lunedì 22 giugno 2015

Su uno dei tetti del mondo: Xinaliq


«Quando vennero i comunisti, i libri si sono evacuati dal villaggio, li hanno portato nella grotta del Şahdağ. Stavano lì, in una pila grande così», il piccolo uomo alza la mano all’altezza degli occhi. «Ma i comunisti li hanno trovati, e hanno dato fuoco. Fino allora la grotta era bianca all’interno, ma da allora è completamente nera dalla fuliggine.»

«Mio nonno ha murato i nostri libri in una finestra, quando vennero i comunisti. Li ha messi in una delle finestre, e l’ha murata dentro e fuori, così che nessuno poteva vedere niente. Quando è tornato dal Gulag, perché era un ricco proprietario di pecore, un kulak, come hanno detto, e l’hanno portato via per dieci anni, dunque quando è tornato, ha immediatamente chiesto se la casa era ancora in piedi. Lo era, ma ormai apparteneva al kolkhoz, l’ufficio del kolkhoz era installato lì. Nella notte, quando nessuno l’ha visto, ha aperto la finestra, e rimosso i libri.»


Il nostro ospite, Gadjibala Badalov ci mostra il suo piccolo museo privato esposto in una vetrina nella sua «bella camera», il lavoro di una vita. Vecchie brocche, monete, spade e fucili, tutto ciò che era capace di raccogliere dai vicini nel corso degli anni, in cambio di favori o di una pecora. La completa cultura materiale di un villaggio di duemila abitanti, e allo stesso tempo di un intero popolo, uno dei popoli più antichi del Caucaso, che abitano solo in questo villaggio. E naturalmente i libri, i libri miracolosamente salvati. Non riesce più a leggerli, mi chiede quale di essi sia scritto in arabo, in persiano, in turco ottomano. Ottant’anni fa, insieme agli insegnanti musulmani e ai libri si ha spazzato anche le lettere arabe da Xinaliq.


Il villaggio, che si trova sotto il crinale del Grande Caucaso, quasi completamente isolato dal mondo esterno, non fu mai raggiunto da conquistatori, ma qualche solitari insegnanti erranti, scribi e missionari a volte trovarono la loro strada qui. Poi il villaggio accettò ciò che portarono, ma mantenne anche il rispetto per i loro predecessori. Nel punto più alto del paese sorge la moschea, fondata verso 1200, e un po’ al di sotto di esso la casa di un pir, un uomo santo zoroastriano del 7° secolo. Nel bosco si trovano ancora alcuni âteshgâh, templi del fuoco zoroastriani, e intorno al villaggio le tombe di molti pir zoroastriani, cristiani e musulmani, che gli abitanti venerano ancora, e si lasciano seppellire intorno a loro. Le tombe più recenti hanno anche dei nomi, ma le più vecchie sono segnate solo da una pietra in piedi, migliaia di pietre per i campi intorno al villaggio di migliaia di anni, con le pecore e vitelli al pascolo in mezzo a loro.

La tomba di Baba Jabbar (15° sec.), con un piccolo cimitero attorno ad essa

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La scrittura araba, che un tempo era così diffuso che ogni famiglia aveva la sua libreria di casa, fu interrotta, ma il bisogno della cultura si è sopravvissuta tra la popolazione locale. Questo si vede nei numerosi poeti locali che pubblicano le loro poesie in lingua khinalug in libretti sottili, stampati in cirillico o lettere latine, e nei pittori con i loro paesaggi tipicamente grotteschi di Xinaliq. E anche nel nostro ospite, il proprietario di pecore e storico dilettante, che ha appena pubblicato il suo quarto libro in khinalug e azero, sui nomi e gli usi tradizionali delle piante medicinali conosciute a Xinaliq.


