mercoledì 1 ottobre 2014

Sotto Vyšehrad


Inizio d’autunno, il cielo è grigio, ma il pomeriggio è ancora caldo, e le strade laterali sono tranquille. Mi ritrovo sotto Vyšehrad, il secondo castello di Praga, che signoreggia su una roccia sopra il luogo dove il torrente Botič si unisce al fiume Moldava.

Cammino lento sul lungofiume, sono per lo più da solo, salvo per i cigni affamati che nuotano avidamente verso di me, apparentemente nella speranza di qualche cibo. Ma non ho nulla da dare, ho solo la mia macchina fotografica.


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(tajemství = mistero)

giovedì 25 settembre 2014

Cartoline rosa 2.


Nome del mittente: Károly Timó, 1° Reale Reggimento di Fanteria, 9a Compagnia, 3o Plotone
Indirizzo del mittente: Debrecen, Caserma Via Salétrom, ospedale

Indirizzo: All’Egregia Signorina Antónia Zajác
3° distretto, via Kis Korona 52
Budapest



il 25 [di settembre 1914]

Mio caro figlioscrivi subito

Dalla grande gioia non so nemmeno che cosa scrivere così in fretta, nonostante che sono stato colpito da una fucilata sul braccio destro. Perché era un vero miracolo che ho scampato il pericolo. Ora penso solo a poter andare a Pest in ospedale, così che ci possiamo vedere il più presto possibile. Tuttavia, non preoccupati per me, perché nel giro di poche settimane sarò completamente guarito, e chissà allora ci sarà anche pace.
Come stai, mio figlio, e tua madre, e tue sorelle? Che novità sono su Feri? Edre e il figlio Német sono qui.
Se ricevi questa cartolina, ti prego di andare subito ai miei genitori, e faglielo sapere, in caso che loro non abbiano ricevuto la loro cartolina.
Abbracciandoti e baciandoti, il tuo affezionato Károly
Lunedì vengo a Pest



Lettera precedente (indicata in grigio sulla carta):

Szerencs, 28 agosto 1914
[La lettera rivela, che è stato arruolato in una delle più grandi unità combattenti ungheresi, il 1° Reale Reggimento di Fanteria. Dal confine ungherese sono stati trasportati senza sosta direttamente al teatro di guerra galiziano, e subito fatto entrare in azione nella zona di Rohatyn, come parte del fronte concentrato per la liberazione di Leopoli/Lemberg, che era attaccata, e poi occupata dai russi.


Viva la patria! Marcia del 1° Reale Reggimento di Fanteria

Dopo l’operazione fallita si è ordinata la ritirata generale, così che dopo quasi un mese si è tornati al confine, vicino a Mezőlaborc. Ora però dalla direzione opposta.

Le cose si sono sviluppate in modo diverso dal plano. Un mese è passato, e il giovane soldato envia la sua carta dalla Caserma e Ospedale di via Salétrom a Debrecen. Fu ferito al braccio destro. In stile con la sua lettera precedente: mentre giocando soldato, ha avuto la buba. L’infortunio potrà essere accaduto pochi giorni prima, probabilmente nelle battaglie intorno a Mikołajów. Una gioia nel guaio è che nel periodo di guarigione potranno incontrarsi, e forse fino allora ci sarà anche la pace.
Alla fine della lettera domanda notizie del fratello maggiore Zajácz, l’assistente tappezziere. Lui è stato comandato al fronte occidentale.]

Soldati ungheresi feriti, trasportati dal fronte di Galizia e curati nell’entroterra, pochi giorni prima della scrittura della cartolina. Tolnai Világlapja, 20 settembre 1914.


sabato 13 settembre 2014

Incendi


Da molti anni non vive che un solo monaco a Treskavec C’è anche una fonte, uccelli, gatti senza dubbio, e il vuoto.
Il vuoto tutt’intorno, un vuoto immenso. Forse il monaco ci vede l’Infinito, ma per me c’era solo il vuoto, il sole, le pietre.
Un luogo tremendo.


