martedì 15 aprile 2014

Sapone Otta


La Koží, cioè Strada della Capra, l’ex Ziegelgasse nel centro storico di Praga conserva, come un fossile geologico, le tracce dove l’asanace – il risanamento, cioè la completa eliminazione dell’affollato quartiere povero, sopratutto del quartiere ebraico, che ha avuto inizio con forza sismica nel 1893 – si è fermata nel 1920. Il lato sinistro della strada è stata sollevata al livello dei recentemente eretti palazzi neorinascimentali e liberty, il quale, come un lago di superficie liscia, si estende sopra le scomparse strade tortuose dell’ex Josefov, abbracciando, come un’isola negativa, il cimitero ebraico e le due sinagoghe superstiti, che si situano a un livello più basso. Il lato destro della strada però è rimasto al livello pre-risanamento, e le sue strade tortuose continuano il tessuto mancante di Josefov.


Sto divagando nel quartiere di San Castalio, che è alla distanza di solo un centinaio di metri, ma almeno di un centinaio di anni dagli palazzi della Praga liberty, quando nella Via della Misericordia, sul muro di dietro dell’abbandonato e decadente Gemeindehaus medievale scorgo una curiosa pubblicità d’intonaco.


La pubblicità fantasma promuove il Sapone Otta. Il suo logo, il gambero di fiume (in ceco, rak) riferisce al fatto che la società è stata fondata a Rakovník/Rakonitz da Joseph Otta nel 1869. Ma quando si è dipinta qui? I limiti di tempo sono abbastanza larghi, in quanto la società Otta, seppur nazionalizzata, funzionava ancora dopo la guerra, fino agli anni 1990, quando fu acquistata da Procter & Gamble.

Sto ricercando nella biblioteca le tracce di una locanda scomparsa di Praga, l’Angelo d’Oro di Smíchov, sull’altra sponda della Moldva, quando tra le vecchie fotografie di Smíchov all’improvviso mi imbatto in questa, che raffigura l’edificio Štefánikova 9/57:


Il numero adiacente 10/53 è stato costruito negli anni 1920, lasciando il muro maestro del numbero 57 libero e adatto per la pubblicità. La foto è stata fatta nel 1935. Le pubblicità cambiano rapidamente, siccome la loro efficacia si basa sulla novità. Pertanto molto probabilmente anche la pubblicità d’intonaco in Via della Misericordia deriva da quel periodo. Dunque ha publicizzato il Sapone Otta per almeno ottanta o novanta anni, dalla fine del risanamento del centro storico, ormai per la quinta generazione. Il tempo si è davvero fermato in Via Koží.

Tábor, la torre della Mostra Industriale e Militare della Boemia del Sud del 1929, da dove il Presidente della Repubblica è stato accolto con trombe, di qua

«Un enigma. Bambini, che cos’è questo? Una figura? No! È il nome ʻOtta’, il sapone con il logo del gambero. È eccellente, e buono per tutto.»

«Vola per tutto il mondo senza ali / la fama eccellente del Sapone Otta»


sabato 12 aprile 2014

Cartolina con bambini sconosciuti


Album di famiglia:
Alba, 1867
Hong Kong, 1897
Marseille, 1900
Paris, 1904
Valenciennes, 1918
Buenos Aires, 1930
Questa foto non è dall’album, ma è una di quelle che ho trovato nella scatola. Una foto con un timbro su di essa, e una lettera sul retro.

È impossibile decifrare la data sul timbro, ma dal contenuto della lettera si può ammettere che essa fosse stata scritta poco dopo la nascita di mia prozia – diciamo, nel 1904.

Non so neanche dove sia stata scattata la foto, quindi è possibile, che la mia ricostruzione sia solo pura fantasia.

Diciamo che ho trovato un luogo, il quale, più di un secolo fa, avrà potuto essere questo posto.

Un luogo oggi abbandonato, infatti abbandonato già dopo la morte del vecchio fabbro trent’anni fa. La vedova ha allora chiusa la casa e l’officina, e se n’è andata via.


Potrà essere il fabbro uno dei bambini sulla foto? No, lui era troppo giovane per quello quando morì, non avrà potuto essere nato prima del 1910. Sarà piuttosto il figlio di uno degli uomini che sorridono a noi.

E le due piccole bambine, allora? Nate intorno il 1900?
Non so niente su di loro.


