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venerdì 26 dicembre 2014

Messaggio segreto

Il album amicorum, o memoriae causa era un elemento inevitabile nell’esiguo bagaggio degli studenti erranti da università a università in Europa fra il Cinque- e Ottocento. Alla partenza i familiari e gli amici, e nelle varie città i professori, compagni di studio, o illustri patrocinatori hanno scritto in esso qualche parole calde o aforismi eruditi. Le diverse migliaia di album che sopravvissero danno una buona opportunità per ricostruire la rete di contatti degli intellettuali della prima età moderna, e le solite rotte dei loro studi universitari.

I scriti delle iscrizioni nell’album amicorum (1711-1726) di Ferenc Pápai Páriz, pubblicato da noi all’internet

Gli alba amicorum dall’Ungheria o con contenuto ungherese si digitalizzano in una pubblicamente consultabile database dal gruppo di ricerca Inscriptiones Alborum Amicorum all’università di Szeged, diretto da Miklós Latzkovits. Anche noi collaboriamo con il gruppo, soprattutto quando si tratta di un’iscrizione in un linguaggio insolito, o difficile da leggere. Anche adesso questo è il caso.

L’album di Paul Schirmer da Kronstadt/Brassó/Brașov, compilato tra 1681 e 1685, è conservato nella biblioteca universitaria di Kolozsvár/Cluj. L’iscrizione di due pagine, pubblicata di seguito, fu fatta da Jeremias Jeckell, anche lui da Kronstadt, il 7 marzo 1683 a Lipsia. La prima pagina mostra un bello emblema. I due cuori concatenati dei due amici sono abbracciati da una corona simile allo stemma della loro città natale, Kronstadt. Vicino a essa, un girasole guarda sempre verso il sole. Secondo le convenzioni del periodo, questo è il simbolo del vero credente, che sempre guarda verso Dio, come è confermato dalle poesie tedesche e dal versetto biblico in latino che accompagnano l’emblema:

Wahre Freundschaft, Treu und Glauben
Soll nichts denn der Todt uns rauben.

Ich hab auch noch was bey mir, gleich wie Ihr, zu seinen Ruhme,
Ich für mich verehr ihm hier eine schöne Sonnenblume,
Gleich wie diese Blume sich im/m/er nach der Sonnen neigt,
Neigt er sich stets nach dem, der die Blum und Menschen zeigt.

Meine Seele wündscht dabey,
Dass er stets Gottsfürchtig sey!
Auss reinem teutschen Sinn,
Als ich der deine bin,
Schrieb ich dir dieses hin.

Timor Domini est initium sapientiae (Il timore di Dio è l’inizio della sapienza, Salmo 111,10.)

Stemma di Kronstadt/Brassó/Brașov



Ma l’iscrizione ha ancora un elemento di più, con cui non andiamo d’accordo. Due brevi testi sui due lati dell’emblema, che non possono essere letti in qualsiasi lingua conosciuta. Abbiamo il sospetto che possa essere una sorta di scrittura segreta, una cifra. Perciò ci rivolgiamo ancora una volta ai nostri lettori esperti. Siete in grado di dirci, in che scrittura e lingua sono queste brevi righe, e che cosa significano?


domenica 22 settembre 2013

Addio all'Ararat


Quando recentemente abbiamo scritto della mostra sugli armeni in Ungheria, organizzata dal Museo Storico di Budapest e la Biblioteca Nazionale Széchényi, abbiamo menzionato una sola critica, che si è riferita alla mancanza di un catalogo che avrebbe presentato in dettaglio i temi principali della mostra. Due settimane fa, quasi all’ultimo momento prima della chiusura della mostra, si è finalmente pubblicato il catalogo e collezione di studi, che è stato presentato il 16 settembre come l’ultimo accordo della mostra. Dopo la presentazione, forse come una compensazione per la pubblicazione tardiva, si è offerta al pubblico una professionale visita guidata della mostra. Il grande interesse per l’argomento era chiaramente indicato dal fatto che, a causa del gran numero dei partecipanti, la visita si è dovuta realizzare in due gruppi separati.


Il culto di San Gregorio l’Illuminatore, l’apostolo degli armeni è stato ininterrotto dagli inizi tra gli armeni della Transilvania. Ciò è indicato dal grande numero di pale d’altare che rappresentano il santo nell’atto di battezzare il re Tiridate III dell’Armenia, fra l’altro nelle chiese armene di Szamosújvár (Gherla), Erzsébetváros (Dumbrăveni), Csíkszépvíz (Frumoasa), o nelle chiese francescane di Dés (Dej) e Nagyszeben (Sibiu).

