domenica 27 luglio 2014

Viva l'estate

Dal mercato delle pulci di oggi a Berlino



floh1 floh1 floh1 floh1 floh1 floh1 floh1 floh1 floh1 floh1


floh2 floh2 floh2 floh2 floh2 floh2 floh2 floh2 floh2 floh2


floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3 floh3


lunedì 7 luglio 2014

Il mare ceco


Lahvová pošta, messaggio in a bottiglia. Sembra quasi assurdo che tale termine sia stato creato anche in una lingua, nella quale è impossibile incontrare una cosa del genere. La natura ha rifiutato il mare alla Cechia. Era dunque il compito della letteratura di regalarle uno, come lo fa Shakespeare nel Racconto d’inverno, e Radek Malý nelle sue recentemente pubblicate poesie per bambini, Moře slané vody, Mare di acqua salata.

Zavřete oči.
Slyšíte, jak šumí?
Nadechnĕte se té vůnĕ.
Zašeptejte:
Čechy leží u moře.
Chiudi gli occhi.
Senti, come mormora?
Inspira il suo profumo.
Sussurra: La Boemia
giace sul mare.


Come nativo di un altro paese senza sbocco sul mare, capisco appieno il desiderio verso il mare, come si cerca di immaginare sul modello del cielo azzurro quell’altro infinito, come si sogna conchiglie, navi, isole, come si prepara in Kőbánya a diventare un marinaio, e, infine, il primo incontro.

První vzpomínka

Oči
mám plné
veliké slané vody

Objala zemi kolem pasu

Plujeme
La prima memoria

Gli occhi
mi sono pieni
della grande acqua salata

Essa si cinge la vita con la terra

Nuotiamo


Blessed shore, dice Shakespeare della costa ceca, e così è davvero. Ma anche aggiunge: unpathed waters, undreamed shores, il che non può essere vero, poiché appare così spesso nei sogni, se la percorre tante volte.

O cestĕ

Zeptej se moře na cestu
Řekne ti: všechny cesty jsou tu
Vítr tĕ vezme do všech koutů
a není snadné nalézt tu
jednu
která
nevede ke dnu
nekončí včera
nevede k zemi lidožroutů

Ale já ji najdu, tati
najdu ji, a pak se vrátím
Sulla via

Chiedi il mare sulla via
ti dirà: qui sono tutte le vie
il vento ti porta a ogni angolo
ma non è facile trovare
quell’unica
la quale
non ti porta nel profondo
non finisce ieri
non ti porta nel paese dei mangiatori di uomini

Ma, papà, io la troverò!
La troverò, e poi ritornerò


Ciò che è bello in queste poesie per bambini, è che esse non sono banali, o artificiali, o penosamente divertenti, come la maggioranza delle poesie scritte da adulti per bambini. Esse sono spaziose e personali e da proseguire, come il mare, come il sogno. E questi due si fondono sulla costa ceca.

Velrybo velrybičko

Vidĕl jsem velrybu
bylo to ve snu
byla jak ostrov Byla noc

Dlouze se dívala
až na dno klesnu
pak připlula mi na pomoc

Dokud jsou velryby
nebudem sami
na moři ani za noci

Ale až nebudou
co bude s námi?
Kdo připluje nám pomoc?
Balena, balenina

Ho visto una balena
era in sogno
era come un’isola. Era notte

guardava a lungo
nelle profondità
poi ha nuotato per salvarmi

Finché ci sono le balene
non saremo soli
sul mare, né nella notte

Ma una volta non ci saranno più
che sarà con noi?
Chi nuoterà per salvarci?


Anche le illustrazioni, da Pavel Čech, sono come dei sogni. Come i sogni dei bambini: un po’ di sale, un po’ di inchiostro, un bacino d’acqua – l’infinito mare. E come i sogni cechi. Di fronte al muro scrostato, al telaio logoro, chi non riconoscerebbe il bacino di Josef Sudek, e da ora in poi, chi non vedrà nel bacino e nei bicchieri di Sudek il mare di Pavel Čech?







domenica 6 luglio 2014

Alla Mecca via Parigi

Iskander in pellegrinaggio alla Mecca. Ferdowsi, Shahnameh, manoscritto persiano copiato nel 1440, fol. 342. BnF

– E lei perché non va alla Mecca?
Di fronte al largo modello della Grande Moschea della mecca, alzo gli occhi. La coppia che sta davanti a me nella penombra della mostra «Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca» nell’Institut du monde arabe di Parigi, mi guarda sorridendo.


