lunedì 28 novembre 2016

«Templi ebraici». Reliquie di un periodo d’oro


La Legge d’Emancipazione del 1867 – che oggi centoquarantanove anni fa fu approvato all’unanimità dal parlamento ungherese – aprì la strada per l’ascesa sociale agli ebrei ungheresi. Allo stesso tempo, il Compromesso austro-ungarico portò un boom economico mai visto per tutto il paese. La borghesia ebraica aveva tutte le ragioni per pensare che Canaan è già qui (come fu detto in un altro contesto dal grande poeta contemporaneo Sándor Petőfi).

Questo sentimento, quest’atmosfera orgogliosa e fiduciosa dell’emancipazione sociale ed economica si manifestò nelle grandi sinagoghe costruite alla fine del secolo. Come Tamás Halbrohr, emerito superiore della sinagoga di Szabadka/Subotica cita le parole dei loro costruttori, «noi costruiamo non sinagoghe, ma templi ebraici», centri sacri alla pari con le chiese cristiane, il cui disegno e soluzioni architettoniche ricordano anche il Tempio di Gerusalemme e l’età d’oro con esso associato. Tali erano le sinagoghe delle grandi città, Budapest, Pozsony/Bratislava, Nagyvárad/Oradea, Szeged, il cui stile storicista e spesso orientalista evoca i millenni della storia ebraica. O le impressionanti sinagoghe della grande pianura ungherese, Hódmezővásárhely, e soprattutto Szabadka/Subotica, che utilizzarono i motivi dell’«Art Nouveau ungherese», ideato dagli architetti di Budapest, per l’espressione della loro identificazione con la nazione ungherese.


Nel corso dell’anno scorso abbiamo visitato questi magnifici templi ebraici con la squadra di Eti Peleg. In ogni luogo abbiamo parlato con storici dell’arte, architetti, storici locali, i membri della comunità locale, per evocare le intenzioni dei costruttori e committenti di una volta, e lo spirito del tempo che prese corpo negli edifici. Lo spirito di un tempo che, se non lo contempliamo con la nostra saggezza retrospettiva, attraverso la prisma della tragedia di un mezzo secolo dopo, possiamo davvero considerare come l’età d’oro degli ebrei ungheresi.

Il film è completo, ora siamo alla ricerca di distributori. Nel frattempo pubblichiamo il seguente breve riassunto. E ancora una volta ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito alla sua preparazione.



mercoledì 16 novembre 2016

Le tre sinagoghe del campo di concentramento


All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il numero degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti «studenti ebrei erranti».



La loro erranza si concluse nel 1940 con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno, Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di generi alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

Campo di Ferramonti

Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti, agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

Padre Callisto Lopinot

Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.



Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva «il capo dei capi» che relazionava con la direzione del campo.

Il Rabbino Pacifici al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

Matrimonio ebraico

Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

Interno di una delle tre sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

Baracca adibita ad atelier per artisti. Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata, molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli inglesi che impedirono a molti di emigrare in Palestina. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

Brigata Ebraica a Ferramonti


Molti di loro divennero famosi in campo artistico, letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese, divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato a Budapest, in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico jugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo ʻsospeso’, il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramonti di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di «ebrei Genovesi». Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri: Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili in rete dall’Università di Bologna, dal Comune di Ferramonti. Ne voglio condividere alcuni convinta che molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità.

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Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato nel 1913 a Lemberg/Lwów, allora Austro-Hungaria e più tardi Polonia, laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico del padre.

David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova, dove era stato imprigionato a Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria. Brody era uno dei centri più importanti dell’ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco, e strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei, e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.



La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco, o deportati e morirono nei campi di concentramento.

Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al 30 luglio del 1942 quando fu confinato a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato, ha avuto un figlio ed è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della Segreteria studenti Dipartimenti della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche, senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu, in fondo, una storia di salvezza.

lunedì 18 aprile 2016

Il mare a Zahesi


Acquistai la macchina fotografica nell’estate del 2014 in un negozio di Tbilisi, con il sincero desiderio di utilizzarla come strumento di lavoro. Acquistai una reflex. Sino a quel momento avevo utilizzato una macchina fotografica compatta.

In ben poco tempo, lo strumento divenne parte di me, della mia identità. Il suo uso mi ha cambiato profondamente durante tutto il percorso della mia ricerca. La macchina fotografica costringe l’occhio, la mia persona a rileggere, attraverso l’obiettivo della camera, il senso dei luoghi e delle persone. Ogni inquadratura e la conseguente foto, non sono frutto di scatti occasionali, improvvisati. Al contrario, ho voluto dare una visione del campo di ricerca che non fosse solamente uno «spazio» al di fuori di me, che non fossero «persone» lontane da me, ma che vi fosse un dialogo intimo, continuo, dove l’estetica fosse unita alla pratica, attraverso un attimo unico ed irripetibile

«Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente. Essa è il Particolare assoluto, la Contingenza suprema, spenta e come ottusa, il Tale (la tale foto, e non la Foto), in breve, la Tyche, l’Occasione, l’Incontro, il Reale, nella sua espressione infaticabile» (R. Barthes, La camera chiara 1)

La versatilità dello strumento, la sua praticità, mi hanno permesso di leggere e rileggere costantemente l’ambiente e l’umanità intorno. Mi accorsi dopo poco tempo, che ogni fotografia, pur rappresentando il medesimo spazio, seguivano non solamente le esigenze della ricerca in quel momento e della «volontà» di rappresentare, in aggiunta a quella di descrivere, ma che, considerandola ormai una parte di me, essa agiva secondo l’umore e la mia idea. Interessante fu anche il dare la possibilità agli informatori di scattare fotografie loro stessi. Questo mi permise di non avere una visione univoca e unilaterale della realtà, ma di ottenere così anche «sguardi dal di dentro», con foto ancor più personali.


