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lunedì 18 aprile 2016

Il mare a Zahesi


Acquistai la macchina fotografica nell’estate del 2014 in un negozio di Tbilisi, con il sincero desiderio di utilizzarla come strumento di lavoro. Acquistai una reflex. Sino a quel momento avevo utilizzato una macchina fotografica compatta.

In ben poco tempo, lo strumento divenne parte di me, della mia identità. Il suo uso mi ha cambiato profondamente durante tutto il percorso della mia ricerca. La macchina fotografica costringe l’occhio, la mia persona a rileggere, attraverso l’obiettivo della camera, il senso dei luoghi e delle persone. Ogni inquadratura e la conseguente foto, non sono frutto di scatti occasionali, improvvisati. Al contrario, ho voluto dare una visione del campo di ricerca che non fosse solamente uno «spazio» al di fuori di me, che non fossero «persone» lontane da me, ma che vi fosse un dialogo intimo, continuo, dove l’estetica fosse unita alla pratica, attraverso un attimo unico ed irripetibile

«Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente. Essa è il Particolare assoluto, la Contingenza suprema, spenta e come ottusa, il Tale (la tale foto, e non la Foto), in breve, la Tyche, l’Occasione, l’Incontro, il Reale, nella sua espressione infaticabile» (R. Barthes, La camera chiara 1)

La versatilità dello strumento, la sua praticità, mi hanno permesso di leggere e rileggere costantemente l’ambiente e l’umanità intorno. Mi accorsi dopo poco tempo, che ogni fotografia, pur rappresentando il medesimo spazio, seguivano non solamente le esigenze della ricerca in quel momento e della «volontà» di rappresentare, in aggiunta a quella di descrivere, ma che, considerandola ormai una parte di me, essa agiva secondo l’umore e la mia idea. Interessante fu anche il dare la possibilità agli informatori di scattare fotografie loro stessi. Questo mi permise di non avere una visione univoca e unilaterale della realtà, ma di ottenere così anche «sguardi dal di dentro», con foto ancor più personali.


Uscii di corsa dal mio appartamento e decisi di attraversare la lunga strada che taglia in due Zahesi e che permette di raggiungere il monastero di Jvari. Mi sentii entusiasta di avere quello strumento tra le mani. Mi sentii entusiasta perché finalmente avrei potuto raccontare (anche a me stesso), quella realtà.

Mi inoltrai in una zona del quartiere a me nuova. Alcune donne conversano animatamente tra loro. Il nero degli abiti le disegna sulle pareti grige del palazzo. Chiedo loro dove porti la strada. Guardano la macchina fotografica. Una di loro indica distrattamente una direzione. Proseguo ugualmente. La realtà non è mai come vorremmo (o quasi). Dopo alcuni passi noto per caso un piccolo edificio, parzialmente coperto dalla vegetazione. Sulle pareti lisce e grige, si animano figure di danzatori e suonatori, arrestati solo dalla immobilità della stessa materia di cui non sono fatti i sogni. è il mio soggetto. Dopo aver fotografato alcuni palazzi, finalmente un soggetto su cui testare il nuovo strumento. Non fu facile. Mi accorsi di non essere sensibile. Persi così fiducia, e dopo alcuni scatti (scarsi), abbandonai mestamente il tentativo.

Tuttavia, la giornata di sole prometteva bene e decisi di insistere. Pensai meno al nuovo «giocattolo» e più invece a guardarmi attorno, alla ricerca, come se Robert Capa fosse tornato a Tbilisi, di qualche soggetto interessante. Attorno la vegetazione. Qualche edificio in cemento semi distrutto e nulla più. Incrociai sulla strada alcuni ragazzi. Ridevano, tra loro o di me. Non chiesi loro nulla. Avrei scoperto da solo il mio soggetto. Dopo aver girovagato lungo le strade sterrate, notai per caso una enorme macchia blu tra la vegetazione. L’avevo trovato. Aveva tutta l’aria di essere una fontana o uno spazio gioco per bambini. Non lo seppi mai. Pesci, onde, alghe. I minuscoli tasselli che compongono e componevano il mosaico, erano stati posti con molta cura da qualche operaio o artista incaricato da Brezhev in persona o più semplicemente da un solerte funzionario locale, per ravvivare l’ambiente. Il mare a Zahesi. Kitano a Zahesi.


