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mercoledì 1 aprile 2015

Mussa Dagh: montagna della resistenza


Aprile 1915, cento anni fa. Cinquemila armeni, perseguitati dai turchi cercano rifugio sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia d’Antiochia. Il brano che segue è tratto dal romanzo storico I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) di Franz Werfel, dove vengono narrate le vicende di questa resistenza armena durante il «Grande crimine», Medz Yeghern in armeno. In questo breve brano l’armeno Gabriele Bagradiàn è alle prese con i preparativi della difesa del Mussa Dagh, un’«isola» di salvezza per 5000 armeni. Vi è una ricerca della precisione in ogni gesto. Dal censimento degli armeni della regione, alla cartografia del territorio e di conseguenza l’analisi del monte stesso, essenziale per la difesa, nonostante le scarse risorse militari. Solo una attenta preparazione ed una profonda conoscenza del territorio, non dimentichiamo che sino al 1915 la regione era prevalentemente abitata da armeni, il piccolo gruppo di armeni è riuscito a sfuggire all’immane tragedia che si stava compiendo in quel momento.

«Al posto delle ore di lezione con Stefano, Samuele Avakiàn ricevette un nuovo lavoro di tutt’altro genere. Gabriele gli consegnò tutte le annotazioni sciolte, raccolte da lui nelle ultime settimane. Lo studente doveva coordinarle in diverse tabelle, in modo da formare un grande quadro statistico. Quale fosse lo scopo di questo lavoro, non fu rivelato ad Avakiàn.

Innanzi tutto si trattò di stabilire secondo determinati criteri la popolazione complessiva dei villaggi, da quello dei pizzi di Vakéf al sud, a quello delle api di Kebussijé al nord. I dati, che Bagradiàn aveva riportati dallo scrivano comunale di Yoghonolùk e dagli altri sei seniori, dovevano essere ordinati e riesaminati. Già il giorno dopo Avakiàn poté consegnare a Gabriele la seguente lista precisa. […]

In questo censimento era compresa anche la famiglia Bagradiàn con la servitù. Ma oltre a queste liste sommarie ne furono redatte anche di più minuziose, secondo il numero di famiglie dei singoli villaggi, secondo la professione e la occupazione, insomma da tutti i punti di vista importanti.

Ma non si trattava soltanto degli uomini. Gabriele aveva cercato di stabilire anche il numero del bestiame del distretto. Non era stata un’impresa facile e non era riuscita che in minima parte, poiché neppure i mukhtàr avevano esatte informazioni in proposito. Una cosa era sicura. Bestiame grosso, buoi e cavalli non ce n’erano. Ogni famiglia in buone condizioni possedeva invece qualche capra e un asino o un mulo per il trasporto dei carichi e per cavalcare. I grandi greggi di pecore dei singoli allevatori di bestiame o dei comuni venivano mandati, secondo l’uso del popolo montanaro, sulle pasture e sulle alte praterie solitarie, dove rimanevano da una tosatura all’altra sotto la sorveglianza di pastori e di piccoli guardiani. Stabilire anche solo approssimativamente il numero dei capi che costituivano questi greggi si dimostrò impossibile.

Lo zelante Avakiàn, per il quale ogni genere di lavoro era benvenuto, correva attivamente in giro per il villaggi e aveva già impiantato nello studio di Bagradiàn un vero e proprio studio di catasto. Di nascosto però alzava le spalle su questi giochi di pazienza escogitati da un uomo facoltoso per occupare laboriosamente un periodo d’attesa tutt’altro che sicuro. A quel viziato pedante di un Bagradiàn, che probabilmente aveva un testa di scrivere un’opera sulla vita del popolo del Mussa Dagh, nulla appariva troppo secondario per non essere annotato. Egli voleva sapere quanti tonìr - sono madie murate nella terra - si trovassero nel villaggio. S’informava del raccolto del grano ed appariva preoccupato che gli abitanti della montagna facessero venire il granoturco ed il rossiccio grano siriaco dai maomettani della pianura. Non poco pensiero gli dava visibilmente il fatto che né a Yoghonolùk né a Bitias né altrove funzionasse un mulino armeno. Osò recarsi perfino da farmacista Krikòr, per informarsi dei medicinali che aveva in magazzino. Krikòr, il quale si era aspettato una visita alla sua biblioteca e non alla sua farmacia, indicò con un gesto deluso tutto intorno alla bottega. Su due piccole file di assi stavano vasi e vasetti di ogni genere, sui quali erano dipinti caratteri strani. Questo era tutto ciò che poteva far pensare ad una farmacia. Tre grandi latte di petrolio nell’angolo un sacco di sale, un paio di balle di tabacco da cibùk e una partita di scope indicavano la parte più viva dell’azienda. Krikòr batté il suo indice nodoso su uno dei mistici vasi, e disse con sussiego:

– Tutti i rimedi risalgono, come dice già Giovanni Crisostomo, a sette elementi fondamentali, calce, zolfo, salnitro, iodio, papavero, resina di salcio e succo di lauro. In cento forme è sempre la stessa cosa. - Fece risonare dolcemente il vasetto, per mostrare che era provvisto di queste sostanze farmaceutiche fondamentali di Giovanni Crisostomo. Dopo un simile ammaestramento nella farmaceutica contemporanea, Gabriele non indagò oltre. Per fortuna possedeva egli stesso una farmacia domestica assai ben fornita.

