venerdì 24 aprile 2015

Al giorno di San Giorgio



Ieri sera, davanti all’icona di San Giorgio nel monastero reale di Nikortsminda dell’undicesimo secolo. Secondo la vecchia tradizione georgiana, San Giorgio ha sconfitto non il dragone, ma l’imperatore Diocleziano.


აღდგომასა შენსა (Aghgdomasa shensa) Thy resurrection. The monks of the monastery and singer school of Zarzma

Vigneti vicino al monastero di Nikortsminda, nella regione vinicola di Khvanchkara, ieri pomeriggio

martedì 21 aprile 2015

Pasqua nel cimitero


Pasqua a Leopoli non è solo la festa dei vivi, ma anche dei morti. Come in altre regioni ortodosse, a questo tempo le famiglie visitano le tombe dei loro cari, pregano insieme, e mangiano il cibo benedetto nel giorno precedente.

Il cimitero Łyczakowski è il più antico cimitero conservato di Leopoli. Aperto nel 1788, dopo che Giuseppe II chiuse i cimiteri all’interno delle mura della città, fu sempre considerato un panteone polacco. Qui giaciono molti artisti, scienziati e aristocratici polacchi, e i martiri delle rivolte del 1830-1831 e 1863. E nell’angolo sud-est del cimitero, in una parcella a parte, gli «aquilotti» che difesero Leopoli contro l’esercito indipendente ucraino durante la guerra civile ucraino-polacca, mentre l’esercito polacco diretto da Piłsudski respinse l’Armata Rossa di Budennij e Stalin da Varsavia. Nel cimitero degli eroi, costruito nel 1924, nomi di ragazzi e ragazze si leggono sulle croci bianche che si susseguono in lunghe file. Nessuno di loro aveva più di vent’anni. A Pasqua nessuno viene qui, ma i fiori freschi e le bandiere polacche parlano di visite frequenti.

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Dopo l’espulsione dei polacchi da Leopoli nel 1945, il cimitero degli eroi cominciò di decadere. I monumenti furono abbattuti, e la maggior parte delle tombe distrutte con carri armati. Solo nel 2005, dopo il fermo sostegno della Polonia alla «rivoluzione arancione» dell’Ucraina ricevette il governo polacco permesso a restaurare la necropoli. Nel frattempo anche gli ucraini fondarono il loro cimitero degli eroi nell’immediata vicinanza di quello polacco. Al suo punto più alto l’Arcangeo Michele sta in cima a una colonna alta con la spada sguainata, mentre nel cimitero i monumenti e le tombe reali o simboliche dell’esercito ucraino indipendente del 1918, dell’ucraina divisione SS Galichina, dell’esercito nazionale di Bandera, e dei partigiani ucraini in lotta contro gli invasori sovietici fino al 1955, si trovano uno accanto all’altro. Le loro tombe si inghirlandano durante tutto l’anno non solo dai membri delle famiglie, ma anche dall’esercito ucraino, dai scout e dalle associazioni patriottiche.

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Nell’anno scorso una nuova, terza parcella si è aperta nel cimitero degli eroi, che è ora la parte in più rapida crescita del cimitero Łyczakowski. Qui si seppelliscono i giovani soldati caduti per la difesa dei confini orientali del paese. Le corone sono ancora fresche sulla maggior parte delle tombe. Domenica di Pasqua ci sono visitatori a quasi ogni tomba, la famiglia, gli amici, molti in uniforme militare, alcuni visitano anche due o tre tombe. Sono già oltre la prima scossa, eseguono meccanicamente, con occhi asciutti i rituali della visita della tomba. Non parlano, nemmeno mangiano, solo pongono sulla tomba dal cestino di Pasqua che hanno portato con sé un panino di Pasqua, un’uova tagliata a metà, un dolce a forma di agnello.

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giovedì 16 aprile 2015

Pasqua a Lviv



La chiesa ortodossa a Leopoli fu eretta in onore della Dormizione della Beata Vergine Maria (Uspeńska/Успенська), ma nella città se ne parla solo come «la chiesa valacca» (Wołoska/Волоська), perché la sua prima versione fu finanziata tra 1547 e 1549 dal principe moldavo Alexandru Lăpușneanu. Dopo che essa bruciò nel 1571, fu ricostruita dal 1574 nella forma attuale dalla confraternità religiosa dei mercanti ortodossi della città, la Fratellanza Ortodossa Uspenska/Stavropigijska.

