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venerdì 16 dicembre 2016

Il falso amico


I timbri postali spesso si associano con storie sorprendenti. Tuttavia, una storia più sorprendente del seguente non leggeranno oggi. L’oggetto seguente è apparso oggi su un sito di aste:

«Timbro postale con l’iscrizione Poštovní úřad Ilnice in ceco e serbo, dal villaggio albanese di Ilnice / ca 1910 Albania, Ilnice, Czech postal station seal maker 36 mm»

Ha dovuto essere infatti un momento storico, il culmine del multiculturalismo dei «tempi felici di pace», quando il primo ufficio postale fu aperto nel villaggio di montagna albanese di Ilnicë, tra le pittoresche montagne dei Balcani, non lontano dal confine macedone di oggi. E che ufficio postale! Con il timbro bilingue, in ceco e serbo, e con il leone a due code al posto dell’aquila a due teste dell’impero austriaco o del regno albanese. E questo nel 1910, quattro anni prima della Grande Guerra, e otto anni prima dei grandi cambiamenti di confine dell’Europa centrale. Che bell’armonia delle nazioni dell’Europa centrale! Oh, se fosse rimasto così!


Ma non è rimasto così. E forse così non era mai. Infatti, che è la fonte di questa localizzaione? Il fatto che, se si cerca «Ilnice», Google punta al villaggio albanese. Non c’è altro risultato. Se invece con un minimo di buon senso si pensa a dove e quando si usava contemporaneamente iscrizioni ufficiali in ceco e in cirillico sotto gli auspici del leone a due code, si rende conto che non poteva essere che nell’angolo diametralmente opposto dell’ex monarchia austro-ungarica, in Rusinsko, annesso dall’Ungheria alla Cecoslovacchia nel 1920. E poi è già facile da trovare, non lontano da Nagyszőlős/Vinogradov, lungo il torrente Ilnicka, il villaggio di Ilonca (in ceco Ilnice, in rusino Ильниця, in rumeno Ilniţa, nel moderno nome ufficiale ucraino Ільниця), del quale nessun nome storico, come quelli sul timbro, sono noti da Google.

Nella linguistica un “faux-ami”, falso amico è una parola che suona in modo simile in due lingue, ma ha un significato diverso in ciascuno. Come il ceco Ilnice e l’albanese Ilnicë. La descrizione d’asta di sopra anche dimostra, che senza la dovuta attenzione e critica delle fonti, anche Google può essere il tuo falso amigo.

Non siamo riusciti di trovare alcuna cartolina contemporanea di Ilonca. Questa è dalla vicina Ilosva, che si trovava più vicino alla strada principale e la ferrovia, e così poteva contare su più clienti di cartolina. In ogni modo è più vicino a Ilonca che l’albanese Ilnicë.

martedì 17 marzo 2015

Lettere a San Pietro dalla Rutenia


Nel trattato Modus epistolandi, cioè L’arte di scrivere lettere (1488), che era molto popolare nell’Europa del Rinascimento, Francesco Nigro ha dato istruzioni retoriche precise e dettagliate per la scrittura di non meno di venti tipi di lettere. Il primo era il commendatitium o lettera di raccomandazione, che era diviso in due sottotipi, e ciascuno di essi in quattro parti obbligatorie. In seguito molti altri umanisti hanno aggiunto i loro due centesimi a queste norme retoriche, raccogliendo e adattando le idee e gli esercizi dell’antica progymnasmata. Non solo Erasmo, Vives e Lipsio, l’elenco è molto più lungo: Gasparino Barzizza, Juan Lorenzo Palmireno, Giulio Cesare Capaccio, Bartolomé Bravo, Juan Vicente Peliger, Badio Ascensio, Sulpizio di Verola, Gaspar de Tejeda, Henri Estienne, Basin de Sendacourt, Heinrich Bebel, Valentinus Erythraeus, Pietro Bembo, Tomás Gracián Dantisco, Espinosa de Santayana, Moravus de Olomouc, e così via. E benché nessuno di questi autori ci abbia offerto un’istruzione per scrivere lettere di raccomandazione all’Aldilà, tuttavia tali lettere esistevano, erano regolarmente scritte seguendo formule controllate, cosparse con il polverino, sigillate, e indirizzate a non meno che allo stesso San Pietro, nelle sue proprie mani.