Ma più importante di tutto il resto era senza dubbio la questione delle armi. L’amico Ciausch Nurhàn aveva già fatto oscure allusioni in proposito. Ma appena Gabriele interpellava su tal questione i diversi seniori dei comuni, questi se la svignavano. Un giorno però egli sorprese il mukhtàr Kebussiàn di Yoghonolùk nel suo salotto e lo trattenne:

– Sii sincero con me, Tomaso Kebussiàn! Quanti fucili e che sorta di fucili possedete?

Il mukhtàr cominciò a guardare terribilmente losco e a dondolare la sua testa calva:

– Gesù Cristo! Vuoi precipitarci nella rovina, Effendì?

– Perché proprio io non sono degno della vostra fiducia?

– Mia moglie non lo sa, i miei figli non lo sanno, neppure i maestri lo sanno. Nessuno!

– Mio fratello Avetìs lo sapeva?

– Tuo fratello Avetìs, pace all’anima sua, lo sapeva. Ma egli non parlava ad anima viva.

– Ho io l’apparenza di non saper tacere?

– Se la cosa viene fuori, siamo tutti uccisi.

Ma poiché Kebussiàn, ad onta del suo parlar losco e del suo dondolar la testa, non poteva sfuggire all’ospite, finì per chiudere a doppio giro di chiave la porta della stanza. Con un fil di voce e tremando di paura, confessò la verità. Nell’anno 1908, quando Ittihàd era passato alla rivoluzione contro Abdùl Hamìd, gli emissari dei Giovani Turchi avevano fornito di armi tutti i distretti e i comuni dell’imper; fra cui specialmente gli armeni, che erano scelti come principale sostegno di quella sommossa. Enver Pascià naturalmente sapeva questo ed appena scoppiata la guerra mondiale si era affrettato a ordinare l’immediato disarmo della popolazione civile armena. Si capisce che l’applicazione di questo decreto variasse a seconda del carattere e dei sentimenti dei funzionari governativi in carica. Se nei vilaiét governavano le teste calde degli Ittihàd di provinciam come in Erzerùm o Sivàs, poteva avvenire che gente priva di armi comprasse fucili dai gendarmi, solo per poterli riconsegnare secondo l’ordine del governo. In tali località infatti il non possedere armi equivaleva a rifiutarsi di consegnarle mediante astuti sotterfugi.

Nel vilaiét di Gelàl Bey le cose andarono, come si può immaginare, molto più comodamente. L’eccellente governatore, la cui umanità si ribellava ai provvedimenti dello splendido dio della guerra di Stambul, quando non poteva far scomparire del tutto simili ordini nel cestino della carta straccia, li eseguiva con grande moderazione. Questa mitezza si rispecchiò poi nel contegno della maggior parte dei sottoreggenti, ad eccezione dell’accanito Mutessarìf di Maràsch. Anche a Yoghonolùk il Müdir dai capelli rossi era comparso in una giornata di gennaio insieme col capitano di polizia di Antiochia per la questione della consegna delle armi e, avute sorridenti assicurazioni lì che non erano mai stati ricevuti fucili, se n’era tranquillamente ripartito. Per fortuna il mukhtàr a suo tempo non aveva effettivamente rilasciato alcuna ricevuta al nesso del Comitato.

– Benissimo – approvò Gabriele, – e valgono qualcosa codesti fucili?

– Cinquanta fucili Mauser e duecentocinquata fucili karà, greci Per ciascuno trenta caricatori, quindi centocinquanta tiri. Gabriele Bagradiàn meditò fra sé. Era una quantità davvero trascurabile. Ma gli abitanti non possedevano altre armi da fuoco? Kebussiàn esitò di nuovo:

– Questo è affar loro. A caccia ci vanno molti. Ma che valore hanno poche centinaia di vecchi schioppi col meccanismo della pietra focaia?

Gabriele si alzò e porse la mano al mukhtàr:

– Ti ringrazio, Tomaso Kebussiàn, della tua fiducia! Ma ora che mi hai detto tutto, vorrei ancora sapere dove avete messo codesta roba.

– Devi proprio saperlo Effendì?

– No! Ma sono curioso e non vedo perché tu mi voglia tacere quest’ultima cosa.

Il mukhtàr si torceva in una lotta intima. Quest’ultima cosa, all’infuori dei suoi colleghi, di Ter Haigazùn e del custode, non la sapeva proprio anima viva. Ma in Gabriele c’era una forza, a cui Kebussiàn non poteva resistere. Perciò dopo disperati scongiuri rivelò il suo segreto. Le casse dei fucili e delle munizioni erano sepolte nel cimitero di Yoghonolùk in tombe regolari, che portavano nomi inventati:

– Ecco, ora ho messo la mia vita nelle tue mani, Effendì – sospirò il mukhtàr, mentre apriva la porta per lasciar uscire l’ospite. Ma questi disse senza più voltarsi:

– Forse ce l’hai messa davvero, Tomaso Kebussiàn!