Gli insediamenti degli armeni nella Transilvania

Le pale d’altare della chiesa armena di Gyergyószentmiklós (Gheorgheni) e della Chiesa Salamon a Szamosújvár (Gherla) si differenziano dal resto di queste rappresentazioni. Anche se la loro scena centrale è lo stesso battesimo, questa viene circondata da una «cornice narrativa», una serie di medaglioni che illustrano le torture di San Gregorio, collegando queste immagini più strettamente con Storia degli armeni scritto da Agatangelo alla fine del quinto secolo, che narra anche la leggenda del santo. La pala d’altare a Gyergyószentmiklós è una prova particolarmente bella di questa connessione, visto che i suoi medaglioni sono anche accompagnati da brevi testi esplicativi.

L’ex pala d’altare della Chiesa Salamon a Szamosújvár, inizio del 18° secolo
(Parrocchia armeno-cattolica, Szamosújvár / Gherla)

La nostra guida, Emese Pál ha sottolineato una curiosità nel dipinto di Szamosújvár, che non è menzionata né alla mostra, né nel catalogo. Un restauratore, che probabilmente non conosceva la leggenda del santo – che racconta la trasformazione del re in un cinghiale dopo l’incarceramento di Gregorio – ha frainteso il medaglione che rappresenta questa scena, e ha «corretto» il cinghiale coronato in un agnello..


Del gran numero delle piccole scoperte che accompagnano qualsiasi mostra, un buon esempio è quel dipinto di Szamosújvár, che finora era riguardato il ritratto di Stephanowicz Roska, il prevosto armeno di Stanisławów. L’errata identificazione era scoperta da una signora di Leopoli in visita alla mostra, che ha sottolineato sulla base di analogie locali, che la pittura rappresenta l’arcivescovo armeno di Leopoli, Jacob Stephan Augustinowicz. In effetti, gli inventari di Szamosújvár la hanno elencato come ritratto di Augustinowicz fino al 1877, quando una mano accurata ha cancellato la sua nome, e ha scritto quello di Roska sopra di esso, così ingannando generazioni di ricercatori, dall’ottocentesco storico di Szamosújvár, Kristóf Szongott, fino ai nostri giorni.


Gli studi del catalogo – su cui scriveremo a parte – sono organizzati intorno ai temi presentati nella mostra, rivelando quel contesto storico e sociale degli armeni della Transilvania, del quale abbiamo tanto sentito la mancanza, e alcuni persino si estendono a certi argomenti non toccati nella mostra. Tali sono i studi dei due autori armeni, il bel saggio di Armenuhi Drost-Abgarjan sull’arte di scrivere e la cultura del libro armena, e il breve riassunto di Meliné Pehlivanian sugli inizi della tipografia armena. Per quanto riguarda gli aspetti ungheresi, il saggio di Máté Tamáska merita una menzione speciale, in quanto presenta il culturalmente multicolore ambiente urbano di Szamosújvár, il luogo di origine della maggior parte degli oggetti esposti, che invece è rimasta in sottofondo alla mostra.

Il quadro complessivo che emerge dagli studi – forse a causa della breve scadenza – sembra ancora un poco sommario, ma il carattere innovativo della mostra, insieme alle importanti opere pubblicate negli ultimi anni, compensa per quest’impressione, e speriamo che prepara il terreno per nuove, più profonde ricerche. Aspettiamo alla continuazione.


martedì 23 luglio 2013

Lontano dall’Ararat


Tra i molti gruppi etnici dell’Ungheria storica forse gli armeni sono i meno conosciuti. È vero che molti abbiamo un conoscente con origini armene della Transilvania, e nei primi anni 1990, dopo l’introduzione della nuova legge sulle minoranze etniche abbiamo visto con sorpresa la moltitudine delle autonomie armene di nuova formazione, ma le origini e i tempi esatti dell’arrivo degli armeni nell’Ungheria, e l’importante ruolo svolto da essi nella storia ungherese dal 18° al 20° secolo sono stati solo recentemente presentati in dettaglio in libri come Az erdélyi örmények története di Miklós Gazdovits (Storia degli armeni di Transilvania, 2006), Gyergyói örmények könyve di Dezső Gazda (Libro degli armeni di Gyergyó, 2007), o Örmény diaszpóra a Kárpát-medencében, a cura di Sándor Őze e Bálint Kovács (Diaspora armena nel bacino dei Carpazi, 2006-2007). Questo rente tanto importante la mostra Far away from Mount Ararat – Armenian culture in the Carpathian Basin (Lontano dall’Ararat – Cultura armena nel bacino dei Carpazi) del Museo Storico di Budapest, che per la prima volta offre una panoramica sulla storia e la cultura degli armeni in Ungheria.


