Visualizzazione post con etichetta rumeno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rumeno. Mostra tutti i post

giovedì 7 gennaio 2016

Un cimitero in Bucovina


Se a visitare i monasteri rinascimentali di Bucovina si sta viaggiando da Rădăuți a Siret, e la strada attraverso Dornești – nelle lingue dei suoi scomparsi abitanti ungheresi e tedeschi, Hadikfalva o Kriegsdorf – è in costruzione, si deve girare verso nord, a Măneuți, per raggiungere il confine ucraino.

La strada sterrata conduce attraverso larghi campi, la fertile pianura del fiume Sucieava. Nella distanza, non tanto lontano, si vede il bordo del piatto, da dove si è scesi, la montagna dei Carpazi. A destra, la linea serpeggiante della Sucieava, accompagnata da saliceti. Greggi pascolano sulla pianura alluvionale. Ai margini del villaggio, prima di raggiungere le prime case, un piccolo cimitero sulla destra. Ci fermiamo.

Le tombe si raggruppano in un modo strano in questo cimitero. In fondo, al lato più vicino al villaggio, dove c’è anche un secondo cancello, ci sono alcune file di lapidi con iscrizioni rumene. Parallelo alla strada, due o tre altre file di lapidi rumeni, abbastanza nuovi. La parte centrale, più larga, del cimitero è coperta con erba alta. Croci di cemento si emergono dall’erba. Su di loro, iscrizioni ungheresi.



Tutte le croci guardano verso la strada, voltando le spalle al villaggio. Le tombe rumene al lato opposto si affacciano sul villaggio. Sembra che i rumeni, che si stabilirono qui dopo la guerra, cominciarono a utilizzare il cimitero al lato opposto a quello degli abitanti prima della guerra. È questo ciò che salvò le croci dalla distruzione. Furono ricoperte di erba e macchia, e mentre quelle in legno certamente marcirono, la grande invenzione del villaggio, le croci in cemento armato gettate negli anni ’20 e ’30 sopravvissero. Negli anni ’90, quando hanno cominciato di utilizzare anche il lato del cimitero verso la strada, e hanno pulito tutto il territorio, erano già passati i tempi in cui era solito distruggere le tombe ungheresi, tedesche o polacche senza lasciare tracce. A differenza dei cimiteri degli altri quattro villaggio ungheresi in Bucovina, Józseffalva, Hadikfalva, Istensegíts e Fogadjisten, quello di Măneuți – Andrásfalva – è rimasto, come l’unico ricordo degli insediamenti di una volta dei Székelys di Bucovina.


Oggi duecentocinquanta due anni fa, il 7 del gennaio di 1764 l’esercito imperiale austriaco cominciò a sparare con cannoni ai székely ungheresi riuniti per una deliberazione a Madéfalva nella Transilvania dell’Est (oggi Siculeni, Rumenia), perché avevano rifiutato di aderire i recentemente costituiti reggimenti di frontiera. Duecento persone morirono, e migliaia fuggirono attraverso le montagne in Moldavia, dove hanno aumentato la popolazione degli insediamenti ungheresi nel Gyimes e dei csángó di Moldavia, o si sparsero fra i villaggi rumeni. Quando dieci anni dopo, nel 1774 l’Austria, in cambio della sua neutralità nella guerra russo-turca, ottenne la regione più settentrionale di Moldavia, vassallo della Turchia, il nuovo governatore di origine ungherese, Generale András Hadik notò il gran numero degli ungheresi viventi nella regione, e li raccolse in cinque villaggi fondati per loro.