Pensieri, di cui egli stesso si spaventava, occupavano incessantemente lo spirito di Bagradiàn; lo agitavano con tanta forza, ch’egli non riusciva a liberarsene in nessun’ora del giorno e della notte. E questi pensieri, non ostante l’attività pedantesca delle indagini, erano immersi in una specie di atmosfera di sogni, come tutta la vita in piedi dell’alpe verde Gabriele non vedeva dinanzi a sé che un inizio, il crocicchio dove le vie si dividevano. Cinque passi più avanti tutta era nebbia e tenebra. Ma avviene in ogni vita così: prima della decisione nulla è più irreale che la mèta.

E nondimeno era comprensibile che Gabriele, con tutta la sua eccitata energia, si muovesse solo in quella valle angusta ed evitasse ogni scappatoia, forse anche aperta? Dove era la voce che diceva:

Perché esiti Bagradiàn? Perché lasci passare un giorno dopo l’altro? Hai un buon nome, hai un patrimonio. Getta l’uno e l’altro sul piatto della bilancia! Se anche ti si presentano pericoli e le più gravi difficoltà, tenta tuttavia di farti strada con Giulietta e Stefano fino ad Aleppo. Aleppo in fin dei conti è una grande città. Là hai relazioni. Puoi metter per lo meno la moglie e il figlio sotto la tutela del console. E’ vero che dappertutto i notabili sono stati arrestati, deportati, torturati, impiccati. Senza dubbio il viaggio è un rischio terribile. Ma è un rischio minore rimanere? Non aspettare più a lungo, fa un tentativo di salvezza, prima che sia troppo tardi.

Non sempre questa voce taceva. Ma sonava velata. Il Mussa Dagh conservava la sua pace. Nulla si mutava. Il mondo lì pareva dar ragione all’Agha Rifaàt Berekèt. Non un soffio degli avvenimenti penetrava nella valle. La terra natìa, che a Bagradiàn talvolta appariva ancora come una remota leggenda d’infanzia, lo assorbiva invece profondamente. Giulietta perdeva per lui di chiarezza. Anche s’egli avesse voluto, forse non sarebbe più riuscito a liberarsi dal Mussa Dagh.

Gabriele mantenne fedelmente la sua solenne promessa di tacere sulla questione delle armi. Anche Avakiàn non ne udì una parola. Invece ricevette a un tratto nuovi incarichi. Fu nominato cartografo. Quello schizzo del Damlagìk, che Stefano già in marzo aveva iniziato per desiderio del padre, a tratti inesperti, acquistò importanza. Avakiàn doveva tracciare di tutta la montagna una carta esattissima su grande scala, in tre esemplari. «La valle con gli uomini e il bestiame è esaurita» pensò lo studente, «ora è la volta della configurazione della montagna.»

Il Damlagìk è, come si sa, il vero nucleo del Mussa Dagh. Mentre il massicio montuoso si sparpaglia a nord in parecchie braccia, che si perdono verso la valle di Beilan, svagate in sognanti rocche e terrazze naturali, mentre a sud precipita disordinato e quasi incompiuto nella pianura dove sfocia l’Oronte, nel centro sotto il nome di Damlagìk esso raccoglie tutta la sua forza e la sua attenzione. Qui si tira sul petto con forti pugni di roccia la valle dei sette villaggi come una coperta drappeggiata. Qui si elevano anche abbastanza a perpendicolo sopra Yoghonolùk e Hagì Habiblì le sue due cime più alte, gli unici punti senz’alberi, coperti da prati dall’erba breve. Il dorso del Damlagìk forma un altipiano alquanto spazioso; nel punto più vasto, fra la discesa della gola dei lecci e le pareti dirupate della costa, la linea d’aria raggiunge (secondo il calcolo di Avakiàn) più di tre chilometri. Ma ciò che più richiamava l’attenzione di Gabriele erano i confini singolarmente netti, posti dalla natura a questa superficie montuosa. Innanzi tutto l’incurvatura a nord, un passo angusto e una sella stretta, a cui conduceva dalla valle una vecchia mulattiera, che però si estingueva fra la sterpaglia, perché qui non c’era alcuna possibilità di arrivare al mare per la parete di roccia. A sud invece, dove il monte si troncava, s’innalzava sopra un incolto, quasi brullo semicerchio di balze sassose una torre di roccia massiccia, dell’altezza di cinquanta piedi. Da questo bastione naturale lo sguardo dominava una parte del mare e tutta la pianura dell’Oronte coi suoi villaggi turchi fin oltre le cime del nudo Gebèl Akrà. Si vedevano le imponenti rovine del tempio e dell’acquedotto di Seleucia contorcersi nel groviglio dei verdi rampicanti, si vedeva ogni solco di carro sull’importante strada provinciale da Antiochia ad El Eskèl e a Suedia. I bianchi dadi di queste cittadine rilucevano e spiccava al asole la grande fabbrica di spirito sulla riva destra dell’Oronte, in prossimità del mare.