La mostra non si propone di essere onnicomprensivo. Solo ragruppa attorno alcuni temi centrali un gran numero di oggetti d’arte degli armeni ungheresi, di cui la maggioranza sono ora presentati per la prima volta in una mostra pubblica. I temi sono introdotti da brevi descrizioni, e anche la giustapposizione stessa degli oggetti suggerisce un filo storico e tematico, ma – e questo l’unica, ma grave critica –, appunto l’oscurità di questa storia e il carattere pioniero della mostra avrebbe richiesto un catalogo per presentare in dettaglio il contesto storico e sociale di questi oggetti, persone e luoghi.

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La strada che conduce attraverso gli oltre 400 anni di storia degli armeni in Ungheria inizia al monte Ararat, come il punto di riferimento di base dell’umanità di post-alluvione, e specialmente degli armeni, dal quale gli armeni che nel Secento immigrarono in Transilvania, capitarono infatti lontano. Ma che hanno conservato il ricordo delle origini, è provato da quella cintura di argento ed intarsiato di gemme, di fine Ottocento, conservato presso la Parrocchia Armena Cattolica di Budapest, i cui pezzi rappresentano le vedute delle antiche città armene, Varaghavank, Van, Echmiadzin, Aghtamar (ogni immagine si ingrandisce spostando il mouse sopra di loro).

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Nel mezzo della sala delle origini veniamo accolti dall’icona di San Gregorio l’Illuminatore, apostolo degli armeni, per i cui efforti l’Armenia è diventato il primo paese cristiano nel 301. È un bel passaggio dall’Ararat all’altra metà transilvana della sala, che l’icona del vescovo del terzo secolo, conservata nella chiesa armena di Szamosújvár/Gherla, fu dipinto nello stile barocco popolare della Transilvania, proprio come la sua statua nella piazza principale del quartiere armeno di Isfahan porta i tratti delle figure dell’epopea eroica persiano.



L’insedimento in Transilvania è evocato da poche immagini d’archivio e oggetti – arche di corredo e un paio di medaglioni di nozze dalla famiglia Issekutz – dalle «quattro parrocchie armene», Szamosújvár (Gherla, Armenopolis, Հայաքաղաք–Hayakaghak), Erzsébetváros (Eppeschdorf, Dumbrăveni), Gyergyószentmiklós (Gheorgheni), Csíkszépvíz (Frumoasa), principalmente dalla prima di esse, le cui collezioni ecclesiastiche hanno provvisto una grande parte del materiale esposto.

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La sala seguente illustra la storia della stampa del libro armeno con un gran numero di libri mai esposti, provenienti da collezioni armene del bacino dei Carpazi, tra cui la prima bibbia stampata armena del mondo. Questo tema era anche il proposito della mostra, organizzata per il cinquecentesimo anniversario della pubblicazione del primo libro armeno stampato, il libro di preghiere chiamato Urbatagirk, «Libro di Venerdì», stampato dal veneziano Hakob Meghapart («Giacomo il Peccatore») a cavallo del 1512-1513.

I brevi riassunti presso le vetrine delineano la storia della tipografia armena. La stampa di Hakob Meghapart è stata riportata dal suo successore a Constantinopoli, dove nel Settecento si sono pubblicati circa 300 opere in più di venti stampe armene. Ma gli armeni di Transilvania, che nel tardo Secento si sono uniti con la chiesa cattolica, hanno ottenuto la maggior parte dei loro libri dalla Typographia Polyglotta della Propaganda Fide romano: entro la fine del Settecento conosciamo 44 opere armene pubblicate là. L’ordine mechitarista, fondata nel 1701 a Constantinopoli e di lavoro dal 1715 ad oggi sulla isola di San Lazzaro a Venezia – i «benedettini armeni», i maggiori esponenti dell’armenologia del periodo – hanno pubblicato i loro libri in armeno in tipografie italiane fino alla fine del Settecento, ma nel 1789 hanno fondato la propria stampa, dove hanno pubblicati centinaia di libri in quasi quaranta lingue: questi, tramite la diaspora armena, hanno raggiunto anche le provincie più remote dell’impero ottomano. Nel 1773 un gruppo dei mechitaristi si stabilirono a Trieste, e nel 1810 si trasferirono a Vienna, svolgendo un’importante attività scientifica ed editoriale in entrambi i posti.

