venerdì 6 marzo 2015

Ebrei georgiani, storia di una diaspora

Uomo ebreo da Akhaltsikhe, Georgia del sud. Foto di Dmitri Ermakov

Il nostro nuovo co-autore, Jacopo Miglioranzi ha studiato lingue caucasiche e antropologia culturale all’università di Venezia. Svolge ricerca di antropologia della religione tra gli armeni e georgiani locali. Speriamo che regolarmente informerà delle sue ricerche anche i lettori di río Wang.

Col termine ‘ebrei georgiani’ (ქართველი ებრაელები, kartveli ebraelebi) si è soliti indicare quegli ebrei presenti nella nazione caucasica della Georgia. Essi rappresentano una delle più antiche comunità della regione, giunti, secondo alcuni, circa 2600 anni fa, il che ne fa una delle più remote comunità diasporiche. Alcune testimonianze a proposito sono riportate, di fatti, in alcune antiche cronache georgiane, come ad esempio ‘La conversione di Kartli’ (მოქცევაი ქართლისაი, moqtsevai kartlisai), unica fonte locale riguardante proprio la storia della comunità ebraica in Georgia. Tali ebrei georgiani costituirono a lungo una comunità ben distinta, e non solo dalla popolazione, autoctona, ma anche da altre comunità ebraiche come gli Ashkenaziti.

Questi ebrei erano impegnati in agricoltura, allevamento, artigianato e commercio. Date le condizioni imposte dalla diaspora erano numerosi coloro che possedevano pecore e bovini, oppure vigneti e campi, ma questo non si tradusse quasi mai in un forte sviluppo. Tale tipo di economia, a dispetto del commercio, rimaneva così di tipo domestico, e rispetto al dinamismo commerciale risultava dunque alquanto statica, di modo che l’occupazione principale rimaneva la vendita al dettaglio. La maggior parte dei venditori erano ambulanti di dolci: l’attività durava tutta la settimana, ed ogni venditore si spostava nei villaggi della zona a cavallo o a piedi, con sacchi sulle spalle o sul proprio animale. Alcuni di loro, causa il lavoro, abbandonavano la propria abitazione, per mesi o addirittura un anno intero, e le festività religiose rappresentavano per loro un’occasione di ritorno alle proprie famiglie.

Donna ebrea di Akhaltsikhe. Foto di D. A. Nikitin, 1881

Secondo il viaggiatore inglese Tefler, il commercio nella regione Samtskhe del nord era gestito quasi esclusivamente da ebrei di Lailashi. Gli abitanti del villaggio acquistavano sale, ceramica, metalli e utensili dai mercanti ebrei, pagandoli con animali domestici e pellame. Il guadagno risultava essere molto basso ed i rischi erano molto elevati, le strade pericolose e spesso gli ambulanti divenivano vittime dei briganti.

I venditori ambulanti acquistavano le merci da rivendere da commercianti benestanti, che possedevano negozi o bancarelle al mercato. I mercanti ricchi (numerosi nella città di Akhaltsikhe, nella Samtskhe-Javakheti), importavano beni provenienti dall’Impero Ottomano. Alla fine del XIX secolo, quando il commercio tra Europa e Russia era in forte sviluppo (grazie anche alla costruzione della linea ferroviaria ed il conseguente sviluppo delle città portuali lungo il Mar Nero), sempre più commercianti ebrei emigrarono all’estero, in particolare in grandi città come Kutaisi, Tbilisi (allora Tiflis), Batumi e Poti. Questo permise una sorta di ‘trasformazione’ della loro economia locale, fatto, tra l’altro, per nulla raro tra i popoli e le comunità diasporici: si passò infatti da un tipo di società basata sul ‘movimento’ ad una di tipo ‘meno dinamico’, ossia l’artigianato. Non che la figura dell’artigiano fosse allora assente tra la comunità, ma certamente, fino ad allora, aveva nettamente mantenuto un ruolo di secondo piano.

