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mercoledì 1 ottobre 2025

La chiesa degli animali da compagnia a Tirana

Quando, la sera, arriviamo a Tirana e lo sfioriamo dall’autostrada, le sue pareti curve di cemento, che ricordano la cappella di Ronchamp, e la croce che si intravede sulla facciata mi fanno pensare che sia forse una chiesa moderna. Ma che forma originale! La mattina dopo, prima di proseguire verso Berat, deviamo e ci fermiamo davanti.

A quel punto vediamo, e anche la mappa lo conferma, che non è una chiesa bensì un ospedale, anzi, un ospedale veterinario. Ma la forma resta straordinariamente originale. Le pareti concave di cemento non chiudono l’edificio, ma piuttosto ne disegnano il contorno, lo avvolgono come vele attorno a una nave. Tra queste vele emerge qua e là il “corpo” della nave, con cornicioni irregolari e grandi pareti vetrate che contrastano con le forme concave, e un “ponte” da cui spuntano piccoli melograni e olivi.

Dal ponte ci osserva anche un “marinaio”: un medico in nero, sorridente, che, vedendoci fotografare, ci chiede se vogliamo salire sulla terrazza sul tetto. Certo che sì. Scende per prenderci, ci conduce attraverso la reception, lungo corridoi di cemento coperti da forme circolari irregolari, e su fino al piano superiore.

Anche le due terrazze sono definite dalle vele concave, che le circondano e continuano in aiuole rialzate, collegandole con l’ambiente circostante. Ora si vede che il cemento non è stata una scelta fine a sé stessa, ma armonizza bene con gli edifici vicini. Ci troviamo in uno dei quartieri più eleganti di Tirana, dove tra le dolci colline sorgono complessi residenziali moderni. In zona diversi studi di architettura internazionali hanno già realizzato edifici di rilievo. L’ospedale si inserisce perfettamente, ma allo stesso tempo se ne distingue per le sue forme curve, eretto nello spazio come una grande scultura di Henry Moore.

“Doveva essere così spettacolare,” ci racconta la nostra guida, Emre Aslan, cioè Emerico Leone, arrivato da Ankara a Tirana per fondare l’ospedale insieme a tre veterinari albanesi. “In Albania senza conoscenze non si ottiene nulla. Noi non ne avevamo, quindi ottenere il permesso per un ospedale tradizionale sarebbe stato impossibile. Ma oggi la tendenza è questa: se riesci a presentare qualcosa come arte, il comune ci si butta sopra e lo approva. Ed è proprio ciò che è successo.”

Il progetto fu affidato allo studio svizzero di Davide Macullo. Vale la pena visitare il loro sito, perché mostrano l’ospedale in fotografie molto più belle di quelle che io abbia potuto scattare durante la breve visita, cercando di seguire il medico e di evitare i compagni di viaggio sparsi nello spazio.

Emre partecipò personalmente alla progettazione, consultando l’architetto e dando il suo parere sui disegni. “All’inizio l’edificio doveva essere tutto finestre,” mi mostra sul cellulare. “Come un grande Emmental. Così ho chiesto a Davide di toglierle.” È nato così l’attuale edificio massiccio, simile a una fortezza, il cui brutalismo si inserisce sorprendentemente bene nella tradizione architettonica recente dell’Albania. Ma le forme curve addolciscono il brutalismo, evocando il modernismo organico di Alvar Aalto, le architetture in cemento di Oscar Niemeyer o le opere tarde di Le Corbusier, come la cappella di Ronchamp.

“Quando ci siamo passati davanti di notte, l’avevo scambiato per una chiesa,” dico. “Qui vicino stanno costruendo una chiesa moderna,” risponde, “ma la nostra è molto più bella. Quella…” cerca il paragone, “…sembra un ospedale.” “Potreste scambiarsi gli edifici, così ognuno avrebbe la funzione giusta,” propongo. “Ah, a me piace di più così. Anche noi serviamo Dio, solo in un altro modo: curando le sue creature.”