Kelaptari: Sacekvao. Dall’album Georgian Dancing Melodies (2012)

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martedì 12 aprile 2016

Un anno in Subcarpazia


Il 17 gennaio, quando le foto della Subcarpazia di László Végh si sono pubblicate nel Magyar Nemzet, le ho condivise nel Facebook di río Wang. Adesso, in preparazione al nostro viaggio di fine aprile in Galizia, le ho guardate di nuovo, e ho pensato di condividerle anche sul blog, in modo che possano essere viste da più persone, e non solo in ungherese.

Olena si è trasferita molti decenni fa da Mosca a Kőrösmező/Yasinya

«Grazie alla borsa di studio della fotografia di József Pécsi, il fotoreporter di Magyar Nemzet ha visitato più volte Subcarpazia. Si è incontrato con soldati di ritorno dai campi di battaglia, famiglie in lutto per i loro parenti, rifugiati tatari della Crimea. E con una straordinaria ospitalità.


A un fotoreportaggio importante non si avvia senza preparativi. Anch’io ho cominciato di informarmi sul tema prima di andare nella Subcarpazia. Prima di tutto ho contattato un giornalista locale, che mi ha accompagnato per diversi luoghi, mi ha presentato a tante persone, e quando necessario, ha tradotto per me. Era il mio fixer: così si chiamano, nel gergo giornalista, le persone con una conoscenza locale che, nel corso di un importante lavoro sul campo, guidano e assistono i giornalisti e fotografi stranieri.

La prima volta che sono andato lì era marzo. Mi ricordo chiaramente del giorno. Sono andato a Verbőc/Verbovec, al funerale di un soldato caduto nel conflitto dell’Ucraina orientale. Dopo trecento e sedici chilometri sono arrivato alla frontiera. Passaporto. Documenti. Controllo. Arrivo in Subcarpazia. Strade dissestate. Le impronte del passato, ovunque. Grigiore. Pioggia battente. E, sulla via d’uscita di Bereszász/Beregovo, multa di polizia. Non poca. Quasi un’ora di ritardo. Sono tornato esausto al mio alloggio.

Funerale di Viktor Márkusz. Ha servito nel 128ª Brigata di Fanteria di Montagna

Per quanto ho provato, nei primi tempi non riuscivo a trovare il ritmo locale. Poi mi hanno presentato a sempre più persone che mi hanno aiutato. Ad esempio, a zia Slava, il cui figlio è un 22-enne soldato contrattuale. Lei, che è in contatto permanente con i soldati della Subcarpazia sul fronte, conosceva la risposta a tutte le mie domande, e mi ha aiutato in tutto. D’altra parte insegna lingua ucraina nella classe ungherese di una scuola bilingue.

E molto spesso ho avuto fortuna. Per esempio, in Kőrösmező/Jasinya, dove siamo partiti nella direzione sbagliata verso la montagna, e così ci siamo imbattuti in Olena, che si era trasferita dalla Russia a Subcarpazia. O quando una sera, strada facendo al nostro alloggio, ci siamo accorti di una candela tremolante in una finestra vicina. I nostri padroni di casa ungheresi ci hanno detto che una vecchia signora vive lì, Mária András, che prega così ogni mattina e sera. Siamo riusciti di visitarla, e mi ha permesso di fare alcune foto di lei mentre pregava. O zio Frédi a Fancsika/Fančikovo, che ha sentito del mio vagare in Subcarpazia, e che sto fotografando la vita quotidiana delle persone. Ha detto a un amico nel villaggio che sarebbe felice di mostrarmi le sue colombe.


