sabato 28 marzo 2015

Felicità


«Prima di morire voglio…»

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venerdì 27 marzo 2015

Segni


Tbilisi è una città che si trova sull’incrocio di culture, tra l’Occidente e l’Oriente, e forse va anche detto, tra Nord e Sud. I suoi vicini potenti da molto tempo erano avidi di averla, per secoli cercavano di impuntarsi qui. Come risultato, Tbilisi era assediata, distrutta e ricostruita più volte nel corso della sua storia.

Una passeggiata attraverso le parti centrali della città rivela alcune prove di questo, ma la maggioranza degli edifici – con l’eccezione di alcuni storici, soprattutto le chiese – sono relativamente nuovi, costruiti dopo la fine dell’Ottocento. La struttura più suggestiva ed evocativa della città è forse la rete di stradine che attraversano quartieri in declino, dove le riparazioni, se ci si bada, hanno una qualità decisamente improvvisata.

Questo atteggiamento quasi casuale si riflette anche nelle pareti degli edifici che adornano questa ragnatela di vicoli e stradine. Esse ci sorprendono non solo per l’abbondanza dei loro segni scritti a mano, ma anche per il modo come alludono, in forma di scorcio, alla storia profondamente stratificata e multietnica di questa vecchia città. Scritture, graffiature e segnali in almeno tre alfabeti e ancor più lingue accompagnano il passante in qualsiasi delle strade, dove gli sviluppatori di proprietà non hanno ancora preso piede.

Sembra una cosa delicata, quasi eterea, troppo fragile per credere che esisterà a lungo. A ogni angolo si aspetta che i fantasmi escono dall’ombra. Ma Tbilisi si sta sviluppando rapidamente, e per quanto tempo questi quartieri pittorici e ombrosi esisteranno, con i loro luoghi scuri e romantici, dove vecchie persone vestite in nero salgono lentamente sulle stradine sterrate, ragazzi giocano nella polvere, e gatti bagnano pigramente al sole, ciascuno se lo può immaginare.


Ensemble Soinari: Nobody refused. Dal CD Idjassi (2005)


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giovedì 26 marzo 2015

L’Iran armeno, da Tabriz a Jolfa


Earlier:
Armenian monasteries in Iran
Armenian cemetery in Julfa
Sono arrivato a Tabriz nel tardo pomeriggio. Vicino alla Moschea Blu ho incontrato la ragazza che doveva essere mio ospite per la settimana. Avvolta nel suo abito nero islamico, era francofona, vivace, desiderosa di discussione e di conoscenza. Insieme a lei e con suo amico, un adolescente capriccioso, abbiamo percorso Tabriz nel tramonto. Non so già come si è venuti a parlare degli armeni di Tabriz: sono cristiani, sicuramente mi interessano. Sì, sono molti, no, lei non li conosce, sì, hanno scuole e luoghi di comunità, e persino chiese. Chissà, forse si dovrebbe imparare armeno a Tabriz.

Le chiese.

È divenuta entusiasta. Sì, ci sono chiese, ma lei non sa esattamente, dove. No, non è mai stata lì, non sa neanche com’è una chiesa, e pensava che come musulmana era anche proibita di entrare una chiesa. Tuttavia, dice suo amico, tale divieto non si applica a me… ma a quel punto era già buio. Hanno interrogato i commercianti della zona. Sì, la chiesa deve essere nascosta lì, in quel blocco di case. Abbiamo dovuto percorrere molti vicoli, poi un vicolo cieco, e ci eravamo. Un cancello, un citofono, una lunga discussione. Il custode che ci apre il cancello dà un’occhiata alla ragazza avvolta nel suo chador, e la lascia dentro prima: «chi ti potrebbe vedere»? Edifici nel cortile, con le finestre chiuse, lui deve prendere la catena giù dalla porta – la chiesa è aperta ai fedeli solo a Natale e Pasqua. È una chiesa nuova, vuota e brutta, ma c’è il custode che ci racconta, l’eccitazione che monta, le domande, le mani che raggiungono fuori e si scuotono, i ringraziamenti.