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Nel villaggio sul cima della collina ancora si trovano iscrizioni arabe e persiane qua e là. Anche se non li possono leggere più, li tengono in molta considerazione. La vita quotidiana del villaggio accade intorno a loro, le donne lavano nell’acqua di sorgente di montagna che si conduce ai pozzi comuni, i bambini conducono a casa i vitelli che ancora non conoscono la strada, gli uomini impastano le tegole di combustibile di letame e paglia, vecchi uomini chiacchierano sui tetti piani. Dal basso, la valle del fiume si sente il belato del gregge che solo poche ore fa scorreva per la pianura. E anche se vediamo i segni del cambiamento – tra cui il fatto che noi stessi siamo qui –, tuttavia, seduti davanti alla casa nel crepuscolo, e guardando giù sul villaggio, abbiamo il sentimento che il tempo, appunto come i pir, i libri e le lettere, una volta arrivato a Xinaliq, non passa oltre, ma si accumula, diventa sempre più denso.



Rovshan Gurbanov, Elshan Mansurov, Nadir Talibov, Kamran Karimov: Getme, getme (Non andare via). From the album Azərbaycan Məhəbbət Təranələri (Canzoni di amore dall’Azerbaigian, 2014)

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martedì 2 giugno 2015

Santa Nino e la luce mistica

La parete del monastero di Samtavro, di fronte alla cella di Santa Nino

«I miei occhi sono diventati oscuri, e voi, invece, vedete la luce?» – segue la risposta: «La vediamo fulgente, la luce del sole.»

La festa di Santa Nino (წმინდა ნინო) (Colastra 296 circa – 338 circa), viene celebrata secondo il calendario ortodosso Georgiano, data l’importanza che ha questa Santa per il Paese caucasico, in due date. La più importante il 27 gennaio, la seconda il 1 di giugno.

Santa Nino, giunta da Costantinopoli, predicò ed introdusse la religione cristiana in Georgia (allora Iberia). Considerata originaria di Colastra in Cappadocia, è ritenuta da diverse fonti, parente di San Giorgio. A lei sono attribuite la conversione della regina Nana ed in seguito, del Re Mirian III di Iberia.

L’immagine di Santa Nino in una chiesa rurale della Georgia del Sud

«Vedo figlia mia, il tuo potere è uguale al potere di una leonessa, che ruggisce più forte di qualsiasi altro animale a quattro zampe, o come la femmina dell’aquila, che vola alta, più del maschio, e che riesce a racchiudere tutto il mondo, nella pupilla, come una piccola perla, e come fuoco cerca cibo per se stessa, e vedendo il cibo, chiude le ali e si getta su di esso. Lascia che la tua vita sia così, guidata dallo Spirito Santo.)» (ქართლის ცხოვრება, 47).

La tradizione vuole che il Re, smarritosi in un tenebroso e fitto bosco durante una battuta di caccia, si salvi solo dopo aver pregato il «Dio di Nino».

«Mentre il re Mirian era andato a caccia, nel folto di una selva, in pieno giorno fu oscurato il sole, e si fece buio fitto. Il re disperato chiedeva aiuto ai suoi dèi Armaz e Zaden, ma invano. Allora si ricordò del dio di Nino crocifisso e gli chiese aiuto e si fece luce: il dio di Nino aveva restituito la luce al sole. La versione del monaco Arsen aggiunge: Mirian ʻfu preso all’improvviso dalle tenebre, cadde e non poté più continuare il cammino; i suoi compagni di caccia vedevano come sempre la luce fulgente del sole e continuavano a camminare, mentre il re si fermò, preso da una cecità strana, fu preso dal panico e provo della speranza di vita.’»

La scena della caccia sul Pilastro Santo della cattedrale di Mtskheta

Come nella dantesca Divina Commedia, la selva oscura è la rappresentazione di una vita (e del regno di Kartli) priva della luce di Cristo (rappresentata dal sole). Il re Mirian ed il suo regno infatti, sino a quel momento avevano sempre vissuto nelle tenebre, riponendo fiducia nel falsi dèi.

La conversione alla vera luce, le permise di vedere il sole di mezzanotte: «il sole di giustizia in mezzo alla notte».

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

(Dante Alighieri, Inferno I, vv. 1-12.)