E c’erano le famiglie ungheresi che hanno perso i loro cari nella recente guerra. Ho passato ore con loro. Tante volte non ho neanche preso fuori la macchina fotografica, abbiamo solo parlato. Il 16 settembre, Sándor Lőrinc è stato sepolto a Fancsika. Quando ho sentito la notizia, mi sono seduto in macchina, e sono andato a vedere la famiglia la sera precedente. Mi sono presentato, ho detto chi ero, da dove sono venuto, che cosa volevo. Ho parlato molto con la madre di Sándor, zia Anna. Mi hanno permesso di essere presente alla veglia notturna in una piccola stanza della piccola casa, alla bara coperta con la bandiera ucraina. Il giorno dopo, al funerale c’erano molte persone, tutti gli abitanti del villaggio. E anche molti soldati ucraini, che avevo già incontrato a Verbőc in marzo. Sono venuti a salutarmi, e hanno detto che sperano di incontrarmi la prossima volta a un evento più allegro.

Dopo il funerale volevo tornare a Budapest. Ma la zia Anna mi ha detto che non posso andare via prima di cenare con loro. Ho fatto le scuse, ma non mi ha lasciato andare. Mi hanno anche impaccato ciambelle per la via. Budapest è lontano.

Fancsika/Fančikovo. Funerale del soldato ungherese Sándor Lőrinc, caduto nel conflitto dell’Ucraina orientale

Dovunque sono andato in questo periodo in Subcarpazia, mi hanno dato un benvenuto cordiale. E non solo le famiglie ungheresi. Ho anche visitato famiglie tatare che erano fuggite dalla Crimea, e con le quali abbiamo parlato attraverso un programma di traduzione. I bambini hanno apprezzato molto che a volte non ci siamo capiti, e ci siamo spiegati per gesti. Activity. Ho visitato soldati, volontari, che raccoglievano cibo e vestiti per i soldati della Subcarpazia sul fronte. A Aknaszlatina/Solotvino, fra le rovine della vecchia miniera di sale, ci siamo imbattuti in zio Yura, che vi aveva lavorato, e ora è guardiano notturno nella zona della miniera. Abbiamo anche incontrato lo zio Béla, nel cui giardino c’è un enorme «cratere», perché il terreno era crollato sopra una miniera.

Il numero degli ungheresi in Subcarpazia si è drasticamente ridotto. Nel censimento del 2001 circa centocinquantamila persone si sono dichiarati ungheresi. Ci sono molti matrimoni misti, dove i bambini non parlano più l’ungherese. Nella desolente situazione economica tutti provano di trovare lavoro all’estero. La situazione di quelli che decidono di rimanere è molto più difficile. Loro vivono su pochi soldi da un giorno all’altro, ma credono che restare non è senza speranze, e che avranno un futuro nella loro terra. La quale, per i capricci della storia, ha cambiato paese cinque volte negli ultimi cento anni.»

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martedì 8 dicembre 2015

Sardegna 1959 – Azerbaigian 2015

Che cosa ci porta ad andare lontano? Lontano nello spazio intendo, quando il nostro ci sembra ristretto? Più dello spazio, è la ricerca del tempo perduto. Cè un altrove dove il tempo perduto è presente. Nell’immersione in questi mondi troviamo un tempo più lento, un isolamento che ci aiuta ad ascoltare noi stessi. Abbandoniamo i nostri ruoli e torniamo ad essere noi, con i nostri sorrisi, i nostri sguardi, spesso i nostri silenzi. In quei silenzi ritroviamo, insieme ad un tempo che sembrava perduto, un mondo più vero, quello che per noi, nelle nostre vite, ha smesso di esistere.