Come testimoniato anche da alcuni disegni conservati al Museo della Samtskhe-Javakheti (all’interno della fortezza di Rabati, città di Akhaltsikhe), fino al secolo scorso gli artigiani ebrei si occupavano maggiormente di tessitura e tintura di tessuti, mentre ora li vediamo piuttosto impegnati in lavori quali cappellai, calzolai, vetrai, facchini, carrettieri, saponieri, ecc., o anche lustrascarpe o fotografi.

La città di Akhaltsike alla fine dell’Ottocento. Il quartiere ebreo si estende sotto la fortezza, fuori il bordo di sinistra dell’immagine

Proprio la città di Akhaltsikhe, a pochi chilometri dal confine turco, risentì molto del cambiamento economico; la sua comunità ebraica aveva sempre vissuto del commercio con quello che fino a qualche anno prima era l’Impero Ottomano. Tale comunità cittadina subì così un forte calo demografico, dovuto per lo più all’emigrazione di alcune famiglie verso città e centri più grandi.

Con l’avvento del regime comunista e a partire dagli anni ’20, il commercio subì un ulteriore ridimensionamento, drastico ed inarrestabile, che vide un grande sviluppo del settore agricolo e industriale. A seguito di questa nuova politica di industrializzazione e secolarizzazione, la struttura familiare venne duramente colpita e smantellata, anche a seguito dell’istituzione nel 1927-1928 dell’OZET (Общество землеустройства еврейских трудящихся, Società dei lavoratori ebrei per la gestione del territorio), e l’istituzione di fattorie agricole collettive (kholkoz) con manovalanza ebraica (esperienza durata sino al 1938).Le piccole ma omogenee comunità ebraiche, che fino a quel momento erano riuscite a mantenere la propria lingua, vennero così, a partire dagli anni ’30, sciolte, isolate, e ridistribuite tra le varie aziende agricole, vivendo così il distruggersi della propria tradizionale vita comunitaria.

Ad oggi, come esito del dominio comunista, risultano essere poche le sinagoghe rimaste in Georgia. La sinagoga più antica attiva ancora oggi potrebbe essere forse quella di Akhaltsikhe, del 1741. L’antica sinagoga ora non è più in funzione, e ne resta solo la struttura in pietra, chiusa tra due fiumi di fango, come tutte le strade del quartiere di Rabati, il quartiere più antico della città. Durante l’Unione Sovietica essa venne chiusa e riconvertita in palazzetto dello sport, mentre la nuova, costruita nel 1902, si trova pochi metri più in alto, in un edificio ben più modesto. L’unico segno che si rintraccia è una piccola stella di David, posta sulla tradizionale tettoia in alluminio.

La prima sinagoga di Akhaltsikhe vista dalla nuova sinagoga, con la fortezza nel sottofondo

Le prime comunità ebraiche di Akhaltsikhe si insediarono nella città circa cinque secoli fa. Ad oggi, gli ebrei presenti nella città sono circa una decina, forse anche a causa di una forte spinta al ‘ritorno in Israele’ (negli anni ’70 si contavano circa 100.000 ebrei georgiani in nel paese, mentre negli ultimi decenni si è riscontrato un rapido decremento dovuto proprio all’emigrazione, diretta specialmente in Israele, Stati Uniti, Russia e Belgio, tanto che nel 2004 se ne appena 13.000 sul suolo georgiano). Questa esigua presenza ha avuto tuttavia una ricaduta anche nella sfera liturgica: «gli ebrei di Akhaltsikhe sono costretti a svolgere la preghiera e la funzione in una forma breve, in quanto non disponiamo del numero di persone necessario». A testimonianza di quanto la comunità ebraica fosse una volta presente in città resta però l’antico cimitero, posto sulla sommità di una delle colline che circondano il quartiere e risalente al XVII secolo circa. Su alcune lapidi è possibile leggere il nome Seigniors ossia ‘signori’ in ladina giudeo-spagnola. Sembrerebbe infatti, che gli ebrei di Akhaltsikhe si differenziassero, dagli altri presenti in Georgia, proprio per la loro provenienza pirenaica. Un altro piccolo cimitero ebraico si trova anche nel piccolo villaggio di Atskuri, sulle rive del Mtkvari, quasi di fronte ad un’altra piccola costruzione, un bagno turco.