– È un’esperienza straordinaria, l’abbiamo già fatto tre volte… La gente che viene da tutto il mondo, la fratellanza generale, la pace, è qualcosa che non si trova da nessun’altra parte. In realtà, dovrebbe andare lì, ciascuno può andare, lo sa…
Un’immagine mi viene in mente, l’autostrada, dove le corsie si separano – la Mecca dritto per i musulmani, e per i non musulmani, la prossima uscita a destra.
– Non credo che possa…Essi esitano. E con un sospiro:
– Ah, sì, è necessario essere musulmani…
La donna sorride a me come a un bambino ignorante, mentre suo marito continua in una voce morbida:
– Ma lo sa, è molto semplice. Una semplice formula da pronunciare, niente di più, nessun studio preliminare, nessuna cerimonia… Per lei, storica, dire che Maometto è un profeta… questo è una verità storica, giusto? Per lei non sarebbe difficile…
Una semplice formula. Una formalità, per dire così.Penso a Richard Burton che visitò la Mecca nel 1853 travestito da medico afghano. Sicuramente nessun’epoca è semplice, ma 2014 non sembra l’anno più facile per prendere la via del pellegrinaggio.

Carta, Turchia, 1650, Leiden, biblioteca universitaria

No, questo viaggio non era mai facile, ma durante i secoli sempre c’erano viaggiatori europei a visitare, descrivere, misurare, cartografare, fotografare i luoghi santi dell’Islam.

Alain Manesson Mallet, Description de l’univers contenant les différents systèmes du Monde, les cartes générales et particulières de la géographie ancienne et moderne, les plans et profils des principales villes et des autres lieux plus considérables de la terre, avec les portraits des souverains qui y commandent, leurs blasons, titres et livrées, et les mœurs, religions, gouvernements et divers habillements de chaque nation…, 1683, BnF. Questa veduta di Gerusalemme rappresenta i pellegrinaggi in primo piano in atteggiamento di adorazione.

hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1 hajj1

Per raggiungere la Mecca, questi viaggiatori dovevano essere accorti, superare con astuzia le trappole, far finta di convertire, a volte travestirsi, come Ali Bey el Abassi, che ha dato una conferenza sui suoi viaggi nell’Institut de physique di Parigi nel 1807.

Rapport fait à la classe des sciences physiques et mathématiques de l’Institut par le chevalier Badía, contenant un précis de ses voyages Afrque et en Asie

Domingo Badía y Leblich è nato a Barcelona nel 1767. Viaggiò in Africa e nel Medio Oriente fra 1803 e 1807, e poi nel 1817-1818. Travestito da musulmano e sotto il nome di Ali Bey el Abassi andò prima nel Marocco nel 1803 con il sostegno del segretario di Stato spagnolo Manuel Godoy, con l’obiettivo di conquistare il regno per la Spagna. Riuscì di ingannare sia il sultano Moulay Sliman, che i capi degli ordini religiosi. Quando già sentiva che la sua popolarità nel Marocco era tale da poter rovesciare il sultano e avere il potere, Ali Bey perdette l’appoggio delle autorità spagnole. Decise allora di intraprendere a proprio conto il pellegrinaggio alla Mecca.
Nella città santa fu accolto con onore a causa della nobile genealogia inventata da lui stesso, che lo collegava direttamente alla prestigiosa dinastia degli Abbasidi.
Ali Bey El Abassi (Domingo Badía y Leblich) (1766-1818), Voyages d’Ali Bey El Abbassi en Afrique et en Asie pendant les années 1803, 1804, 1805, 1806 et 1807, illustrato da Achille-Etna Michallon, (1796-1822), Didot (Parigi), 1814. Le immagini seguenti e il ritratto di sopra sono dello stesso libro.