Ma nel villaggio ci sono storie di due bambine come queste, due sorelle orfane, educate di cura comune. Non si sono mai sposati, rimasero servanti fino alla loro morte. La più vecchia, solo di un anno, si chiamò Louise, la più giovane Blanche.
Io conoscevo solo Blanche, quando ero bambina. Louise era già morta da anni, ma mio padre si ricordava ancora, come lei lo ha inseguito, quando era bambino, e lo ha frustato con ortiche in un impeto di rabbia. La Blanche che io conoscevo era una donna grande, selvaggia, con un nodo di capelli bianchi, che spinegva una carriola piena di biancheria, e parlava a se stessa. Aveva un cane nero vecchio, stanco, e lei continuava a gridargli nei vicoli del villaggio: «Allez viens, Gamin!» – «Vieni su, Biricchino!»
Era infatti una spaventosa vecchia signora, ma anche lei deve essere stata una bambina molto tempo fa, come tutte le altre. Un giorno, venendo dal lavatoio, ha incontrato mia madre sulla strada, e anche se lei non parlava a nessuno, si tuffò nel suo cestino, tirò fuori un mazzo di cipolle, e lo diede a mia madre. «Prendi, è tua», disse. Spero che per quelle cipolle ha ottenuto un tranquillo piccolo angolo nel Paradiso.

Per quanto all’officina abbandonata, presumo che sia lo stesso vecchio luogo che quello sulla cartolina. L’artigiano era un modesto lavoratore di ferro, che ha preparato cancelli in ferro, grondaie, griglie, catene, tiranti per i muratori e falegnami del paese – alcuni di questi pezzi sono ancora in attesa di essere utilizzati, appoggiati contro il muro. E dietro le finestre polverose l’officina appare molto tranquilla, spettralmente tranquilla, con tutte le macchine in attesa di ricominciare il lavoro.

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giovedì 10 aprile 2014

Transizione: Pattini a rotelle tradizionali

Berlino, Schloßstraße, Settimana della scarpa olandese, febbraio 2014, da qui

Praga, Centro storico, Řetězová 245/8, «U černého strevíce» (Casa della Scarpa Nera), facciata 1603

Pane


Nel mercato afollato non c’è pausa. Il brulichio e brusio degli acquirenti e venditori turbinano come una nuvola di mosche nel calore polveroso e sonnifero del pomeriggio. Donne in fazzoletto e in abiti lunghi di tessuto stampato a colori clamorosi muovono attraverso la folla, i loro sorrisi pronti rivelano muri di denti d’oro. Uomini tarchiati in lunghi cappotti e berretti ricamati si stringono le mani dietro la schiena, e studiano le merci con un occhio diffidente e un’indifferenza praticata, pronti a contrattare anche per la più piccola riduzione di prezzo.

Giovani, alcuni di loro ancora bambini, sorvegliano le bancarelle che vendono cassette di provenienza inchiara, con le carte fotocopiate invece di etichette. Altri ragazzi offrono bevande fredde miste sul posto, stillando lo sciroppo di color pastello da tubi di vetro nell’acqua gassata. Le bancarelle dei macellai puzzano nel calore del sangue di animali appena macellati, mentre gli acquirenti inspezionano già l’offerta, e litigano per un taglio migliore per i loro soldi.

Non c’è pausa, voglio dire, eccetto nelle case da tè, dove la gente siede in ombra, su piattaforme sopraelevate con divani e tavolini, o a volte su sedie intorno a tavoli di stile occidentale. Davanti a loro, tazze di tè – verde o nero? con latte o senza? – dolcificato con le pepite d’oro dello zucchero di canna. Il tè arriva quasi invariabilmente in semplici teiere ovoidali smaltati in blu, oro e bianco con l’immagine stilizzata del cotone, la principale coltura da reddito della regione.

Ordiniamo il nostro tè – зелёный с молоком, пожалуйста –, e consideriamo il cammino che abbiamo fatto fino a questo punto più lontano da qualsiasi mare del mondo, a Andijon nella valle fertile e leggendaria della Fergana, nell’Uzbekistan orientale. Qui lo straniero è sempre guardato, e non può sperare di mescolarsi tra la folla. Occhi ci seguono ovunque, a volte diffidenti, a volte curiosi o confusi, forse chiedendosi perché siamo venuti, fra tutti i luoghi, appunto in questo angolo del globo.

Sorsiamo lentamente, dando qualche minuti di riposo ai nostri piedi gonfi, e guardiamo come i giovani assistenti, supervisionati dal maestro fornaio, mettono palla di pasta cruda dopo palla nel tradizionale forno di fossa, per pronto offrirle come pane fresco sulla tavola lunga.


lunedì 31 marzo 2014

Uccelli urbani


Già il gufo che guarda la strada alla luce del giorno è abbastanza sconcertante all’androne del Platýz, ma tre case più avanti, a 37 Národni třída diventa innegabile: i portici di Praga sono stati invasi dagli uccelli che si stanno assimilando al modo di vita urbano.