Nella fertile pianura la popolazione dei villaggi crebbe rapidamente, e i circa diecimila giovani che sciamano da qui dal 1880 in poi, stabilirono una serie di nuovi insediamenti, non solo in Transilvania, ma anche in Canada e in Brasile. Tuttavia, il loro viaggio più grande cominciò nel 1941, quando il governo ungherese reinsediò quaso l’intera popolazione dei cinque villaggio nella fertile regione di Bácska, che nel 1941 era restituito dalla Jugoslavia all’Ungheria. Da lì nel 1944 dovettero fuggire dai partigiani serbi fino al comitato Zala in Transdanubia. Infine furono stabiliti nei comitati Tolna e Baranya, ironicamente nelle case dei tedeschi deportati. Il loro lungo viaggio è stato rappresentato nella pellicula a due parti Sír az út előttem (La strada sta piangendo davanti a me, 1987) da Sándor Sára.

E le loro antiche case in Bucovina furono occupate dai profughi rumeni dalla Bessarabia, annessa nel 1940 dall’Unione Sovietica. Le loro chiese cattoliche furono trasformate in ortodosse. Solo pochi ungheresi sono rimasti nei cinque villaggi. I discendenti dei székely di Bucovina che vivono in Tolna, e che di tanto in tanto vengono qui per prendere cura delle tombe ungheresi, si sono incontrati con loro per l’ultima volta negli anni ’90.



Due lamenti dal Gyimes (Péter Hámori, Zsófia Lázár, 2006)

andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1 andrasfalva1



lunedì 8 settembre 2014

L'ultimo giorno nella scuola


temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921 temesvar1921

…perché il giorno dopo la famiglia di mio nonno fuggì in Ungheria.

Temesvár / Timișoara / Temeschwar / Темишвар / تمشوار / טעמשוואר
1921, poco dopo la determinazione delle nuove frontiere


venerdì 6 giugno 2014

Il punto fertile


Se si prende la via tramite la montagna verso Vișeu de Jos/Alsóvisó da Izakonyha in Maramureș – in yiddish קעכניא, in rumeno Cuhea fino al 1973, quando Ceaușescu gli ha dato il nome del leggendario voivoda Bogdan, e il regime post-Ceauseșcu nel 2008 anche il suo gruppo statuario di bronzo –, e dopo circa sei chilometri, poco prima di raggiungere il villaggio di Bocicoel/Kisbocskó, si guarda indietro ancora una volta dalla cresta, una vista mozzafiato si apre davanti agli occhi. L’ora d’oro dipinge con mille sfumature calde le colline accidentate da torrenti, le quali si scendono gradualmente verso la valle del fiume Iza galleggiante in nebbia, e da lì si aumentano di nuovo verso la catena montuosa non troppo lontana della Țibleș, divisa a intervalli quasi regolari dalle cime del Ţibleş/Cibles (1839 m), Hudin/Hunyad (1615 m), Secului/Székelykő (1311) e all’estrema destra, l’appena menzionata Gutâi/Gutin (1443 m). Il bacino dell’Iza è solo uno delle quattro grandi vallate fluviali – Vișeu/Visó, Iza, Mara/Mára, Sapânța/Szaplonca – che costituiscono Maramureș, tuttavia questo punto di vista sembra di riassumere l’intera regione in una maniera unica. Non è per caso, che abbiamo introdotto con questa foto, scattata lo scorso maggio, l’annuncio del nostro primo tour Maramureș-Bukovina.


La strada stretta e tortuosa dalla valle dell’Iza al crinale, e da lì al valle del Vișeu/Visó non è nota a molti, non è raccomandata dalle guide turistiche, e anche il route planner Google propose una deviazione invece di essa. Tuttavia, proprio come lo abbiamo trovato noi lo scorso maggio, così hanno trovato tanti altri questo belvedere naturale, nascosto e magico,  e le foto scattate da qui giocano, come nel nostro blog, un ruolo iconico anche nelle varie pubblicazioni di Maramureș.


Il lavoro fondamentale sull’architettura tradizionale di Maramureș, The Wooden Architecture of Maramureș da Dan Dinescu e Ana Bârcă (1997) – dal quale abbiamo già citato la similarmente iconica foto della chiesa di Ieud/Jód, e scriveremo anche sull’intero libro – inizia il capitolo sui villaggi del Maramureș con questa foto (clicca su di essa). Invece di maggio, qui siamo già a fine estate, le foglie argentee dei pioppi sono già spesse, e nel primo piano si erge il tipico pagliaio di Maramureș.


