martedì 23 luglio 2013

Lontano dall’Ararat


Tra i molti gruppi etnici dell’Ungheria storica forse gli armeni sono i meno conosciuti. È vero che molti abbiamo un conoscente con origini armene della Transilvania, e nei primi anni 1990, dopo l’introduzione della nuova legge sulle minoranze etniche abbiamo visto con sorpresa la moltitudine delle autonomie armene di nuova formazione, ma le origini e i tempi esatti dell’arrivo degli armeni nell’Ungheria, e l’importante ruolo svolto da essi nella storia ungherese dal 18° al 20° secolo sono stati solo recentemente presentati in dettaglio in libri come Az erdélyi örmények története di Miklós Gazdovits (Storia degli armeni di Transilvania, 2006), Gyergyói örmények könyve di Dezső Gazda (Libro degli armeni di Gyergyó, 2007), o Örmény diaszpóra a Kárpát-medencében, a cura di Sándor Őze e Bálint Kovács (Diaspora armena nel bacino dei Carpazi, 2006-2007). Questo rente tanto importante la mostra Far away from Mount Ararat – Armenian culture in the Carpathian Basin (Lontano dall’Ararat – Cultura armena nel bacino dei Carpazi) del Museo Storico di Budapest, che per la prima volta offre una panoramica sulla storia e la cultura degli armeni in Ungheria.


La mostra non si propone di essere onnicomprensivo. Solo ragruppa attorno alcuni temi centrali un gran numero di oggetti d’arte degli armeni ungheresi, di cui la maggioranza sono ora presentati per la prima volta in una mostra pubblica. I temi sono introdotti da brevi descrizioni, e anche la giustapposizione stessa degli oggetti suggerisce un filo storico e tematico, ma – e questo l’unica, ma grave critica –, appunto l’oscurità di questa storia e il carattere pioniero della mostra avrebbe richiesto un catalogo per presentare in dettaglio il contesto storico e sociale di questi oggetti, persone e luoghi.


La strada che conduce attraverso gli oltre 400 anni di storia degli armeni in Ungheria inizia al monte Ararat, come il punto di riferimento di base dell’umanità di post-alluvione, e specialmente degli armeni, dal quale gli armeni che nel Secento immigrarono in Transilvania, capitarono infatti lontano. Ma che hanno conservato il ricordo delle origini, è provato da quella cintura di argento ed intarsiato di gemme, di fine Ottocento, conservato presso la Parrocchia Armena Cattolica di Budapest, i cui pezzi rappresentano le vedute delle antiche città armene, Varaghavank, Van, Echmiadzin, Aghtamar (ogni immagine si ingrandisce spostando il mouse sopra di loro).


Nel mezzo della sala delle origini veniamo accolti dall’icona di San Gregorio l’Illuminatore, apostolo degli armeni, per i cui efforti l’Armenia è diventato il primo paese cristiano nel 301. È un bel passaggio dall’Ararat all’altra metà transilvana della sala, che l’icona del vescovo del terzo secolo, conservata nella chiesa armena di Szamosújvár/Gherla, fu dipinto nello stile barocco popolare della Transilvania, proprio come la sua statua nella piazza principale del quartiere armeno di Isfahan porta i tratti delle figure dell’epopea eroica persiano.



L’insedimento in Transilvania è evocato da poche immagini d’archivio e oggetti – arche di corredo e un paio di medaglioni di nozze dalla famiglia Issekutz – dalle «quattro parrocchie armene», Szamosújvár (Gherla, Armenopolis, Հայաքաղաք–Hayakaghak), Erzsébetváros (Eppeschdorf, Dumbrăveni), Gyergyószentmiklós (Gheorgheni), Csíkszépvíz (Frumoasa), principalmente dalla prima di esse, le cui collezioni ecclesiastiche hanno provvisto una grande parte del materiale esposto.


La sala seguente illustra la storia della stampa del libro armeno con un gran numero di libri mai esposti, provenienti da collezioni armene del bacino dei Carpazi, tra cui la prima bibbia stampata armena del mondo. Questo tema era anche il proposito della mostra, organizzata per il cinquecentesimo anniversario della pubblicazione del primo libro armeno stampato, il libro di preghiere chiamato Urbatagirk, «Libro di Venerdì», stampato dal veneziano Hakob Meghapart («Giacomo il Peccatore») a cavallo del 1512-1513.

I brevi riassunti presso le vetrine delineano la storia della tipografia armena. La stampa di Hakob Meghapart è stata riportata dal suo successore a Constantinopoli, dove nel Settecento si sono pubblicati circa 300 opere in più di venti stampe armene. Ma gli armeni di Transilvania, che nel tardo Secento si sono uniti con la chiesa cattolica, hanno ottenuto la maggior parte dei loro libri dalla Typographia Polyglotta della Propaganda Fide romano: entro la fine del Settecento conosciamo 44 opere armene pubblicate là. L’ordine mechitarista, fondata nel 1701 a Constantinopoli e di lavoro dal 1715 ad oggi sulla isola di San Lazzaro a Venezia – i «benedettini armeni», i maggiori esponenti dell’armenologia del periodo – hanno pubblicato i loro libri in armeno in tipografie italiane fino alla fine del Settecento, ma nel 1789 hanno fondato la propria stampa, dove hanno pubblicati centinaia di libri in quasi quaranta lingue: questi, tramite la diaspora armena, hanno raggiunto anche le provincie più remote dell’impero ottomano. Nel 1773 un gruppo dei mechitaristi si stabilirono a Trieste, e nel 1810 si trasferirono a Vienna, svolgendo un’importante attività scientifica ed editoriale in entrambi i posti.

