopea eroica persiano.



L’insedimento in Transilvania è evocato da poche immagini d’archivio e oggetti – arche di corredo e un paio di medaglioni di nozze dalla famiglia Issekutz – dalle «quattro parrocchie armene», Szamosújvár (Gherla, Armenopolis, Հայաքաղաք–Hayakaghak), Erzsébetváros (Eppeschdorf, Dumbrăveni), Gyergyószentmiklós (Gheorgheni), Csíkszépvíz (Frumoasa), principalmente dalla prima di esse, le cui collezioni ecclesiastiche hanno provvisto una grande parte del materiale esposto.

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La sala seguente illustra la storia della stampa del libro armeno con un gran numero di libri mai esposti, provenienti da collezioni armene del bacino dei Carpazi, tra cui la prima bibbia stampata armena del mondo. Questo tema era anche il proposito della mostra, organizzata per il cinquecentesimo anniversario della pubblicazione del primo libro armeno stampato, il libro di preghiere chiamato Urbatagirk, «Libro di Venerdì», stampato dal veneziano Hakob Meghapart («Giacomo il Peccatore») a cavallo del 1512-1513.

I brevi riassunti presso le vetrine delineano la storia della tipografia armena. La stampa di Hakob Meghapart è stata riportata dal suo successore a Constantinopoli, dove nel Settecento si sono pubblicati circa 300 opere in più di venti stampe armene. Ma gli armeni di Transilvania, che nel tardo Secento si sono uniti con la chiesa cattolica, hanno ottenuto la maggior parte dei loro libri dalla Typographia Polyglotta della Propaganda Fide romano: entro la fine del Settecento conosciamo 44 opere armene pubblicate là. L’ordine mechitarista, fondata nel 1701 a Constantinopoli e di lavoro dal 1715 ad oggi sulla isola di San Lazzaro a Venezia – i «benedettini armeni», i maggiori esponenti dell’armenologia del periodo – hanno pubblicato i loro libri in armeno in tipografie italiane fino alla fine del Settecento, ma nel 1789 hanno fondato la propria stampa, dove hanno pubblicati centinaia di libri in quasi quaranta lingue: questi, tramite la diaspora armena, hanno raggiunto anche le provincie più remote dell’impero ottomano. Nel 1773 un gruppo dei mechitaristi si stabilirono a Trieste, e nel 1810 si trasferirono a Vienna, svolgendo un’importante attività scientifica ed editoriale in entrambi i posti.

Un tipografo ungherese di Transilvania ha anche svolto un ruolo decisivo nella storia della stampa armena. Lo stampatore armeno più influente, Voskan Yerevantsi ha fondato la sua stampa ad Amsterdam nel 1660, e come era insoddisfatto con i caratteri disponibili, ha ordinato la progettazione di un nuovo tipo armeno da Miklós Kis of Misztótfalu, che presto si diffuse in tutta Europa, e le sue varie versioni sono ancora in uso.

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Una sala separata è dedicata, probabilmente per la ricchezza del materiale disponibile, ai monumenti della chiesa cattolica armena in Transilvania: ritratti di pontifici, abiti ecclesiastici, pale d’altare e immagini votive. I tre ritratti portati da Szamosújvár/Gherla non rappresentano necessariamente le tre personalità più grandi della chiesa armena, si poteva scegliere anche qualcun’altro, come il vescovo Minas Zilifdarean (1610-1686), sotto la guida del quale gli armeni sono arrivati in Transilvania. Queste tre vite, tuttavia, dimostrano bene la grande portata sociale e geografica degli intellettuali armeni, e le loro possibilità di scelta fra vari centri culturali. Oxendio Virziresco (Verzár) (1655-1715), nato in Moldova, ha studiato presso il collegio missionario della Propaganda Fide a Roma. Dal 1685 ha lavorato all’unione degli armeni di Transilvania con la chiesa cattolica, prima in mezzo di grande resistenza, ma alla fine con un completo successo, e nel 1690, dopo la morte del vescovo Minas, è diventato il capo della chiesa degli armeni in Transilvania. Stephano Roska (1670-1739) proveniva da una famiglia armena di Kamenez-Podolsk. Era il prevosto armeno di Stanislawów (oggi Ivano-Frankivsk), che per conto dell’arcivescovo armeno di Leopoli ha visitato le quattro parrocchie armene della Transilvania, fondando una serie di importanti società religiose. Mihály Theodorovicz (1690-1760) è nato a Bistritz/Beszterce/Bistrița, a quel tempo un importante insediamento armeno, e da assistente di negozio è diventato l’arcidiacono di Szamosújvár. Lui ha costruito la prima chiesa armena di pietra, la chiesa Salamon (1723-1725), e ha introdotto il calendario gregoriano. Maria Teresa lo ha nominato vescovo, ma alla fine non ha ricevuto l’approvazione ecclesiastica: da allora la comunità armena della Transilvania sta sotto la giurisdizione ecclesiastica del vescovo cattolico di Gyulafehérvár/Alba Iulia.

Dagli anni 1770 il culto della Regina del Rosario era in fiore a Szamosújvár, ed i suoi auspici erano rappresentati in molte immagini votive offerte in segno di gratitudine per la salvazione da qualche grande guaio. Sulle immagini qui esposte, un cavaliere che è scappato l’allagamento, una famiglia che ha sopravvissuto a un incendio, e una donna, che si è ripresa da una malattia, dicono grazie all’intercessione della Vergine Maria.


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All’inizio dell’Ottocento, i rapporti degli armeni con i loro ex centri nella Crimea e nell’Anatolia si erano allentati, ma si è aperta davanti a loro la via dell’ascensione nella borghesia ungherese. Hanno cambiato la loro lingua per l’ungherese, e fra tutte le minoranze etniche hanno partecipato alla proporzione più grande tra gli ufficiali e nel finanziamento della guerra d’indipendenza del 1848-49. Dei famosi tredici generali, eseguiti in Arad il 6 ottobre 1849, Ernő Kiss e Vilmos Lázár erano armeni, come anche János Czetz, il quale nell’esilio ha fondato l’istituto geografico militare dell’Argentina, e tracciato la carta geografica di tutto il paese. Dopo il Compromesso del 1867 tra la corte di Vienna e l’élite politica dell’Ungheria, gli armeni hanno partecipato in gran numero alla vita politica e culturale dell’Ungheria. L’ultima sala è una galleria di ritratti dei loro più prominenti rappresentanti.

D’altra parte, come una compensazione all’assimilazione, è nata l’ideologia dell’armenismo, con l’obiettivo di rafforzare l’identità armena. I suoi seguaci hanno iniziato delle ricerche importanti storiche degli armeni transilvani, hanno fondato la rivista Armenia in Szamosújvár, e nel 1905 anche il Museo Armeno (che solo adesso, nel marzo 2013 ha riottenuto la sua collezione, nazionalizzata nel 1950). Dei rappresentanti eminenti dell’armenismo, Kristóf Lukácsy e Kristóf Szongott hanno anche aderito la ricerca della preistoria ungherese, difendendo in diverse pubblicazioni il rapporto linguistico ungherese-armeno. La vetrina dell’ultima sala presenta una selezione di pubblicazioni su argomenti armeni dall’Otto- e Novecento.


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Le pareti del corridoio di uscita dalla mostra sono ricoperte con fotografie di famiglie armene dalla fine del secolo, con i documenti della storia quotidiana. Centinaia di vite e di storie che mostrano chiaramente, quanto c’è ancora da ricercare in questa storia. E in questo senso il titolo di questa raccolta di foto, Frammenti di specchio, è infatti valido per tutta la mostra.

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