Un tipografo ungherese di Transilvania ha anche svolto un ruolo decisivo nella storia della stampa armena. Lo stampatore armeno più influente, Voskan Yerevantsi ha fondato la sua stampa ad Amsterdam nel 1660, e come era insoddisfatto con i caratteri disponibili, ha ordinato la progettazione di un nuovo tipo armeno da Miklós Kis of Misztótfalu, che presto si diffuse in tutta Europa, e le sue varie versioni sono ancora in uso.

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Una sala separata è dedicata, probabilmente per la ricchezza del materiale disponibile, ai monumenti della chiesa cattolica armena in Transilvania: ritratti di pontifici, abiti ecclesiastici, pale d’altare e immagini votive. I tre ritratti portati da Szamosújvár/Gherla non rappresentano necessariamente le tre personalità più grandi della chiesa armena, si poteva scegliere anche qualcun’altro, come il vescovo Minas Zilifdarean (1610-1686), sotto la guida del quale gli armeni sono arrivati in Transilvania. Queste tre vite, tuttavia, dimostrano bene la grande portata sociale e geografica degli intellettuali armeni, e le loro possibilità di scelta fra vari centri culturali. Oxendio Virziresco (Verzár) (1655-1715), nato in Moldova, ha studiato presso il collegio missionario della Propaganda Fide a Roma. Dal 1685 ha lavorato all’unione degli armeni di Transilvania con la chiesa cattolica, prima in mezzo di grande resistenza, ma alla fine con un completo successo, e nel 1690, dopo la morte del vescovo Minas, è diventato il capo della chiesa degli armeni in Transilvania. Stephano Roska (1670-1739) proveniva da una famiglia armena di Kamenez-Podolsk. Era il prevosto armeno di Stanislawów (oggi Ivano-Frankivsk), che per conto dell’arcivescovo armeno di Leopoli ha visitato le quattro parrocchie armene della Transilvania, fondando una serie di importanti società religiose. Mihály Theodorovicz (1690-1760) è nato a Bistritz/Beszterce/Bistrița, a quel tempo un importante insediamento armeno, e da assistente di negozio è diventato l’arcidiacono di Szamosújvár. Lui ha costruito la prima chiesa armena di pietra, la chiesa Salamon (1723-1725), e ha introdotto il calendario gregoriano. Maria Teresa lo ha nominato vescovo, ma alla fine non ha ricevuto l’approvazione ecclesiastica: da allora la comunità armena della Transilvania sta sotto la giurisdizione ecclesiastica del vescovo cattolico di Gyulafehérvár/Alba Iulia.

Dagli anni 1770 il culto della Regina del Rosario era in fiore a Szamosújvár, ed i suoi auspici erano rappresentati in molte immagini votive offerte in segno di gratitudine per la salvazione da qualche grande guaio. Sulle immagini qui esposte, un cavaliere che è scappato l’allagamento, una famiglia che ha sopravvissuto a un incendio, e una donna, che si è ripresa da una malattia, dicono grazie all’intercessione della Vergine Maria.


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All’inizio dell’Ottocento, i rapporti degli armeni con i loro ex centri nella Crimea e nell’Anatolia si erano allentati, ma si è aperta davanti a loro la via dell’ascensione nella borghesia ungherese. Hanno cambiato la loro lingua per l’ungherese, e fra tutte le minoranze etniche hanno partecipato alla proporzione più grande tra gli ufficiali e nel finanziamento della guerra d’indipendenza del 1848-49. Dei famosi tredici generali, eseguiti in Arad il 6 ottobre 1849, Ernő Kiss e Vilmos Lázár erano armeni, come anche János Czetz, il quale nell’esilio ha fondato l’istituto geografico militare dell’Argentina, e tracciato la carta geografica di tutto il paese. Dopo il Compromesso del 1867 tra la corte di Vienna e l’élite politica dell’Ungheria, gli armeni hanno partecipato in gran numero alla vita politica e culturale dell’Ungheria. L’ultima sala è una galleria di ritratti dei loro più prominenti rappresentanti.

