lunedì 10 novembre 2014

Protezione delle prove


Questa foto l’ho comprata sul Mauerflohmarkt di Berlino come ricordo, venticinque anni dopo la apertura del muro, e … anni prima della chiusura del mercato delle pulci.

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mercoledì 5 novembre 2014

Lo sguardo delle statue


Ai tempi della Controriforma, nella Champagne del Cinquecento, era di moda mettere statue nelle chiese, molte statue, molto realistiche, completamente colorate – statue viventi, per così dire. A Troyes, nel sito di una delle fiere più importanti dell’Europa, numerose chiese, ciascuna con le proprie corporazioni e confraternità, aveva le sue figure di pietra, alcune poste nelle gallerie, altre sedute alla base di una volta, o attentamente guardando giù dal soffitto del presbiterio.


La maggioranza di questi scultori sono sconosciuti. Di solito non firmarono le loro opere, e i contratti tra di loro e i loro committenti scomparsero. Ci restano solo le statue, che stanno in piedi in silenzio e con attenzione. A Chaource, vicino a Troyes, la chiesa è decorata con più di cento statue dalla qualità eccezionale. Qui il Maestro di Chaource ci ha lasciato una delle più belle Deposizioni di Gesù nell’Europa.

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Si cammina al di là delle grandi vetrate grisaille del Giudizio Universale, e poi si scende cinque scalini. Il posto non è, in senso stretto, né una cripta, né una cappella laterale, né una tomba – ma è simile a tutto questo. Si scende nella penombra, quasi nel buio.

Entrando nel buio, prima di accorgersi del gruppo della Deposizione, si spaventa dalle guardie di pietra che stanno ai lati della porta.

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Le guardie. Più grandi del naturale, con gli occhi pieni di paura. Dal 1515 stanno lì, guardando ciò che non riescono a credere, prima di addormentarsi e risvegliare solo alla Risurrezione. Dal 1515 stanno in piedi nei loro costumi rinascimentali, con la lancia in mano.

Poi, quando gli occhi ci si abituano, si sposta in avanti. C’è Nicodemo, la Vergine Maria, Giovanni, Maria Salomè e Maria Maddalena con il vaso di profumi, Maria di Cleofa, e Giuseppe d’Arimatea ai piedi di Cristo. E il corpo di pietra bianca, completamente liscia da secoli di carezze. Tutte queste figure sono più grandi di noi, solo quanto serve per tenerci in posizione d’umiltà, mentre sono indicibilmente umane. Le mani pazienti e attentive si fermano per un momento, prima di chiudere il sudario. E gli occhi di pietra non attraversano il nostro sguardo, perché guardano quello che nessuno ha mai visto, e nel loro stupore di vederlo, si rivolgono ai loro pensieri.

Qui, nell’ombra, si incontra il pensiero, che è in attesa di noi dal 1515, e si sente molto piccoli dinanzi ad esso.

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lunedì 13 ottobre 2014

Aliens

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domenica 12 ottobre 2014

Autunno



Warren Ellis, Three Pieces for Violin

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sabato 11 ottobre 2014

Isole


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mercoledì 1 ottobre 2014

Sotto Vyšehrad


Inizio d’autunno, il cielo è grigio, ma il pomeriggio è ancora caldo, e le strade laterali sono tranquille. Mi ritrovo sotto Vyšehrad, il secondo castello di Praga, che signoreggia su una roccia sopra il luogo dove il torrente Botič si unisce al fiume Moldava.

Cammino lento sul lungofiume, sono per lo più da solo, salvo per i cigni affamati che nuotano avidamente verso di me, apparentemente nella speranza di qualche cibo. Ma non ho nulla da dare, ho solo la mia macchina fotografica.


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(tajemství = mistero)

giovedì 25 settembre 2014

Cartoline rosa 2.