Akhaltsike, la fortezza (sopra) e a destra di essa, sulla collina arida, l’enorme cimitero ebraico (sotto), visti dalla chiesa armena del Salvatore


Ad Akhaltsikhe l’adattamento era all’ordine del giorno; ambiente multireligioso, convivenza di cattolici, armeni apostolici, cristiani ortodossi e musulmani. La particolarità della comunità ebraica di Akhaltsikhe stava così nell’avere una propria struttura dinamica ed aperta, come i propri vicini armeni: una ‘identità polivalente’, in grado di assorbire tutto ciò che viene dall’esterno e in costante relazione, al contrario del ‘ghetto’, comune nelle altre comunità diasporiche ebraiche.

Nel corso dei secoli, a tradizioni e costumi appartenenti a questa comunità, se ne sono aggiunti, com’è ovvio, altri, prettamente georgiani, per lo più riguardanti feste stagionali e cerimonie religiose. L’influenza della cultura georgiana è evidente e si esprime in maniera differente nelle diverse aree, anche se nonostante ciò, l’evidente somiglianza tra i costumi di ebrei georgiani con altri di comunità ebraiche del Kurdistan, Persia e Turchia attesta proprio il fatto che, nonostante l’isolamento geopolitico georgiano, gli ebrei abbiano mantenuto legami con i loro fratelli vicini.

La questione dei confini, divenuta ora cruciale nelle relazioni tra i vari paesi del Caucaso (si pensi all’annosa questione del conflitto tra Armenia ed Azerbaijan, o alla questione del Samtskhe-Javakheti), non così sentita fino ad un secolo fa. Anzi, si potrebbe quasi affermare che, proprio grazie alla possibilità di muoversi e adattarsi, le comunità diasporiche del territorio (ebraica ed armena, in particolare) potessero prosperare e crearsi il proprio spazio. Come già accennato, a dispetto della condizione di ‘ghetto’ usuale per molte delle comunità ebraiche in diaspora, quella georgiana, ed in particolare quella di Akhaltsikhe, ebbero la possibilità di potersi inserire meglio ed attivamente nel contesto sociale ed urbano, anche grazie ai vari collegamenti tra città e villaggi, cosa importante non solo dal punto di vista commerciale ma anche perché permetteva alla comunità (e alle comunità) di allargare confini e spazi senza venire relegati in uno spazio chiuso, delimitato, e non solo fisicamente.

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Via dal quartiere ebraico alla chiesa armena del Salvatore

domenica 15 febbraio 2015

Un viaggio fortunato


Attraversiamo il fiume Mktari da Avlabari alla piazza di Metekhi. Ci riposiamo qualche minuti dopo la camminata del primo mattino per le strade di Tbilisi, e ripristiniamo le nostre forze con qualche caffé turco – o come alcuni insistono qui, georgiano.

Quando la cameriare russofona pone le tazze piene davanti a noi, la mia è capovolta un po’ troppo, e una striscia di liquame nero corre lungo il suo lato fino al piattino.

«Ah,» dice lei con un sorriso. «Il segno di un viaggio fortunato!»


Musici in un passaggio di Tbilisi


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sabato 24 gennaio 2015

Incontri a Pune


Nelle notti fresche di gennaio si dorme bene, e al levare del sole, rienergizzato dal caffè solubile e pan tostato con margarina dell’albergo, sono pronto ad affrontare di nuovo le strade di Pune. Stamattina visito il tempio Pataleshwar Caves dall’ottavo secolo, a nord dei peths, dall’altra parte del fiume Mutha. Vagando nel quartiere, prima mi chiedo se sono nel posto giusto per un luogo tanto venerabile. Sono circondato da grattacieli in concreto e nuovi cantieri, e il flusso esuberante del traffico riempie l’ampia arteria pluricorsia, sul cui precario orlo sto camminando.