D’altra parte, come una compensazione all’assimilazione, è nata l’ideologia dell’armenismo, con l’obiettivo di rafforzare l’identità armena. I suoi seguaci hanno iniziato delle ricerche importanti storiche degli armeni transilvani, hanno fondato la rivista Armenia in Szamosújvár, e nel 1905 anche il Museo Armeno (che solo adesso, nel marzo 2013 ha riottenuto la sua collezione, nazionalizzata nel 1950). Dei rappresentanti eminenti dell’armenismo, Kristóf Lukácsy e Kristóf Szongott hanno anche aderito la ricerca della preistoria ungherese, difendendo in diverse pubblicazioni il rapporto linguistico ungherese-armeno. La vetrina dell’ultima sala presenta una selezione di pubblicazioni su argomenti armeni dall’Otto- e Novecento.


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Le pareti del corridoio di uscita dalla mostra sono ricoperte con fotografie di famiglie armene dalla fine del secolo, con i documenti della storia quotidiana. Centinaia di vite e di storie che mostrano chiaramente, quanto c’è ancora da ricercare in questa storia. E in questo senso il titolo di questa raccolta di foto, Frammenti di specchio, è infatti valido per tutta la mostra.

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martedì 16 luglio 2013

Kit di sopravvivenza


Chiunque è stato ispirato dal post precedente a incamminarsi sulla scia di Bram Stoker e Dracula a Bistritz e al Passo di Borgó, si trova in una situazione di gran lunga migliore dell’ignaro Jonathan Harker. Non solo perché saprà già esattamente che tipo di minaccia dovrà affrontare, ma anche perché potrà acquistare con un semplice click, composto in un unico pacchetto, tutto ciò che è necessario per una facile vittoria su quella minaccia.


I kits ottocenteschi per uccidere vampiri, preparati per chi viaggiava dall’East Coast degli Stati Uniti ai Carpazi transilvani, sono costantemente alla vendita su eBay, e anche presso la prestigiosa casa d’aste Sotheby’s, per circa 10-14 mila dollari. Non è poco, ma il valore della vita è inestimabile.



Il contenuto dei kits è ricco e vario, dall’aglio, acqua santa, candele sacre e crocifisso per espellere i vampiri fino al palo di legno e il pugnale per la resa dei conti finale, e contiene anche tali armi apocrifi, non menzionati nella letteratura sui vampiri, come la pistola con proiettili d’argento, che originalmente serviva come protezione contro i lupi mannari. Il rosario ha un ruolo particolarmente importante, visto che è stato introdotto nella letteratura dallo stesso romanzo Dracula, e il suo primo uso documentato si lega all’Albergo Re d’Ungheria a Bistritz:

Proprio prima che lasciassi l’albergo, la donna è venuta in camera mia e ha preso a blaterare concitatamente: Dovete voi andare? Oh, giovane «Herr», dovete voi proprio andare? Era in uno stato di agitazione tale che sembrava aver dimenticato quel po’ di tedesco che sapeva, al punto che lo mischiava a un’altra lingua che ignoravo completamente: sono riuscito a seguirla solo chiedendole più e più volte di ripetere. Quando ho detto che dovevo partire subito, che avevo importanti affari da sbrigare, ha insistito: Ma voi sapete quale giorno è oggi? Le ho risposto che era il quattro di maggio. Lei ha scosso la testa, e poi: Oh, sì! Io so, io so bene! Ma sapete voi che giorno è questo? Ho replicato che non capivo a che cosa si riferisse, e lei: E’ vigilia di giorno di San Giorgio. E non sapete voi che a mezzanotte in punto forze malefiche di mondo hanno pieno potere? Voi non sapete dove andate, e verso che cosa?