Nome del mittente: Károly Timó, 1° Reale Reggimento di Fanteria, 9a Compagnia, 3o Plotone
Indirizzo del mittente: Debrecen, Caserma Via Salétrom, ospedale

Indirizzo: All’Egregia Signorina Antónia Zajác
3° distretto, via Kis Korona 52
Budapest



il 25 [di settembre 1914]

Mio caro figlioscrivi subito

Dalla grande gioia non so nemmeno che cosa scrivere così in fretta, nonostante che sono stato colpito da una fucilata sul braccio destro. Perché era un vero miracolo che ho scampato il pericolo. Ora penso solo a poter andare a Pest in ospedale, così che ci possiamo vedere il più presto possibile. Tuttavia, non preoccupati per me, perché nel giro di poche settimane sarò completamente guarito, e chissà allora ci sarà anche pace.
Come stai, mio figlio, e tua madre, e tue sorelle? Che novità sono su Feri? Edre e il figlio Német sono qui.
Se ricevi questa cartolina, ti prego di andare subito ai miei genitori, e faglielo sapere, in caso che loro non abbiano ricevuto la loro cartolina.
Abbracciandoti e baciandoti, il tuo affezionato Károly
Lunedì vengo a Pest



Lettera precedente (indicata in grigio sulla carta):

Szerencs, 28 agosto 1914
[La lettera rivela, che è stato arruolato in una delle più grandi unità combattenti ungheresi, il 1° Reale Reggimento di Fanteria. Dal confine ungherese sono stati trasportati senza sosta direttamente al teatro di guerra galiziano, e subito fatto entrare in azione nella zona di Rohatyn, come parte del fronte concentrato per la liberazione di Leopoli/Lemberg, che era attaccata, e poi occupata dai russi.


Viva la patria! Marcia del 1° Reale Reggimento di Fanteria

Dopo l’operazione fallita si è ordinata la ritirata generale, così che dopo quasi un mese si è tornati al confine, vicino a Mezőlaborc. Ora però dalla direzione opposta.

Le cose si sono sviluppate in modo diverso dal plano. Un mese è passato, e il giovane soldato envia la sua carta dalla Caserma e Ospedale di via Salétrom a Debrecen. Fu ferito al braccio destro. In stile con la sua lettera precedente: mentre giocando soldato, ha avuto la buba. L’infortunio potrà essere accaduto pochi giorni prima, probabilmente nelle battaglie intorno a Mikołajów. Una gioia nel guaio è che nel periodo di guarigione potranno incontrarsi, e forse fino allora ci sarà anche la pace.
Alla fine della lettera domanda notizie del fratello maggiore Zajácz, l’assistente tappezziere. Lui è stato comandato al fronte occidentale.]

Soldati ungheresi feriti, trasportati dal fronte di Galizia e curati nell’entroterra, pochi giorni prima della scrittura della cartolina. Tolnai Világlapja, 20 settembre 1914.


sabato 13 settembre 2014

Incendi


Da molti anni non vive che un solo monaco a Treskavec C’è anche una fonte, uccelli, gatti senza dubbio, e il vuoto.
Il vuoto tutt’intorno, un vuoto immenso. Forse il monaco ci vede l’Infinito, ma per me c’era solo il vuoto, il sole, le pietre.
Un luogo tremendo.


Il monastero di Treskavec – Tрeскавец – è arroccato su queste pietre, vicino alla cima della montagna che domina la città di Prilep in Macedonia, su un piccolo altipiano di difficile accesso, vicino alla vetta del Monte Zlatovrv, alto 1280 metri.
Da lontano si vede solo un mucchio di rocce che formano una piramide sulla pianura arida. Chiediamo la strada da un passante e a un distributore di benzina, cerchiamo il grande cartello sulla destra, seguiamo la strada che costeggia il cimitero. La via passa poi attraverso i campi, una sorta di macchia, una steppa giallastra, e cerchiamo il monastero di cui ancora non sappiamo niente. Non si vede, non si sa, dove cercarlo, si perscruta, non si vede niente. Attraversiamo la pianura arida tra cannetti e piccoli alberi assetati, ed improvvisamente ci ritroviamo ai piedi della montagna. La montagna è lì davanti a noi, assolutamente ermetica, come una torre senza porta, ma la strada non si preoccupa per la montagna, non tiene conto della pendenza, ma sale in modo vertiginoso. Guidiamo ancora per chilometri, a volte quasi verticalmente, a quanto mi pare, e perdiamo la speranza di vedere il monastero, perché su queste rocce non c’è nulla. Nulla.