Un tipografo ungherese di Transilvania ha anche svolto un ruolo decisivo nella storia della stampa armena. Lo stampatore armeno più influente, Voskan Yerevantsi ha fondato la sua stampa ad Amsterdam nel 1660, e come era insoddisfatto con i caratteri disponibili, ha ordinato la progettazione di un nuovo tipo armeno da Miklós Kis of Misztótfalu, che presto si diffuse in tutta Europa, e le sue varie versioni sono ancora in uso.


Una sala separata è dedicata, probabilmente per la ricchezza del materiale disponibile, ai monumenti della chiesa cattolica armena in Transilvania: ritratti di pontifici, abiti ecclesiastici, pale d’altare e immagini votive. I tre ritratti portati da Szamosújvár/Gherla non rappresentano necessariamente le tre personalità più grandi della chiesa armena, si poteva scegliere anche qualcun’altro, come il vescovo Minas Zilifdarean (1610-1686), sotto la guida del quale gli armeni sono arrivati in Transilvania. Queste tre vite, tuttavia, dimostrano bene la grande portata sociale e geografica degli intellettuali armeni, e le loro possibilità di scelta fra vari centri culturali. Oxendio Virziresco (Verzár) (1655-1715), nato in Moldova, ha studiato presso il collegio missionario della Propaganda Fide a Roma. Dal 1685 ha lavorato all’unione degli armeni di Transilvania con la chiesa cattolica, prima in mezzo di grande resistenza, ma alla fine con un completo successo, e nel 1690, dopo la morte del vescovo Minas, è diventato il capo della chiesa degli armeni in Transilvania. Stephano Roska (1670-1739) proveniva da una famiglia armena di Kamenez-Podolsk. Era il prevosto armeno di Stanislawów (oggi Ivano-Frankivsk), che per conto dell’arcivescovo armeno di Leopoli ha visitato le quattro parrocchie armene della Transilvania, fondando una serie di importanti società religiose. Mihály Theodorovicz (1690-1760) è nato a Bistritz/Beszterce/Bistrița, a quel tempo un importante insediamento armeno, e da assistente di negozio è diventato l’arcidiacono di Szamosújvár. Lui ha costruito la prima chiesa armena di pietra, la chiesa Salamon (1723-1725), e ha introdotto il calendario gregoriano. Maria Teresa lo ha nominato vescovo, ma alla fine non ha ricevuto l’approvazione ecclesiastica: da allora la comunità armena della Transilvania sta sotto la giurisdizione ecclesiastica del vescovo cattolico di Gyulafehérvár/Alba Iulia.

Dagli anni 1770 il culto della Regina del Rosario era in fiore a Szamosújvár, ed i suoi auspici erano rappresentati in molte immagini votive offerte in segno di gratitudine per la salvazione da qualche grande guaio. Sulle immagini qui esposte, un cavaliere che è scappato l’allagamento, una famiglia che ha sopravvissuto a un incendio, e una donna, che si è ripresa da una malattia, dicono grazie all’intercessione della Vergine Maria.





All’inizio dell’Ottocento, i rapporti degli armeni con i loro ex centri nella Crimea e nell’Anatolia si erano allentati, ma si è aperta davanti a loro la via dell’ascensione nella borghesia ungherese. Hanno cambiato la loro lingua per l’ungherese, e fra tutte le minoranze etniche hanno partecipato alla proporzione più grande tra gli ufficiali e nel finanziamento della guerra d’indipendenza del 1848-49. Dei famosi tredici generali, eseguiti in Arad il 6 ottobre 1849, Ernő Kiss e Vilmos Lázár erano armeni, come anche János Czetz, il quale nell’esilio ha fondato l’istituto geografico militare dell’Argentina, e tracciato la carta geografica di tutto il paese. Dopo il Compromesso del 1867 tra la corte di Vienna e l’élite politica dell’Ungheria, gli armeni hanno partecipato in gran numero alla vita politica e culturale dell’Ungheria. L’ultima sala è una galleria di ritratti dei loro più prominenti rappresentanti.

D’altra parte, come una compensazione all’assimilazione, è nata l’ideologia dell’armenismo, con l’obiettivo di rafforzare l’identità armena. I suoi seguaci hanno iniziato delle ricerche importanti storiche degli armeni transilvani, hanno fondato la rivista Armenia in Szamosújvár, e nel 1905 anche il Museo Armeno (che solo adesso, nel marzo 2013 ha riottenuto la sua collezione, nazionalizzata nel 1950). Dei rappresentanti eminenti dell’armenismo, Kristóf Lukácsy e Kristóf Szongott hanno anche aderito la ricerca della preistoria ungherese, difendendo in diverse pubblicazioni il rapporto linguistico ungherese-armeno. La vetrina dell’ultima sala presenta una selezione di pubblicazioni su argomenti armeni dall’Otto- e Novecento.




Le pareti del corridoio di uscita dalla mostra sono ricoperte con fotografie di famiglie armene dalla fine del secolo, con i documenti della storia quotidiana. Centinaia di vite e di storie che mostrano chiaramente, quanto c’è ancora da ricercare in questa storia. E in questo senso il titolo di questa raccolta di foto, Frammenti di specchio, è infatti valido per tutta la mostra.





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