Il monastero di Treskavec – Tрeскавец – è arroccato su queste pietre, vicino alla cima della montagna che domina la città di Prilep in Macedonia, su un piccolo altipiano di difficile accesso, vicino alla vetta del Monte Zlatovrv, alto 1280 metri.
Da lontano si vede solo un mucchio di rocce che formano una piramide sulla pianura arida. Chiediamo la strada da un passante e a un distributore di benzina, cerchiamo il grande cartello sulla destra, seguiamo la strada che costeggia il cimitero. La via passa poi attraverso i campi, una sorta di macchia, una steppa giallastra, e cerchiamo il monastero di cui ancora non sappiamo niente. Non si vede, non si sa, dove cercarlo, si perscruta, non si vede niente. Attraversiamo la pianura arida tra cannetti e piccoli alberi assetati, ed improvvisamente ci ritroviamo ai piedi della montagna. La montagna è lì davanti a noi, assolutamente ermetica, come una torre senza porta, ma la strada non si preoccupa per la montagna, non tiene conto della pendenza, ma sale in modo vertiginoso. Guidiamo ancora per chilometri, a volte quasi verticalmente, a quanto mi pare, e perdiamo la speranza di vedere il monastero, perché su queste rocce non c’è nulla. Nulla.

E poi all’improvviso si vede, è lì, o piuttosto no, siamo ancora lontani, dobbiamo continuare la salita a piedi. La pianura si estende davant ai nostri piedi.

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Prima, quando non c’era nessuna strada qui, si salì a piedi, o a cavallo, o a dorso di mulo. La gente di Prilep ci salì in occasioni particolari: qui, al monastero si incontrarono gli esnafs o corporazioni della città, prima del 1913, quando Prilep era ancora sotto il dominio ottomano. Hanno bei costumi e baffi turchi, ma possiamo immaginarci che erano buoni cristiani, se salirono fino a qui. Questi altri costumi e baffi sono molto diversi, bei serbi, o bei macedoni, non lo posso dire: queste sono le truppe di Prilep in partenza per il fronte nel 1916, quando, dopo le guerre balcaniche del 1912 e 1913, la città apparteneva già al regno di Serbia.



Già nell’antichità esisteva qui un tempio di Apollo e Artemide, le cui fondamenta sono ancora visibili. Fin dai primi secoli del cristianesimo, dal quinto o sesto secolo, c’era qui anche una chiesa, ma il monastero fu costruito solo agli inizi del XIV° secolo dal re serbo Stefan Uroš II Milutin. Su questo sito spettacolare, la roccia di Prilep, fu fondata pochi decenni più tardi anche una fortezza, le torri del re Marko Kraljević.

Il monastero nel 1898

Il monastero prima dell’incendio del 2013, quando era completamente restaurato nel 2008 (Wikipedia Commons)

Il monastero, che durante il XIX° secolo ripetutamente cadde vittima agli incendi, fu compromesso dalle intemperie, e privato dei suoi monaci nel 2005, durante il conflitto fra le chiese ortodosse serba e macedone, è stato restaurato nel 2008, quando la nuova strada ha facilitato l’accesso al sito. Purtroppo nel febbraio 2013 un altro incendio, partito da una stufa difettosa, ha distrutto tutti i konak, i tradizionali edifici residenziali nei monasteri serbi, e il patrimonio culturale è oggi più minacciato che mai durante la sua storia.

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Stare di fronte a queste rovine, anche se conosco l’origine tanto stupido e banale della sua distruzione, è come un riassunto di tutto ciò che era doloroso in questo viaggio, come un’immagine metaforica di tutte queste guerre balcaniche,
dei territori spopolati,
delle case bruciate in Kosovo,
delle moschee bruciate a Prilep,
degli alberi morti, secchi,
dei campi minati ancora qua e là,
delle storie di abbandono, fuga ed esilio,
delle paure tanto sensibili,
degli odi e scismi,
delle chiese rivali,
delle frontiere chiuse davanti a questi o quelli, fra la Grecia, Macedonia e Serbia,
dei monumenti costruiti ai due lati delle frontiere tanto fragili, nelle due metà delle vallate, le chiese e moschee, le cui campane e altoparlanti invadono lo spazio sonoro dell’altra, e che sono osservate e guardate,
dei nazionalismi,
dei cartelli bilingue o trilingue, dove i nomi di luoghi vengono furiosamente cancellati, perché sono scritti nella lingua odiata,
dei manifesti in onore di persone che altrove sono riguardate criminali,
delle ferite ancora fresche.