Tornati dall’Azerbaigian, il confronto con la Sardegna, quella di cui ho parlato nel post precedente a proposito del bellissimo libro di Carlo Bavagnoli, è stato inevitabile. Le foto scattate a Xinaliq sono mie. Xinaliq era il luogo più desiderato del viaggio. Ne avevo letto nel bellissimo Figli di Noè di Monika Bulaj, la straordinaria viaggiatrice e fotografa polacca a cui a Milano nel mese scorso è stata dedicata una mostra personale che abbiamo come è ovvio visitato, e visto il suo documentario Figli di Noè.

Si arriva a Xinaliq dopo chilometri percorsi in un ambiente naturale straniante e l’emozione è stata fortissima. Mi sono apparsi scorci mozzafiato e il resto, le persone e le case, si sono svelate poco a poco. Xinaliq mi è rimasta nel cuore e vorrei se possibile tornarci. Tornerò sicuramente in Sardegna: qualcosa del mondo ritratto nel libro di Bavagnoli, è rimasto. Nell’attesa sfoglierò entrambi i libri, riguarderò le nostre fotografie trovando nuove analogie. Le foto scattate a Xinaliq non sono foto rubate. Tra i soggetti e me c’è stato un gioco di sguardi. E gioco forza, di silenzi.

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lunedì 7 dicembre 2015

Sardegna 1959. L'Africa in casa di Carlo Bavagnoli


Sarà che amo la Sardegna, sarà che per me la Sardegna è soprattutto il suo interno, sarà che sono nata nel 1959… il fatto è che quando ho visto il libro di Carlo Bavagnoli ho voluto averlo.


Di lui, di Carlo Bavagnoli, fotografo, ignoravo l’esistenza, cosa di cui sinceramente un po’ mi vergogno, ma della Sardegna da lui raccontata per immagini avevo la certezza: a partire dai romanzi di Grazia Deledda ma soprattutto dai nostri vagabondaggi in Baronia e Barbagia.

Perché oggi quel passato di povertà è ancora evidente. Le vecchie case diroccate di pietra e fango fanno parte del paesaggio urbano.


Ed esercitano un fascino, almeno per noi, irresistibile. Perché in quelle pietre è scritta la storia di “persone” che hanno vissuto alle soglie del boom economico in condizioni di arretratezza estrema e miseria, conservando però dignità, fierezza e anche una certa eleganza. Per capirlo basta avvicinare e parlare con un qualsiasi anziano, donna o uomo che sia, per percepirlo.


Carlo Bavagnoli arrivò in Sardegna nel ’59 insieme a Livio Zanetti, redattore dell’Espresso. Dalle testimonianze da loro raccolte trassero un reportage che venne pubblicato poi sulla rivista e che per conto di una commissione parlamentare doveva documentare la povertà del Meridione.


Per Carlo Bavagnoli non era il primo reportage in terra sarda. Era già stato ad Orani l’anno precedente per documentare l’attività di Costantino Nivola, pittore e scultore.

Figura femminile, Costantino Nivola

Costantino Nivola: ritorno ad Itaca, foto di Carlo Bavagnoli – Orani, vie del Centro Storico

Furono in tanti allora a Sardegna a lasciare l’Isola per il Continente, in cerca di condizioni migliori: un futuro comunque duro, fatto di lontananza, incertezza, emarginazione. Le stesse condizioni in cui si trovano a vivere oggi i tanti che abbandonano l’Africa. Se la montagna non viene a Maometto, si diceva, Maometto va alla montagna. Il miracolo, è evidente, deve ancora avvenire.

Sono nata nel 1959, la data del reportage.


Della prima elementare ricordo ancora il barattolo per le offerte ai bambini poveri dell’Africa e del Bangladesh. Faceva sentire i nostri adulti migliori, la loro povertà non era nostra diretta responsabilità. Il silenzio sul Meridione era omertà, l’ho capito anni dopo. Durante il mio girovagare avrei voluto chiedere perché i ruderi vengono mantenuti. Voglio pensare che sia anche un modo per ricordare, per sapere quello che sono stati, che è stata la Sardegna. Il libro che ho comprato voglio sia questo per me. Anche per fare ammenda. Perché nello stesso giorno in cui io nascevo al Nord del Continente, il 20 novembre del 1959 appunto, qualcuno dal Continente andava in Sardegna, vedendo solo quello che voleva vedere.