Il piccione, che ha posto il suo nido sui cavi per tendere il filo del tram, subito dopo le punte che tengono lontano i piccioni, cerca di far finta come se fosse solo un altro dai numerosi gag di Praga, ma dopo alcuni minuti di fotografare comincia di guardare nervosamente da un lato all’altro. Non potrei perdonarmi se spezzassi una catena evolutiva tanto promettente, quindi vado per la mia strada.




venerdì 28 marzo 2014

Hrabal 100

Praga, Malá Strana, stamattina


«…Il testo è stato scritto su una macchina da scrivere tedesca di marca Perkeo, su questa macchina atomica, che ha completamente affascinato Egon Bondy, il poeta. Ho acquistato la macchina dal mio compagno di classe, Bureš, che aveva un negozio a Nymburk, sulla Grande Rampa. Me ne sono innamorato a prima vista, ma non ho avuto tremila corone in banconote vecchie, così continuavo a tornare a vagheggiarla, fino a quando ho potuto comprarla. Era una piccola macchina da intorno al 1905, il rullo poteva essere inclinato giù, e la macchina chiusa portata con due fasce, come i libri di scuola erano portati sotto la Monarchia. Sono rimasto colpito da questa macchina, scrivevo su di essa solo per piacere. Gli accenti mancavano, in modo che ogni pagina dattiloscritta ha causato sorriso e risata. Ho imparato a digitare su di essa così brillantemente, cheero in grado di scrivere anche di notte, come i pianisti ciechi suonano il loro strumento.»
Bohumil Hrabal: Il tradimento degli specchi


Il centesimo compleanno albeggia con pioggia sottile, ma durante la mattina il sole viene già fuori a caso. Torno a Libeñ, proprio come venti anni fa. All’angolo della casa che stavo cercando allora, al posto del mucchio di rottame, ora sorge una piccola colonna, e le pitture murali sulle pareti esterne della stazione di metropolitana Palmovka, costruita sul sito della casa, sono già stati descritti da molti autori.

«Pietra angolare del Centro Bohumil Hrabal». Nel sottofondo, la sinagoga chiusa di Libeň.


«ʻTu venire a Libeň per questo? Per il signor Hrabal?’ Egli inghiotte raucamente, la saliva è gel lattinoso nella sua bocca arsa. ʻIo conoscevo il signor Hrabal, lui amava la birra. Ha pagato molte a me, anche.’ Ora è già sicuro che vuole soldi. ʻTu capire ceco?’ No, annuisco a malincuore, preferirei sbarazzarsi di lui, sto frugando in tasca, ma non ho nessun spiccioli, solo banconote, e anche noi siamo gente povera. ʻDunque tu non sapere che cosa è scritto qua?’ mostra sul murale. No, veramente no. Tady stojím, čelo mám korunované deseti vráskami, tady stojím jako starý bernardýn a dívám se do veliké dálky, až do svého dĕtství… Lui inizia a tradurre con entusiasmo. ʻIo sto qui… dieci rughe di corona sulla mia fronte’, suda sopra lo sforzo. ʻIo sto qui, appaio come… San Bernardo… cane da salvataggio… sì, sì, come un vecchio cane di San Bernardo… Guardo lontano, molto lontano, a quando ero bambino…’ Sono lieto di riconoscere il testo. Metto la mano nella mia borsa per una tiepida birra Soproni, forse con essa mi sbarazzo di lui, quando scorgo le lacrime sul suo volto. Guardiamoci uno all’altra con Anna. Ci vergogniamo. ʻGrazie, ungheresi, che siete venuti. Per vedere il signor Hrabal, mio amico.’ Mi sento in dovere di stringergli la mano sporca tesa.»
Mátyás Falvai: „hrabal_wall.jpg” Új Könyvpiac, settembre 2012

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Oggi, al giorno del compleanno, non ci sono eventi a Libeň, solo le scuole stanno celebrando il Giorno di Hrabal. Lunedì sera ci sarà una serata commemorativa nel teatro alternativo di Libeň, e si aprirà una mostra dal titolo «Strettamente osservato Hrabal», scriverò su tutt’e due. Come una commemorazione privata, mi siedo nel «Sanatorio di Birra U Horkých», l’ultima casa superstite del quartiere ebraico di Libeň, la «capolinea» del celebre Grand Slalom di Hrabal. Chiedo alla cameriera esperta, qual’era la tavola di solito di Hrabal, per pubblicare da lì questo post.


