sabato 15 agosto 2015

Sett'ispadas de dolore



Eva Lutza (tromba, canto): Sett’ispadas de dolore (Sette spade di dolore) (video qui). Lamento di Maria medievale in sardo, che è ancora cantato nei comuni della Sardegna nella Settimana Santa

Pro fizu meu ispriradu
a manos de su rigore
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

Truncadu porto su coro
su pettus tengo frecciadu
de cando mi han leadu
su meu riccu tesoro
fui tant’a cua chignoro
comente mi es faltadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

In breve ora l’han mortu
pustis chi l’han catturadu
bindig’oras estistadu
in sa rughe dae s’ortu
e bendadu l’ana mortu
cun sos colpos chi l’han dadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.

Morte no mi lesses bia
morte no tardes piusu
ca sende mortu Gesusu
no podet vivever Maria
unu fizu chi tenia
sa vida li han leadu
sett’ispadas de dolore
su coro mi han trapassadu.
Per il mio figlio spirato
per mano del rigore
sette spade di dolore
il cuore m’han trapassato

Ho il cuore spezzato
il petto trafitto da frecce
da quando mi hanno portato via
il mio ricco tesoro
con tanta furia, ch’ignoro
come mi sia mancato
sette spad di dolore
il cuore m’han trapassato

In breve ora l’hanno ucciso
dopo che l’han catturato
quindici ore è durato
alla croce dall’orto
e bendato l’hanno ucciso
con i colpi che gli hanno dato
sette spade di dolore
il cuore m’hanno trapassato

Morte, non lasciarmi viva
morte, non tardare più
ché essendo morto Gesù
non può vivere Maria:
il solo figlio ch’avevo
la vita gli è stata tolta
sette spade di dolore
il cuore m’hanno trapassato

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Giovanni Tedesco: Frammento di un Crocefisso. Perugia o Siena, c. 1460 Berlin, Bode Museum

venerdì 14 agosto 2015

Segno fantasma


مرگ بر شاه morg bar shâh, morte allo scià. Ora, in luglio 2015. Trentasei anni dopo la rivoluzione. A Isfahan, nei vicoli dietro il bazar.

«Il quarantesimo giorno dopo i fatti di Qom, nelle moschee di molte città iraniane la gente si riunì a commemorare le vittime del massacro. A Tabriz la tensione crebbe fio al punto da provocare una rivolta. La folla sfilò in corteo per le strade, gridando: «Morte allo scià!» Intervenne l’esercito, la città affogò in un bagno di sangue. Centinaia di morti, migliaia di feriti. Passarono altri quaranta giorni, e le città ripresero il lutto: si commemorava il massacro di Tabriz. In una città – Isfahan – la folla disperata e inferocita scese nelle strade. I soldati accerchiarono i dimostranti e aprirono il fuoco. Nuovi morti costellarono il selciato. Trascorsero altri quaranta giorni, e stavolta in decine di città, folle in lutto si radunarono a commemorare i caduti di Isfahan.»
Ryszard Kapuściński: Shah in Shah, 1982


Canzone di lutto per l’Ashura su Abolfazl, fratello dell’imam Hussein, ucciso insieme a lui a Kerbala. Come l’abbiamo scitto prima, questo è l’evento definitivo del paradigma di martirio sciite.

Foto di Abbas (Magnum Photos), 1979

mercoledì 12 agosto 2015

Venite con noi nell'Iran!


L’Iran non appartiene alle mete turistiche alla moda. È una grande fortuna, perché se la straordinaria bellezza del paese, la sua civiltà urbana, l’ospitalità della gente, la moltitudine dei monumenti storici, la musica e l’arte sofisticata, e la grande cucina iraniana fossero ampiamente conosciuti, non potremmo fare un passo dai molti turisti, e non potremmo invitare i nostri lettori a dei tour esclusivi come questo, con il quale cominciamo di percorrere l’Iran.