Carlo Bavagnoli nasce a Piacenza nel 1932. Completati gli studi classici, nel 1951 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Milano. A Brera ha modo di confrontarsi con alcuni giovani fotografi, Alfa Castaldi, Mario Dondero e Ugo Mulas. Nel 1955, trasferitosi definitivamente a Milano, inizia a collaborare con Illustrazione Italiana, Tempo illustrato e Cinema Nuovo.

Assunto come fotografo da Epoca, nel ’56 viene trasferito nella redazione romana della rivista. Nella capitale inizia un lungo lavoro di documentazione del quartiere popolare di Trastevere, grazie al quale ottiene i primi contatti con la rivista americana Life, che gli pubblica alcune foto.

Nel marzo del 1958 è per la prima volta in Sardegna, ad Orani, dove per la stessa testata fotografa Costantino Nivola durante la decorazione della facciata della chiesa della Madonna d’Itria e la mostra di sculture allestita per le vie del paese.

L’anno successivo trascorre un mese a New York, dove ancora Life, gli richiede, a scopo formativo, la realizzazione di un reportage sulla vita della metropoli; due anni dopo gli offre un contratto come corrispondente dall’Italia. Negli anni successivi lavorerà come free lance per diversi giornali.

Tra il 1960 e il 1961 torna in Sardegna, a Loculi e Irgoli, inviato da L’Espresso per un servizio sulla povertà in Italia. Negli anni seguenti i viaggi tra l’Italia e gli Stati Uniti s’intensificano. Per Life documenta l’apertura del Concilio Vaticano II, la morte di Giovanni XXIII e l’elezione di Paolo VI. Nel frattempo continua la sua collaborazione con Epoca.

Il 1964 è un anno memorabile per la sua attività: è assunto nella redazione americana di Life, fatto unico per un fotografo italiano; dopo un anno trascorso a New York, viene trasferito alla sede di Parigi.

Dal 1972, anno in cui cessa la pubblicazione della rivista americana, intensifica i suoi rientri in Italia, pubblica numerosi libri fotografici, realizza vari documentari per la televisione e si occupa di musica classica.


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giovedì 1 ottobre 2015

Fotografo dietro il bancone del bar

«Sei un fotografo?», l’uomo alto e magro mi chiede, come mi raggiunge lungo la strada Chahar Bagh, andando verso il bazar di Isfahan. «No, solo prendo delle foto.» «Tutti cominciano così.» Fissa la camera come un esperto. «Ho lo stesso, ma un numero prima.» «Sei un fotografo?» «Sì, un fotoreporter, soprattutto per riviste iraniane, ma ho già pubblicato anche in Spiegel e National Geographic.» «Mi mostri le tue foto?» «Sei il benvenuto. Ho un negozio di caffè qui nel bazar, ti invito per un caffè.»


Il negozio di caffè da una persona di Hassan Ghayedi è l’unico bar nel bazar, il quale è una città nella città di Isfahan. Nell’Iran colpito dall’embargo quasi non si può comprare caffè da nessuna parte, ma nel piccolo negozio di Hassan si può scegliere tra i migliori tipi. Segretamente ricevo una tazza come non-musulmano, il digiuno di Ramadan non è ancora scaduto.

«I più grandi fotografi iraniani? Beh, Cartier-Bresson. E Ingo Morath. Loro sapevano già tutto sull’Iran. Come guardano il popolo, il paesaggio iraniano. Questo è il punto di riferimento anche per noi.»