giovedì 27 marzo 2014

Transizione: Il serpente

Luciano Ramo: Attenti, il serpente tedesco è preso! Bisogna ora strappargli i denti del veleno, Brescia, F.lli Geroldi 1916

Otto von Kursell: Abbasso il bolscevismo! Il bolscevismo porta guerra e distruzione, fame e morte, 1919

Sergei Igumnov: Distruggiamo le spie e i sabotitori, gli agenti trotskisti-bucharinisti del fascismo, 1937.
(La didascalia confusa riflette la confusione dell’ideologia ufficiale. Benché il serpente porti
un monocolo nazista, i tedeschi sono in questo momento potenziali, e più tardi reali
alleati dell’Unione Sovietica. È per questo che si deve parlare di altri nemici
nella didascalia: trotskisti, bucharinisti, o addirittura fascisti, come
i nazisti sono tuttora chiamati nel mondo post-sovietico.)

John Heartfield (nato Helmut Herzfeld, scenografo di Bertold Brecht): Chiediamo il divieto di armi nucleari, 1955

Supereremo l’ubriachezza! Manifesto anti-alcolista sovietico, anni 1960

Passeggiate nel quartiere ebraico


Sono venuto solo per un caffè alla Casa Kazimír in via Kazinczy a Budapest, ma arrivato al piano di sopra mi trovo di fronte a una compagnia internzionale intorno al lungo tavolo, con vino, paté di fegato d’anatra, e musica di chitarra. «Cosa sta succedendo?» chiedo Andrea con sorpresa. «Abbiamo appena finito il nostro primo tour del quartiere ebraico, e come puoi vedere, è stato un pieno successo. Il prossimo si comincia presto. Vieni, se hai tempo.»

Domenica scorsa, l’Associazione Culturale degli Ebrei Ungheresi ha iniziato le sue passeggiate guidate nel quartiere ebraico, come il 7° distretto di Budapest è tradizionalmente chiamato. Le seguenti due domeniche, 30 marzo e 6 aprile presenteranno le scene e tradizioni della vita ebraica del quatiere soprattutto per gli «outsiders». Tuttavia hanno qualcosa da mostrare anche agli intenditori del quartiere. Abbiamo anche visitato due vecchie sinagoghe, nascoste in due cortili interni, dove neanch’io sono mai stato. Quella in via Dessewffy 23 è stata convertita da una stalla di cavalli dai facchini ebrei della vicina Stazione Ferroviaria Occidentale – forse questa è l’unica sinagoga dove le due funzioni si susseguirono non nell’ordine inverso. E quella in via Vasvári Pál 5 è stata progettata nel 1885 da Sándor Fellner, più tardi famoso architetto di Budapest, per la Società Talmud Tora (Šas Chevra), fondata per il rafforzamento dell’ortodossia.

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L’Associazione Culturale degli Ebrei Ungheresi ripeterà le due passeggiate le prossime due domeniche: dalle 13:00 faranno una presentazione generale del quartiere, e dale 16:00 visiteranno alcune sinagoghe nascoste. Il 30 marzo, la grande camminata sarà in inglese e il tour delle sinagoghe in ungherese, e il 6 aprile il contrario. Se siete a Budapest, venite anche voi! (Registrazione in e-mail: mazsike@gmail.com.)

mercoledì 26 marzo 2014

Fiori profumati


Nella mostra Montagne nebbiose, fiori profumati – Pittura a inchiostro cinese tradizionale nei secoli 19 e 20 della Casa Kogart a Budapest quasi una centinaia di dipinti e calligrafie sono esposti fino al 30 del marzo dal Museo delle Tre Gole di Chongqing. Quasi tutte le opere in prestito dalla Cina sono dalla fine del periodo Qing, lavori accademici di gusto conservativo, che imitano con grande cura i grandi modelli classici. Forse solo le tre immagini di Liu Xiling (刘锡玲, 1848-1923) sono veramente originali ed emozionanti: il maneggio saltuario del pennello e le forme astratte già prefigurano l’espressività e la relazione ironica al canone classico della pittura a inchiostro cinese contemporanea.

Questo è un altro dipinto di Liu Xiling. Le opere esposte non figurano nel catalogo.

Ma la natura ci compensa per l’intensità mitigata dei dipinti. I quattro alberi di magnolia in piena fioritura al fronte strada della Casa Kogart rivelano con forza esplosiva ciò che i maestri alla fine dell’epoca imperiale hanno cercato nelle pitture di un secolo precedente, ritenuto più felice. I visitatori si fermano nel giardino, e i passanti fuori del recinto. Si fotografano felicemente di fronte al mare di fiori.


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