Si scopre che non solo l’edificio è originale, ma anche l’ospedale è il migliore di tutta l’Albania. “Noi siamo gli unici, per esempio, a occuparci di odontoiatria veterinaria. Io sono l’unico specialista del Paese. Nei gatti è un grosso problema: vivendo di crocchette non masticano abbastanza e i denti si atrofizzano. Così facciamo persino le dentiere per loro.” Me lo immagino, un gatto che la sera, prima di dormire, si toglie la dentiera e la mette in un bicchierino sul comodino. Ma in realtà sono fisse. “Una volta abbiamo dovuto fare un intervento al cervello a un grosso cane, e lo specialista turco che avevamo invitato fu accolto dall’ospedale umano locale che offrì la sua sala operatoria. Ma lui la vide e preferì la nostra, dicendo che era molto migliore.”

L’edificio ha già vinto numerosi premi, è stato presentato in molte riviste specializzate e spesso arrivano fotografi. “Qui nel quartiere,” indica, “all’inizio si erano opposti al fatto che sorgesse un ospedale veterinario accanto alle loro case, cercarono in tutti i modi di impedirlo. Ma da quando ha aperto, nel 2024, hanno visto la notorietà che ha guadagnato e ne vanno fieri. Dà valore a tutta la zona, e di conseguenza anche ai loro appartamenti.”

lunedì 28 novembre 2016

«Templi ebraici». Reliquie di un periodo d’oro


La Legge d’Emancipazione del 1867 – che oggi centoquarantanove anni fa fu approvato all’unanimità dal parlamento ungherese – aprì la strada per l’ascesa sociale agli ebrei ungheresi. Allo stesso tempo, il Compromesso austro-ungarico portò un boom economico mai visto per tutto il paese. La borghesia ebraica aveva tutte le ragioni per pensare che Canaan è già qui (come fu detto in un altro contesto dal grande poeta contemporaneo Sándor Petőfi).

Questo sentimento, quest’atmosfera orgogliosa e fiduciosa dell’emancipazione sociale ed economica si manifestò nelle grandi sinagoghe costruite alla fine del secolo. Come Tamás Halbrohr, emerito superiore della sinagoga di Szabadka/Subotica cita le parole dei loro costruttori, «noi costruiamo non sinagoghe, ma templi ebraici», centri sacri alla pari con le chiese cristiane, il cui disegno e soluzioni architettoniche ricordano anche il Tempio di Gerusalemme e l’età d’oro con esso associato. Tali erano le sinagoghe delle grandi città, Budapest, Pozsony/Bratislava, Nagyvárad/Oradea, Szeged, il cui stile storicista e spesso orientalista evoca i millenni della storia ebraica. O le impressionanti sinagoghe della grande pianura ungherese, Hódmezővásárhely, e soprattutto Szabadka/Subotica, che utilizzarono i motivi dell’«Art Nouveau ungherese», ideato dagli architetti di Budapest, per l’espressione della loro identificazione con la nazione ungherese.


Nel corso dell’anno scorso abbiamo visitato questi magnifici templi ebraici con la squadra di Eti Peleg. In ogni luogo abbiamo parlato con storici dell’arte, architetti, storici locali, i membri della comunità locale, per evocare le intenzioni dei costruttori e committenti di una volta, e lo spirito del tempo che prese corpo negli edifici. Lo spirito di un tempo che, se non lo contempliamo con la nostra saggezza retrospettiva, attraverso la prisma della tragedia di un mezzo secolo dopo, possiamo davvero considerare come l’età d’oro degli ebrei ungheresi.

Il film è completo, ora siamo alla ricerca di distributori. Nel frattempo pubblichiamo il seguente breve riassunto. E ancora una volta ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito alla sua preparazione.



lunedì 30 giugno 2014

Via Dohány 68


Nel 1944 c’erano quasi duemila case di stella gialla a Budapest, ma l’Open Society Archive è riuscito di aprire solo poco più di una centinaia per la presentazione del giorno di mezza estate. Il resto è rimasto chiuso. La pagina dell’OSA pubblica la loro lista completa, chiedendo ai lettori di raccontare le loro storie.