Voltando un angolo, trovo un parco ombreggiato, e tutto diventa immediatamente più tranquillo, come se l’ombrello denso degli alberi schermassero i suoni esterni. A pochi passi oltre l’ingresso si trova una struttura in pietra nel mezzo di un boschetto sereno, ricavata da un unico masso di pietra grigia. Un tetto di pietra, sorretto da pilastri quadrati disadorni, forse tre metri di altezza, si estende su un toro in pietra, recentemente inghirlandato di fiori. Sembra un po’ umile e piccolo nel mezzo della pietra massiccia che lo circonda. Al di là di questa struttura, un tempio di Śiva, pure ricavato nella roccia, una camera buia illuminata solo con lampade ad olio (e un paio di lampadine elettriche fioche), e infuso da un incenso pungente. È un tempio molto attivo, con un flusso costante di persone che entrano e escono.


Lì incontro un europeo barbuto, che, riconoscendomi come non-nativo, inizia una conversazione. Il suo inglese è grammaticalmente perfetto, ma parla con un forte accento. È un rumeno di Maramureș, che ora vive in Canada. Mi racconta le informazioni da sapere sul luogo. Suoniamo insieme il campanello («più forte», dice, «che gli dei possano sentirti!»), e poi andiamo tre volte attorno alla struttura. «E ora, rende la tua preghiera!», istruisce, e io, per cortesia, chino il capo.


Nel cortile, una giovane donna indù mi saluta in ottimo inglese. «Studio la robotica presso il college di ingegneria locale», mi dice. Poi mi chiede: «Quanto costerà la vita in California?» Le dico che non lo so, ma che probabilmente costa molto.


mercoledì 21 gennaio 2015

Acqua stanca


Palma, lungo il Parque del Mar, sotto le finestre del palazzo vescovile,
dove l’acqua viene più vicino alle mura.


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martedì 20 gennaio 2015

Il sorriso della Madonna


A Roma, dietro la chiesa di San Clemente, dove la strada comincia di salire ripidamente sul Celio, all’abbazia medievale dei Ss. Quattro Coronati, e al di là di essa alla Basilica Lateranense alle mura della città, una strana, alterata piccola cappella sta all’angolo. È strana, perché è apparentemente più vecchia di parecchi secoli che l’edificio, al quale fu attaccato, ma anche a causa della sua iscrizione. Le cappelle, crocifissi, colonne di immagine sempre chiedono preghiere per uno scopo specifico, e promettono una specifica assistenza soprannaturale in cambio. Ma la poesia scolpita nella placca di marmo della piccola capella chiede il passante di salutare la Madonna senza qualsiasi interesse.


Il sorriso di Maria
A questi luoghi allieterà
Se chi passa per la via
«Ave o Madre» a lei dirà.


La mappa del 1748 di Giambattista Nolli, il nostro compagno attraverso la storia di Roma, non segna la cappella, almeno non la provvede di un numero, ma non è impossibile, che il piccolo intoppo che sporge all’angolo si riferisce ad esso. Tuttavia nella mappa del 1593 di Antonio Tempesta si può chiaramente vedere la cappella semicircolare all’angolo, a quel tempo ancora davanti a un giardino o campo, di fronte a una casa, circa a metà strada tra San Clemente e i Ss. Quattro Coronati.



La stradina portava per quasi tremila anni il nome via Querquengetulana, o via dei Querceti dopo il querceto, che è ancora visibile nella mappa di Nolli. Tuttavia, secondo l’opera monumentale di Ferdinand Gregorovius sulla Roma medievale, dal primo medievo fu anche chiamato vicus Papissae, la strada della Papessa, perché la casa di fronte apparteneva alla matrona della famiglia Papa.

Dall’undicesimo secolo si emerse anche un’altra spiegazione per il nome della via, che poi per secoli terrà in eccitazione tutta l’Europa. Il domenicano Jean de Mailly da Metz menziona in una nota marginale alla sua cronaca del mondo compilata nel 1099, che ha sentito una storia che deve ancora verificare. Secondo la storia, la spiegazione dell’iscrizione PPP di una pietra a Roma (in realtà, pecunia propria posuit, «eretto sulle proprie spese») è che una donna vestita uomo fu eletta papa, e quando, durante una cavalcata, pubblicamente ha dato luce ad un bambino, la gente uccise tutt’e due, e scrisse sulla tomba: Petre Pater Patrum, Papissae Prodito Partum – «Pietro, padre di padri, svela il parto della papessa». Sembra che le guide di Roma lavoravano duro per i loro soldi già nell’undicesimo secolo.

