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venerdì 23 dicembre 2016

Tusheti. Su un’altro tetto del mondo


Stiamo guidando in salita sulla strada scavata nella roccia. Cascate precipitano sulle pareti verticali, corrono attraverso la strada di fronte a noi, e al bordo della scogliera cadono giù nell’abisso vertiginoso. A volte guidiamo fino agli assali nel torrente che inonda la strada. La striscia sottile della strada corre lungo il bordo della valle come una linea di livello, alla testa della valle gira bruscamente indietro, e sale verso il prossimo passo. Il fiume Stori ruggisce sempre più in profondità sotto di noi, le cime del Gran Caucaso sono sempre più ripide, e le nuvole, come grandi uccelli rapaci grigi, scendono sempre più in basso sopra le nostre teste.



Vai via di nuovo. Dall’album di musica popolare georgiana Idjassi (2005)

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È fine giugno. La neve si è sciolta poco tempo fa sul Passo Abano, alto 2900 metri. I muri di neve con i loro strati colorati stanno lungo la strada come sezioni di minerali venosi. Siamo allo spartiacque del Caucaso, da qui i fiumi scorrono verso nord, attraverso la valle di Tusheti, oltre il confine di Daghestan. Sotto di noi, le montagne verdi di Tusheti. Dal passo si possono ancora vedere, al di là di esse, le creste innevate della Pirikita, la montagna di confine cecena, che poi a poco a poco si affonda, per riapparire in modo spettacolare quando siamo in Tusheti.

Tusheti e la valle del fiume Alazani sul lato nord e sud del Gran Caucaso. La strada sterrata di 70 km, percorribile solo con fuoristrada o a piedi, conduce da Pshaveli attraverso il Passo Abano a Omalo. Tusheti è segnata in rosso sulla piccola mappa inserita della Georgia. (Ingrandire!)

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È piovuto per giorni. Poco prima di Tusheti, la collina è franata nel fiume, bloccando la strada. Un bulldozer solitario sta pulendo la colata di fango, la lotta impari apparentemente durerà per diversi giorni. Dobbiamo camminare poche centinaia di metri in cima della terra ancora in movimento, per poi prendere i fuoristrada inviati per noi dai villaggi di Tusheti. Ancora un paio di scogliere solitarie, alcune anse del fiume sotto di noi, e in alto, sul fianco della montagna appare il primo villaggio solitario. Dopo Ushguli, Xinaliq e Masouleh, siamo di nuovo su uno dei tetti del mondo.


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Tusheti è la seconda più alta regione popolata della Georgia, dopo Svaneti nel nord-ovest, ma è molto più isolata di quella. Una sola strada porta fino a qui, la stessa strada sterrata lunga settanta chilometri, che abbiamo appena percorso. Essa è praticabile solo tra inizio giugno e fine settembre, perché il passo è coperto di neve nel resto dell’anno. In questo periodo il paesaggio diventa verde, e le piante iniziano una fioritura spettacolare per sfruttare la breve estate. E in questo periodo anche gli abitanti di Tusheti salgono dai loro villaggi nel sud, lungo il fiume Alazani, dove si erano trasferiti negli ultimi decenni, per riparare le loro case, per assumere la cura delle pecore e mucche dai pochi vecchi che prendono cura di tutti gli animali del villaggio durante l’inverno, e per offrire alloggio ai turisti, che appaiono, anche se non in massa, ma sempre con più coraggio, in questa regione arcaica della Georgia.



Canto d’amore di Tusheti. Dall’album Idjassi (2005)

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Gli abitanti di Tusheti sono per lo più georgiani kakhetiani, che parlano un antico dialetto georgiano, e che, secondo la propria tradizione, fuggì qui, al nord dalla cristianizzazione della Georgia intorno al 4º secolo. L’altra parte, la tribù dei Bats, che parlano un linguaggio relativo al ceceno e inguscio, fuggì qui, al sud dall’islamizzazione del lato settentrionale del Caucaso nel 16º secolo. Oggi entrambi i popoli sono nominalmente cristiani ortodosso, ma la prima chiesa si è aperto da poco nella valle, e le tradizioni religiose animistiche pre-cristiane sono ancora molto vivide. I confini delle zone abitate sono indicate con sacre colonne del corno di ariete, e intorno a ogni villaggio ci sono dei prati recintati, dove gli uomini si riuniscono per rituali di fertilità. Nell’estate è il compito dei bambini che giocano vicino a questi prati avvertire le turiste di non entrare nella zona sacra, perché la presenza di donne romperebbe il suo potere.