Al suo ritorno in Europa la Spagna era occupata dalla Francia, e Napoleon fece salire sul trono so fratello Giuseppe Bonaparte. Ali Bey el Abassi, riconverso in Domingo Badía, si mise in servizio francese. Nel 1808, dopo il ritiro dell’esercito di Napoleone, Badía, considerato un traditore nella Spagna, fu costretto di andare in esilio a Parigi. Era lì che pubblicò nel 1814 sotto il suo nome di pellegrino il resoconto del suo viaggio nel Marocco e l’Oriente. Scritto in francese e riccamente illustrato, il libro fu subito tradotto in inglese, tedesco e italiano – ma mai in spagnolo.

hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2 hajj2

*

Ma gli europei hanno giocato un ruolo speciale nella storia del hajj non solo come partecipanti avventurieri, ma anche come rappresentanti d’autorità nei confronti delle popolazioni musulmane, in particolare i francesi nell’Africa del Nord. Dall’epoca napoleonica in poi, gli amministratori francesi in Egitto cercavano allo stesso tempo di facilitare e controllare il pellegrinaggio, per così garantirsi la cooperazione dei notabili locali.

Lettera del Generale Menou dalla sede di Cairo al Console della Repubblica francese nel Marocco, per garantire al sultano la sicurezza del viaggio a Jeddah via Alessandria, 1800.

Durante l’Ottocento, l’ascesa dell’imperialismo nelle regioni popolate da musulmani trasforma profondamente il contesto del pellegrinaggio, e pone i luoghi santi dell’Islam nel centro dell’attenzione internazionale. Dopo la conquista dell’Algeria nel 1830, la Francia ha ormai dei «sudditi musulmani», la cui vita religiosa farà parte della politica. Dopo il 1871 gli amministratori coloniali francesi sentono una grande tentazione di semplicemente vietare il pellegrinaggio. Nel clima dell’anticlericalismo generale dopo il ritorno della Repubblica nella Francia, le pratiche musulmane appaiono arretrate e superstiziose. Non riuscendo a impedire completamente il hajj, l’amministrazione regola il pellegrinaggio con dei permessi di viaggio, con il controllo del viaggio su terra e mare, e rafforzando le misure di sorveglianza sanitaria dei pellegrini. Così l’argomento delle epidemie nell’Hejaz o anche nell’India (la colera nel 1865 e tra il 1883 e il 1896, e la peste nel 1899) contribuirà a vietare il pellegrinaggio per diversi anni, e a introdurre il «libretto del pellegrino», una specie di passaporto di salute.

Divieto del pellegrinaggio per l’anno 1899, Gouvernement général de l’Algérie.

Corrispondenza relativa alla quarantena da organizzare per i pellegrini di ritorno dalla Mecca tramite il Canale di Suez, firmata dal medico d’igiene pubblica Adrien Proust, padre dello scrittore.

Visto che il Corano pone la partenza al pellegrinaggio sotto il segno di una libertà tripla, la libertà di sé, la libertà di movimento, e, infine, l’indipendenza finanziaria, dunque il possesso delle risorse materiali necessarie al viaggio, le autorità coloniali si basano su questi requisiti come precondizioni della concessione del passaporto. Questo serve per evitare il movimento dei poveri, che andrebbero mendicando lungo la strada del hajj, e che sono spesso considerati «clandestini», o «sans-papiers», come si direbbe oggi nella Francia.
Il permesso di viaggio di sotto, rilasciato a una donna che indossa un «tatuaggio sul volto» come segno distintivo, fa riferimento alla solvibilità del capofamiglia, e il suo impegno a rimborsare al potere coloniale gli eventuali costi del rimpatrio.


Istanza di Abdel Kader al Presidente della Repubblica Jules Grévy nell’interesse di una sottoscrizione pubblica nell’Algeria per la costruzione di una fontana nella Mecca, 1881.