Ogni intelletto militare doveva subito essere colpito dall’ideale posizione di difesa del Damlagìk. Se si prescindeva dalla parte della valle, donde la salita all’alpe era così incomoda, faticosa e maltracciata da rendere esausti anche dei passeggiatori oziosi, c’era un unico reale punto d’attacco, la stretta sella del nord. Ma qui appunto la località offriva al difensore cento vantaggi, non ultimo la circostanza che i pendii senza boschi dell’incavatura, cosparsi di alberi nani, di bassi pinastri, di prunaie e di vegetazione selvatica d’ogni genere, costituivano ostacoli naturali di terreno insuperabili. L’attività cartografica di Avakiàn stentò molto a soddisfare Gabriele. Egli copriva continuamente nuove deficienze e nuovi errori. Lo studente temeva che la chimera del suo padrone si trasformasse a poco a poco in una manìa. Non intuiva ancora nulla. Essi passavano ormai giornate intere sul Damlagìk. Bagradiàn, l’ufficiale d’artiglieria della guerra balcanica, possedeva ancora cannocchiali da campagna, pertica per misurare il terreno, bussola e simili arnesi per la determinazione dell’area; tutto ciò ritornava in onore. Con zelo ostinato egli pretendeva che negli schizzi fosse segnato il corso di ogni sorgente, ogni albero alto, ogni grosso masso. Ma il lavoro non si limitava a tracciare linee rosse, verdi e azzurre; ad esse si aggiungevano strane parole e cifre.

Fra le alte cime e la sella settentrionale c’era un avvallamento molto grande e piano. Essendo coperto di magnifica erba, vi s’incontravano sempre le gregge di pecore bianche e nere, e i pastori, che simili a figure dell’antichità, avvolti nelle loro pellicce, d’inverno e d’estate passavano i giorni dormendo. Gabriele ed Avakiàn misurarono esattamente i confini del pascolo, contando i passi. Bagradiàn indicò due sorgive, che si facevano largo nel fitto delle felci al margine superiore del prato: - Questa è una gran fortuna - disse; - scriva sopra con la matita rossa: Conca della città.

Queste misteriose denominazioni non avevano fine. Gabriele parve cercare con particolar insistenza un punto, che scelse forse per la sua mite e fresca bellezza. Anch’esso era situato presso una fonte, ma più avanti verso il mare, dove fra l’altipiano e le pareti scoscese correva una cintura verde cupa di cespugli di mirto e di rododendro: - Faccia il rilievo di questo, Avakiàn, e scriva sopra con la matita rossa: «piazza delle Tre Tende».

Avakiàn non poté fare a meno di domandare:

– Che significa piazza delle Tre Tende?

Ma Gabriele era già andato avanti e non udì. «Devo aiutar un sognatore a sognare» pensò lo studente. Ma proprio il significato di quella piazza delle Tre Tende doveva essergli rivelato già due giorni dopo.»



La montagna di Mussa Dagh vista dal mare, e dalla terraferma con il villaggio di Yoghonolùk. Dal blog di Georg Pfarl, scritto sulla visita del sito nel 2011. Sotto: Mussa Dagh indicato con blu sulla carta dei massacri e deportazioni del 1915


mercoledì 25 marzo 2015

I vestiti nuovi del Sultano

Kemal Atatürk in uniforme gianizzero

Abbiamo recentemente scritto sulla sorte travagliata della traduzione in turco de Il Piccolo Principe. Parlando della scoperta dell’asteroide B-612 del Piccolo Principe, Saint-Exupéry illustra con la storia dell’astronomo turco, quanto i vestiti fanno l’uomo negli occhi degli adulti:

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»

Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il cui rispetto è richiesto dalla legge. Perciò i traduttori turchi si sono contorti qua e là per settant’anni al fine di eludere la formula trasgressore. A volte l’hanno tradotto come «il grande leader dei turchi», poi come «un leader turco perentorio», finché la nuova edizione è stata pubblicata in questo gennaio, al settantesimo anniversario della morte dell’autore, con la traduzione corretta. Questa però è stata censurata da nessuno meno che il sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza, che hanno richiesto la rimossa del libro che contiene la parola vietata dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma la storia non finisce qui.

La storia finisce qui. Sultano Mehmed VI Vahideddin lascia Costantinopoli, 1922

Il post è stato ripreso da río Wang da Dmitri Cernišev per il suo blog in russo Ответы на незаданные вопросы, citando naturalmente il testo di Saint-Exupéry dalla traduzione russa del libro:

«К счастью для репутации астероида В-612, турецкий султан велел своим подданным под страхом смерти носить европейское платье. В 1920 году тот астроном снова доложил о своем открытии. На этот раз он был одет по последней моде, – и все с ним согласились.»

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, il sultano turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito secondo l’ultima moda – e stavolta tutti erano d’accordo con lui.»


La traduzione fu fatta nel 1950 dalla bravissima Nora Gal (se vi ricordat, abbiamo visto la lapide commemorativa sul muro della sua casa natale durante la nostra tour in Odessa). Chissà perché abbiam sostituito «dittatore turco» con «sultano turco»? Forse per non ferire la sensibilità dei popoli turchi dell’Unione Sovietica? A quel tempo, intorno alla deportazione dei turchi di Meskheti e i tatari della Crimea, questo non era un aspetto rilevante. O per correggere l’errore di Saint-Exupéry? Infatti, nel 1920 il sultano era ancora al potere nell’Impero Ottomano. Ma se questo era il suo intento, ha piantato un nuovo errore nel testo, poiché il sultano non aveva alcun motivo per ordinare nel 1920 ciò, per cui Atatürk aveva molto di più nel 1925. Sarebbe stato più facile trasferire al 1925 la presentazione fittiva dell’astronomo fittivo. È vero che allora la traduzione sarebbe apertamente deviata dal testo originale.