La notizia di queste lettere venne alla Spagna dalla Rutenia, come l’umanista, numismatico, arcivescovo di Tarragona, e straordinariamente curioso uomo, don Antonio Agustín (1517-1586) l’ha notato nel suo taccuino manoscritto. A folio 23 di questo libretto, chiamato Alveolus, e scritto attorno a 1555, troviamo questa relazione sulla tradizione della «chiesa rutena»”: *


“Rutheni populi Moschouitarum sunt Polonis contigui, quorum regem adgnoscunt; et in religione Patriarcham Constantinopolitanum, cuius ritum, ceremonias et instituta sequuntur. Eorum prouincia nunc Russia nuncupatur. Lingua Dalmatica loquuntur, cuius per uniuersum orientem magnus usus est; characteres mixti Grecis atque Barbaris Sclauonicis quos appellant. Hi populi ridiculam consuetudinem exequiarum obseruant. Mortuorum enim parentes affines propinquí et amici, litteras ab Archiepiscopo prouintiae suae accipiunt, et sigillo et subscriptione firmatas: quibus Archiepiscopus sancto Petro scribit, mortuum propinquum et amicum commendans; rogans mortuo liceat in consortium coelitum adscribi. Quae littere mortui manui inseruntur; unaque cum iis, tamquam eas diuo Petro Vitae Innocentiaeque suae testes redditurus, sepelitur. Emuntur autem magno tales littere; neque cuiquam nisi soluenti pecuniam conceduntur. Quo fit, ut pauperes eas non accipiant, scribuntur lingua Dalmatica. Earum formulam, ex ea lingua translatam in Latinam a Georgio Ticinensi Lithphano, infra suscribi iussimus:

«MACARIVS Dei gratia Ecclesiarum Domini Dei nostri in hoc corruptibili mundo uicarius, tibi Petro qui olim summus Christi in terris uicarius extitisti, notificamus: quod nuper non sine ingenii moerore, Dilecti filii Ecclesiae Dei, nobis rettulerunt; quendam Nicolaum Gregorii Filium, hanc miseriis plenam uitam reliquisse; in aliumque felicem ac deliciis plenum mundum commigrasse. In quo fidelium omnium animulae, omnibus desiderato Domini nostri Jesuchristi, eiusque matris incorruptae intuitu frui ac gaudere numquam cessant. Quas opera tua in regnum coelorum, cuius ianitor et clauiger existis, esse admissas receptasque nemo ambigit. Nam eam clauium potestatem, ipse humani generis restauratos, tibi iam in coelis uero in terris indubie concessit, quos suarum Ecclesiarum in hoc mundo presides esse uoluit.

Cum igitur officii nostri sit ad te, de conuersatione eorum qui relicto hoc mundo istuc commigrant, rescribere, ideo, indubiam tibi litteris his nostris fidem facimus Nicolaum Gregorii Filium, toto tempore uitae suae pie ac christiane uixisse, neminem offendisse, ac omnia Ecclesiarum Dei praecepta, diligenter obseruasse. Quem, prius quam deo conditori suo spiritum commodaticium reddidisset, ab omnibus suis peccatis, quibus diuinam Maiestatem aliquando offendit, absoluimus. Et, propterea iustum esse censemus, quod in conspectum Domini Dei conditoris nostri admittatur; electorumque Dei numero tuis meritis precibusque adiutus, adscribatur. Quod ut pro more officioque tuo facias, supplices petimus. Datum, etc. Sub manu, et sigillo nostro.»” (Alveolus. Manuscrito escurialense S-II-18, Madrid, FUE, 1982, 33-35.)


«I ruteni sono un popolo moscovita nella vicinanza dei polacchi, il cui re riconoscono come loro signore. In materia religiosa riconosconon il Patriarca di Costantinopoli, e seguono i suoi riti, cerimonie e istituzioni. La loro regione è ora chiamata la Terra dei Russi. Parlano la lingua dalmata [slavo ecclesiastico], che è abbastanza diffusa in tutto l’Oriente. La loro scrittura è un misto del greco e delle lettere della barbara lingua slava, come la chiamano. Questi popoli hanno un ridicoloso rito funerale. I parenti e gli amici stretti del defunto ricevono una lettera sigillata e firmata dall’arcivescovo della diocesi, il quale la indirizza a San Pietro, raccomandando il defunto nella sua amicizia e compagnia. Mettono questa lettera nelle mani del defunto, e lo seppelliscono con essa, come testimonianza della sua vita e innocenza. Queste lettere hanno un prezzo elevato, e non si concedono a nessuno a meno che non paga per loro. Così i poveri non le possono avere. Sono scritte in lingua dalmata. Il loro testo, tradotto da Giorgio di Pavia da questa lingua, è come segue:

ʻMakarios, per grazia di Dio vicario della Chiesa di Dio nostro Signore in questo mondo corruttibile, comunichiamo a te, o Pietro, che una volta eri il vicario supremo di Cristo in questa terra, che di recente siamo stati visitati da alcuni amati figli della Chiesa di Dio, che avevano raccontato con grande dolore, che un certo Nicola, figlio di Gregorio ha lasciato questa vita piena di miserie, e si era trasferito a quella felice, piena di gioia, in cui le animule di tutti i credenti non smettono di gioire e godere della visione, desiderata da tutti noi, del nostro Signore Gesù Cristo e della sua Madre incorrotta. Alla quale senza dubbio sei tu che le ricevi e le permetti di entrare, essendo tu il guardaportone del regno dei cieli, poiché nella tua mano depositò il potere delle chiavi il Rinnovatore della razza umana, che voleva che tu sia il superiore della Sua Chiesa in questo mondo.