L’evoluzione dei mezzi di trasporto che accompagna la conquista coloniale, rivoluzionerà le condizioni del viaggio alla Mecca. La ferrovia, fondata nell’Egitto negli anni 1850, permette l’accesso al Mar Rosso, da dove i pellegrini continuano il viaggio con il battello a vapore, appoggatio anche dall’apertura del Canale di Suez nel 1869. A cavallo del secolo le autorità ottomane, in risposta alla crescente influenza economica occidentale, decidono di costruire una linea ferroviaria da Damasco alla Mecca. Finanziata esclusivamente da capitale musulmano, e realizzata da ingegneri tedeschi, la linea si completa nel 1908, nel periodo della rivoluzione dei Giovani Turchi, e ben presto trova successo.

Deutsche Baghdad-Bahn, intorno al 1908.

Carta della linea ferroviaria Damasco – Mecca, Egitto, 1905.

Una stazione lungo la linea dell’Hejaz

Sul mare, le società britanniche o francesi offrono percorsi di navigazione da tutti i porti dell’Africa del Nord, Asia Minore e la costa siriana ad Alessandria o Port Said, da dove i pellegrini raggiungono tra il Canale o per ferrovia la città di Suez, il principale porto d’imbarco per Jeddah.

hajj3 hajj3 hajj3 hajj3 hajj3 hajj3 hajj3

Il paradosso di questo boom dei mezzi di trasporto è che esso favorisce il flusso dei pellegrini a un territorio proibito ai non musulmani. Le potenze coloniali osservano con ansia le masse di pellegrini entrare nello spazio chiuso dei luoghi santi, dove probabilmente incontrano idee ostili ai poteri coloniali, che poi porteranno con se e diffonderanno al loro ritorno.

O forse porteranno con sé solo dei souvenirs, i primi prodotti della nascente industria turistica?

Dodici viste di moschee lungo la via del pellegrinaggio, inclusa la Mecca, Medina e Gerusalemme. India, 19o secolo.

lunedì 30 giugno 2014

Via Dohány 68


Nel 1944 c’erano quasi duemila case di stella gialla a Budapest, ma l’Open Society Archive è riuscito di aprire solo poco più di una centinaia per la presentazione del giorno di mezza estate. Il resto è rimasto chiuso. La pagina dell’OSA pubblica la loro lista completa, chiedendo ai lettori di raccontare le loro storie.

Anch’io vorrei contribuire con una casa dalle quasi duemila. Ma anche se si riesce di entrare e fotografare il palcoscenico, sul quale tante generazioni hanno rappresentato le loro storie, che cosa ci racconta il palcoscenico di queste storie? Non posso pubblicare che le immagini, nelle quali ognuno può immaginare le storie di un centinaio – o aggiungere al post ciò che ne sa.

dohany681 dohany681 dohany681 dohany681 dohany681 dohany681 dohany681 dohany681 dohany681

«Mia madre aveva ancora un intero cassetto di queste lettere. Acquistavano terre dal 1880 in poi, pezzo per pezzo, come potevano, le coltivavano. Negli anni 50, dopo che la terra si è sequestrata, hanno anche temuto di conservare i documenti, anche essi potevano causare problemi. Li hanno messi sul fuoco, pezzo per pezzo. Solo questi pochi sono rimasti a me.»


dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682 dohany682


dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683 dohany683


martedì 24 giugno 2014

A quattro mani


«Mio nonno camminò da Buda a Pest, a via Falk Miksa, per visitare la sorella Kamilla, che viveva lì con la figlia Klárika – suoi tre figli erano già stati portati via al lavoro forzato – in una casa di stella gialla. Appena entrato, si sono seduti a suonare il pianoforte a quattro mani. Era infatti caratteristico per la famiglia, che chiunque poteva sedersi con chiunque in qualsiasi momento per suonare a quattro mani. Hanno giocato operette, arie, ma anche generi più gravi. E il tempo è volato mentre si suonava, e sono già passate le cinque di pomeriggio, fino a quando era permesso a un ebreo di uscire in strada. ʻDai, cosa può andare male?’, disse mio nonno. ʻCertamente non si occuperà di un vecchio ebreo!’ Non è successo così. Alla fine di novembre, così come era uscito di casa, in una giacca sottile, in scarpe con buchi, è stato accompagnato a piedi a Deutschkreuz in Austria.»