A volte è superfluo rimuginare un problema irrisolvibile nascosto nel testo originale. Si deve semplicemente tradurre così com’è.

Piccoli principi

domenica 15 marzo 2015

Il costume europeo


Uno dei migliori libri di lingua al mondo è Il piccolo principe. È stato tradotto anche alle lingue più piccole, e quasi tutte hanno anche una versione audio. Nella struttura, come se fosse stato realmente inteso per un libro di lingua, si muove dal semplice verso il complesso. Nell’esercito, per ammazzare il tempo che camminava a passi di lumaca, ho imparato il francese da esso, e tuttora so a memoria i suoi primi capitoli. Più tardi l’ho usato per imparare il cinese, per praticare il persiano, nella bella traduzione e presentazione del grande poeta moderno Ahmad Shamlou, e per insegnare l’italiano. L’ho in diverse traduzioni, tra cui il dialetto viennese, il basco, l’accento romanesco e la versione assira. Ma in qualche modo non l’ho mai avuto in turco. Non che sarebbe difficile da ottenere. Alla fine dell’anno scorso è scaduto il diritto d’autore delle opere di Saint-Exupéry, che sparì nel 1944, e nei primi giorni di gennaio trenta editori turchi hanno pubblicato il libro in nuove traduzioni, in più di 130 mila copie. L’edizione più economica si offre per 1 lira, a meno di mezzo euro.


Se qualcuno ha bisogno di un Küçük Prens in turco, lo compri ora. E non solo per il prezzo, ma anche perché – come Kaya Genç sottolinea nel suo blog – questa è la prima edizione che finalmente risolve un errore di traduzione radicato per settant’anni. L’errore è accidentalmente appunto in quel capitolo, dove l’autore parla dei turchi, come segue:


«Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe è l’asteroide B 612. Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco, nel 1909.

Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d’Astronomia. Ma in costume com’era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti così.

Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»



Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il creatore dello Stato laico della Turchia, che nella sua «Legge del Cappello» del 1925 vietò l’uso del fez, del velo e di altri indumenti tradizionali. Tuttavia i dittatori hanno la strana abitudine di non amare di essere chiamati dittatori. Nella Turchia esiste ancora la legge, che punisce l’offesa contro Atatürk con carcere fino a tre anni. È comprensibile, quindi, se i traduttori hanno finora evitato questo termine.

Ahmet Muhip Dıranas, il traduttore turco di Baudelaire, che nel 1953 per primo tradusse Il piccolo principe per la rivista Çocuk ve Yuva (Bambino e Casa), fondata per sostenere i bambini orfani dei soldati della prima guerra mondiale, cercò di prevenire il dispiacere degli orfani, che a quel tempo erano già oltre quaranta, nel modo seguente:

«Fortunatamente i turchi hanno cominciato di vestirsi come gli europei, in seguito alle direttive di un grande leader…»

La traduzione prossima, preparata nel 1995 da Tomris Uyar e Cemal Süreya, lo formula in una maniera leggermente diversa:

«Un giorno, un leader turco perentorio ha pubblicato una legge: d’ora in poi tutti devono vestirsi da europei, e gli altri condannati a morte.»

La traduzione del 2015, scrive Kaya Genç, già rende esattamente la frase originale franceses. «Nessuna denuncia si è ancora registrata», conclude il suo post. Tuttavia, nella realtà non è esattamente così.


Una protesta ufficiale è stata fatta contro il libro, e non dall’esercito chiaramente laico, neanche da qualche impegnato fan club di Atatürk. Il sito del sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza ha pubblicato la richiesta di rimuovere il libro, che contiene la parola vietata, dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

I dittatori hanno la mano lunga, e cercano anche da lontano di prevenire che le cose siano chiamati ciò che sono. È appunto così che si rivelano di essere ciò che sono.

Vignetta di Selçuk Erdem

Continuazione…

sabato 13 dicembre 2014

Serate di caffè turco

Via Gül Baba, Budapest, da qui

Quando le relazioni ungaro-turche e gli elementi comuni del passato dei due nazioni sono menzionati, la maggior parte degli ungheresi sicuramente ricorderà due cose: il periodo del dominio ottomano (1526-1686), e la leggendaria ospitalità turca, con la quale i kardeşler (fratelli) ungheresi sono ricevuti in tutta la Turchia, dal bazaar di Istanbul fino a Antalya.

Ma le relazioni ungaro-turche non finiscono qui. Raggiungono molto più lontano nello spazio  nel tempo. Il loro primo periodo, molto prima dell’arrivo delle tribù ungheresi nel bacino di Carpazi intorno a 896, è attestato non solo dalla già menzionata eredità turca della nostra lingua, ma anche dalle molte caratteristiche comuni della nostra musica popolare, ricercate da Béla Bartók, e, più recentemente, da János Sipos. Questi paralleli musicali sono oggi propagati in modo impressionante ad un pubblico più ampio dalla cantante di folk marocchino-ungherese Majda Mária Guessous.