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Quando la ragazza racconta a sua madre, com’è andata con me di notte per visitare la chiesa armena nascosta in profondità nel labirinto di strade, in un cortile privato dietro alte mura cieche, e come il custode ci spiegò gli affreschi, i quattro evangelisti, Cristo sulla croce nel coro, le lapidi con i loro lunghi epitaffi sulle pareti laterali, e come noi tre parlavamo con il vecchio custode nella penombra della chiesa, sua madre le ha calorosamente congratulato.

Poi siamo andati anche con suo padre a visitare altre chiese armene, perse tra le montagne, lontano dagli occhi dei passanti. Anche lui voleva vedere una chiesa.

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Da Tabriz abbiamo viaggiato fino a Jolfa, al confine con Nakhichevan, l’enclave dell’Azerbaigian tra l’Armenia e l’Iran. Dall’altra parte del fiume Araz – l’antico Araxes –, un paesaggio nudo, terra rossa, e al centro, una montagna azzurra, come un cono. Questo è Ilandag, il Monte Serpente, un’enorme zanna blu che domina il paesaggio di Nakhichevan. Probabilmente un vulcano, di cui si dice che fu colpito dall’Arca di Noè, mentre essa nuotava nelle acque alluvionali. Si vede da lontano. Non siamo entrati in Nakhichevan, l’abbiamo ammirato dalla banca iraniana dell’Araz, il fiume di confine. Dall’altro lato, ai piedi delle scogliere rosse, caserme e torri di guardia.



E altre torri di guardia lungo tutto il confine, e cannoni antiaerei, e soldati polverosi e non rasati, annoiati nelle loro fortezze, dimenticati in questo e quel lato dell’Araz. Ad un certo punto siamo fermati a fotografare il paesaggio al di là del fiume, le montagne rosse e marrone e rosa e bianco lacere, e nella lontananza l’Ilandag. Una voce ci ha chiamato da un bastione piccolo, quasi direttamente dalla riva dell’Araz, «vietato», disse la voce. No foto allora, così siamo seduti nella macchina di nuovo, avanzato un centinaio di metri, e dopo la curva fermati di nuovo. L’angolo era meno buono, ma nessun soldato in vista. Più avanti, ci hanno fermato. I due soldati erano giovani e divertenti. Non si può andare avanti, dicono, c’è un’inquinamento chimico. Impossibile, veramente pericoloso. Sepideh e suo padre cercavano di convincerli: siamo arrivati fino a qui da tanto lontano (soprattutto me), tutto per niente, sarebbe una vergogna. I soldati si piegano per vedermi, e suggeriscono che andiamo a vedere il loro superiore. Partiamo. Una strada sterrata, un cubo di cemento circondato da un filo spinato sotto un sole cocente. Sotto una tamerice, un cane giallo mi guarda senza muoversi. Sullo sfondo, l’Araz, l’acqua verde in movimento, montagne rosse, e l’Ilandag grigio-blu. Aria soffocante, luce accecante, calore. Non ancora il terribile caldo del deserto, quello verrà più tardi, ma in quel momento sembrava essere il calore più caldo che avrei potuto sopportare.

Il superiore esce dal cubo di cemento, tira indietro il recinto di filo spinato, e viene verso di noi. Una smorfia stanca sul suo volto giovane, i suoi occhi mi guardano di traverso. Un bel ragazzo biondo, annoiato nel suo posto di guardia. Ascolta la richiesta, si stringe nelle spalle, e tira fuori una penna dalla tasca. Disegna un passaggio in arabeschi raffinati nel palmo della mano della guida, direttamente sulla pelle. Passiamo il blocco stradale. A poche centinaia di metri, stanno riasfaltando la strada – ecco, deve essere questo l’inquinamento chimico.

Oltre quello, la strada continua tortuosa tra le scogliere, si arrampica, scende per un pendio ripido, con il fiume verde molto al di sotto. Le scogliere sono sterili, viola e arancio, punteggiate da cespugli di colore giallo. La guida rallenta e punta a un mucchio di pietre su una collina. Questi sono i resti di una piccola chiesa, la chiesa dei pastori, Kelisâ-ye Chupân, fondata nel 1518.