Anche san Paolo, nel momento della conversione, vide una grande luce:

„Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: ʻSaulo, Saulo, perché mi perséguiti?’. Io risposi: ʻChi sei, o Signore?’. Mi disse: ʻIo sono Gesù il Nazareno, che tu perséguisti’. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: ʻChe devo fare, Signore?’. E il Signore mi disse: ʻÀlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia’. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco. Un certo Ananìa, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: ʻSaulo, fratello, torna a vedere!’. E in quell’istante lo vidi. Egli soggiunse: ʻIl Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome’». (Atti, 22,6-16)

«Colui che non riusciva a vedere la luce del sole neanche in pieno giorno diviene capace di vederla a notte fonda. […] È il sole spirituale che dà la luce, fa rispendere il sole reale. È la luce di questo sole che entra in Kartli, paese ʻa settentrione’ ossia senza sole spirituale, oscurata dal peccato, con ʻi monti con le cime coperte dalla nebbia del peccato’.»

«[Santa Nino] nei pressi del confine vicino alla città di Urbnisi, vide la gente adoratrice degli dèi pagani che personificavano il fuoco, le pietre, il legno. Si unì ad una folla che si recava nella grande città di Mtskheta, sede dei grandi re, per il commercio e la preghiera da elevare ad Armaz. ʻE versavo le lacrime e gemevo verso l’Iddio, – narra Nino – per la perdizione del paese a settentrione, in cui la luce era stata occultata, vinta dalle tenebre.’ […] Nino, angosciata per questo popolo che viveva nel buio, pregò il suo Dio fatto uomo per la salvezza degli uomini di mostrare la vera luce.»

La cella di Santa Nino nell’ex giardino reale di Mtskheta, oggi del monastero di Samtavro

L’immagine della cima e del monte, così comune e frequente in Georgia è da associarsi alla presenza in passato, appunto dei luoghi di culto e della presenza di statue legati ai culti pre-cristiani (e quindi secondo la prospettiva salvifica del cristianesimo, avvolte appunto nella nebbia della falsa fede).

E così accadde:

«Finita la preghiera, all’ovest l’aria si mosse, sorsero i venti, rimbombò un tuono tremendo, apparvero nubi orribili che si affrettavano verso il luogo su cui stavano le statue. La gente presa dalla paura incominciò a fuggire; nel frattempo dalle nubi cominciò a grandinare, le statue ne furono percosse e ridotte in polvere, che i venti sparsero sui monti. Sopravvisse soltanto il rubino dell’elmo di Armaz. Quando si calmarono le tempeste, santa Nino, incolume, lo trovò, lo prese e lo riportò nella vecchia città di Mtskheta, destinata alla rimascita. Così fu distrutta la vecchia Kartli insieme ai suoi vecchi dèi, continuando tuttavia a vivere, poiché non erano ancora distrutte le statue, che aveva costruito nella sua anima, e questo legame interiore con il divino le era ancora fonte di forza di vivere.»

Non è un caso infatti che santa Nino, nel suo tentativo di convertire la Kartli al cristianesimo, riponga proprio su una altura la prima croce (fatta coi tralci della vite, tenuti assieme dai capelli stessi della Santa).

«La croce di Santa Nino» nelle montagne della Georgia del Sud, e la chiesa di Jvari (Santa Croce) costruita sul luogo della prima croce eretta da lei


In seguito a questo fatto, il Re stesso dichiarò nel 327 (circa), il cristianesimo religione ufficiale. La Georgia divenne quindi il secondo Regno ad adottare il cristianesimo, dopo l’Armenia nel 301 (circa).

«Intanto Santa Nino andò nel luogo in cui era piantato un albero, lì pregò per la Kartli per sei giorni, nel settimo giorno invece venne a Mtskheta, ripercorrendo in questo modo l’atto di creazione in sei giorni, creando, cioè, di nuovo il paese moribondo. Arrivata, andò ad abitare nel giardino del re. Era uno splendido giardino: con un albero al centro, con gli uccelli che vi dimoravano, ma il significato di questo giardino non era stato ancora rivelato. Esso viene reso esplicito quando Nino, portando con sé lo Spirito Santo, dà il significato agli oggetti che la circondano: così l’albero diventa quello della vita, gli uccelli si trasformano in quelli dell’Eden: vengono, si lavano nell’acqua, si nutrono d’erba e si mettono ad annunciare che il samotxe è diventato proprietà di Nino; intanto va notato che nell’antico georgiano la parola სამოთხე designava sia giardino che paradiso. In questo modo, con un gioco di parole, si annuncia la trasformazione del giardino in paradiso, trasformazione avvenuta grazie a Nino.»