Anch’io vorrei contribuire con una casa dalle quasi duemila. Ma anche se si riesce di entrare e fotografare il palcoscenico, sul quale tante generazioni hanno rappresentato le loro storie, che cosa ci racconta il palcoscenico di queste storie? Non posso pubblicare che le immagini, nelle quali ognuno può immaginare le storie di un centinaio – o aggiungere al post ciò che ne sa.

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«Mia madre aveva ancora un intero cassetto di queste lettere. Acquistavano terre dal 1880 in poi, pezzo per pezzo, come potevano, le coltivavano. Negli anni 50, dopo che la terra si è sequestrata, hanno anche temuto di conservare i documenti, anche essi potevano causare problemi. Li hanno messi sul fuoco, pezzo per pezzo. Solo questi pochi sono rimasti a me.»


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martedì 24 giugno 2014

A quattro mani


«Mio nonno camminò da Buda a Pest, a via Falk Miksa, per visitare la sorella Kamilla, che viveva lì con la figlia Klárika – suoi tre figli erano già stati portati via al lavoro forzato – in una casa di stella gialla. Appena entrato, si sono seduti a suonare il pianoforte a quattro mani. Era infatti caratteristico per la famiglia, che chiunque poteva sedersi con chiunque in qualsiasi momento per suonare a quattro mani. Hanno giocato operette, arie, ma anche generi più gravi. E il tempo è volato mentre si suonava, e sono già passate le cinque di pomeriggio, fino a quando era permesso a un ebreo di uscire in strada. ʻDai, cosa può andare male?’, disse mio nonno. ʻCertamente non si occuperà di un vecchio ebreo!’ Non è successo così. Alla fine di novembre, così come era uscito di casa, in una giacca sottile, in scarpe con buchi, è stato accompagnato a piedi a Deutschkreuz in Austria.»


La doppia casa di via Keleti Károly 29-31 fu progettato nel 1909 dal più grande duo architettonico del Liberty ungherese, Marcell Komor e Dezső Jakab. Le due ale fronte strada per casa d’affitto, mentre l’edificio più in sopra, in fondo al giardino, per le proprie famiglie. «Al fine che la loro leggendariamente buona cooperazione non fosse disturbata da niente, hanno nettamente separato tutto», ricorda il nipote di Marcell Komor, Tamás Székely, un’ingeniere egli stesso. «A sinistra era la casa d’affitto Komor, a destra la casa d’affitto Jakab. Nell’edificio di sopra, a sinistra l’appartamento Komor, a destra l’appartamento Jakab, con entrate e scalinate separate. Solo l’ufficio Komor e l’ufficio Jakab al primo piano erano collegati con una sola porta.Sul fronte strada sorgeva una volta un enorme portone intagliata, con due piccole porte: la porta Komor a sinistra, e la porta Jakab a destra. E noi siamo sempre entrati e usciti attraverso la porta Komor, e la famiglia Jakab sempre attraverso la porta Jakab, e non mi ricordo di nessun caso quando sia successo il contrario.»

L’unica eccezione è quella foto, che è stata probabilmente scattata poco dopo la costruzione della casa. In essa, Marcell Komor siede al lato destro della casa, sulla panchina Jakab, con la figlia Anna.

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«Solo il lato sinistro del palazzo, la casa Komor è stata dichiarata una casa di stella gialla, la casa Jakab no. Molta gente si trasferì nella casa, sia conoscenti che sconosciuti. Mio nonno rimase lì, sopportando la situazione con dignità e calma.»

La casa Komor è stata colpita da una bomba alla fine di gennaio del 1945, non appena due settimane prima della fine dell’assedio di Budapest. La parte superiore, l’appartamento della famiglia Komor si è completamente bruciato. Ma la casa è stata saccheggiata molto tempo prima.