La canzona popolare turca «Kurt paşa çıktı Gozan'a» (Kurt Pascià entra in Kozan), raccolta da Béla Bartók a Osmaniye, e una versione ungherese, raccolta da Zoltán Kodály a Hontfüzesgyarmat: «Üveg az ablakom, nem réz» (La mia finestra è di vetro, non di rame), cantate da Majda Mária Guessous. Vedi qui il video.

Questo patrimonio orientale è in netto contrasto con i centocinquanta anni di dominio ottomano, il cui impatto indiretto si sente ancora, e che, a rigore, si iniziò un po’ prima e si concluse un po’ più tardi di come l’opinione pubblica lo sa: il primo con l’assedio di Belgrado nel 1521, e il secondo con la Pace di Passarowitz nel 1718, con quale il dominio ottomano fu abolito anche nell’ultimo territorio dell’Ungheria storica, nel Banato di Temes. E il periodo delle relazioni dirette si può ampliato ancora di più, dai primi contatti militari negli 1370 e lo successivo sviluppo del sistema di fortezze meridionale, fino alla «ultima guerra ungherese-turca» che si è conclusa nel 1791.

Nell’Ottocento la sopravvivenza dei ricordi delle ostilità fu sempre più affiancata da un nuovo approccio pro-turco, ispirato anche dalla politica contemporanea (come lo abbiamo menzionato a proposito del viaggio persiano di Sándor Kégl), come un nuovo capitolo dell’idea moderna del nazionalismo, e una riceca delle radici storiche della nazione. Questa ricerca, insieme con l’orientalismo popolare dell’Ottocento, erano le fonti dei vigorosi studi orientali nell’Ungheria. È interessante notare, che, anche se le conoscenze acquistate durante i viaggi di Ármin Vámbéry nell’Asia Centrale diedero un impulso all’idea del pan-turanismo, tuttavia quest’ulteriore non era mai così forte nell’Ungheria, come in Finlandia o Giappone, dove godeva di alta popolarità (nella Finlandia prebellica la loro associazione aveva quarantamila membri), o in Turchia, dove per un periodo era l’ideologia ufficiale.


Tutto questo e molto di più è stato discusso da Pál Fodor, turcologo e storico, direttore generale dell’Istituto di Storia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, nella sua conferenza «Ungheresi e turchi nell’occhio dell’altro», organizzata il 3 dicembre nella serie delle Serate di caffè turco nel Palazzo Bobula dal Yunus Emre Enstitüsü, l’istituto culturale turco, che riceve il suo nome dal poeta e mistico sufi del Trecento.


La serie che si continua da ormai quattro anni si è cominciata in modo esemplare, come iniziativa civile. Ildikó Rüll e Ágnes Tóth, laureati in studi inglesi e studi internazionali, l’organizzano da mese in mese con grande entusiasmo e amore per la cultura turca. Come risultato, la serie è ormai diventata il fiore all’occhiello dell’Istituto Turco di Cultura di Budapest. Prima della conferenza abbiamo parlat con loro sule Serate, e Ágnes Tóth, che nel frattempo è diventata collega di tempo pieno dell’Istituto, ha anche parlato sul funzionamento di esso.

Ágnes Tóth

Quando si ha fondato l’Istituto, e quali sono i suoi principali obiettivi e programmi?

Ágnes Tóth: L’Istituto è stato ufficialmente inaugurato nel settembre 2013, ma noi avevamo già organizzato una serie di programmi culturali prima di quello. La serie delle Serate di caffè turco era il primo programma organizzato in questo edificio. Abbiamo anche altri eventi mensili regolari, come le serate di film turchi, o una «Conversazione Yunus Emre», tenuta solo in turco. Abbiamo anche alcuni eventi speciali, e partecipiamo a tali programmi popolari, come la Notte dei Musei, ma vogliamo anche collaborare con altre sedi di eventi popolari e istituzioni accademiche. In marzo abbiamo avuto un «Giorno Gül Baba», quando abbiamo organizzato una conferenza congiunta con l’Accademia Ungherese delle Scienze, e un concerto fuori l’edificio. Inoltre, insegniamo turco. Forse siamo diversi dalle altre istituzioni di questo tipo, che i nostri professori sono tutti turchi. Voglio dire, ora abbiamo anche un insegnante ungherese, ma anche lui ha studiato in Turchia, e richiediamo ai nostri professori di avere titoli accademici da università turche, e laurea in lingua o in letteratura turca.

Qual’è la distribuzione per età del pubblico alle serate di caffè e agli altri eventi dell’Istituto?

Á. T.: Questo dipende molto dai programmi. Per esempio, le serate dedicate al cinema vengono visitate da molti giovani, mentre il pubblico delle serate di caffè è variabile, dagli studenti universitari alle persone di settant’anni. Allo stesso modo, nella casa di danza e nei corsi di lingua abbiamo studenti di scuola superiore, e gente oltre settanta. Quindi è molto vario. Noi naturalmente cerchiamo di raggiungere le giovani generazioni, ma non vogliamo far passare in seconda linea i temi scientifici. Anche nel campo della musica vogliamo offrire un ampio spettro, dalla musica classica attraverso folk al jazz. Abbiamo avuto tutti i tipi di concerti.

