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lunedì 28 novembre 2016

«Templi ebraici». Reliquie di un periodo d’oro


La Legge d’Emancipazione del 1867 – che oggi centoquarantanove anni fa fu approvato all’unanimità dal parlamento ungherese – aprì la strada per l’ascesa sociale agli ebrei ungheresi. Allo stesso tempo, il Compromesso austro-ungarico portò un boom economico mai visto per tutto il paese. La borghesia ebraica aveva tutte le ragioni per pensare che Canaan è già qui (come fu detto in un altro contesto dal grande poeta contemporaneo Sándor Petőfi).

Questo sentimento, quest’atmosfera orgogliosa e fiduciosa dell’emancipazione sociale ed economica si manifestò nelle grandi sinagoghe costruite alla fine del secolo. Come Tamás Halbrohr, emerito superiore della sinagoga di Szabadka/Subotica cita le parole dei loro costruttori, «noi costruiamo non sinagoghe, ma templi ebraici», centri sacri alla pari con le chiese cristiane, il cui disegno e soluzioni architettoniche ricordano anche il Tempio di Gerusalemme e l’età d’oro con esso associato. Tali erano le sinagoghe delle grandi città, Budapest, Pozsony/Bratislava, Nagyvárad/Oradea, Szeged, il cui stile storicista e spesso orientalista evoca i millenni della storia ebraica. O le impressionanti sinagoghe della grande pianura ungherese, Hódmezővásárhely, e soprattutto Szabadka/Subotica, che utilizzarono i motivi dell’«Art Nouveau ungherese», ideato dagli architetti di Budapest, per l’espressione della loro identificazione con la nazione ungherese.


Nel corso dell’anno scorso abbiamo visitato questi magnifici templi ebraici con la squadra di Eti Peleg. In ogni luogo abbiamo parlato con storici dell’arte, architetti, storici locali, i membri della comunità locale, per evocare le intenzioni dei costruttori e committenti di una volta, e lo spirito del tempo che prese corpo negli edifici. Lo spirito di un tempo che, se non lo contempliamo con la nostra saggezza retrospettiva, attraverso la prisma della tragedia di un mezzo secolo dopo, possiamo davvero considerare come l’età d’oro degli ebrei ungheresi.

Il film è completo, ora siamo alla ricerca di distributori. Nel frattempo pubblichiamo il seguente breve riassunto. E ancora una volta ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito alla sua preparazione.



mercoledì 16 novembre 2016

Le tre sinagoghe del campo di concentramento


All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il numero degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti «studenti ebrei erranti».



La loro erranza si concluse nel 1940 con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno, Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di generi alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

Campo di Ferramonti

Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti, agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

Padre Callisto Lopinot

Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.



Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva «il capo dei capi» che relazionava con la direzione del campo.

Il Rabbino Pacifici al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

Matrimonio ebraico

Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

Interno di una delle tre sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

Baracca adibita ad atelier per artisti. Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata, molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli inglesi che impedirono a molti di emigrare in Palestina. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

Brigata Ebraica a Ferramonti


Molti di loro divennero famosi in campo artistico, letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese, divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato a Budapest, in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico jugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo ʻsospeso’, il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramonti di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di «ebrei Genovesi». Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri: Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili in rete dall’Università di Bologna, dal Comune di Ferramonti. Ne voglio condividere alcuni convinta che molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità.

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Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato nel 1913 a Lemberg/Lwów, allora Austro-Hungaria e più tardi Polonia, laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico del padre.

David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova, dove era stato imprigionato a Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria. Brody era uno dei centri più importanti dell’ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco, e strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei, e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.



La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco, o deportati e morirono nei campi di concentramento.

Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al 30 luglio del 1942 quando fu confinato a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato, ha avuto un figlio ed è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della Segreteria studenti Dipartimenti della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche, senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu, in fondo, una storia di salvezza.

venerdì 8 aprile 2016

Il marinaio ebraico


Pola è una cittadina affascinante nell’Istria, in una baia profonda dell’Adriatico. Ha un anfiteatro romano e un arco trionfale, una piazza principale medievale e un municipio rinascimentale, una fortezza veneziana, un mercato coperto nello stile della Monarchia, e un museo archeologico permanentemente chiuso. E un secolo fa aveva anche un porto militare.