La Fratellanza, che gestiva anche la stampa e la scuola ortodossa della città, fu fondata dai mercanti ruteni, greci e moldavi di Leopoli negli anni 1530 per resistere meglio da una parte ai tentativi di assimilazione del Patriarca di Mosca – la Chiesa ortodossa dell’Ucraina di oggi era a quel tempo indipendente da Mosca, e soggetta solo al Patriarca di Costantinopoli –, e dall’altra parte alle aspirazioni della Chiesa cattolica polacca, che nel 1596 convertirà gran parte della Chiesa ortodossa nella Chiesa greco-cattolica, in unione con Roma. Anche il patrono principale della seconda chiesa era un principe moldavo, Ieremia Movilă, il padre del Metropolita di Kiev, Petro Mohyla, il quale, come ne abbiamo già scritto, lavorava sulla creazione di una Chiesa ortodossa rutena di spirito occidentale. Questo esperimento unico fu interrotto solo dalle disposizioni di russificazione di Pietro il Grande.

Non c’è da stupirsi, quindi, che l’aspetto della chiesa è diverso dal modello russo. Il campanile alto sessantacinque metri, che si chiama Torre Korniakt dal suo costruttore, il mercante cretese Konstantinos Korniaktos, rammenta torri urbane italiane, e anche le sue sculture seguono modelli rinascimentali. In linea con le precedenti aspirazioni di indipendenza, la chiesa appartiene oggi di nuovo all’autonoma Chiesa ucraina ortodossa, che resuscitò tre volte, nel 1921, 1942 e 1990, e che, alla pressione del Patriarcato di mosca, non è ancora riconosciuta da nessun’altra Chiesa ortodossa.

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Nel pomeriggio di Venerdì Santo la tomba di Cristo morto sulla croce si prepara nelle cappelle laterali delle chiese ortodosse e greco-cattoliche, ed è visitata in lunghe file dai credenti durante tutta la notte. Il giorno dopo tutte le famiglie della città, vestiti in costumi nazionali ucraini, vanno a piedi nel museo a cielo aperto delle chiese di legno rusine, dove la benedizione del cibo portato da loro in piccole ceste si svolge dalla mattina alla sera. Il cibo benedetto si mangierà domenica mattina, dopo la messa e processione di resurrezione di notte. Persino sul tavolo del buffet dell’albergo si può trovare pane e uova benedetta.


Benedizione del cibo nel museo a cielo aperto di Leopoli, 11 aprile 2015


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Nella chiesa ortodossa la gente comincia a raccogliere intorno alle undici e mezzo. Si diffondono tappetti sul pavimento di pietra, e si distribuiscono le bandiere di processione. La cerimonia inizia poco prima della mezzanotte al sepolcro santo, da dove il velo raffigurante il Cristo morto è sollevato e portato dietro l’iconostasi. A mezzanotte si annuncia la risurrezione di Cristo in mezzo a grande gioia, e comincia la processione per le strade di Leopoli. Si torna al cancello principale, che si apre una sola volta l’anno, appunto adesso, su richiesta dl Patriarca che porta la buona notizia. Noi ce ne andiamo all’una, ma nella TV locale vedo che la messa va avanti fino alle quattro del mattino.


Processione e inno di risurrezione ortodossi, Leopoli, 11 aprile 2015

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mercoledì 15 aprile 2015

Pasqua armena


La luce affluisce in fasci nella cattedrale armena di Leopoli. La chiesa fu fondata nel 1362 da armeni dalla Crimea sul modello delle chiese armene medievali circa tremila chilometri dall’antica Armenia, le sue pareti sono decorate da affreschi in stile liberty nella maniera di Klimt, ordinati dall’arcivescovo armeno-cattolico Józef Teodorowicz dal pittore ebreo e combattente per la libertà polacco Jan Henryk de Rosen, nato in Russia e emigrato nella Francia. Questo è Leopoli.

La decollazione di San Giovanni Battista particolare

Un uomo bello con un sorriso intelligente si accosta a noi. «Noi armeni non celebriamo la Pasqua oggi, ma una settimana prima, come voi. Tuttavia vi canto uno dei nostri inni di Pasqua. Esso parla della luce che penetra nel buio della tomba. Proprio come adesso nella chiesa.»