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venerdì 12 settembre 2014

Evviva, la scuola!


Aa, Aa. I bambini di Boemia imparano a leggere in due lingue, le lettere di due alfabeti diversi nello stesso tempo, dall’abecedario pubblicato nel 1855 a Litoměřice, cioè Leitmeritz. La Boemia, metà ceca e metà tedesca, detiene ancora la promessa di una piccola Svizzera nell’Europa dell’Est. C’è ancora l’eventualità che non ci sarebbe nessun Kampf um Kinder, né fucilata del Sudetenland, né Lidice, né Terezín, né marcia della morte di Brno, né deportazione dei tedeschi. Seduto nella posa del maestro saggio, il mendicante in attesa di elemosina sembra di dare elemosina lui stesso nella prima pagina del libro. Gli esempi furono scelti dalle parole che sono simili nelle due lingue, e che quindi sono in gran parte quelle di origine straniera. Tramite le loro illustrazioni l’arabo, l’armeno, l’aloe, l’ananas, l’indiano americano, la ricchezza del gran mondo, il mare boemo prende vita nella scuola elementare di Leitmeritz, cioè Litoměřice.


Anna conta bene, presta attenzione a tutto. Quando finisce il conteggio, gioca con l’uccellino sulla mano. Il cagnolino comincia ad abbaiare, perché nessuno vuole giocare con lui. Ma Zdenka deve ancora continuare a contare. La Množilka v obrazech, cioè Tavola di moltiplicazione illustrata, pubblicata nel 1890 a Jindřichův Hradec, mostra nello spazio di scatola delle Annunciazioni olandesi del Cinquecento la Jungfrau che gioca con l’uccellino. Zdenka è probabilmente ostacolata nel conteggio dalla filatura da finire.


L’abecedario pubblicato nel 1903 a Praga era probabilmente l’unico strumento dell’insegnante rurale, che ha annotato calligraficamente nei larghi margini i testi da dettare, le note delle canzoni da insegnare, e anche tali piccole note sotto le immagini, come non dimenticare di spiegare perché non c’è k alla fine di v klobouce (nel cappello), e perché c’è una alla fine di u klobouku (al cappello).


Nella testata dell’orario per l’anno 1923-1924 della scuola comunale di Líšná i due più grandi educatori cechi, J. A. Comenius e – sicuramente non l’avrebbero pensato – T. G. Masaryk sollecitano i piccoli cecoslovacchi: «Essere saggio – tutto passa per questo», e «L’educazione è per tutti». La maggior parte delle lezioni erano scrittura e lettura, conteggio e grammatica. Due volte alla settimana religione (cattolica e «cecoslovacca», che si riferisce alla Chiesa Hussita Cecoslovacca, creata nel 1919, insieme con il nuovo stato), e tre volte educazione civica, che dimostra bene l’importanza del nuovo stato.


Gesundheit und Nächstendienst, salute e servizio del prossimo. Nel 1937, nella scuola di Opava/Troppau anche la più piccola sa, come lavarsi i denti. Lei lo spiega agli altri, i quali, con uno spazzolino da denti e un bicchiere nella mano, non vedono l’ora di provarlo anche loro, seguendo le figure della Zahnhygienische Wandtafel.