(Tutti le citazioni, dove non diversamente indicate, sono tutte da riferirsi al testo Santa Nino e la Georgia, di G. Shurgaia)

Processione di Pasqua nella cattedrale di Mtskheta, appunto un mese fa

mercoledì 27 maggio 2015

Unholy bread

«Important day is today, however Soviet past chasing us every time, or every day is a combat for our existence. 25 years we can’t run over from Russian chauvinism and crazy ideas, wars and humiliation. However, happy independence day my dears…» (Frase di un giovane georgiano)


Venti chilometri. Questa è la distanza che separa la città di Akhaltsikhe dalla frontiera con la Turchia. Solo venti chilometri, oggi. In passato questi venti chilometri erano quasi impossibili da percorrere. In epoca sovietica, la strada che collegava Tbilisi con la Turchia si interrompeva pochi chilometri dopo la stazione termale di Borjomi (già famosa all’epoca di Pushkin e meta privilegiata prima dei Romanov, e successivamente dei nuovi Zar dell’Unione Sovietica, primo tra tutti Stalin). La strada si insinua tra gole e vallate. Tra case mangiate dal tempo e negozi di alimentari. Ogni tanto interrotta dal transito di vacche al pascolo. Di tanto in tanto il verde è interrotto da vecchi blocchi di cemento ormai consumati. «È lì», dice Giorgi, tassista armeno di lungo corso, «che stavano i soldati durante l’URSS», facendo il gesto di impugnare un fucile, «a chi provava a passare, sparavano.» Prosegue, «Da qui in poi… solo col passaporto». Durante l’URSS, la regione era presidiata e numerose erano le caserme. Molte sono le testimonianze di armeni e georgiani mandati proprio a presidiare il confine durante il periodo della leva militare. Tra le aree maggiormente presidiate vi era Abastumani, località termale, famosa già all’epoca degli Zar e che durante il periodo sovietico ospitava ufficiali dell’Armata Rossa con le rispettive famiglie. Vi è presente, ancora oggi un importante osservatorio astronomico.

Tra i numerosi «sanatori», molti dei quali in stato di abbandono; tra i numerosi edifici sovietici in cemento che ancora ospitano le poche persone che vi abitano stabilmente, ancora resiste una piccola chiesa armena.


«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro […].» (Mc 14,22)

«Places do not have locations, but histories» (Tim Ingold). Costruita nel 1898 per volontà di due fratelli armeni provenienti da Baku, la chiesa armena di Abastumani oggi si presenta in pessime condizioni, causate anche dei pesanti rifacimenti e modificazioni in epoca sovietica. Durante il periodo sovietico, infatti, la chiesa venne trasformata in forno per il pane. Oltre ad aver eliminato in parte e murato ciò che restava del gavit, i sovietici vi hanno aggiunto altri due edifici. Uno come magazzino per il petrolio e il carbone e l’altro come deposito per il pane (successivamente venduto sia ad Abastumani sia nei villaggi limitrofi). Presenti sono ancora i grandi scaffali in legno, i vassoi in metallo dove venivano cotte le forme di pane di 3 kg circa. L’interno della chiesa è irriconoscibile, se non fosse per la presenza di croci alle pareti, e la grande lapide all’ingresso con la descrizione in russo ed armeno che ne spiega la genesi e la sua costruzione. All’interno visibili sono i grandi paioli per la pasta del pane, il grande forno posto al centro dell’edificio.

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Il regime sovietico è riuscito, in parte, nel suo intento. Il gesto di voler trasformare una chiesa in qualcosa d’altro, di laico, di industriale, è stato il tentativo di eliminare ogni punto di riferimento nella popolazione, di cancellare tutte quelle strutture di sentimento, che fino a pochi anni prima rappresentavano delle certezze. Il regime sovietico per ottant’anni ha tentato di sostituire il culto del sacro, con il culto dell’idea.