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Dieci chilometri più avanti, in un luogo che diventa improvvisamente un’oasi, con un miscuglio di alberi in un boschetto, arriviamo a una delle più belle chiese armene dell’Iran, il monastero fortificato di S. Stepanos. La valle è deserta, nessuno ha vissuto qui per secoli. Una volta l’Armenia si estendeva da qui al lago di Van, Tabriz era il suo ultimo posto verso l’Oriente, e Jolfa una tappa importante sulla Via della Seta, una città di commercianti e artigiani stimati. Durante il Rinascimento Jolfa aveva dei rappresentanti commerciali persino a Amsterdam.


Tuttavia, intrappolata fra i persiani, i russi e i turchi, la regione non poteva rimanere per sempre al di fuori dei conflitti che per secoli tormentavano il Caucaso. E nel 1606, quando Scià Abbas fondò Isfahan, invitò gli artigiani di Jolfa di stabilirsi lì e di essere i suoi maestri costruttori – e alla fine reinsediò l’intera popolazione di Jolfa a Isfahan. Durante la prima guerra mondiale la regione era sotto il controllo ottomano, e dopo il 1915 i turchi cercavano di cancellare tutte le tracce dela presenza armena. Nessun villaggio ha sopravvissuto, solo poche chiese. Gli unici resti di Jolfa nell’attuale enclave di Nakhichevan, un cimitero armeno costituito da quasi diecimila lapidi riccamente scolpiti prima del 17° secolo, sono stati interamente distrutti nel 2005 dall’esercito dell’Azerbaigian. O meglio, con le parole di Aliyev, presidente dell’Azerbaigian, «non fu distrutto nessun cimitero armeno, poiché non c’erano mai armeni in Nakhichevan.»

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Il monasterio di St. Stepanos fu probabilmente fondato prima del 7° secolo (la tradizione lo fa risalire all’Apostolo Bartolomeo). Occupa una superficie di circa 70 × 50 m, circondata da alte mure fortificate e torri circolari o semicircolari. Ha due cortili interni, uno al di fuori della chiesa, l’altro all’interno dell’edificio del monastero. Il campanile fu costruito vicino alla parete sud della chiesa. La chiesa recentemente restaurata ha una pianta a coce con tre absidi e un esterno riccamente scolpito, che mostra varie influenze, tra cui quella dell’arte selgiuchide, il cui rilancio era una delle caratteristiche del Rinascimento armeno durante il periodo safavide nel 17° secolo.

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Il luogo non era del tutto abbandonato, tutte le porte erano aperte, i custodi erano sorridenti e loquaci, i pochissimi turisti curiosi e attenti. Solo iraniani. O forse armeni. Sì, il custode era troppo orgoglioso delle competenze degli artigiani armeni a non essere uno dei loro discendenti.


mercoledì 25 marzo 2015

Transizione: «...cor meum vigilat»


Sicuramente vediamo qui un altro esempio di quella vita nascosta delle immagini, la quale ha tanto impressionato Aby Warburg, che la presentò come un fenomeno separato, chiamato Pathosformel, nel suo saggio del 1905 sul rapporto di Dürer all’antichità classica. Si tratta della sopravvivenza più o meno inconscia e atemporale di formule pittoriche espressive, la quale qui prende forma nei raggi provenienti dal cuore della guardia di sicurezza.



Le due porte stanno a pochi metri di distanza una dall’altra nel centro storico di Palma. La prima in carrer del Call, di fronte al ristorante «Las Olas». L’altro all’angolo di carrer de Sant Alonso e Santa Clara.

Carrer de Pont i Vich

Le placche del Sacro Cuore di Gesù con l’iscrizione in maiuscole «BENDECIRÉ» * erano una volta presenti su quasi tutte le porte della città. Oggi solo pochi di essi sopravvivono sulle porte interne che si aprono direttamente agli appartamenti. Sulla strada ce n’erano rimasti solo pochi rovinati. Il loro posto è occupato dal nuovo tipo di immagine, la cui presenza è legata a un canone mensile.