Come si sono iniziate le serate di caffè? Come è nata l’idea?


Ildikó Rüll

Ildikó Rüll: Sia Ági e io abbiamo vissuto in Turchia, e ci siamo innamorati dlla sua cultura. Tutt’e due siamo tornate a casa molto entusiaste, alla ricerca di occasioni per incontrare questa cultura anche a casa. Ci siamo incontrati a uno di questi eventi, e abbiamo deciso di organizzare qualcosa di regolare. Ecco come le conversazioni di caffè turco si sono organizzate ogni primo mercoledì del mese. Volevamo creare una serata di discorso informale, scegliendo sempre un argomento da questo enorme gamma culturale, al quale invitiamo un esperto, ma gli chiediamo di introdurre il tema in solo 30 minuti, e il resto si basa sulle domande dl pubblico, così che queste serate sono di solito molto interattive. Mi ricordo di aver cominciato con otto partecipanti, seduti nella galleria di una piccola casa da tè, era molto accogliente. Più tard la voce si è sparsa, tutti invitavano più persone, abbiamo vagato da un posto all’altro, e dal febbraio scorso siamo stabilmente qui. L’Istituto non era ancora ufficialmente aperto, ma eravamo felici, perché questo è il posto migliore per questa serie, ed anche loro erano felici, perché questo è ancora l’evento di punta dell’Istituto. Siamo lieti di esser riusciti a formare una buona base in questi quattro anni, incontriamo tanti volti di ritorno, una comunità si è stata formata, e anche noi impariamo molto di queste serate, perché nessuna di noi è un esperto turco. I temi si sviluppano secondo le nostre interessi, ma anche il pubblico può suggerire argomenti.

Á. T.: Ed è anche importante, a quale argomento troviamo un speaker, perché ci sono un sacco di temi che ci interessano, ma non conosciamo nessun esperto di essi.

Perché proprio la cultura turca?

Á. T.: Neanche noi conosciamo ancora la risposta a questa domanda. (ride)

I. R.: Io solitamente rispondo che ci sono cose che non esigono una spiegazione razionale.

Á. T.: Non abbiamo legami familiari in Turchia. La nostra storia era solo che tutt’e due siamo andati in Turchia, e ci siamo innamorati del paese. Io sono stato prima in un’università estiva di un’organizzazione studentesca. Era allora che mi sono innamorata del paese, e da allora cerco di tornarci il più spesso possibile.

I. R.: E la mia prima volta è stato un viaggio privato. Forse è per questo che le serate di caffè turco sono tanto di successo, perché noi lo guardiamo in una luce diversa, infatti tutti siamo outsiders. È per questo che vogliamo organizzare discorsi informali, che sono differenti dalle lezioni universitarie. All’inizio sempre annunciamo, che non ci sono domande cattive, tutti possono chiedere ciò che vogliono, o commentare qualsiasi cosa, non devono aver paura di condividere le loro opinioni e pensieri. Il nostro obiettivo è di portare questa cultura più vicina a ciascuno. O se qualcuno pensa che lui o lei è interessato solo all’artigianato turco, ma non nella storia, dopo un paio di eventi gli possiamo dimostrare, che anche la storia e la letteratura può essere interessante, e così possiamo ampliare l’orizzonte di quelli che sono già interessanti al tema a un certo livello.

Che ne sapete, quanto vi si conosce in Turchia?

Á. T.: Notizie sull’Istituto appaiono regolarmente in Turchia, perché c’è una serie di agenzie di stampa, e i loro rappresentanti locali vengono regolarmente ai nostri eventi. Per esempio, il primo compleanno dell’Istituto è stato molto sbandierato in Turchia, ma non so se le serate di caffè sono state menzionate.

I. R.: Io penso che non ancora, ma per fortuna in Ungheria sempre più persone parlano di noi, per cui siamo molto contenti, perché tutto questo si è cominciato da un’iniziativa assolutamente civile, nessuno era dietro di noi. Questo è un good news story, come si può avviare un evento in collaborazione con altri.

Sicuramente non era semplice finanziarlo, soprattutto all’inizio…

Á. T: Sì, all’inizio siamo andati in posti, dove non abbiamo dovuto pagare l’affitto, e abbiamo sempre comprato un cioccolato sul nostro denaro per i speakers, che, tra l’altro, fanno le loro relazioni sempre senza stipendio. E poi, come l’evento è divenuto più grande, abbiamo dovuto andare in luoghi dove si doveva pagare l’affitto, per la tecnologia, il suono, il proiettore. L’abbiamo risolto cercando diversi uomini d’affari turchi – non solo uno sponsor, perché in questo modo probabilmente non ci avrebbero sostenuto, ma una persona diversa ogni mese, che ha pagato quella piccola somma per noi, e noi in cambio abbiamo ovviamente indicato il suo logo e annunciato il suo nome. Ma c’erano anche occasioni, quando non siamo riusciti di trovare uno sponsor, allora abbiamo raccolto donazioni. Come Ildi lo ha detto, abbiamo avuto molti ospiti ricorrenti, che vedevano, come abbiamo lavorato durante tutti questi anni, e che era veramente una passione per noi. Allora abbiamo messo una piccola scatola all’ingresso, e annunciato, che se a loro è piacciuta la sera, dovrebbero contribuire con quanto volevano…

I. R.: …e infatti, tutti hanno contribuito, con cinquanta centesimi, un euro, e quindi abbiamo raccolto l’importo per il prossimo affitto. Così eravamo in grado di organizzare la prossima occasiona con loro e per loro.