«Il 19 marzo 1944 alcuni ufficiali tedeschi arrivarono alla casa Komor-Jakab, la quale, naturalmente, era piena di oggetti di valore e d’antiquariato, sculture, dipinti.
Nel 1944 Dezső Jakab era già morto, Marcell Komor era ancora vivo.
La vedova di Jakab, Irén Schreiber, * lasciò entrare gli ufficiali estremamente gentili ed eleganti, che avevano attraversato il confine ungherese quella stessa mattina.
Siccome la vecchia signora non aveva dubbi sullo scopo della visita degli ufficiali, ha subito offerto di guidarli attraverso l’appartamento, ed elencare gli oggetti di valore.
I soldati l’hanno però gentilmente declinato, dicendo che avevano ancora molti altri luoghi da visitare in quel giorno. Hanno preso solo un foglio di carta, con la lista esatta e dettagliata di tutti gli oggetti di valore nella casa, fino all’ultima piccola cornice. Alla fine della lista qualche righe annunciavano che la Banca nazionale tedesca avrebbe pagato per tutto questo, una volta la guerra sarebbe finita. «Firmi qui, per favore», hanno detto i schneidig soldati, che, dopo aver compiuto la loro missione nella casa Komor, se ne sono andati.»

Iván Bächer: “Komorok. Egy pesti polgárcsalád históriájából”
(I Komor. Dalla storia di una famiglia borghese di Budapest), Budapesti Negyed 1996/4

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«A quel tempo non ero a casa. Avevo diciotto anni, e ho servito la patria lontano da qui. Solo dopo il mio ritorno a casa sono venuto a sapere cosa era successo. Ho chiesto a uno dei colleghi di mio nonno, un architetto, che era deportato insieme a lui fino a Deutschkreuz, ma lui è riuscito a tornare a casa. Gli ho chiesto come morì mio nonno. Non voleva parlarne affatto. Solo dopo un lungo periodo mi ha detto che era orribile, che era assolutamente orribile. Non sono venuto a saperne di più.»


Brahms: Quinta danza ungherese per pianoforte a quattro mani. Mirka Lachowska e Edgar Wiersocki, 2008


mercoledì 23 aprile 2014

Palazzo fantasma

A Budapest, tra la Piazza dei Francescani e il Ponte Elisabetta stanno i due Palazzi Klotild. Sono uguali, separati solo dalla Via Szabad Sajtó. Come un’elegante porta consentono al visitatore di passare da Pest a Buda. L’Arciduchessa Klotild Maria von Habsburg annunciò nel 1899 una gara d’appalto per la costruzione dei palazzi, che fu vinto da Flóris Korb e Kálmán Giergl. La storia della costruzione è stata descritta in dettaglio e illustrata con molte foto d’archivio dal blog di storia urbana Kép-Tér.


I palazzi gemelli, costruiti tra il 1899 e il 1902, sono imponenti ed eleganti, dei gioielli determinanti della città.

Mentre il palazzo settentrionale è stato rinnovato, la sua controparte è ancora abbandonata, sede solo di fantasmi e ricordi. Vagando nel labirinto delle scalinate, ad ogni livelli si trova un’altra storia. Il ricordo delle bellissime finestre dipinte, progettate da Miksa Róth, e le stufe coperte da tegole smaltate della fabbrica Zsolnay di Pécs si trovano ancora tra le pareti rivestite in legno, se si devia dal percorso abituale, e si guarda negli appatamenti, dove ancora c’è una valigia, una camicia, una cassaforte Theodor Wiese con bei cassetti. Il palazzo era sede di uffici, appartamenti, locali commerciali, e del Caffè Centrale. E benché l’intero edificio sia ora vuoto, se si chiude gli occhi, non è difficile immaginare il movimento, la vivacità, le porte che si aprono, e il palazzo prende vita.


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Una caratteristica speciale dei Palazzi Klotild – dove fu installato il primo ascensore a Budapest – sono le torri e la città vista da loro. Da un unico punto si può vedere la Statua della Libertà, il Castello di Buda e il Parlamento. Uno spettacolo insuperabile.


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Grazie per l’Associazione Orczy Kultúrkert per l’organizzazione della visita.