Claudio Monteverdi: Sacred Music. Roberto Gini, Lavinia Bertotti & Ensemble Concerto. «Ego dormio et cor meum vigilat» (Io dormo, ma il mio cuore veglia)

I vestiti nuovi del Sultano

Kemal Atatürk in uniforme gianizzero

Abbiamo recentemente scritto sulla sorte travagliata della traduzione in turco de Il Piccolo Principe. Parlando della scoperta dell’asteroide B-612 del Piccolo Principe, Saint-Exupéry illustra con la storia dell’astronomo turco, quanto i vestiti fanno l’uomo negli occhi degli adulti:

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»

Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il cui rispetto è richiesto dalla legge. Perciò i traduttori turchi si sono contorti qua e là per settant’anni al fine di eludere la formula trasgressore. A volte l’hanno tradotto come «il grande leader dei turchi», poi come «un leader turco perentorio», finché la nuova edizione è stata pubblicata in questo gennaio, al settantesimo anniversario della morte dell’autore, con la traduzione corretta. Questa però è stata censurata da nessuno meno che il sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza, che hanno richiesto la rimossa del libro che contiene la parola vietata dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma la storia non finisce qui.

La storia finisce qui. Sultano Mehmed VI Vahideddin lascia Costantinopoli, 1922

Il post è stato ripreso da río Wang da Dmitri Cernišev per il suo blog in russo Ответы на незаданные вопросы, citando naturalmente il testo di Saint-Exupéry dalla traduzione russa del libro:

«К счастью для репутации астероида В-612, турецкий султан велел своим подданным под страхом смерти носить европейское платье. В 1920 году тот астроном снова доложил о своем открытии. На этот раз он был одет по последней моде, – и все с ним согласились.»

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, il sultano turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito secondo l’ultima moda – e stavolta tutti erano d’accordo con lui.»


La traduzione fu fatta nel 1950 dalla bravissima Nora Gal (se vi ricordat, abbiamo visto la lapide commemorativa sul muro della sua casa natale durante la nostra tour in Odessa). Chissà perché abbiam sostituito «dittatore turco» con «sultano turco»? Forse per non ferire la sensibilità dei popoli turchi dell’Unione Sovietica? A quel tempo, intorno alla deportazione dei turchi di Meskheti e i tatari della Crimea, questo non era un aspetto rilevante. O per correggere l’errore di Saint-Exupéry? Infatti, nel 1920 il sultano era ancora al potere nell’Impero Ottomano. Ma se questo era il suo intento, ha piantato un nuovo errore nel testo, poiché il sultano non aveva alcun motivo per ordinare nel 1920 ciò, per cui Atatürk aveva molto di più nel 1925. Sarebbe stato più facile trasferire al 1925 la presentazione fittiva dell’astronomo fittivo. È vero che allora la traduzione sarebbe apertamente deviata dal testo originale.

A volte è superfluo rimuginare un problema irrisolvibile nascosto nel testo originale. Si deve semplicemente tradurre così com’è.

Piccoli principi

martedì 24 marzo 2015

Ceci n’est pas une pipe

…ceci est une korn.

“Bretagna. La pipa è buona solo se brucia bene.”. Collection Villard, Quimper. Timbro 5. 7. 1910

Le lingue celtiche raggiunsero la loro massima estensione geografica non nell’antichità, prima della conquista romana, ma, come lo scrive Peter Burke, nell’età delle grandi scoperte. All’inizio del Cinquecento nelle navi inglesi e francesi sull’Atlantico servivano principalmente marinai dalle coste celtiche, da Galles e Bretagna, e quindi il gallese e bretone erano la lingua franca dei marinai nella parte settentrionale dell’oceano, dalla Manica alle Caraibi.

I marinai bretoni raggiunsero sotto la bandiera francese anche la costa brasiliana, e hanno portato per la prima volta il tabacco nell’Europa, insieme con il suo originale nome indiano: betum. La parola fu trasferita dal bretone anche al francese: pétun, pétuner, ʻtabacco, fumare’. Tuttavia è diventata arcaica, e oggi solo la lingua bretone conserva l’originale parola indiana: butun, butunad. La parola tabacco e le sue variazioni nelle lingue europee moderne, che gli etimologisti spagnoli del Rinascimento volevano derivare dalle lingue indiane caraibiche, venne in realtà già nel Quattrocento dall’arabo medievale tabbaq, ʻerba medica’, e quindi raggiunse l’America per il percorso inverso. Come lo scrive Nicolás Monardes nel suo Joyful Newes Oute of the Newe Founde Worlde, tradotto in inglese da John Frampton nel 1577:

«Many haue giuen it [tobacco] the name, Petum, whiche is in deede the proper name of the Hearbe, as they whiche haue traueiled that countrey can tell.»