Come avete scelto gli sponsors? Avete per esempio cercato di trovare uno sponsor che era in qualche modo legato al tema della serata?

Á. T.: No, li abbiamo contattati solo sulla base di conoscenza.

I. R.: Visto che tutt’e due facevamo questo accanto al nostro lavoro principale, non lo potevamo considerare così consapevolmente, lungo un filo tematico. Ora, che Ági lavora nel’Istituto, cerchiamo di adattare anche le serate di caffè ai temi dell’Istituto, che cambiano ogni mese o due mesi.

Quali sono i vostri progetti per il futoro? Progettate anche altri programmi, ad esempio escursioni urbane che si concentrano sull’eredità ottomana di Budapest?

Á. T.: Gli eventi regolari si continuano nell’Istituto, e sicuramente parteciperemo alla Notte dei Musei. Come fino ad ora, cercheremo di trovare un tema speciale per ogni mese. Il maggio successivo, per esempio, sarà speciale, perché si concentrerà sulla gastronomia, ci saranno colazioni e cene tradizionali, corsi di cucina turca.

I. R.: Molte persone vengono da noi e dicono, come sarebbe bello se avessimo organizzato delle escursioni urbane del genere, e perciò ci siamo già pensati. In realtà tutto dipend dalle risorse umane, se possiamo concentrarci anche su questo, e abbiamo abbastanza energia per organizzarlo. Ma comunque sarebbe molto buono, ora, che una comunità si è già formata attorno alle serate di caffè, sulla quale possiamo già costuire.


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Foto della serata da Dániel Végel, dal sito Facebook del Yunus Emre Budapest.

giovedì 12 settembre 2013

Orientalista in abiti dervisci

Ármin Vámbéry in abito di derviscio, dopo il ritorno dal suo viaggio nell’Asia Centrale,
fotografato in uno studio di Londra

Quattro anni fa eravamo in grado di illustrare solo con questa foto il post dedicato a Mullah Ishak, il giovane theologo di Khiva, che divenne un discepolo di Ármin Vámbéry, quando quest’ultimo ha viaggiato per l’Asia centrale mascherato da derviscio. Tanto che quando Vámbéry finalmente si è smascherato a Costantinopoli, Ishak ha deciso di seguirlo anche alla Frengistan infedele, e divenne bibliotecario dell’Accademia Ungherese delle Scienze. È morto in Ungheria, e la sua tomba nel cimitero rurale di Velence è divenuto una sorta di sito di pellegrinaggio segreto per gli orientalisti ungheresi.


Solo recentemente abbiamo trovato nel numero 1864/3 della rivista Az Ország Tükre (Lo Specchio del Paese) la litografia fatta poco dopo il loro ritorno a Pest, che rappresenta anche il Mullah vicino a Vámbéry seduto in abiti dervisci. I suoi occhi vivaci e brillanti allegramente contrappuntano la posa tetra di Vámbéry, riflettando il suo spirito intraprendente, e spiegando perché Vámbéry gli indirizzava le sue lettere come a quel mascalzone del Mullah tartaro.




Non è per caso che abbiamo trovato la rivista appunto ora. Tre anni fa, quando ho presentato la nostra pagina web sul più grande iranologo ungherese, Sándor Kégl – vi ricordate, l’uomo con il gatto –, composta dal materiale della Collezione Orientale della Biblioteca dell’Accademia Ungherese delle Scienze, dopo la presentazione mi si è fatta la domanda: visto che stiamo sistematicamente pubblicando l’eredità dei più grandi viaggiatori ungheresi all’Oriente, Ibrahim Müteferrika, Sándor Kőrösi Csoma, Aurél Stein, Sándor Kégl, Dávid Kaufmann – vedere l’elenco completo qui –, quando toccherà allo studioso, che è forse il più noto fra  di loro a livello internazionale per il suo incredibile dono per le lingue, e soprattutto per le sue molte facce. Ora ne è venuto il tempo.


Domani sarà il centenario della morte di Ármin Vámbéry, il povero precettore ebreo e noto professore universitario, diplomatico e derviscio, un amico personale del sultano turco, dello scià persiano e del primo ministro britannico, il fondatore delle ricerche orientali nell’Ungheria. Domani alle cinque, alla conferenza internazionale tenutasi nella Biblioteca dell’Accademia Ungherese delle Scienze, presenteremo il sito web preparato dalla sua eredità conservata nella Collezione Orientale, che illustrerà, se non tutte, almeno una dozzina delle sue molte facce. Dopo la presentazione pubblicheremo il link qui in basso, e poi dedicheremo alcuni posts speciali al materiale incluso e non incluso nel sito. Venite, ascoltate, tornate a leggerci.