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Il villaggio centrale della valle è Omalo, un insieme sciolto di cascine secolari intorno al castello a cinque torri di Keselo. La fortezza, che sorge imponente sotto la cresta bianca delle montagne di confine del Daghestan, aveva persino resistito l’assalto dell’esercito mongolo.


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L’altro centro di Tusheti, il villaggio medievale di Dartlo, è di quindici chilometri di distanza, e cerca un’ora con fuoristrada, a ovest dell’Omalo nella valle del fiume Pirikita Alazani. Sopra il villaggio si erge il Monte Dartlo di 4300 metri di altezza, sulla cui vetta s’incontrano le frontiere triple di Cecenia, Dagestan e Georgia, e attraverso cui passi i ladri del Daghestan avevano invaso la Georgia per secoli. Contro di loro si costruirono la fortezza di Dartlo e le torri di guardia delle case del paese, che imitano piuttosto lo stile del nemico, le coniche torri di guardia cecene e inguscie sul lato del nord del Caucaso, che non le torri a pareti dritte della Svaneti. Accanto al villaggio, al di là del torrente, affinché i morti non si mescolino con i vivi, si trova il cimitero, dove le tombe sono marcate con semplici pietre senza iscrizione, secondo l’antico costume del Caucaso. Le case sono state splendidamente restaurate, e anche un pub elegante si è costruito in stile antico della Tusheti. I tushetiani, benché si fossero trasferiti nelle valli, e passano qui solo l’estate, apparentemente considerano il villaggio ancestrale la loro vera patria.


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Il prossimo estate portiamo di nuovo un gruppo a Tusheti e alle vicine regioni della Georgia. Se volete venire con noi, scriveteci a wang@studiolum.com.


giovedì 7 aprile 2016

Ogni carne è erba

Le poche case di Öræfi affrontano questa pianura, aperta verso il mare

Ora la vediamo com’è. Ma possiamo immaginare la chiesa di torba (Hofskirkja) della piccola comunità do Öræfi, nel sud dell’Islanda, anche come una semplice fattoria, un luogo di rifugio e di necessario ritiro di fronte ai prati desolati aperti sul mare. Era anche lì che si seppellivano i morti, in una terra ostile e dopo una vita di duro lavoro. Questa zona è stata sempre isolata dal resto dell’isola, perché la pianura, che facilmente si allagava, ha reso impossibile il mantenimento di qualsiasi strada. Le rocce ripide dietro il comune hanno sempre escluso qualsiasi altro modo di approccio. Ora l’annello dell’Islanda è completo e sicuro, e Öræfi è raggiungibile da Reykjavik in un soffio.


La vita nella fattoria del Hof ha cambiato poco da quando l’attuale chiesa fu costruita fra il 1883 e 1885. Fu sicuramente eretta sopra un’altra, la cui più antica testimonianza scritta risale al 1343. L’edificio nella sua forma attuale si è costruito di blocchi di strengur, torba, lunghi un metro e larghi 5-10 centimetri. Appartiene  a un periodo quando questo tipo era diffuso in tutta l’Islanda. I pochi esemplari che hanno sopravvissuto fino a oggi, hanno urgente bisogno di manutenzione, anche se solo come testimonianza di un passato lontano. E, ovviamente, di essere integrati nell’industria turistica che alimenta l’isola.


Tuttavia, sembra che il tentativo di proteggere questi edifici come parti del patrimonio mondiale, è quello che porterà alla loro fine. I loro materiali di costruzione sono molto instabili – sono, infatti, di materiale vivo –, e richiedono costante attenzione e rinnovamento rapido. La politica culturale conservativista di questi edifici, come se fossero dipinti medievali, dove si deve preservare a tutti i costi l’esatto colpo di pennello del pittore, ha provocato il fatto che i pochi maestri tradizionali, che ancora costruiscono con queste tecniche, rifiutano qualsiasi collaborazione attiva nella loro manutenzione, lamentando che sono anche richiesti di numerare i blocchi e rimetterli al loro posto originale dopo ogni intervento. Per loro, l’edificio non è mai stato una cosa definita una volta per tutte, ma un organismo vivente, che deve sopravvivere rigenerandosi, e, se necessario, del tutto rinnovandosi, come la natura rinasce ed esplode in questa isola vulcanica ogni anno dopo il ghiaccio dell’inverno.