Essendo quindi nostro dovere riferirti della condotta di coloro che si trasferiscono di questo mondo a quello, ti facciamo sapere senza dubbio e testimoniamo con fede, che Nicola, figlio di Gregorio ha vissuto in modo pio e cristiano per tutto il tempo della sua vita, non facendo male a nessuno, e diligentemente osservando tutti i comandamenti della Chiesa di Dio. E prima di consegnare la sua anima a Dio, suo Creatore, lo abbiamo assolto da tutti i peccati, con cui aveva mai offeso Sua Divina Maestà. Riteniamo pertanto giusto permettergli di essere ammesso alla presenza di Dio, nostro Signore, e iscritto tra il numero degli eletti, con l’aiuto dei tuoi meriti e preghiere. Ti preghiamo di concederlo e farlo per la tua solita misericordia e condiscendenza. Data ecc. Dalla nostra mano e sigillo.’»


La nostra immaginazione è infiammata dal prezzo elevato che si doveva pagare all’arcivescovo per queste lettre, e che li ha resi inaccessibili ai poveri. Come poteva essere il mercato nero di queste lettere, le violazioni dei sepolcri, l’eliminazione del nome del defunto nella lettera, e la loro disposizione nella mano di un altro, meno ricco defunto, le raffinate tecniche dei falsari specializzati di firme e sigilli, con i quali erano in grado di ingannare lo stesso guardaportone del Paradiso… O forse questa idea è del tutto inconcepibile per un ruteno, e può sorgere solo nella picaresca fantasia iberica?

Ma se è così, come ha potuto una di queste lettere finire nelle mani di Don Antonio?


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Le nostre illustrazioni sono bandiere processionali dei villaggi ruteni nella collezione del Museo dell’Icona di Leopoli/Lviv/Lwów/Lemberg


martedì 3 giugno 2014

Addio a Jasinia


Negli ultimi mesi, per questo o quel motivo, siamo ripetutamente tornati a Kőrösmező/Jasinia, il «villaggio russo-tedesco» alla sorgente del fiume Tisa, sotto il Passaggio dei Tartari che porta a Galizia. Prima abbiamo condiviso le scoperte del nostro tour dell’estate scorso, poi abbiamo ricordato quelli che «hanno perso la vita in una procedura d’immigrazione», o, guidati dal viaggiatore d’anteguerra Sándor Török, siamo saliti alla frontiera polacca, e poi abbiamo preso con lui un treno alla stazione di confine. Nel post di ieri, guardando in giro dalla collina della chiesa Strukovska, e decifrando lo strano messaggio in a bottiglia di una cartolina di cento anni, abbiamo penetrato nella storia travagliata di questa regione. Ora, dopo aver raccontato tutto ciò che ne avevamo da dire, lasciamo Kőrösmező per un po’, almeno fino a quando saremo in grado di condurre di nuovo una visita alla sorgente della Tisa Nera. Gli diciamo addio con le immagini malinconiche del blog fotografico ceco ajedna, che, proprio come gli scritti di Ivan Olbracht, bene attestano, con quanto amore e nostalgia vive questa regione anche nella memoria di un altro popolo.


Dunaio, Dunaio, canzone popolare rusino, registrato nel 2010


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mercoledì 28 maggio 2014

Referendum


Quando mi sono accorto di loro per la prima volta, attraverso la finestra sporca del tram numero 5 che avanzava lentamente per la sua strada lungo il fiume Moldava, non potevo comprendere il loro senso. Erano davvero una serie di manifesti di propaganda che agitavano per l’annessione della Subcarpazia alla Repubblica Ceca? Erano davvero volutamente esposti nelle cornici di pietra che, prima del 1989, servivano all’esposizione della propaganda comunista ai viaggiatori lungo una delle arterie più trafficate di Praga?

Ho chiuso gli occhi, e poi li ho aperti di nuovo. Sì, sembrava essere vero.


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Sarebbero la prova di qualche latente filo di speranza ceca, una nostalgia per un mitico passato slavo, un anelito di riunificazione con Podkarpatská Rus, il fratellino perduto di Československo? La risuscita degli irredentisti cechi, incoraggiata forse dalla recente deglutinazione di tutta la Crimea in un unico boccone dalla parte di Putin?