Forse proprio quel pagliaio si sta componendo nel bellissimo album recentemente pubblicato da Florin Andreescu di Bucarest: Maramureș, țară veche (Maramureș, terra antica, 2011), su cui pure scriveremo presto. E nello stesso album, poche pagine più avanti, si apre anche il lato destro del paesaggio, con la Gutâi/Gutin nel sottofondo.


E il lato sinistro del paesaggio introduce il capitolo riguardante la geografia della regione nell’eccellente guida di 500 pagine su Maramureș, pubblicata dalla casa editrice finlandese Metaneira (2007, clicca sulla foto qui sotto). La foto potrà essere scattata più o meno dieci anni fa: il pioppo solitario, come si vede nella nostra foto dello scorso maggio, ha già un sacco di giovani rivali, ma il piccolo melo di due terrazze più in alto non è cresciuto molto.


La preparazione di ulteriori foto iconiche sarà il compito dei nostri lettori, soprattutto di quelli che parteciperanno al nostro tour di Maramureș alla fine di giugno, o – come è sempre più certo – alla sua ripetizione progettata tra il 20 e 24 di agosto.

Il punto fertile il 1 di novembre di 2019, verso le 5 del pomeriggio

sabato 8 marzo 2014

La Rivoluzione del Giorno della Donna

«I giorni della rivoluzione. Compilazione di documenti di viaggio di polizia.»

Tutti sanno, quando è stata la Rivoluzione d’Ottobre. Nel mese di novembre. Ma quando è stata la Rivoluzione di Febbraio, che l’ha preceduta? Naturalmente in marzo. Vale a dire, l’8 marzo, il Giorno della Donna.

Dimostrazione delle lavoratrici dell’impianto Putilov a Pietrogrado (oggi San Pietroburgo) il 8 marzo 1917 (secondo il calendario giuliano, 22 febbraio). Sugli striscioni si legge: «Date da mangiare ai figli dei difensori della patria!» «Aumentate i pagamenti alle famiglie dei soldati – difensori della libertà e della pace dl mondo!»

La Giornata della Donna si è celebrata al 8 marzo per la prima volta esattamente un secolo fa, nel 1914. Benché le lavoratrici nell’America e l’Europa l’avevano celebrato dal 1908 in una delle prime domeniche di marzo, sempre di più collegandola alla rivendicazione del diritto di voto delle donne, questa è caduta al 8 marzo per la prima volta nel 1914, alla vigilia della guerra mondiale. E per la seconda volta nel 1917, alla vigilia della rivoluzione.

In quella domenica a Pietrogrado quasi cinquantamila lavoratrici – il posto degli uomini reclutati erano in gran parte occupati dalle donne nella maggior parte delle fabbriche – sono scese in piazza, richiedendo pane e la fine della guerra. Le proteste continuarono il giorno successivo, e il terzo giorno tutti gli operai delle fabbriche della città sono scesi in sciopero. La Duma invano chiese aiuto dallo zar che era sul fronte, lui non ha percepito il pericolo, e furiosamente sciolse la Duma. Le truppe ordinate a difendere la capitale si simpatizzavano sempre di più con i manifestanti. Il 13 marzo, richiamando la pratica della rivoluzione del 1905, si sono formati dei consigli di lavoratori e soldati. Su richiesta dei rappresentanti della Duma, lo zar si è dimesso, e un governo provvisorio si è formato. E dieci giorni più tardi la Germania, per ulteriormente destabilizzare la situazione in Russia, ha mandato a casa dall’esilio svizzero, con passaporto tedesco e a spese dello Stato tedesco, Lenin e i suoi compagni, che nelle Tesi d’Aprile hanno proclamato la continuazione della rivoluzione fino alla vittoria finale del comunismo.