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Le foto iraniane di Henri Cartier-Bresson, 1950

«Sono cresciuto nella regione di montagna di Lorestan, vicino al confine con l’Iraq. Mio padre lavorava in Qatar, da dove ha inviato una macchina fotografica a mia sorella. Ho fotografato un intero rotolo con essa. La mia prima foto era un tulipano di montagna, poi la famiglia. Quando l’ho fatto sviluppare, il mio capo, perché ho iniziato di lavorare in un bar lì, ha detto che mi comprerebbe questa prima foto. Ha pagato un buon prezzo. Qualche giorno dopo mi ha mostrato che era in uno dei più popolari settimanali dell’Iran, un quadro a piena pagina, sotto il mio nome. Ha detto che dovrei essere un fotografo. Che mi dà una settimana di ferie per andare a Teheran, al club dei fotografi, per presentarmi, per chiedere consiglio. È così che è iniziato.»

Mi chiede la Canon, scatta qualche foto dei venditori vicini, mi lascia prendere alcune immagini di se stesso e di sua moglie che è arrivata nel frattempo. Anche quest’ultima guarda il risultato da esperto. «Bella, chiara immagine.» Tramonta, il digiuno di Ramadan sta lentamente arrivando al termine, amici si stanno radunando davanti al bar, tutti fotografi, affamati di caffè. Uno di loro assume una posa, punta a se stesso, vuole che lo fotografi. Si piegano sopra la foto, criticamente guardando il risultato. Sono soddisfatti. Tutti assumono una posa.

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«Che tipo di musica ti piace?» Lui sta pensando, sua moglie lo dice invece di lui. «I maestri persiani. Shajarian. Dariush Rafee.» Hassan annuisce.

«Che cosa ti piace di più fotografare?» «Mi piacerebbe fotografare terre lontane, se il negozio di caffè mi lasciasse andare. Ad Abyaneh [50 km dal bazar] sono già stato. A Sar Agha Seyyed [100 km] non ancora. Tu c’eri? Mi mostri le tue foto? Me le carichi? Ma per lo più fotografo qui a Isfahan, nelle piazze, nelle moschee, sul ponte. Nel bazar, i venditori e i visitatori. Questo è ciò che conosco, qui sono a casa.»



Hafez: Qatl-e in khasteh… Dariush Rafiʿee. Dal CD Golnâr (2006)
Fotografie di Hassan Ghayedi. Molte immagini non sono incluse nel mosaico, esse possono essere viste solo cliccando su una delle piastrelle (logicamente, la prima), e scorrendo le immagini in grande dimensione.


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venerdì 14 agosto 2015

Segno fantasma


مرگ بر شاه marg bar shâh, morte allo scià. Ora, in luglio 2015. Trentasei anni dopo la rivoluzione. A Isfahan, nei vicoli dietro il bazar.

«Il quarantesimo giorno dopo i fatti di Qom, nelle moschee di molte città iraniane la gente si riunì a commemorare le vittime del massacro. A Tabriz la tensione crebbe fio al punto da provocare una rivolta. La folla sfilò in corteo per le strade, gridando: «Morte allo scià!» Intervenne l’esercito, la città affogò in un bagno di sangue. Centinaia di morti, migliaia di feriti. Passarono altri quaranta giorni, e le città ripresero il lutto: si commemorava il massacro di Tabriz. In una città – Isfahan – la folla disperata e inferocita scese nelle strade. I soldati accerchiarono i dimostranti e aprirono il fuoco. Nuovi morti costellarono il selciato. Trascorsero altri quaranta giorni, e stavolta in decine di città, folle in lutto si radunarono a commemorare i caduti di Isfahan.»
Ryszard Kapuściński: Shah in Shah, 1982


Canzone di lutto per l’Ashura su Abolfazl, fratello dell’imam Hussein, ucciso insieme a lui a Kerbala. Come l’abbiamo scitto prima, questo è l’evento definitivo del paradigma di martirio sciite.