La storia però entrò nella cronaca dei scandali del Medio Evo nella forma data ad essa nel Trecento dal suo confratello domenicano, il vescovo di Gniezno, Martino di Opava/Troppau. Martino, ovviamente ispirato dal nome della stradina vista a Roma durante la sua inaugurazione, già pretendeva di conoscere anche il luogo esatto di questo incredibile evento, di cui nessuno aveva sentito per quattrocento anni.

«Post hunc Leonem Iohannes Anglicus nacione Maguntinus sedit annis 2, mensibus 7º, diebus 4, et mortuus est Rome, et cessavit papatus mense 1. Hic, ut asseritur, femina fuit, et in puellari etate Athenis ducta a quodam amasio suo in habitu virili, sic in diversis scienciis profecit, ut nullus sibi par inveniretur, adeo ut post Rome trivium legens magnos magistros discipulos et auditores haberet. Et cum in Urbe vita et sciencia magnis opinionis esset, in papam concorditer eligitur. Sed in papatu per suum familiarem impregnatur. Verum tempus partus ignorans, cum de Sancto Petro in Lateranum tenderet, angustiata inter Coliseum et sancti Clementis ecclesiam peperit, et post mortua ibidem, ut dicitur, sepulta fuit. Et quia domnus papa eandem viam semper obliquat, creditur a plerisque, quod propeter detestationem facti hoc faciat. Nec ponitur in cathalogo sanctorum pontifcum propter mulieris sexus quantum ad hoc deformitatem.»

«Dopo Leone [IV, 847-855], Giovanni Anglico, nato a Magonza, era Papa per due anni, sette mesi e quattro giorni. Morì a Roma, e dopo di lui c’era un posto vacante nel papato per un mese. Si dice, che questo Giovanni era una donna, che da ragazza era stata condotta ad Atene, vestito da uomo, da un certo suo amante. Lì è diventato abile in una diversità di rami del sapere, finché non aveva uguali, e in seguito insegnava a Roma le arti liberali, e aveva grandi maestri tra i suoi studenti e il suo pubblico. Un’alta opinione si è diffusa sulla sua vita e apprendimento nella città, e fu eletta papa. Tuttavia, durante il suo papato rimase incinta da un suo cortigiano. Non conoscendo il tempo esatto del parto previsto, ha dato luce a un bambino mentre in processione dal San Pietro al Laterano, in un vicolo tra il Colosseo e la chiesa di San Clemente. Dopo sua morte si dice che fu sepolta nello stesso luogo. Il Papa sempre evita quella strada, e molti ritengono, che lo fa a causa della repulsione di questo evento. Non fu neanche iscritta nell’elenco dei Santi Pontefici, sia a causa del suo sesso, che a causa dell’abominazione del caso.»

La papessa che partorisce nell’illustrazione di Jacob Kallenberg a De claris mulieribus di Bocaccio (1533), e la papessa (Johanna Wokalek) nel film Die Päpstin (2009) di Sönke Wortmann.


Il percorso cerimoniale che conduce dal Laterano, la parrocchia del pontefice romano, al San Pietro, la chiesa di pellegrinaggio più sacra di Roma, aveva infatti tre versioni in questo primo tratto. La più spettacolare, via di S. Giovanni in Laterano, che sarà elevata a Via Papalis da Sisto V nel 1588, fu reso impraticabile per tutto il medioevo dalle rovine del Ludus Magnus, la caserma di gladiatori accanto al Colosseo. C’erano due percorsi alternativi: la pittoresca via dei Ss. Quattro Coronati – che anche noi seguiremo durante il nostro tour nel Celio –, la quale però non era adatta a processioni cerimoniali a causa della sua estrema pendenza, e l’antica via principale, via Labicana, dove oggi il tram passa tra il Laterano e il Colosseo. I papi medievali naturalmente scegliero quest’ultima, ma il popolo di Roma cercava una spiegazione razionale sul perché il papa non segue il percorso più breve, come tutti. E chi cerca, trova.