Altri ragazzi vanno a fare una passeggiata. Non in qualsiasi modo, ma in un ritmo. Trompeter werden wir, im Takt marschieren wir. Saremo trombettieri, marceremo in un ritmo. Durch das Dorf marschieren wir. Marciamo attraverso il villaggio. I ragazzi marciando con bandiere con la svastica e le rune delle SS sono salutati dai passanti, e le ragazze offrono fiori a loro, appunto come nel 1938 a Asch e Machendorf. Nell’edizione del 1939 di Praga del Hirts Schreiblesefibel, popolare in tutto il Reich.


Altrove anche le lettere vanno a fare una passeggiata. Sulle pagine del Kulihráškův národní slabikář. Veselá knižka pro nejmenší čtenáře a jejích maminky (Abecedario nazionale di Pisellino. Un libro allegro per i lettori più giovani e  le loro mamme), pubblicato nel 1940 nella Praga occupata, ciascuna lettera è una personalità differente, con scopi decisi. Le avventure della lettera p. I ragazzi camminavano sulla strada polverosa. Lì c’era anche p. Ha chiesto a loro: Dove andate? Andiamo a Praga! Anch’io vado con voi, ha detto p. E così è partito. Quando è arrivato a Praga, ha guardato tutto. È anche salito nel Hradčany con i bambini. Praga si è aperta davanti ai suoi occhi. Gli occhi di p sono diventati tondi per lo stupore. Non aveva mai visto nulla di simile bellezza. Lo guardava affascinato, ha anche dimenticato che era fuggito dall’abecedario. [Questa è l’unica frase senza una lettera p.] Era lì che Pisellino l’ha trovato. Guardavano Praga insieme, e dissero: «È meravigliosa la nostra Praga!»


Anche nella pittura Nuovo allievo nella scuola, eseguita intorno al 1820, ciascuna figura è una personalità differente, con scopi precisi. L’insegnante guarda con entusiasmo al cesto pieno in fronte a lui, all’oca, la pagnotta e le bottiglie di vino, il regalo tradizionale per gli insegnanti (cf. il modo di dire non ho comprato il mio certificato/licenza/diploma per un’oca). L’attenta madre con un sorriso convincente punta allo stesso con la mano destra, mentre con la sinistra spinge avanti, nella benevolenza del maestro, il ragazzo spaventato. Il ragazzo saluta l’insegnante con il cappello alzato al petto, ma con gli occhi già sembra di essere controllando i suoi futuri compagni di classe. I compagni di classe stanno evidentemente valutando il contenuto del cesto, e probabilmente traggono conclusioni anche rispetto allo stato sociale del nuovo alunno. Solo la testa spuntandosi da dietro la gonna della madre contempla la scena serenamente e senza interessi, o forse è in un posto tutt’altro nei pensieri.

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La mostra del Museo Comenius a Praga presenta l’inizio dell’anno scolastico nella Boemia durante più di un secolo, con l’aiuto di abecedari, fotografi e arredi scolastici. Lo spazio a volta medievale è stato arredato come una classe, con vecchie panchine, e lavagne di lettura e conteggio. Persino una piccola studentessa impagliata si è esposta sotto vetro, un’ultimo rappresentante di una razza sull’orlo della scomparsa.


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E il tableau finale illustra con le foto del primo giorno di scuola di tre generazioni ceche – 1906, 1920, 1955 – l’applicazione pratica degli oggetti presentati.

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Passeggiando per la mostra, due cose diventano evidenti. L’una è, quanto gli accessori dell’inizio della scuola sono rimasti più o meno uguali nell’ultimo uno e mezzo secolo: abecedario, orario, panchina, zainetto. E l’altro è, con quanta precisità questo set puritano e conservatore è in grado di riflettere lo spirito attuale del periodo e della politica. Su cui i genitori dei principianti della scuola di oggi potrebbero dire molto di più.

Petr Velkoborský: Piccolo scolaro, 1987

lunedì 8 settembre 2014

L'ultimo giorno nella scuola


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…perché il giorno dopo la famiglia di mio nonno fuggì in Ungheria.

Temesvár / Timișoara / Temeschwar / Темишвар / تمشوار / טעמשוואר
1921, poco dopo la determinazione delle nuove frontiere