«I giorni della rivoluzione. La slitta-macchina dell’ex Zar»

Le seguenti 54 foto, che documentano i primi, frenetici giorni della Rivoluzione di Febbraio, sono state solo recentemente pubblicate sull’internet. Le originali sono conservate nel Museo Statale Russo di Storia Politica, e secondo i scarsi dati disponibili, provengono dalla collezione di Ion Dicescu.

“23 marzo. I funerali delle vittime della rivoluzione. Un quadro complessivo delle bandiere”

Ion Dicescu, in russo Ivan Osipovich Dik (1893-1938) è nato come figlio d’un imbianchino a Bucarest. All’età di 18 anni si è iscritto al Partito Socialdemocratico, ed è diventato giornalista al giornale del partito. Nel 1916, quando la Romania è entrata nella prima guerra mondiale, ha combattuto in Transilvania. Fu ferito durante la ritirata, ed è stato trattato in uno degli ospedali da campo rumeni stabiliti nell’alleata Russia. All’inizio del 1917 è stato portato a Petrogrado, dove ha entrato in contatto con il partito bolscevico. Nell’aprile ha entrato nel partito, ed è diventato un giornalista del Pravda. Dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi ha combattuto con le Guardie Rosse. Nel 1924, insieme ad altri comunisti rumeni in esilio, ha fatto una proposta ufficiale per l’istituzione della Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia, che a quel tempo era solo una stretta striscia – più o meno la Repubblica di Transdnestria di oggi –, in preparazione per la riannessione della Bessarabia rumena. Nel 1938 fu giustiziato con l’accusa di spionaggio.

Le foto conservate nella cosiddetta collezione Dicescu probabilmente non erano scattate dallo stesso Dicescu. Le loro eccellenti composizioni rivelano dei fotoreporter di prim’ordine, di quali – come ne scriveremo – ce n’erano molti a San Pietroburgo all’inizio del secolo. Le didascalie scritte sulle immagini potrebbero suggerire che queste erano duplicati editoriali delle foto fatte o vendute al Pravda. Varrebbe la pena di vedere se sono state veramente pubblicate nel Pravda o in altri quotidiani. Tanto è sicuro che, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alcune di esse sono state pubblicate in formato di cartolina. Ma su questo scriveremo di più in un post successivo.

«I giorni della rivoluzione. Nevsky Prospekt«

february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1 february1

«23 marzo. I funerali dei vittimi della rivoluzione. Corteo funebre sul Nevsky Prospekt.» Lo striscione annuncia: «Siete caduti in preda alla lotta fatale», il primo verso della marcia funerale di lavoratori. Sulle sue varie versioni vedre il nostro post precedente.
february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2 february2

«I giorni della rivoluzione. Barricate sul Liteiny Prospekt»

domenica 16 febbraio 2014

Ritratti osservati



La montagna Gutin si erge come una colonna sopra il valico di frontiera del sud di Maramureș. Si deve girarla se si vuole visitare in fila le chiese di legno di Dănești, Plopiș, Budești, Ocna Șugatag, Desești, incluse nell’elenco del patrimonio del mondo. Noi l’abbiamo girata tre volte in quest’estate, e strada facendo per Ocna Șugatag abbiamo sempre solo guardato giù nella valle su Breb – nel suo vecchio nome ungherese Hódpatakfalva, Torrente dei Castori – che pure ha un’impressionante chiesa in legno dal Cinquecento, più un cimitero ebraico in decomposizione, e su cui Claude Karnoouh ha scritto la sua bella indagine antropologica Vivre et survivre en Roumaine comuniste: rites et discours versifiés chez les paysans du Maramureș.

Parte sud-occidentale dell’ex contea di Maramureș, la regione delle chiese in legno.
Clicca per la carta completa. Oggi il fiume Tisza, sopra Már(amaros)-Sziget è
la frontiera tra l’Ucraina e la Romania. I puntini rossi indicano i luoghi
su cui abbiamo già scritto, ma vogliamo scrivere molto di più.