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Intorno alla chiesa ci sono intere generazioni di tombe anonime, morbidi cumuli di terra. Su alcune di esse hanno rinnovato le croci, e le lapidi con i nomi e le date sono chiaramente leggibili. E ci sono alcune veramente recenti. Sotto il congelamento del superficie durante tanti mesi, la terra dell’Islanda si rinnova ogni anno. Di primavera si può vedere ovunque le radici vulcaniche che sostengono l’isola. In questo cimitero è facile recitare la poesia surrealmente sentimentale della uruguaiana Juana de Ibarbourou:

Amante: no me lleves, si muero, al camposanto.

A flor de tierra abre mi fosa, junto al riente
alboroto divino de alguna pajarera
o junto a la encantada charla de alguna fuente.

A flor de tierra, amante. Casi sobre la tierra,
donde el sol me caliente los huesos, y mis ojos,
alargados en tallos, suban a ver de nuevo
la lámpara salvaje de los ocasos rojos.

A flor de tierra, amante. Que el tránsito así sea
más breve. Yo presiento
la lucha de mi carne por volver hacia arriba,
por sentir en sus átomos la frescura del viento.

Yo sé que acaso nunca allá abajo mis manos
podrán estarse quietas.
Que siempre como topos arañarán la tierra
en medio de las sombras estrujadas y prietas.

Arrójame semillas. Yo quiero que se enraícen
en la greda amarilla de mis huesos menguados.
¡Por la parda escalera de las raíces vivas
Yo subiré a mirarte en los lirios morados!
Non portarmi nel cimitero, se muoio, amore,
aprimi la tomba sulla superficie, vicino alla
ridente, divina frenesia di qualche voliera
o alla chiacchiera incantata di una sorgente.

Sulla superficie, amore. Quasi sopra di essa
dove il sole riscalda le mie ossa, e gli occhi,
su steli allungati, escono per vedere di nuovo
i lampi selvaggi dei tramonti rossi.

Sulla superficie, amore. Che la transizione
sia più breve. Presento la lotta del mio corpo
per tornare a galla di nuovo, per sentire
nei suoi atomi la freschezza del vento.

So che laggiù le mie mani non potranno
mai stare ferme: come talpe
andranno attorno, graffiando la terra
fra le ombre depresse e strette.

Getta semi su di me. Voglio che prendano
radice nell’argilla gialla delle mie ossa.
Così per la scala marrone dei radici vivi
verrò su a osservarti nei gigli viola.



Il sole celeste si è affondato nel nido dell’oceano (Iceland’s Folksong Heritage. Dall’album Classic Collection, per Bjarni Dorsteinsson)

giovedì 7 gennaio 2016

Un cimitero in Bucovina


Se a visitare i monasteri rinascimentali di Bucovina si sta viaggiando da Rădăuți a Siret, e la strada attraverso Dornești – nelle lingue dei suoi scomparsi abitanti ungheresi e tedeschi, Hadikfalva o Kriegsdorf – è in costruzione, si deve girare verso nord, a Măneuți, per raggiungere il confine ucraino.

La strada sterrata conduce attraverso larghi campi, la fertile pianura del fiume Sucieava. Nella distanza, non tanto lontano, si vede il bordo del piatto, da dove si è scesi, la montagna dei Carpazi. A destra, la linea serpeggiante della Sucieava, accompagnata da saliceti. Greggi pascolano sulla pianura alluvionale. Ai margini del villaggio, prima di raggiungere le prime case, un piccolo cimitero sulla destra. Ci fermiamo.

Le tombe si raggruppano in un modo strano in questo cimitero. In fondo, al lato più vicino al villaggio, dove c’è anche un secondo cancello, ci sono alcune file di lapidi con iscrizioni rumene. Parallelo alla strada, due o tre altre file di lapidi rumeni, abbastanza nuovi. La parte centrale, più larga, del cimitero è coperta con erba alta. Croci di cemento si emergono dall’erba. Su di loro, iscrizioni ungheresi.