Tadeos Gevorgyan, Leopoli

Alla fine della canzone ci mostra un CD. «Liturgia armena, registrazione del coro della nostra chiesa. Gli assoli sono cantati dal decano della nostra chiesa, membro dell’Opera.» «Per non essere immodesto», ci aggiunge con un sorriso complice. «E cantiamo anche durante la messa di domani. Venite e ascoltatelo.»

Più tardi, quando parliamo con lui della comunità armena di Leopoli, si riflette con una frase sulla sua presentazione: «Sono spesso qui a parlare con i visitatori. Trovo importante farlo, affinché abbiano una relazione con la nostra comunità e la nostra chiesa.»

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lunedì 6 aprile 2015

La lunga strada per Ushguli


Risvegliandoci prima dell’alba nella pensione a Mestia vedo che ha nevicato durante la notte. Nell’aria immobile e nella luce nebbiosa ogni tetto, recinto e albero, fino al più piccolo ramoscello, è coperto con un folgorante e fragile rivestimento bianco. I fili elettrici che si inarcano da un polo all’altro sono diventati grossi nastri bianchi, con i fiocchi di neve che si sono depositati con lo spessore di un palmo, e il cui dentello sarà distrutta dal primo vento della mattina.

Partiamo a Ushguli in un furgone a trazione integrale, guidato dal padrone della nostra pensione. Le strade della città sono quasi tutte vuote a quest’ora dell’alba. La luce dei fari si rispecchia nelle pozze d’acqua che si sono formate nella strada, coprendo l’asfalto con un’abbagliante luce rosata. Lo brontolamento del motore del furgone spinge i cani pastori in una frenesia ringhiosa, che ci scacciano in campagna, abbaiando ai nostri pneumatici posteriori fino a quando sono sicuri che non torniamo più indietro.


Lasciando la città, continuiamo per una strada stretta e coperta di neve, che di tanto in tanto si dissolve in scure pozze di fango. Il sentiero tortuoso che segue la vallata del fiume Inguri è indicato solo dalle traccie delle macchine, di volta in volta rotte da torrenti casuali dell’acqua sciolta. Queste fosse e dossi a volte solo rallentano il progresso, e a volte ci fermano, mentre il conducente esamina la natura dell’ostacolo e il miglior metodo di superarlo. Poi, manovrando abilmente con la marcia e il volante, tragitta la macchina: una scossa, un dondolio, e andiamo avanti. In questo modo aspettiamo percorrere i 40 chilometri fino a Ushguli in tre o quattro ore. A volte, in punti specialmente brutti dobbiamo scendere e spingere la macchina, le nostre gambe si immergono nella neve bagnata, e i nostri muscoli si sforzano per aiutare ai pneumatici, che girano senza resistenza, come galassie di gomma in un universo di ghiaccio, finché addentrano in una superficie fresca e trovano trazione.


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Dopo una curva si vede davanti a noi un piccolo torrente che attraversa la strada, scavando un solco profondo nella superficie, e scorrendo intorno ad alcune pietre grezze. La macchina avanza con attenzione, l’abbiamo già quasi passato, e ora il conducente preme sul gas per saltare dal solco. Ma la ruota anteriore improvvisamente scivola dalla pietra, e dal carrello si sente un suono inquietante, lo scricchiolio dell’acciaio contro la pietra. Avanziamo ancora un paio di metri, e il motore si ferma. L’autista tenta ripetutamente di riavviarlo, ma in vano. Colpito dalla pietra, il tubo del carburante si è pressato

Telefona al prossimo villaggio, e in pochi minuti un altro veicolo arriva con tre uomini, seguiti da un quarto sopra un cavallo marrone. Dopo molta discussione e scosse di testa sopra il cofano aperto, il conducente finalmente striscia sotto la macchina per ispezionare il danno.


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Un’altra chiamata, stavolta al nipote del conducente a Mestia, che venga e ci porti a Ushguli. Nel frattempo possiamo ammirare lo spettacolo del nostro veicolo rotto essere trainato da quattro buoi per la strada di montagna al prossimo villaggio, Kala, dove incontreremo il secondo autista.