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La mappa di Pola dal Baedeker Österreich-Ungarn del 1910. In alta risoluzione qui. Cliccando su qualsiasi punto, si può sfogliare le vecchie cartoline.

Nel 1859 la marina asburgica ha scelto il porto di Pola per la sua principale base navale e il centro della costruzione di navi. Così rimase fino al 31 ottobre 1918, l’ultimo giorno della guerra, quando un paio di ufficiali italiani, ispirati da D’Annunzio, eseguirono l’atto più eroico della marina italiana, e segretamente fecero saltare in aria nel porto di Pola la corazzata Viribus Unitis, la nave ammiraglia della Monarchia. L’unico neo era che gli eroi non sapevano che la guerra era già finita, e la nave era stata consegnata al recentemente creato stato degli slavi del sud, i cui quattrocento marinai così perirono nell’esplosione.

Questo dimostra anche che l’equipaggio della flotta era sempre stata multi-etnica, come la stessa Monarchia. Oggi in particolare i cechi sentono grande nostalgia per il primo e ultimo mare della loro storia – se non contiamo quello che Shakespeare ha dato a loro –, e nell’anno scorso l’hanno commemorato con una grande mostra e con dei volumi di memorie dei marinai cechi e moravi della Monarchia, di cui riferiremo a breve. Secondo le statistiche, i cechi e i tedeschi esercitavano soprattutto funzioni tecniche e organizzative, la maggior parte degli artiglieri erano ungheresi, mentre i marinai per lo più italiani e croati. Ma abbiamo conoscenza anche di marinai rusini, polacchi e rumeni, e a cavallo del secolo anche quattro ufficiali ebraici hanno servito a Pola. Tuttavia c’era solo un marinaio ebraico nella Monarchia: Aurél Göndör, il popolare attore comico di Budapest.



Aurél Göndör: Héber tengerész (Marinaio ebraico), c. 1909

Tudja rólam mindenki, hogy nem vagyok merész
Leider mégis vagyok én egy héber tengerész.
Tauli * lettem, be is hívtak engemet Pólába
S ott tartottak tengerésznek ebbe a gúnyába

Refr:
Hej, mondd Lipi, hitted-e, hogy tengerész leszel
Hogy életedben a hajón szolgálatot teszel
No de sebaj, nem busulok, sorsom bár nehéz:
Én vagyok az egyedűli Jordán-tengerész.

Hogyha már a kegyetlen sors engem idetett,
Ó, Jehova, hallgasd meg az én kérésemet:
Zsidó vagyok, vitorlázom sima Adrián,
Add meg nékem, Jordán vizén legyek kapitány.

Refr, azzal az utolsó sorral:
…én vagyok az egyedűli zsidó tengerész.

Hogyha járnak dühös szelek, s minden háborog
A hajó kész ringlispíl, amely forog-forog.
Én áthajlok a korláton, s mérgem kiadom
Fájó lelkem ott kóvályog zsidó piacon (?)

Refr:
…én vagyok az egyedűli Jordán-tengerész.

Én Istenem, hogy hiányzik a hajón a nő.
Éjjel csupa tűz a testem, és a fejem fő.
A tengertől ovakodjék Izráel szent népe:
Csak álmában áll előtte Vénusz asszonyképe.

Refr:
Lipi, Lipi, ne busulj, ha letelik időm
Hazamegyek, szabad leszek, lesz is szeretőm
Szőke-barna, mindenfajta, zsidó-keresztény,
Minden leány így kiált: Lipi derék legény!
Tutti sanno che non sono avventuroso
Leider, sono diventato un marinaio ebraico.
Ero tauli, * così mi hanno portato a Pola,
e m’hanno tenuto come marinaio in questo uniforme.

Ritornello:
Dimmi, Lipi, hai mai pensato di diventare marinaio?
o che mai servirai in una nave?
Ma non m’affliggo, anche se il mio destino è pesante:
Io sono l’unico marinaio sul Giordano.

Se già il destino cruele mi ha messo qui,
oh, Geova, ascolta la mia richiesta:
sono ebreo, sto navigando sull’Adria liscia
dammi che diventi capitano sul fiume Giordano!

Ritornello, con l’ultimo verso:
…Io sono l’unico marinaio ebreo.

Quando i venti arrabbiati muovono tutto,
la nave è una giostra che sta girando intorno.
Mi chino oltre la ringhiera, do fuori la mia rabbia,
e la mia anima si raggira nel mercato ebreo.