Tutte le croci guardano verso la strada, voltando le spalle al villaggio. Le tombe rumene al lato opposto si affacciano sul villaggio. Sembra che i rumeni, che si stabilirono qui dopo la guerra, cominciarono a utilizzare il cimitero al lato opposto a quello degli abitanti prima della guerra. È questo ciò che salvò le croci dalla distruzione. Furono ricoperte di erba e macchia, e mentre quelle in legno certamente marcirono, la grande invenzione del villaggio, le croci in cemento armato gettate negli anni ’20 e ’30 sopravvissero. Negli anni ’90, quando hanno cominciato di utilizzare anche il lato del cimitero verso la strada, e hanno pulito tutto il territorio, erano già passati i tempi in cui era solito distruggere le tombe ungheresi, tedesche o polacche senza lasciare tracce. A differenza dei cimiteri degli altri quattro villaggio ungheresi in Bucovina, Józseffalva, Hadikfalva, Istensegíts e Fogadjisten, quello di Măneuți – Andrásfalva – è rimasto, come l’unico ricordo degli insediamenti di una volta dei Székelys di Bucovina.


Oggi duecentocinquanta due anni fa, il 7 del gennaio di 1764 l’esercito imperiale austriaco cominciò a sparare con cannoni ai székely ungheresi riuniti per una deliberazione a Madéfalva nella Transilvania dell’Est (oggi Siculeni, Rumenia), perché avevano rifiutato di aderire i recentemente costituiti reggimenti di frontiera. Duecento persone morirono, e migliaia fuggirono attraverso le montagne in Moldavia, dove hanno aumentato la popolazione degli insediamenti ungheresi nel Gyimes e dei csángó di Moldavia, o si sparsero fra i villaggi rumeni. Quando dieci anni dopo, nel 1774 l’Austria, in cambio della sua neutralità nella guerra russo-turca, ottenne la regione più settentrionale di Moldavia, vassallo della Turchia, il nuovo governatore di origine ungherese, Generale András Hadik notò il gran numero degli ungheresi viventi nella regione, e li raccolse in cinque villaggi fondati per loro.

Nella fertile pianura la popolazione dei villaggi crebbe rapidamente, e i circa diecimila giovani che sciamano da qui dal 1880 in poi, stabilirono una serie di nuovi insediamenti, non solo in Transilvania, ma anche in Canada e in Brasile. Tuttavia, il loro viaggio più grande cominciò nel 1941, quando il governo ungherese reinsediò quaso l’intera popolazione dei cinque villaggio nella fertile regione di Bácska, che nel 1941 era restituito dalla Jugoslavia all’Ungheria. Da lì nel 1944 dovettero fuggire dai partigiani serbi fino al comitato Zala in Transdanubia. Infine furono stabiliti nei comitati Tolna e Baranya, ironicamente nelle case dei tedeschi deportati. Il loro lungo viaggio è stato rappresentato nella pellicula a due parti Sír az út előttem (La strada sta piangendo davanti a me, 1987) da Sándor Sára.

E le loro antiche case in Bucovina furono occupate dai profughi rumeni dalla Bessarabia, annessa nel 1940 dall’Unione Sovietica. Le loro chiese cattoliche furono trasformate in ortodosse. Solo pochi ungheresi sono rimasti nei cinque villaggi. I discendenti dei székely di Bucovina che vivono in Tolna, e che di tanto in tanto vengono qui per prendere cura delle tombe ungheresi, si sono incontrati con loro per l’ultima volta negli anni ’90.



Due lamenti dal Gyimes (Péter Hámori, Zsófia Lázár, 2006)

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Finché ci sarà il mondo

«Nella nevrotica e travagliata Europa il Portogallo è rimasto un angolo di attrazione e fascino. […] L’umanesimo dei portoghesi […] convive in armonia con la loro tradizione cristiana e la loro tolleranza. In generale l’eleganza del loro modo di pensare ed esprimersi – a prescindere dalla classa sociale –, che può essere ben descritto solo con la parola «generoso», evidenzia chiaramente questa fortunata differenza dalle società ribelli e brutali di altri paesi.»