Cominciamo, dico, perché l’Iran è un paese enorme. Duemilacinquecento chilometri da un angolo all’altro, e allora abbiamo fatto un solo percorso. E allo stesso tempo un paese molto vario, con tante attrazioni, dallo splendore floreale della primavera nelle montagne curde agli incredibili colori del deserto di Kerman, dalle città millennarie ai caravanserragli delle strade di seta, dalle tribù nomadi ai basar secolari dove nella primavera le tribù portano giù in corteo colorato i tappetti tessuti nella montagna durante l’inverno. Per vedere tutto questo, dobbiamo tornare un paio di volte. Durante il nostro primo tour, tra il 22 ottobre e il 1 novembre, viaggeremo lungo l’asse storico centrale della Persia, la catena delle città antiche da Teheran a Persepoli.



Soheil Nafisi: همه فصلن دنیا Hame-ye faslân-e donyâ, «Tutte le stagioni del mondo». Dall’album ترانهای جنوب Tarânehâ-ye jonūb, «Canzoni del Sud» (2010). Già citato in questo post favorito insieme con la foto di Alieh Sâdatpur.



Il nostro aereo parte il 22 ottobre a mezzogiorno da Vienna, e arriva via Istanbul a tarda sera all’aeroporto internazionale a sud di Teheran, da dove subito andiamo in autobus a noleggio a Kashan, a due ore di distanza. Infatti, il giorno dopo è la più grande celebrazione religiosa dell’Iran, il giorno di Ashura, e una volta che abbiamo questa fortuna, è meglio assisterla in una città tradizionale, come la città di caravanserraglio millennaria, Kashan. Oltre alla serie di celebrazioni, processioni e cerimonie pubbliche che comprendono tutta la città, ci divaghiamo nel centro storico costruito di argilla, visitiamo le case mercantili storiche, e la sera ceniamo in una casa da tè tradizionale accanto al giardino safavide di cinquecento anni, un sito del patrimonio mondiale. Il nostro alloggio sarà in una vecchia casa mercantile, trasformata da dei giovani managers in una guest house in stile tradizionale (ne scriveremo di più insieme con un’intervista).


Il 24 ottobre, sabato facciamo un’escursione di autobus alle montagne a sud di Kashan. Passeremo accanto al centro di arricchimento dell’uranio di Natanz (fotografare è severamente vietato, ma guardare no), ci fermiamo alla moschea trecentesca di Natanz, costruita dai khan mongoli, e poi arriviamo a Abyaneh, il Villaggio Rosso. Passeggiamo nella cittadina e nei dintorni, facciamo un pic-nic al torrente (dove il nostro amico Hamid, il proprietario dell’albergo locale ci porterà il pranzo sul dorso del suo asino), e nel pomeriggio torniamo a Kashan. Visitiamo il bazar di Kashan – che era chiuso ieri per la cerimonia –, e la sera facciamo una cena persiana insieme con Farshad, il giovane manager curdo della guest house.


Il 25 ottobre, domenica mattina andiamo in autobus a Isfahan, a due ore di distanza, fermandosi presso alcune belle viste e villaggi tradizionali. Isfahan è la città più bella dell’Iran, e per secoli ne era anche la capitale. In questa giornata e quella seguente visitiamo la città. Dal nostro albergo nel centro raggiungiamo attraverso l’enorme bazar la piazza principale, considerata dagli storici dell’arte come una delle dieci più belle piazze del mondo. Visitiamo la Moschea dell’Imam, decorata con le piastrelle blu degli artigiani armeni, la millennaria Moschea del Venerdì, vaghiamo nel quartiere ebraico di ottocento anni, il più grande centro ebraico dell’Iran, e attraversiamo il ponte Si-o-se, cioè Trentatre Fori, per vedere il quartiere armeno dall’altra parte del Zayande, cioè il Fiume Vivificante. Visiteremo dei giardini e palazzi persiani, proveremo il tentativo senza speranza di passare attraverso tutto il bazar, vedremo tappetti nomadi, ceniamo in vecchie case da tè, ascoltiamo concerti tradizionali.