Uscii di corsa dal mio appartamento e decisi di attraversare la lunga strada che taglia in due Zahesi e che permette di raggiungere il monastero di Jvari. Mi sentii entusiasta di avere quello strumento tra le mani. Mi sentii entusiasta perché finalmente avrei potuto raccontare (anche a me stesso), quella realtà.

Mi inoltrai in una zona del quartiere a me nuova. Alcune donne conversano animatamente tra loro. Il nero degli abiti le disegna sulle pareti grige del palazzo. Chiedo loro dove porti la strada. Guardano la macchina fotografica. Una di loro indica distrattamente una direzione. Proseguo ugualmente. La realtà non è mai come vorremmo (o quasi). Dopo alcuni passi noto per caso un piccolo edificio, parzialmente coperto dalla vegetazione. Sulle pareti lisce e grige, si animano figure di danzatori e suonatori, arrestati solo dalla immobilità della stessa materia di cui non sono fatti i sogni. è il mio soggetto. Dopo aver fotografato alcuni palazzi, finalmente un soggetto su cui testare il nuovo strumento. Non fu facile. Mi accorsi di non essere sensibile. Persi così fiducia, e dopo alcuni scatti (scarsi), abbandonai mestamente il tentativo.

Tuttavia, la giornata di sole prometteva bene e decisi di insistere. Pensai meno al nuovo «giocattolo» e più invece a guardarmi attorno, alla ricerca, come se Robert Capa fosse tornato a Tbilisi, di qualche soggetto interessante. Attorno la vegetazione. Qualche edificio in cemento semi distrutto e nulla più. Incrociai sulla strada alcuni ragazzi. Ridevano, tra loro o di me. Non chiesi loro nulla. Avrei scoperto da solo il mio soggetto. Dopo aver girovagato lungo le strade sterrate, notai per caso una enorme macchia blu tra la vegetazione. L’avevo trovato. Aveva tutta l’aria di essere una fontana o uno spazio gioco per bambini. Non lo seppi mai. Pesci, onde, alghe. I minuscoli tasselli che compongono e componevano il mosaico, erano stati posti con molta cura da qualche operaio o artista incaricato da Brezhev in persona o più semplicemente da un solerte funzionario locale, per ravvivare l’ambiente. Il mare a Zahesi. Kitano a Zahesi.


Kelaptari: Sacekvao. Dall’album Georgian Dancing Melodies (2012)

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venerdì 15 aprile 2016

Internazionalismo


La Georgia è il paese delle centrali idroelettriche. Grazie ai suoi fiumi abbondanti che corrono giù da alte montagne, e le venticinque centrali idroelettriche, essa è l’unico paese europeo che non solo completamente si provvede dell’energia verde, ma è anche in grado di esportarla.

«Con l’elettroficazione (sic!) contro la controrivoluzione!”

Viaggiando da Tbilisi lungo il Kura verso la frontiera armena, dopo Borjomi uno strano edificio industriale di stile barocco stalinista appare a destra. La stessa versione orientale del barocco stalinista, decorata con archi alti e profondi, che dal 1930 diventò dominante nel Caucasu, e che tuttora fiorisce negli edifici moderni di Jerevan e Baku. Attorno ad esso, una frazione di poche case, il suo nome è Chitakhevi, ovviamente creata per il supporto della centrale elettrica.



Benché io sia in un minibus, chiedo al gruppo di attendere qualche minuti, mentre fotografo il fenomeno. Avvicinandomi al palazzo, la guardia appare al cancello. «Buongiorno. Che cosa è questa struttura?» prendo l’iniziativa per evitare il suo interrogatorio. «La stazione di trasformazione della centrale idroelettrica.» «Quando è stata costruita?» «Dopo la guerra. Ha iniziato a lavorare nel 1949. Voi da dove siete?» «Il gruppo dall’Ungheria, io dalla Germania.» «Bene, allora siete stati esattamente voi a costruirla.»


Il progetto Как воевали плотины, che documenta la storia degli impianti idroelettrici sovietici tra il 1914 e il 1950, dedica un articolo al grande numero delle centrali idroelettriche costruite da prigionieri di guerra tedeschi, giapponesi, ungheresi e italiani durante o subito dopo la guerra. L’articolo quota dalle memorie del tedesco Hubert Deneser, che ha lavorato alla costruzione della centrale a Uglič, pubblicate anche in russo. «Ho lavorato ventidue mesi a Uglič. Ho dovuto correre su e giù centoventiotto scale con due secchi d’acqua alla betoniera. Ho imparato un sacco di tecniche di costruzione. Quando nel 1948 sono tornato dalla prigionia in Germania, ho costruito la mia casa da solo. D’inverno abbiamo tagliato ghiaccio dal Volga, d’estate abbiamo portato letame fuori ai campi. Lì abbiamo incontrato anche ragazze, abbiamo scherzato, abbiamo riso.» Doveva essere una vita idilliaca.