Alcobaça, gennaio 2015

Katia Guerrero: Até ao fim

Questi re portoghesi erano figure molto strane. Come potrebbe essere differente, se già il primo era ungherese. Ad esempio, erano capaci di tali cose insolite a cavallo dei secoli 13º e 14º, come la lettura, e uno di loro è andato anche oltre. Don Dinis ha anche imparato a scrivere, che era abbastanza disprezzato nell’epoca. Scrisse meravigliosi canzoni cavallereschi e d’amore, cantigas nell’antico portoghese, ha tradotto da altre lingue, e ha composto le gesta del suo nonno, Alfonso el Sabio, il saggio re di Castiglia. Anche Alfonso era una strana figura. Anche re di Germania prima ed insieme a Rodolfo d’Asburgo, iniziò a standardizzare il dialetto castigliano.

E il nipote di Don Dinis, uno degli eroi della nostra storia, Pedro, amava. Amava e tuttora ama – il tempo presente non è un errore, come lo vedranno – una donna, come nessun’ altro in questo mondo, e questo amore lo spinse a tali cose, lo elevò tanto in alto e lo lasciò cadere tanto in basso, come forse nessun’ altro in questo mondo. La vera storia di questo amore, come se fosse un dramma di Shakespeare, mostra nello stesso tempo le meraviglie, la bontà e le oscure profondità del cuore umano, ed è ancora presente nello spirito, metafore e parlare quotidiano portoghese.



Il cielo di primavera del Portogallo è meravigliosamente blu. Non potrà essere stato altrimenti neanche nel 1340, quando un nuovo, attentamente disegnato matrimonio dinastico fu preparato tra Pedro, il principe ereditario del Portogallo, e la principessa castigliana Constança. Il primo matrimonio del principe ereditario non ebbe successo. In mancanza di un successore tanto atteso, Pedro divorziò dalla moglie, la principessa castigliana e aragonese Branca. La nuova scelta, la principessa Costança sembrava un partito perfetto da ogni aspetto personale e politico.

Nella delegazione c’era anche Inês de Castro, una nobile damigella d’onore castigliana, che secondo le rimembranze contemporanee era una persona deliziosamente bella e attraente, quindi il cielo azzurro non dovette aiutare molto affinché il principe ereditario cadesse in un amore folle di lei, e i suoi sentimenti fossero ricambiati. Il matrimonio con Constança fu concluso nell’agosto. Anche Inês rimase alla corte.

Inês de Castro. La spagnola che regnò dopo la morte, 1944. Regia di Leitão de Barros. Protagonisti Alicia Palacios, Antonio Vilar e María Pradera

A quel tempo l’istituzione degli amanti reali e principesche era comune, anzi nelle epoche successive era un onore essere la concubina del re. Fu tuttavia abbastanza raro che due persone si amassero tanto, allo stupore, gelosia, invidia e rabbia del loro ambiente. Il re Alfonso presto bandì Inês dalla corte, ma il rapporto della coppia non fu interrotto.

Nel 1345 Ferdinando, il futuro Don Fernando fu nato, e la princessa Constança morì molto giovane, all’età di venticinque o trenta. Pedro fece riportare la sua fidanzata. La mise nel convento di Santa Clara di Coimbra, e continuarono di vivere insieme apertamente e felici. Ebbero tre figli e una figlia. Nel 1345 probabilmente anche la sposò in segreto.

Alcobaça, gennaio 2015

La loro felicità tuttavia non poteva essere compiuta in questo mondo. Innumerevoli varianti si possono leggere su che cosa intensificò l’odio contro la coppia, dal rafforzamento dell’influenza castigliana al ribaltamento dell’ordine di successione al trono. Io penso che l’odio era il motore principale: la corte non poteva sopportare l’armonia di due persone felici. Questo odio portò i suoi frutti. Don Alfonso accettò la – falsa – accusa di altro tradimento contro Inês, e la condannò a morte. Pedro, che era ben consapevole della portata dell’odio, in modo abbastanza inspiegabile non prese nessuna preoccupazione, neanche dopo essere stato avvertito del pericolo. Così il 7 gennaio 1355, oggi 661 anni fa, quando Pedro andò a caccia, era facile per tre signori «nobili», Pêro Coelho, Álvaro Gonçalves e Diogo Lopes Pacheco, a rapire il trentenne Inês, e di ucciderla a Coimbra, nel Giardino delle Lacrime, in presenza di Don Alfonso.