Il 27 ottobre, martedì mattina andiamo in autobus a Yazd, la città caravanserraglioi ai margini del deserto. Ci immergiamo nel labirinto della città vecchia costruita di argilla, che è ancora più arcaica di quella di Kashan. Visitiamo caravanserragli ancora in lavoro, moschee secolari, case mercantili, santuari. La religione zoroastriana dell’antica Persia – che era tollerata dall’islam come una «religione del libro» – ha il maggior numero di seguaci a Yazd, quindi visiteremo santuari zoroastriani e «torri del silenzio» al di fuori della città, dove si esposero i corpi dei defunti affinché non contaminassero gli elementi sacri della terra, acqua e fuoco. Avremo cena in un caravanserraglio tradizionale, e il giorno seguente facciamo una escursione in autobus alla parte più bella del deserto dell’Iran, che qui è un parco nazionale.


Il 29 ottobre, giovedì andiamo in autobus a Shiraz. Questa è la pista più lunga del nostro viaggio, circa 400 chilometri, ma lo facciamo in autostrada, e ci fermiamo più volte a bellezze naturali, monumenti storici, e prima di tutto a Persepoli, la capitale dell’antica Persia, magnifica anche nelle sue rovine. Lì offrirò un tour di storia dell’arte molto dettagliato fra gli edifici, rilievi e tombe reali ben conservati. Nel tardo pomeriggio arriviamo a Shiraz, dove in quel giorno e la mattina dopo visitiamo la città vecchia, il bazar, le bellissime moschee e case mercantili. Nel pomeriggio si torna con volo interno a Teheran.


Nel nostro ultimo giorno, il 32 ottobre riassumiamo le nostre impressioni a Teheran. Nella capitale giovane, fondata nel 1790, non ci sono molti monumenti storici, così cammineremo nel centro moderno, faremo un pic-nic nel Parco Taʿbiat, presso il più grande ponte pedonale del mondo, aperto nell’anno scorso, e la sera avremo la nostra cena di addio a mille metri più in alto, sotto le montagne e vicino a un ruscello, in una casa da tè tradizionale del quartiere bohémien del Darband. Il nostro volo parte nel primo mattino, e arriviamo via Istanbul a Vienna verso mezzogiorno.


Sull’Iran e sulla cultura persiana abbiamo già scritto molto in río Wang, e scriveremo ancora di più, in particolare sui luoghi che intendiamo visitare. I post su Persia si raccolgono nel post Lettere persiane, tornate a visitarlo regolarmente. E se siete curiosi di qualcosa, ditecelo. Siamo felici di scrivere dei posts anche su ordine.

La quota di partecipazione, che comprende gli alberghi con la prima colazione (metà di una camera doppia), gli autobus a noleggio e a lunga distanza, il volo interno da Shiraz a Teheran, e la guida di uno storico dell’arte che parla persiano e conosce la cultura iraniana, vale a dire, di me, è 700 euro. A questo si aggiunge il prezzo del biglietto aereo (Vienna–Istanbul–Teheran e ritorno è ora 330 euro, ma naturalmente potete prendere il volo più conveniente per voi), e il costo del visto iraniano, che è di circa 100 euro. Il termine dell’applicazione è il 20 agosto, giovedì, alla solita e-mail wang@studiolum.com.



lunedì 10 agosto 2015

Transizione: Per poetesse, su biglietti d’invito

Kitagawa Utamaro (1753-1806): Della serie Sette donne facendo il make-up (1792-93)