L’abbazia dei Ss. Quattro Coronati, ancora solitaria sulla collina del Celio, prima della speculazione fondiaria e urbanizzazione della fine del 19° secolo. Quello era lo scandalo davvero succoso del quartiere Celio!

La leggenda della Papessa fu finalmente confutata non dai cattolici, ma i protestanti, con i metodi della critica testuale umanista. Onofrio Panvinio, il grande storico romano nel 16° secolo ancora la accetta come autentica, e cerca soltanto di abbellirne i dettagli, ma l’ugonotto David Blondel chiaramente sottolinea la sua falsa natura all’inizio del Settecento, e da allora anche i papi censurano la sua menzione.

Ma il popolo di Roma sa ciò che sa. Papi e studiosi vengono e vanno, il vicus Papissae fu prolongato fino all’ospedale militare eretto via speculazione fondiaria, un casamento fu costruito sul luogo del giardino, ma la cappella sta ancora lì. Il quartiere Celio, che fu incluso nella circolazione sanguinaria della città solo alla fine dell’Ottocento, mantiene ancora vivi molte tradizioni ed edifici altrove dimenticati. A causa del divieto, il motivo della fondazione della cappella non può essere specificato, ma tutti lo sanno, e i suoi restauratori del Settencento chiedono solo un saluto dal passante per respingere il brutto ricordo del luogo.

Gettando un’occhiata attraverso il cancello di ferro rotto della cappella dalle mura screpolate, dipinte in rosso romano, si può vedere un affresco della Madonna, la cui età è difficile da dire, ma probabilmente si può datare alla fine del Quattrocento. I tratti del viso sono già stati offuscati, ma il suo sorriso allieta ancora i fiori secchi e i nastri votivi appuntati sul cancello della cappella, e la flora mediterranea che cresce abbondantemente sul tetto di tegole e nelle fessure del pavimento, il ricordo dello scomparso querceto.


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venerdì 16 gennaio 2015

Chiamaci, ti aiutiamo

Stamattina nel Trastevere. Un affare scabroso, vero?


Però la soluzione è evidente.


Ecco. Bell’e fatto.

mercoledì 14 gennaio 2015

I peths di Pune


Nel centro storico di Pune aquile grigie volteggiano sul cielo, come cenere di carta sopra il fuoco. Il traffico è implacabile, lo strombazzamento e scricchiolio delle moto compete con i carrelli di spinta, risciò motorizzati e autobus urbani, ciascuna pressa, avanza, punta per spazio, per solo un centimetro più di spazio, e quando lo ottengono, saltano avanti con un calcio allegro del motore. Un pedone deve avere piena fiducia nei conducenti, perché ci sono troppi oggetti mobili a tener d’occhio nello stesso tempo, e il progresso è impossibile se si sta pietrificato all’orlo della strada.


Il vecchio centro di Pune si divide in peths, il vecchio termine marathi significa un piccolo quartiere. Uno di loro, il peth Kasba risale al 14° secolo, il resto fu fondato dal 17° al 19° secolo, sotto il dominio maratha e peshwa. Sette sono chiamati dai nomi maratha dei giorni della settimana. In quei peths i commercianti e artigiani tenevano il mercato settimanale al giorno omonimo del loro peth.


Al giorno d’oggi i peths hanno mercato ogni giorno, come in tutte le città dell’Asia del sud. In gennaio fa secco e relativamente fresco. È un buon periodo per fare un sacco di camminare, guardando nei cortili, e raccogliendo impressioni. Per una pausa si può sedere a una bancarella di cibo e prendere un piccolo tè speziato, fortemente zuccherato. Alla fine della giornata, quando le scarpe sono ricoperte di polvere, e le narici pieni di gas di scarico, si ferma un risciò, e mentre si naviga tramite il resto della città, si pensa, sì, ci torno sicuramente anche domani, c’è tanto che non ho ancora visto.

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