«Molti chiamano [il tabacco] petum, che è in realtà il nome originale di quest’erba, come chiunque lo può dire, che ha già viaggiato in quel continente.»


L’uso del tabacco è documentato per la prima volta nel 1525 nella Bretagna, e in tutta l’Europa. La prima manifattura di tabacco fu fondata qui, nel porto di Morlaix, dove le foglie di tabacco, importate dal nuovo continente e usate come erba medicinale, erano essiccate, e poi attorcigliate in bastoni a forma di carota – carotte, nel bretone karot. La «carota», che è ancora visible nelle insegne dei negozi di tabacco nella Bretagna, poi era tagliato con il coltello a necessità per la pipa o per essere masticata. La pipa era fatta originalmente dal corno di pecora, ed era chiamata in bretone korn per la sua forma di cono (cornet).

«Non ti disturbo?» – «No.» – «Passami per favore la mia carota di tobacco [tabac en carotte], lasciami riempirmi la pipa.» Donna fumante a Morlaix. Artaud et Nozais, Nantes

Mentre in molte parti dell’Europa del Rinascimento e Barocco il fumare fu «genderizzato», diventando un passatempo maschio, nella Bretagna rimase il mezzo per dissipare la stanchezza e la fame per tutt’e due generi, come nella sua patria originaria. I fotografi francesi, che alla fine dell’Ottocento percorrevano il paese per fare delle foto etnografiche, erano stupefatti alla vista delle vecchie bretoni che fumavano la pipa, e che quindi sono diventate figure di tipi per le serie di cartoline La Brettagne Pittoresque o Types Bretons. Una bella selezione di esse è stata pubblicata da philaevrard dalla sua collezione al foro Cparama, dedicato alle vecchie cartoline francesi.


Klervi Rivière – Marie-Aline Lagadic: Labousig ar hoad. Una gwerz – ballada – in lingua bretone su un marinaio che invita una ragazza a passare a nave insieme a lui nell’Inghilterra, ma la ragazza dice di no. Dal CD CD Femmes de Bretagne (Le donne della Bretagna, 1996).

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Le cartoline con luogo identificabile sulla mappa della Bretagna

domenica 22 marzo 2015

Noruz alla Kotti


Noruz, 21 marzo, Capodanno in Persia e nei paesi limitrofi:
Happy New Year, Persia
Noruz nel centro storico di Baku
A rich Noruz table
Equinox
Children’s paintings for Noruz
The return of Noruz
La Kottbusser Tor è il centro dei quasi centomila curdi che vivono a Berlino. Qui c’è il centro culturale curda e la la loro società di mutuo soccorso, nonché la biblioteca curda, e i grattacieli di forma surreale intorno alla piazza sono abitati da un numero significativo di curdi, i cui attivisti protestano contro gli alti affitti nella cabina di legno allestita nella piazza. È chiaro quindi, che si organizza qui anche la festa di Noruz, con danza e con un falò domato alle condizioni di Berlino.

Secondo il cartellone affisso nel ristorante curdo Şehr-i Simit, cioè Città della Ciambella, il festeggiamento s’inizia alle cinque, ma già alle quattro c’è molta gente nella piazza. Si riscaldano sotto la pioviggina con il tè offerto dagli attivisti, e si sono impegnati in vita sociale. Poi intorno alle quattro e mezzo qualcuno va al laptop sul diffusore composto da un bidone di petrolio, e inizia il tracklist precedentemente compilato. Una martellante musica curda riempie la piazza. I gruppi si sciolgono, le persone stanno in un cerchio. Comincia la danza, che si continuerà fino a tarda sera.


Sedigh Tarif & Kamkars Ensemble: Golah golah. Dal CD Kordaneh (2011).

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