Appariva in così palesi angustie che ho cercato di confortarla, ma invano, e alla fine si è gettata in ginocchio, implorandomi di non partire, di aspettare almeno un giorno o due. Era una situazione ridicola e tuttavia non mi sentivo affatto a mio agio. Comunque, avevo impegni precisi e non potevo tollerare intralci. Ho fatto quindi per sollevarla, dicendole, con tutta la serietà possibile, che la ringraziavo ma che non potevo rinviare il mio appuntamento, e che dovevo andare. Lei allora si è rimessa in piedi, asciugandosi gli occhi, e si è tolta una crocetta che portava al collo, porgendomela. Non sapevo che fare perché, essendo anglicano, mi era stato insegnato a considerare oggetti simili poco meno che idolatrici, e d’altra parte mi sembrava assai poco gentile opporre un rifiuto a una donna anziana animata da così buone intenzioni e nello stato d’animo in cui trovava. Suppongo che essa mi abbia letto il dubbio in viso, perché mi ha messo al collo il rosario cui era appesa la crocetta, dicendo: Per amore di vostra madre, e se n’è andata.



Tuttavia, stranamente, il pacchetto non contiene nessuno specchio, che sarebbe però lo strumento più sicuro per il riconoscimento dei vampiri in incognito.

Coricatomi, ho dormito solo poche ore e, con la sensazione di non poter dormire dell’altro, mi sono alzato. Avevo appeso lo specchietto alla finestra e ho cominciato a radermi. E d’un tratto, mi sono sentito una mano sulla spalla e ho udito la voce del Conte che mi diceva: Buongiorno. Ho sussultato, stupito com’ero di non averlo visto, dal momento che lo specchio rifletteva l’intera stanza alle mie spalle. Nel sobbalzo, m’ero fatto un piccolo taglio ma non l’ho notato subito. Dopo aver riposto al saluto del Conte, ho girato lo specchio per rendermi conto di come non lo avessi notato. Ma questa volta, impossibile l’errore: mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio egli non si rifletteva! Scorgevo l’intera stanza dietro di me, ma in essa non v’era traccia di creatura umana, a parte me. Era sorprendente e, aggiungendosi a tante altre stranezze, non faceva che accrescere quella vaga sensazione di disagio che avevo sempre provato in presenza del Conte; e proprio in quella mi sono accorto che dalla ferita era uscita qualche goccia di sangue, e che questo mi colava sul mento. Ho deposto il rasoio, volgendomi a mezzo alla ricerca di un cerotto. Come il Conte ha scorto il mio volto, eccone gli occhi accendersi di una sorta di demoniaco furore, eccolo fare un gesto, come per afferrarmi alla gola. Mi sono ritratto, e la sua mano ha sfiorato il rosario cui è appeso il crocifisso. Un subitaneo mutamento si è verificato in lui: il furore è scomparso con tanta rapidità, da farmi dubitare che ci fosse stato. Attento mi ha detto attento a non tagliarvi! E’ più pericoloso di quanto non crediate, in questo paese. Quindi, dato di piglio allo specchio, ha soggiunto: E questo dannato oggetto che ha combinato il misfatto. E’ un lurido strumento di umana vanità. Via!. E, aprendo la pesante finestra con uno strattone solo della mano possente, ha lanciato fuori lo specchio che si è andato a frantumarsi in mille pezzi laggiù, sul selciato del cortile.


Mi chiedo da quale periodo derivano questi kits. La maggioranza di essi sono datati al 1840 e il 1850 su eBay, ma come un post di BS Historian scrive, questo è assolutamente impossibile. Il blog MondoSkepto, citato da lui – e purtroppo da allora scomparso – ha pubblicato una dettagliata analisi del contenuto dei kits, e ha sottolineato, che molti dei loro componenti non possono essere precedenti alla fine dell’Ottocento – dunque, alla vampiromania a seguito della pubblicazione del romanzo Dracula (1897). Certo, oggi un kit di quegli anni sarebbe considerato un pezzo da museo, ma allora si sentiva che aggiungere alcuni decenni di più alla sua età fosse necessario alla sua credibilità.


E la vampiromania non è morta. Nel 2005 un certo Michael de Winter si vantava che era lui a inventare, ancora nel 1970, i pseudo-kits per uccidere vampiri, ma questo è altrettanto inverosimile come la loro attribuzione all’Ottocento, visto che simili kits erano certamente preparati già negli anni 50. È plausibile, però, che lui ha fatto la tipografia di quel pseudo-frontispizio senza un libro, che da allora ha ispirato l’attribuzione di un numero di kits al non esistente professor Ernst Blomberg. E l’industria, come è ovvio o si sospetta da alcuni siti, è ancora fiorente.