La cosa mi pareva in parte anche satirica, e così sono andato a consultare l’internet per saperne di più. È vero che prima del 1989 le sei cornici in pietra, costruite nel muro che separa la collina Letná dal lungofiume che ha preso il nome da Edvard Beneš e Capitano Otakar Jaroš, si usavano per la propaganda socialista. Dopo il cambio del regime caddero in disuso. Nel 2005 sono stati messi in uso di nuovo, come una galleria pubblica all’aperto, denominata Artwall.

La mostra attuale, Verchovina, è di un gruppo di artisti slovacchi noti come Kassaboys, che provengono da Košice (Kassa in ungherese). I manifesti sono documenti di un referendum fittizio per riunire Cecoslovacchia con la Subcarpazia, che era parte integrale della repubblica dal 1918 al 1938. Gli artisti stessi affermano, che il lavoro è una reazione agli eventi in corso nell’Ucraina, dove un referendum fittizio, organizzato in realtà, ha riportato la Crimea sotto il dominio russo. E la scelta degli slogan: integrazione, collegamento, affiliazione, annessione, ponderano il possibile futuro di Podkarpatská Rus (e, pars pro toto, dell’Ucraina) in rapporto all’Unione europea.

referendum referendum referendum referendum referendum referendum referendum I manifesti originali dimostrano che essi sono stati composti aggiungendo gli slogan rossi sulle illustrazioni di un fascicolo turistico in lingua tedesca della Subcarpazia dagli anni 1930

Si può leggerne di più sul sito Artwall (in slovacco) e dall’articolo dell’Aktualně.cz (in ceco).


giovedì 30 gennaio 2014

Frasin

«Kőrösmező [Yasinia]. Preghiera dei zattieri all’arrivo dell’acqua della diga»


„Ngs. [Nagyságos] Tabéry Géza urnak, Oradea-Mare, Kálvária útca 21.

Édes Gézám,
oly szép ez a vidék, ahol járunk, hogy idekivánunk benneteket is. Pompás helyek, kitünő koszt, szegény zsidók és rongyos oroszok… Igen érdekes helyek. Cseh-lengyel határnál, néha átjárunk 14°-os pilseni sört inni Csehiába. Kár hogy oly kevés a hátralevő idő, de vigaszul szolgál, hogy visszatértünk utján ujra meleg és értékes aranyos közeletekben leszünk pár órára. Igen nagy szeretettel gondolunk rátok! Károly.”
«All’Egregio Signore Géza Tabéry, Oradea-Mare, via Kálvária 21.

Mio caro Géza,
questa regione, dove siamo, è così bello, che magari anche voi foste qui. Splendidi luoghi, eccellente cibo, poveri ebrei e cenciosi russi… Posti molto interessanti. A volte attraversiamo il confine cecco-polacco per bere birra di Pilsen a 14°. Peccato che ci è rimasto tanto poco tempo, ma è una consolazione che al nostro ritorno passeremo un paio d’ore nella vicinanza della vostra calda, preziosa e gentile compagnia. Pensiamo a voi con tanti affetti. Károly»

Dopo il post precedente vorremmo rimanere ancora per un paio di posts in Kőrösmező/Yasinia. Ma finché si completa il prossimo post, invitiamo i nostri lettori a un nuovo gioco.

Kőrösmező/Yasinia nell’odierna Subcarpatia/Zakarpattya, Ucraina
Come sappiamo, fra le due guerre mondiali Kőrösmező/Yasinia (a quel tempo, Jasiňa) apparteneva alla Cecoslovacchia insieme a tutta la Subcarpatia, e fu trasferito de facto solo nel 1944, e de jure nel 1947 all’Ucraina. Tuttavia, la cartolina di sopra, che abbiamo trovato su un sito di aste, è stato inviato con una didascalia stampata in rumeno e timbro rumeno da Kőrösmező (qui chiamato Frasin) a Oradea-Mare. In aggiunta, il mittente scrive che a volte «vanno oltre la frontiera» nella Cecoslovacchia per prendere una birra di Pilsen.

Come è questo possibile?

E in generale, una vecchia cartolina come questa è sempre un messaggio in bottiglia, che da notiza circa qualche storie complicate e interessanti. Quali possono essere le storie dietro questa cartolina, compreso il timbro rumeno e l’etichetta ungherese «Levelezőlap» (Cartolina) sovrastampata, il destinatario e Oradea-Mare, la «preghiera dei zattieri» e i zattieri di Kőrösmező; ed appartevano questi ultimi ai «poveri ebrei» o ai «cenciosi russi»?

Ai nostri esperti soliti li chiediamo di lasciare i lettori «outsider» indovinare per un paio d’ore prima di commentare, e nel frattempo inviarci i vostri eventuali materiali al post in preparazione su questa storia. :)