La conversione della chiesa è servita proprio alla produzione di un elemento, che in ogni cultura, trasversalmente, ha sempre assunto un ruolo sacro. La completa «laicizzazione» e industrializzazione del pane ha trasformato il sul senso del «pane» e di come durante il periodo sovietico questo elemento abbia assunto un ruolo esclusivamente laico ed addirittura un elemento che ha innescato una laica metamorfosi.

«Si tratta allora di una catastrofe grave nella quale la cultura si mostra estremamente fragile e precaria, ma al contempo indispensabile e insostituibile: le stesse categorie cognitive, le strutture simboliche mediante le quali una comunità percepisce e comprende il mondo rendendolo pensabile, smarriscono il loro significato proprio nel momento in cui se ne avrebbe più bisogno. Sembra allora che il mondo letteralmente finisca. La percezione di tutto e il senso della fine imminente e irreparabile diventano insopportabili.» (G. Ligi: Antropologia dei disastri)

Durante il periodo sovietico venne costruito un soppalco, alle spalle del forno in muratura, utilizzato anch’esso come magazzino. Presenti anche alcune macine per impastare o forse per macinare la farina. Ad oggi, la presenza di tracce di cera e fuliggine nei pressi delle numerose croci, segno di come negli anni la chiesa sia stata e sia tutt’ora visita di fedeli, a testimonianza di come stia avvenendo una riappropriazione, seppur non totale dell’edificio, ma almeno il suo riconoscimento come luogo sacro.

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In Georgia il processo di transizione è stato fra i più delicati di tutto il mondo ex-sovietico, non solo per la violenza con cui si è manifestato, ma anche per la contraddittorietà.


martedì 19 maggio 2015

Pastore



Rezo, un pandurista di dieci anni suona e canta durante una festa al Monastero Katskhi

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sabato 16 maggio 2015

Kutaisi si sveglia



Il gallo canta

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venerdì 15 maggio 2015

Tamaroba / თამარობა

La valle di Vardzia, stamattina

La regina Tamari Bagrationi (თამარი ბაგრატიონი) (Mtskheta 1160 - 1212), regnò in Georgia dal 1184 al 1212, anno della sua morte. Figlia primogenita del re georgiano Giorgio III (1156-1184) e della di lui moglie Gurandukht, sotto il suo regno la Georgia divenne il regno più potente dell’area caucasica. La regina Tamar ne allargò i confini a discapito dei vicini musulmani. La sua importanza è sottolineata dal fatto che le venne attribuito, pur essendo una donna il titolo di «Re» (მეფე, mefe). Alla sua morte vi succedettero i suoi due figli. Primo il Giorgio IV Lasha, re di Georgia dal 1213 al 1223, e successivamente sua figlia Rusudan, come regina di tutta la Georgia, dal 1223 al 1245. La tomba della regina Tamar non è mai stata identificata con certezza.

Anche la cultura georgiana, sotto il regno della regina Tamar, visse un periodo di grande fioritura, sia per quanto riguarda la letteratura (si pensi ad esempio al poeta Shota Rustaveli), e le arti, con la costruzione di numerose chiese.

Castello dell’epoca di Tamar nella valle di Vardzia

La fortezza di Abastumani si affaccia sulla valle di Adigeni, a circa 30 km da Akhaltsikhe. Costruita durante il regno della regina, la fortezza si presenta in ottimo stato di conservazione. Situata su una delle vette che circondano Abastumani, permetteva di controllare le due valli sottostanti, oltre ai monti circostanti. La valle collega Akhaltsikhe con Kutaisi e all’epoca era una importante via di transito da e verso le regioni armene e turche. Questo giustifica le numerose fortezze nei villaggi circostanti, e le città e monasteri fortificati come Vardzia e Vanis Kvabebi. La fortezza venne visitata spesso durante il periodo sovietico. Lo testimoniano le numerose scritte in cirillico alle pareti degli edifici rimasti all’interno. Oggi invece la stessa fortezza è luogo di visita dei pochi turisti che ne sono a conoscenza, e dei fedeli, come testimoniato dalle icone e dalle candele poste in alcune nicchie e dalla grande croce in legno di Santa Nino.