Foto di Abbas (Magnum Photos), 1979

venerdì 3 aprile 2015

La terra delle canzoni dimenticate


Cavalieri in paesaggi da sogno, uomini che conducono un toro al cancello della chiesa, con candele accese sulle corna, ragazze cantando canzoni antiche con sguardo introspettivo. E torri ovunque, in gruppi o da sole, torre chiuse e scure. Aaron Huey sta tornando da sedici anni a Svaneti, da tredici anni sta fotografando questa regione. Dieci delle sue foto sono state pubblicate nel numero di ottobre 2014 di National Geographic come illustrazioni al bellissimo saggio di Brook Larmer su Svaneti, ma nel suo portafoglio ha cinque volte di più.


Chanters of St. Panteleimon: Aslanuri Mravaljmier. Canzone di saluto

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«Nel corso della storia gli eserciti di alcuni tra i più potenti imperi – arabi, mongoli, persiani, ottomani – hanno invaso la Georgia, terra di confine tra Europa e Asia. Nessuno però è riuscito a conquistare quel fazzoletto di terra nascosto tra le gole del Caucaso che costituisce la patria degli Svan, almeno fino all’arrivo dei russi a metà dell’Ottocento. Ed è proprio attorno a questo isolamento che la Svanezia ha forgiato la propria identità culturale e storica. Nei momenti di pericolo, i georgiani delle pianure sottostanti portavano i loro oggetti più preziosi – icone, gioielli, manoscritti – al sicuro nelle piccole chiese di montagna e nelle torri della Svanezia, che divenne così depositaria dell’antica cultura georgiana.

Ma nella roccaforte inespugnabile delle loro montagne gli abitanti della Svanezia hanno anche saputo preservare la loro cultura, che è ancora più antica. Nel I secolo a.C. gli Svan, che secondo alcuni erano discendenti di schiavi sumeri, erano considerati spietati guerrieri dal geografo greco Strabone. Attorno al VI secolo, quando arrivò il cristianesimo, avevano già una cultura radicata, con una lingua propria, articolate musiche tradizionali e complessi codici in materia di cavalleria, giustizia comunitaria e vendette.

Ancora oggi gli abitanti dell’Alta Svanezia, dove si trovano alcuni tra i più elevati e isolati villaggi del Caucaso, osservano fedelmente le tradizioni nel canto, nel lutto, nelle feste tradizionali e nella strenua difesa dell’onore familiare. ʻLa Svanezia è un museo etnografico a cielo aperto’, dice l’accademico norvegese Richard Bærug, che si sta impegnando per salvare la lingua svan, un idioma che si tramanda in gran parte oralmente e che a detta di molti studiosi sarebbe più antico del georgiano. ʻNon esiste altro luogo al mondo’, aggiunge il ricercatore, ʻche abbia mantenuto in vita i costumi e i rituali del Medio Evo europeo.’»



Zedashe Ensemble: Raidio. Canzone per il sacrificio del toro


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«Preso dal lavoro quotidiano, con indosso il tradizionale berretto di lana, Kaldani incarna sia la continuità della cultura svan che i pericoli che la minacciano. È tra i pochi che ancora parlano correntemente la lingua svan, ed è anche uno degli ultimi mediatori, figure che da secoli vengono chiamate a dirimere le controversie tra gli abitanti dei villaggi, dai furtarelli fino alle faide che si trascinano per generazioni. Oggi questa tradizione non è più così forte, ma nell’antica società svan il numero degli omicidi commessi in nome dell’onore familiare era così alto che, secondo alcuni studiosi, le torri non servivano solo a difendersi dagli invasori e dalle valanghe, ma anche dai compaesani stessi.

Nel caos seguito al tracollo dell’Unione Sovietica le faide riemersero con rinnovato vigore. ʻNon trovavo mai un attimo di riposo’, ricorda Kaldani. A volte, dopo aver negoziato un ʻriscatto di sangue’ (in genere 20 vacche a titolo di risarcimento per un omicidio), il mediatore convocava le famiglie coinvolte in una chiesa per pronunciare un giuramento e celebrare un battesimo reciproco. Grazie a questo rituale, assicura Kaldani, ʻle famiglie si asterranno dalla vendetta per 12 generazioni.’»