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Camminiamo davanti ai buoi. Passiamo davanti a alcune case abbandonate, relitti sbadiglianti con persiane di traverso e intonaco fatiscente. Gli abitanti seguirono il richiamo della vita moderna, e si scesero nelle valli in cerca di migliori condizioni di vita. Non è difficile immaginare come può essere l’isolamento dell’inverno, la prigionia della neve in un luogo così inaccessibile. Nel muro di una casa abbandonata qualcuno ha graffiato con la mano esperta, per accomiatarsi, il volto di Stalin.

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Fra poco diciamo addio al primo conducente, e saliamo sulla jeep del secondo. Come se un nuovo capitolo si cominciasse in quest’avventura, dopo alcune curve si cambia anche il carattere della strada, diventa ancora più stretta, più incompiuta, più insidiosa. È meno calpestata che fino allora, ed è limitata da una scogliera grezza a sinistra, e una profondità vertiginosa a destra. Quando di tanto in tanto esce il sole dal dietro le spesse nuvole, un panorama ultraterreno si apre davanti a noi: montagne coperte dal sudario spettrale di neve, irte di alberi neri, contro il cielo del blu più profondo.




Arriviamo nel tardo pomeriggio a Ushguli, nell’alta valle, irraggiungibile per qualsiasi strada fino agli anni 1930, e apparentemente tuttora fuori del flusso del tempo. Il villaggio triplo è circondata da dolci colline con prati ora sotto neve, che gradualmente si avanzano verso le vette che fiancheggiano la valle. Abbiamo appena un’ora fino al buio per scoprire le torri fortificate degli Svan ed esplorare la struttura di questo villaggio straordinario. Patrimonio dell’Umanità, il luogo è l’insediamento più alto dell’Europa.


Passeggiamo fra le strutture millenarie – alcune del secolo VIII – del sobborgo inferiore, a volte incontrando una mucca magra o un cavallo triste, ma nessun uomo. Girelliamo nel labirinto di mura erette di pietre piatte e grigie irregolari, che ospitano licheni arancione e ciuffi di erbe secchi. Il silenzio è interrotto solo di tanto in tanto dal canto di un gallo, l’abbaio di un cane, o il muggito scontento di una mucca. Un gruppo di cani pastore semi-selvaggi, di aspetto affamato scopre la nostra presenza, e noi dobbiamo ritirarsi, alzando i pali strappati dal recinto, mentre cerchiamo di fare quanto più foto nella luce calente.


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Tornando alla strada principale, incontriamo il conducente che ci sta aspettando sulla piccola piazza centrale in mezzo ai tre sobborghi del villaggio. Abbiamo freddo e fame, essendo per noi la colazione l’ultimo pasto che abbiamo preso in fretta in quel giorno. Lui ci propone di andare da una casa di conoscenti, e noi percorriamo il sentiero rozzamente coperto di pietre che sarebbe una strada del villaggio. Lungo la strada incontriamo un piccolo gruppo di bambini che vanno a casa dalla scuola, accompagnati da un grande cane pastore caucasico. Ci salutano con orgoglio in inglese. Rispondiamo al saluto, congratulandoci, e loro con un sorriso corrono giù verso la parte bassa del villaggio.

Arriviamo alla casa, una donna ci apre la porta, avendoci prima ispezionato dalla finestra. Ci invita nella cucina calda, dove sta già preparando il khachapuri per la cena della famiglia. Ci offre posti attorno alla tavola.


Suo suocero di settanta anni entra nella cucina al suono degli ospiti («L’ospite è un dono di Dio», dice il vecchio proverbio georgiano) con una bottiglia di brandy fatto a casa. Ci racconta che nell’epoca sovietica era pilota militare a Kiev, oggi insegna russo ai bambini della scuola locale. Durante la cena dice brindisi tre volte, secondo il costume georgiano, alla famiglia, all’amicizia, e che non ci sia la guerra a Donetsk, nell’Abkhazia e nell’Ossezia del Sud.


A tarda notte incontriamo di nuovo il nostro primo conducente e padrone di casa nella pensione di Mestia. Le donne della casa ci servono una cena veramente deliziosa, accompagnata da vino bianco raffreddato. Fra i bicchieri svuotate, e i brindisi inevitabili, ma affettuosi ci dice con orgoglio: «Che fortuna che c’era questo incidente. Così almeno potete vedere come mi rispettano nei dintorni, e come sono disponibili ad aiutarmi quando mi serve.»