Eugénie Servières: Inês de Castro chiede pietà al re Alfonso, 1822


Karl Briullov: La morte di Inês de Castro, 1834


Ciò che Pedro deve aver sentito alla notizia, risulta dalle sue successive opere. Quasi scatenò una guerra civile contro il padre, e solo grazie all’intervento dell’arcivescovo di Braga si riconciliò con Don Alonso, che era già probabilmente gravemente malato, e morì nel 1357. Don Pedro salì al trono, e da allora possiamo riconoscere in ogni suo atto la vendetta di un uomo che aeva quasi perso la mente di dolore.

I tre assassini intuirono il pericolo in tempo, e fuggirono in Castiglia. Pedrò però raggiunse nel 1361 che il monarca castigliano gli restituisse due di loro, Coelho e Gonçalves. Un terribile destino li attendeva.

Dettaglio del film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros

Il re annunciò il suo matrimonio segreto con Inês, e successivamente la dichiarò Regina del Portogallo. Fece esumare il suo cadavere, lo vestì di insegne reali, e la fece sedere sul trono.

Dettaglio dal film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros.
Nel ruolo di Don Pedro, Antonio Vilar

Gli assassini dovettero comparire davanti allo scheletro, piegare ginocchio, e baciarle le mani. Poi Pedro li fece portare a Porto, dove pubblicamente gli fece strappare fuori il cuore.

Pierre-Charles Comte, L’incoronazione della defunta Inês de Castro, 1849

Durante il suo regno Pedro prese cura del suo paese, e gettò le basi di tutto quello che qualche anni più tardi significava la secolare potenza marittima e mondiale del Portogallo. Tuttavia, compensò l’orrore con altri orrori, crudeltà, violazioni di diritti e violenza, e secondo le rimembranze, spesso trovò rifugio in feste sfrenate e orgie.

Eppure alla fine della sua vita rovinata fece due cose che non possono essere raccontate senza commozione. Il terzo assassino fuggito, Diogo Lopes Pacheco chiese pietà. Deve essere stato torturato da quel saúdade, che scaccia coloro che abitano in Portogallo, e richiama coloro che vivono lontani dal paese. E Pedro gli perdonò. Nel 1365 a Diogo Lopes fu permesso di tornare in Portogallo. Vivrà ancora trenta anni, sopravvivendo a tutti gli attori di questa storia. Sarà un diplomatico nel servizio di Don Fernando, interviene ancora una volta nel matrimonio del re, dovrà di nuovo emigrare, si è ancora perdonato, può ritornare di nuovo…

Tomba di Inês de Castro, Alcobaça

Per i portoghesi è naturale che il corpo risorgerà. Non si può guardare senza commozione nelle cripte, accanto alle bare gli oggetti pratici o amati di tutti i giorni, che erano importanti per il defunto, e che certamente gli serviranno alla risurrezione. All’età di soli 47 anni Pedro, sentendo la fine della sua vita terrena, ordinò il suo luogo di riposo essere nel Monasterio di Alcobaça, che era stato in costruzione dal 1178. Voleva riposare di fronte alla sua fidanzata, «fiché ci sarà il mondo», in modo che alla risurrezione fosse lei, Inês de Castro che intravede il primo.




La sua volontà fu soddisfatta, e i due sarcofagi stanno uno di fronte all’altro immobili da circa 650 anni, come uno dei monumenti più importanti di questo paese, dove non c’è stata alcuna guerra seria per circa mille anni, e dove milioni e milioni di monumenti materiali e spirituali collegano il presente vivo con il passato vivo. Finché ci sarà il mondo.

A gennaio sono stato per la prima volta nel monastero, già conoscendo la storia della coppia. Splendeva il sole, il cielo era incredibilmente profondo blu, e già fiorivano i primi fiori.

Si stava ancora celebrando la messa nel monasterio, così abbiamo dovuto aspettare un’ora per poter entrare ai due sarcofagi dietro l’altare. Tutto si rianimò, e ho subito capito e sentito come Pedro amava e tuttora ama questa donna. Le barriere non mi permettevano vicino, ma nel pensiero ho accarezzato i due sarcofagi. Sia dunque così: le due bare si apriranno, e la coppia felice si vedrà di nuovo, poiché si amano incessantemente da allora – finché ci sarà il mondo…



Amalia Rodrigues: April