Qualcun’altra invece non ha solo guardato giù, ma è anche andata giù, e ha trascorso un estate lì. L’azera Rena Effendi, sul cui bello e straziante album The Line of Life abbiamo già scritto. In quell’album ha pubblicato le sue foto sul bel mondo nuovo in fase di sviluppo nel Caucaso, lungo l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. In questa serie però ha voluto mostrare un mondo arcaico, anche se in una lenta erosione. Le sue foto ora hanno vinto il terzo premio nella categoria Observed Portraits, Series del World Press Photo 2014.


breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb breb


giovedì 30 gennaio 2014

Frasin

«Kőrösmező [Yasinia]. Preghiera dei zattieri all’arrivo dell’acqua della diga»


„Ngs. [Nagyságos] Tabéry Géza urnak, Oradea-Mare, Kálvária útca 21.

Édes Gézám,
oly szép ez a vidék, ahol járunk, hogy idekivánunk benneteket is. Pompás helyek, kitünő koszt, szegény zsidók és rongyos oroszok… Igen érdekes helyek. Cseh-lengyel határnál, néha átjárunk 14°-os pilseni sört inni Csehiába. Kár hogy oly kevés a hátralevő idő, de vigaszul szolgál, hogy visszatértünk utján ujra meleg és értékes aranyos közeletekben leszünk pár órára. Igen nagy szeretettel gondolunk rátok! Károly.”
«All’Egregio Signore Géza Tabéry, Oradea-Mare, via Kálvária 21.

Mio caro Géza,
questa regione, dove siamo, è così bello, che magari anche voi foste qui. Splendidi luoghi, eccellente cibo, poveri ebrei e cenciosi russi… Posti molto interessanti. A volte attraversiamo il confine cecco-polacco per bere birra di Pilsen a 14°. Peccato che ci è rimasto tanto poco tempo, ma è una consolazione che al nostro ritorno passeremo un paio d’ore nella vicinanza della vostra calda, preziosa e gentile compagnia. Pensiamo a voi con tanti affetti. Károly»

Dopo il post precedente vorremmo rimanere ancora per un paio di posts in Kőrösmező/Yasinia. Ma finché si completa il prossimo post, invitiamo i nostri lettori a un nuovo gioco.

Kőrösmező/Yasinia nell’odierna Subcarpatia/Zakarpattya, Ucraina
Come sappiamo, fra le due guerre mondiali Kőrösmező/Yasinia (a quel tempo, Jasiňa) apparteneva alla Cecoslovacchia insieme a tutta la Subcarpatia, e fu trasferito de facto solo nel 1944, e de jure nel 1947 all’Ucraina. Tuttavia, la cartolina di sopra, che abbiamo trovato su un sito di aste, è stato inviato con una didascalia stampata in rumeno e timbro rumeno da Kőrösmező (qui chiamato Frasin) a Oradea-Mare. In aggiunta, il mittente scrive che a volte «vanno oltre la frontiera» nella Cecoslovacchia per prendere una birra di Pilsen.

Come è questo possibile?

E in generale, una vecchia cartolina come questa è sempre un messaggio in bottiglia, che da notiza circa qualche storie complicate e interessanti. Quali possono essere le storie dietro questa cartolina, compreso il timbro rumeno e l’etichetta ungherese «Levelezőlap» (Cartolina) sovrastampata, il destinatario e Oradea-Mare, la «preghiera dei zattieri» e i zattieri di Kőrösmező; ed appartevano questi ultimi ai «poveri ebrei» o ai «cenciosi russi»?

Ai nostri esperti soliti li chiediamo di lasciare i lettori «outsider» indovinare per un paio d’ore prima di commentare, e nel frattempo inviarci i vostri eventuali materiali al post in preparazione su questa storia. :)