La doppia casa di via Keleti Károly 29-31 fu progettato nel 1909 dal più grande duo architettonico del Liberty ungherese, Marcell Komor e Dezső Jakab. Le due ale fronte strada per casa d’affitto, mentre l’edificio più in sopra, in fondo al giardino, per le proprie famiglie. «Al fine che la loro leggendariamente buona cooperazione non fosse disturbata da niente, hanno nettamente separato tutto», ricorda il nipote di Marcell Komor, Tamás Székely, un’ingeniere egli stesso. «A sinistra era la casa d’affitto Komor, a destra la casa d’affitto Jakab. Nell’edificio di sopra, a sinistra l’appartamento Komor, a destra l’appartamento Jakab, con entrate e scalinate separate. Solo l’ufficio Komor e l’ufficio Jakab al primo piano erano collegati con una sola porta.Sul fronte strada sorgeva una volta un enorme portone intagliata, con due piccole porte: la porta Komor a sinistra, e la porta Jakab a destra. E noi siamo sempre entrati e usciti attraverso la porta Komor, e la famiglia Jakab sempre attraverso la porta Jakab, e non mi ricordo di nessun caso quando sia successo il contrario.»

L’unica eccezione è quella foto, che è stata probabilmente scattata poco dopo la costruzione della casa. In essa, Marcell Komor siede al lato destro della casa, sulla panchina Jakab, con la figlia Anna.

komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1 komor1

«Solo il lato sinistro del palazzo, la casa Komor è stata dichiarata una casa di stella gialla, la casa Jakab no. Molta gente si trasferì nella casa, sia conoscenti che sconosciuti. Mio nonno rimase lì, sopportando la situazione con dignità e calma.»

La casa Komor è stata colpita da una bomba alla fine di gennaio del 1945, non appena due settimane prima della fine dell’assedio di Budapest. La parte superiore, l’appartamento della famiglia Komor si è completamente bruciato. Ma la casa è stata saccheggiata molto tempo prima.

«Il 19 marzo 1944 alcuni ufficiali tedeschi arrivarono alla casa Komor-Jakab, la quale, naturalmente, era piena di oggetti di valore e d’antiquariato, sculture, dipinti.
Nel 1944 Dezső Jakab era già morto, Marcell Komor era ancora vivo.
La vedova di Jakab, Irén Schreiber, * lasciò entrare gli ufficiali estremamente gentili ed eleganti, che avevano attraversato il confine ungherese quella stessa mattina.
Siccome la vecchia signora non aveva dubbi sullo scopo della visita degli ufficiali, ha subito offerto di guidarli attraverso l’appartamento, ed elencare gli oggetti di valore.
I soldati l’hanno però gentilmente declinato, dicendo che avevano ancora molti altri luoghi da visitare in quel giorno. Hanno preso solo un foglio di carta, con la lista esatta e dettagliata di tutti gli oggetti di valore nella casa, fino all’ultima piccola cornice. Alla fine della lista qualche righe annunciavano che la Banca nazionale tedesca avrebbe pagato per tutto questo, una volta la guerra sarebbe finita. «Firmi qui, per favore», hanno detto i schneidig soldati, che, dopo aver compiuto la loro missione nella casa Komor, se ne sono andati.»

Iván Bächer: “Komorok. Egy pesti polgárcsalád históriájából”
(I Komor. Dalla storia di una famiglia borghese di Budapest), Budapesti Negyed 1996/4

komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2 komor2

«A quel tempo non ero a casa. Avevo diciotto anni, e ho servito la patria lontano da qui. Solo dopo il mio ritorno a casa sono venuto a sapere cosa era successo. Ho chiesto a uno dei colleghi di mio nonno, un architetto, che era deportato insieme a lui fino a Deutschkreuz, ma lui è riuscito a tornare a casa. Gli ho chiesto come morì mio nonno. Non voleva parlarne affatto. Solo dopo un lungo periodo mi ha detto che era orribile, che era assolutamente orribile. Non sono venuto a saperne di più.»


Brahms: Quinta danza ungherese per pianoforte a quattro mani. Mirka Lachowska e Edgar Wiersocki, 2008