Mzetamze Ensemble: Iavnana. Canzone di guarigione


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«Il canto d’amore e di vendetta inizia dolcemente, con una linea melodica antica, affidata a una voce solista. Poi attacca il controcanto, con le altre voci che si sovrappongono in una fitta progressione di armonie, in un crescendo incalzante, fino a sfociare su un’unica nota di risonante chiarezza. Il complesso musicale si è riunito in uno stanzone privo di riscaldamento affacciato sulla piazza principale di Mestia. Questi canti, tra i più antichi esempi di musica polifonica, risalgono a diversi secoli prima dell’avvento del cristianesimo in Georgia.

Finita la prova i giovani musicisti escono alla spicciolata sulla piazza, chiacchierando tra loro, ridendo, lanciandosi baci in segno di saluto e smanettando sui cellulari. ʻSiamo tutti su Facebook, ma non per questo dimentichiamo il nostro patrimonio culturale’, dice la quattordicenne Mariam Arghvliani, che nel complesso giovanlie Lagusheda suona tre antichi strumenti a corde, tra cui un’arpa in legno a forma di L originaria della Svanezia. Eppure il suo talento avrebbe rischiato di svanire, assieme alle tradizioni musicali della sua terra, senza il programma giovanile avviato 13 anni fa da padre Giorgi Chartolani, crociato della cultura svan.

Seduto su un muretto del cimitero della sua chiesa, padre Giorgi ricorda il tumultuoso periodo post-sovietico, con i gravi rischi che ha comportato per una cultura già provata da quasi 70 anni di oppressione comunista. ʻFu un periodo di grande brutalità’, dice accarezzandosi la lunga barba e accennando ai volti giovanili raffigurati su numerose lapidi, tra cui molti ragazzi uccisi nelle faide. ʻI villaggi si svuotavano, la nostra cultura rischiava di scomparire’, dice. ʻSi doveva fare qualcosa.’ Grazie al suo programma, ʻuna luce nell’oscurità’, come lo definisce, centinaia di giovani studenti come Mariam hanno potuto apprendere le musiche e le danze tradizionali della loro terra.»


Il complesso Lagusheda a Stary Sącz, Polonia, il 1° giugno 2014

Nel video composto dal National Geographic, Aaron Huey parla di come è arrivato a Svaneti come studente, zaino in spalla, come è rimasto con una famiglia che l’ha «adottato», e come si innamorò di questa terra e questa gente, che lo ha inabilitato di rendere immagini così intime di loro.


«La prima volta che sono andato a Svaneti, non avevo intenzione di andare a Svaneti. Non ero ancora un fotografo, ero un backpacker. Ma questa era la storia che mi ha fatto un fotografo. Ho incontrato un linguista tedesco che mi ha parlato di un luogo dove le persone ancora parlavano una lingua che non era mai stata scritta, e che era circondato da vette alte 4-5 mila metri. Il linguista tedesco mi ha disegnato una mappa su un tovagliolo, che ho copiato nel mio diario, e sono partito il giorno dopo. Durante il viaggio in autobus in montagna dopo due ore una donna si girò e mi ha chiesto: ʻDove vai?’ Le ho detto che campeggio dove l’autobus si ferma alla fine della strada. Lei mi guardò e mi disse: ʻNo, figlio mio. Per favore, non farlo.’ E mi ha preso con lei, e mi ha portato a un matrimonio.

Queste storie non trattano solo di fare delle belle foto. Noi raccontiamo le storie di un intero popolo. Quindi, se raccontiamo bene la storia, conserviamo queste cose. È questo il nostro lavoro. Conservarre questa poesia. Ci sono tante persone che non hanno mai sentito parlare di Svanetia, questa regione della Georgia, e questo popolo, i svan, e chissà questo sia l’unica cosa che mai leggeranno su questo popolo. E io penso che è questo che ora cerco in tutti i miei progetti.”