L’icona della Regina  – Re – Tamar si trova sola in una nicchia, difficilmente raggiungibile, testimonianza della devozione e dell’importanza di questa regina, già Santa per la Chiesa ortodossa autocefala georgiana. La festa della Regina Tamar – თამარობა, Tamaroba – si celebra il 14 maggio, con celebrazioni in tutta la Georgia.

martedì 28 aprile 2015

Gelati, monasterio reale



Mama o shenma. I monaci del monastero e chiesa di canto di Zarzma
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venerdì 24 aprile 2015

Al giorno di San Giorgio



Ieri sera, davanti all’icona di San Giorgio nel monastero reale di Nikortsminda dell’undicesimo secolo. Secondo la vecchia tradizione georgiana, San Giorgio ha sconfitto non il dragone, ma l’imperatore Diocleziano.


აღდგომასა შენსა (Aghgdomasa shensa) La tua risurrezione. I monaci del monastero e chiesa di canto di Zarzma

Vigneti vicino al monastero di Nikortsminda, nella regione vinicola di Khvanchkara, ieri pomeriggio

martedì 21 aprile 2015

Pasqua nel cimitero


Pasqua a Leopoli non è solo la festa dei vivi, ma anche dei morti. Come in altre regioni ortodosse, a questo tempo le famiglie visitano le tombe dei loro cari, pregano insieme, e mangiano il cibo benedetto nel giorno precedente.

Il cimitero Łyczakowski è il più antico cimitero conservato di Leopoli. Aperto nel 1788, dopo che Giuseppe II chiuse i cimiteri all’interno delle mura della città, fu sempre considerato un panteone polacco. Qui giaciono molti artisti, scienziati e aristocratici polacchi, e i martiri delle rivolte del 1830-1831 e 1863. E nell’angolo sud-est del cimitero, in una parcella a parte, gli «aquilotti» che difesero Leopoli contro l’esercito indipendente ucraino durante la guerra civile ucraino-polacca, mentre l’esercito polacco diretto da Piłsudski respinse l’Armata Rossa di Budennij e Stalin da Varsavia. Nel cimitero degli eroi, costruito nel 1924, nomi di ragazzi e ragazze si leggono sulle croci bianche che si susseguono in lunghe file. Nessuno di loro aveva più di vent’anni. A Pasqua nessuno viene qui, ma i fiori freschi e le bandiere polacche parlano di visite frequenti.

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Dopo l’espulsione dei polacchi da Leopoli nel 1945, il cimitero degli eroi cominciò di decadere. I monumenti furono abbattuti, e la maggior parte delle tombe distrutte con carri armati. Solo nel 2005, dopo il fermo sostegno della Polonia alla «rivoluzione arancione» dell’Ucraina ricevette il governo polacco permesso a restaurare la necropoli. Nel frattempo anche gli ucraini fondarono il loro cimitero degli eroi nell’immediata vicinanza di quello polacco. Al suo punto più alto l’Arcangeo Michele sta in cima a una colonna alta con la spada sguainata, mentre nel cimitero i monumenti e le tombe reali o simboliche dell’esercito ucraino indipendente del 1918, dell’ucraina divisione SS Galichina, dell’esercito nazionale di Bandera, e dei partigiani ucraini in lotta contro gli invasori sovietici fino al 1955, si trovano uno accanto all’altro. Le loro tombe si inghirlandano durante tutto l’anno non solo dai membri delle famiglie, ma anche dall’esercito ucraino, dai scout e dalle associazioni patriottiche.

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Nell’anno scorso una nuova, terza parcella si è aperta nel cimitero degli eroi, che è ora la parte in più rapida crescita del cimitero Łyczakowski. Qui si seppelliscono i giovani soldati caduti per la difesa dei confini orientali del paese. Le corone sono ancora fresche sulla maggior parte delle tombe. Domenica di Pasqua ci sono visitatori a quasi ogni tomba, la famiglia, gli amici, molti in uniforme militare, alcuni visitano anche due o tre tombe. Sono già oltre la prima scossa, eseguono meccanicamente, con occhi asciutti i rituali della visita della tomba. Non parlano, nemmeno mangiano, solo pongono sulla tomba dal cestino di Pasqua che hanno portato con sé un panino di Pasqua, un’uova tagliata a metà, un dolce a forma di agnello.

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