Ritornello:
…Io sono l’unico marinaio sul Giordano.

Oh Dio mio, quanto mi manca la donna nella nave!
Di notte il mio corpo e testa sono tutto in fiamme.
Il santo popolo d’Israele si guardi dal mare
dove la bella Venere si vede solo nei sogni.

Ritornello:
Lipi, Lipi, non importa, il tuo tempo finirà una volta,
andrò a casa, sarò libero, avrò un sacco di amanti.
Bionde, brune, qualsiasi tipo, ebree e cristiane,
tutte le ragazze gridano: Lipi è un ragazzo bravo!

Non sono sicuro come tradurre esattamente ciò che nell’originale è «jordán tengerész», «marinaio giordano». «Giordano» non può essere il nome di un popolo, come «ebreo» nello stesso verso più tardi. L’autore ovviamente non poteva avere in mente il regno giordano, che divenne indipendente solo nel 1946, e con il quale non si sarebbe neanche identificato. Forse si immagina piuttosto come un marinaio sul Giordano, come lo chiede esplicitamente nella sua preghiera. Questa riferenza mostra il post quem del canzone, l’inizio del secolo, quando sia il sionismo che il cantate hanno raggiunto i loro primi grandi successi. E il fatto che può apertamente dare voce al suo desiderio verso le donne cristiane, si riferisce anche a un triste ante quem, a cui per fortuna non è arrivato. Morì nel 1917, ancora prima dello scioglimento della Pola austroungarica.

È forse lui, Aurél Göndör, in uscita a Pola? (Fortepan)

…e nel servizio?

Il disco di gramofono, pubblicato intorno 1909, è stato digitizzato da Gramofon Online, insieme a vari altri dischi di Aurél Göndör. E ora il Museo ed Archivi Ebraici di Budapest hanno salutato con esso la loro mostra centenaria da aprire domani, sabato sera alle 20:15. La cui visita si consiglia a tutti i nostri lettori. Mazel tov!


mercoledì 27 gennaio 2016

Lo sfratto, parola dolce a Pitigliano


Detto così pare impossibile. E così non fu per gli ebrei che nel sec. XVII vivevano in Maremma, espulsi dallo Stato della Chiesa nel XVI secolo, nella zona compresa tra Sovana e Sorano. Cacciati dalle loro case dall’editto del 1619 di Cosimo II de’ Medici, furono obbligati a vivere nel ghetto di Pitigliano, a ridosso della sinagoga. L’avviso di lasciare le loro case venne dato con un bastone battuto sulle porte e cento anni più tardi gli ebrei di Pitigliano vollero ricordare questo evento con un dolce, fatto da un impasto di miele e noci, scorzette di arancia e anice, rivestito da una sottile cialda dal colore del pane.


Pitigliano, città del tufo di origini etrusche, è uno dei più belli borghi d’Italia. A cavallo tra la Maremma Toscana e il Lazio, venne chiamato “La piccola Gerusalemme” a causa dell’importanza della numerosa comunità ebraica che vi si stabilì a partire dalla metà del  XVI secolo. Si trattava per lo più di ebrei sefarditi spinti in quell’angolo di Toscana dalla Bolla di Papa Paolo IV del 1555 con cui venne imposto agli ebrei di vivere in un certo numero di vie dove non fosse possibile il contatto con i cristiani, di fatto istituzionalizzando il ghetto, e di indossare abiti che ne rendessero immediato il riconoscimento. A queste direttive si uniformò anche Cosimo II de’ Medici e gli ebrei del Granducato di Toscana, anche quelli provenienti da Sorano e Sovana,  che non vollero accettare questa politica persecutoria emigrarono nella contea di Pitigliano, governata dagli Orsini, ben felice di ospitare la comunità ebraica, colta e a cui spesso venivano assegnate terre paludose e infestate dalla malaria.