E poi all’improvviso si vede, è lì, o piuttosto no, siamo ancora lontani, dobbiamo continuare la salita a piedi. La pianura si estende davant ai nostri piedi.

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Prima, quando non c’era nessuna strada qui, si salì a piedi, o a cavallo, o a dorso di mulo. La gente di Prilep ci salì in occasioni particolari: qui, al monastero si incontrarono gli esnafs o corporazioni della città, prima del 1913, quando Prilep era ancora sotto il dominio ottomano. Hanno bei costumi e baffi turchi, ma possiamo immaginarci che erano buoni cristiani, se salirono fino a qui. Questi altri costumi e baffi sono molto diversi, bei serbi, o bei macedoni, non lo posso dire: queste sono le truppe di Prilep in partenza per il fronte nel 1916, quando, dopo le guerre balcaniche del 1912 e 1913, la città apparteneva già al regno di Serbia.



Già nell’antichità esisteva qui un tempio di Apollo e Artemide, le cui fondamenta sono ancora visibili. Fin dai primi secoli del cristianesimo, dal quinto o sesto secolo, c’era qui anche una chiesa, ma il monastero fu costruito solo agli inizi del XIV° secolo dal re serbo Stefan Uroš II Milutin. Su questo sito spettacolare, la roccia di Prilep, fu fondata pochi decenni più tardi anche una fortezza, le torri del re Marko Kraljević.

Il monastero nel 1898

Il monastero prima dell’incendio del 2013, quando era completamente restaurato nel 2008 (Wikipedia Commons)

Il monastero, che durante il XIX° secolo ripetutamente cadde vittima agli incendi, fu compromesso dalle intemperie, e privato dei suoi monaci nel 2005, durante il conflitto fra le chiese ortodosse serba e macedone, è stato restaurato nel 2008, quando la nuova strada ha facilitato l’accesso al sito. Purtroppo nel febbraio 2013 un altro incendio, partito da una stufa difettosa, ha distrutto tutti i konak, i tradizionali edifici residenziali nei monasteri serbi, e il patrimonio culturale è oggi più minacciato che mai durante la sua storia.

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Stare di fronte a queste rovine, anche se conosco l’origine tanto stupido e banale della sua distruzione, è come un riassunto di tutto ciò che era doloroso in questo viaggio, come un’immagine metaforica di tutte queste guerre balcaniche,
dei territori spopolati,
delle case bruciate in Kosovo,
delle moschee bruciate a Prilep,
degli alberi morti, secchi,
dei campi minati ancora qua e là,
delle storie di abbandono, fuga ed esilio,
delle paure tanto sensibili,
degli odi e scismi,
delle chiese rivali,
delle frontiere chiuse davanti a questi o quelli, fra la Grecia, Macedonia e Serbia,
dei monumenti costruiti ai due lati delle frontiere tanto fragili, nelle due metà delle vallate, le chiese e moschee, le cui campane e altoparlanti invadono lo spazio sonoro dell’altra, e che sono osservate e guardate,
dei nazionalismi,
dei cartelli bilingue o trilingue, dove i nomi di luoghi vengono furiosamente cancellati, perché sono scritti nella lingua odiata,
dei manifesti in onore di persone che altrove sono riguardate criminali,
delle ferite ancora fresche.

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