A Pitigliano gli ebrei vissero ben inserendosi nella comunità locale, godettero di libertà altrove non concesse e sviluppare il commercio e l’artigianato. Nel 1571 fu autorizzata l’apertura di un banco di prestito e agli ebrei che vi lavorano fu concesso di non esibire il contrassegno di riconoscimento e il diritto di difesa. Nel 1598 fu eretta la sinagoga. Con l’annessione dei territori al Granducato di Toscana si eresse il ghetto, furono limitate le attività commerciali e gli ebrei furono costretti ad indossare il distintivo giallo. Si chiuse il banco di prestito e le condizioni economiche degli abitanti del ghetto lentamente peggiorarono. Tra il XVII e il XVIII secolo giunsero a Pitigliano anche gli ebrei in fuga da Castro, e di fatto quella di Pitigliano rimase la sola comunità ebraica della Maremma. Con l’avvento degli Asburgo Lorena, 1765, la comunità tornò a godere dei propri diritti e si realizzò il suo pieno inserimento in quella cristiana locale, tanto che furono proprio i cattolici ad impedire la distruzione del ghetto ad opera dei Viva Maria, truppe antifrancesi. Nel XIX secolo la comunità raggiunse la sua massima espansione: venne istituita una scuola per l’insegnamento ad ebrei e cristiani, una biblioteca e un istituto per l’assistenza agli ebrei poveri. Personaggi fondamentali per l’ebraismo italiano nacquero a Pitigliano: tra loro i fratelli Servi, fondatori della rivista Vessillo Israelitico, e Dante Lattes, fondatore della casa editrice con lo stesso nome, benemerita per la diffusione della cultura ebraica in Italia, e uno dei rappresentati di spicco del sionismo italiano.

La progressiva normalizazione della comunità ebraica pitiglianese fu probabilmente anche la causa della sua dispersione: si passa da 400 unità alle 70 del 1931, aggregate alla comunità ebraica di Livorno. Non risparmiarono nessuno le leggi razziali del ’38 e ad oggi gli ebrei rimasti a Pitigliano sono 5.

Ciò non ha impedito di procedere al recupero e alla valorizzazione dell’antico ghetto ebraico, oggi visitabile. Le stanze ad oggi aperte al pubblico sono il bagno rituale femminile, che probabilmente usufruiva delle acque curative  già sfruttate dagli etruschi e oggetto di culto, la cantina, il macello kasher, il forno degli azzimi, la tintoria, la cisterna, e non ultima la sinagoga. Costruita nel 1598, fu restaurata nel ‘700, nell’800 e nel 1931 la facciata è stata arricchita con stucchi rococò. Al momento della sua chiusura nel 1956 l’aron è stato trasferito nella sinagoga di Karmiel, in Israele.  Il restauro definitivo è stato fatto nel 1995 ad opera del Comune di Pitigliano e oggi vi si svolgono i riti.

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Della gestione del patrimonio ebraico si occupa l’Associazione Piccola Gerusalemme, insieme alla piccola mostra permanente sulla cultura ebraica. Ad oggi è attiva una raccolta fondi per il restauro del cimitero ebraico, che si trova sotto lo sperone di tufo del paese. Contiene circa 280 tombe. Un piccolo negozio all’entrata del ghetto vende prodotti kasher. Tra questi lo sopraddetto sfratto, tipico dolce di Pitigliano.

Sfratto. Ingredienti per 4 persone:
200 gr. di farina, 100 gr. di zucchero, una punta di sale, 1 dl. di vino bianco, 6 cucchiai di olio ExV, 4 chiodi di garofano, 150 gr. di miele di maremma, cannella, noce moscata, 200 gr di noci frantumate, semi d’anice, la scorza di una arancia a striscioline, vaniglia, un uovo.

Preparazione:
• Mezz’ora prima di preparare la sfoglia mettere il miele al fuoco basso e scaldare lentamente
• unire la buccia d’arancia, i semi d’anice, le noci, la cannella e la noce moscata.
• Preparare una sfoglia impastando farina, olio, vino, zucchero, vaniglia e il torlo di un uovo
• spianarla e ricavarne delle strisce sottili lunghe circa 25 cm larghe circa 6/7 cm.
• Riempire con l’impasto di miele etc… che nel mentre s’è raffreddato.
• Arrotolate le strisce, che risulteranno dei bastoncini (sfratti). Mettere gli sfratti in forno a 170 gradi per 15 minuti




Minime tracce di presenza ebraica rimangono a Sorano: la via del Ghetto, il frantoio, sui battenti delle porte d’ingresso dell’edificio che ospita la Locanda Aldobrandeschi, a fianco del quale esiste ancora un’antica struttura che veniva utilizzata per lo stoccaggio del grano dato a garanzia nel cosiddetto «prestito a grano». L’antica sinagoga è stata convertita in sala per rassegne culturali.