Arnošt Hofbauer (1869-1944): Invito alla lettura di Hana Kvapilová (1860-1907) presso il Club Giovani di Praga, 1899

domenica 9 agosto 2015

Ashura ad Abyaneh


Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram è uno dei giorni più importanti nella storia del genere umano. In questo giorno Dio creò Adamo ed Eva, in questo giorno rese a Giacobbe suo figlio perduto, Giuseppe, e in questo giorno liberò gli ebrei dalla tirannia del Faraone, per la commemorazione del quale Maometto ordinò un digiuno di ringraziamento. E la sera i sunniti si invitano al budino d’Ashura o di Noè, per ricordare che anche il diluvio cominciò di retrocedere in questo giorno. Nelle regioni sciite però è più importante di qualsiasi altra cosa che nell’anno 680 in questo giorno subì il martirio l’Imam Hussein, figlio di Ali e nipote di Maometto, dopo aver eroicamente lottato per l’intera giornata con i suoi settantadue compagni contro i trentamila soldati del califfo usurpatore a Kerbala, sulle rive dell’Eufrate. Questo è un evento che definisce l’identità sciita, e il suo anniversario è il più grande giorno di lutto per gli sciiti, la cui religiosità è permeata dal culto dei martiri, dagli imam martirizzati al milione di iraniani uccisi nella guerra fra Iraq e Iran. La rituale commemorazione annuale della tragedia successa milllecinquecento anni fa offre anche la possibilità che ciascuno possa rivivere le proprie perdite personali.

Ogni città ha le proprie tradizioni di commemorazione. Sui costumi di Abyaneh si può leggere qui o qui. La sera precedente, gli abitanti della città si riuniscono nella moschea, per vegliare durante la notte di Tasuʿa, il nono giorno, proprio come Hussein e i suoi compagni vegliarono prima della battaglia decisiva. L’imam offrì ai suoi seguaci di lasciarlo senza il peccato del tradimento prima del certo martirio del giorno successivo, finché solo i settantadue rimasero. Ad Abyaneh però sarebbe tuna vergogna per ciascuno di restare lontano dalla veglia notturna. Durante la cerimonia di lutto chiamata zakeri, si canta canzoni di lutto e si legge poesie, e le donne mantengono i partecipanti svelti con raganelle. La mattina dopo le donne vagano il villaggio con le raganelle, entrano e cantano in ogni casa dove qualcuno è morto dal tempo dell’Ashura dell’anno precedente. Nel frattempo gli uomini decorano il nakhl, la «palma», il catafalco simbolico dell’imam Hussein, che per tutto l’anno aspetta a questo giorno nel balcone della casa della confraternità. Si prendono la struttura pesante sulle spalle, e la portano per diverse ore attraverso il vilaggio. Ad Abyaneh – come nelle altre città del deserto iraniano – ci sono diversi nakhls, e ciascuno ha la sua confraternità, cerimonia e percorso, in modo molto simile alle processioni della Settimana Santa cattolica nelle città spagnole e italiane, di cui abbiamo scritto qui e qui.

Ad Abyaneh – come nella Spagna – la processione è anche una sorta di attrazione turistica, con dei visitatori provenienti da tutto l’Iran. Dalle foto che si trovano nel net persiano, illustriamo la cerimonia con quelle di Mohammed e Hossein Sâki.



Canzone di lutto per l’Ashura su Abolfazl, fratello dell’imam Hussein, ucciso insieme a lui a Kerbala.

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Quest’anno Ashura cade sul 23 ottobre, quando saremo in Iran. Se tutto va bene, anche noi saremo ad Abyaneh per l’evento grande, inshallah.


lunedì 22 giugno 2015

Su uno dei tetti del mondo: Xinaliq


«Quando vennero i comunisti, i libri si sono evacuati dal villaggio, li hanno portato nella grotta del Şahdağ. Stavano lì, in una pila grande così», il piccolo uomo alza la mano all’altezza degli occhi. «Ma i comunisti li hanno trovati, e hanno dato fuoco. Fino allora la grotta era bianca all’interno, ma da allora è completamente nera dalla fuliggine.»

«Mio nonno ha murato i nostri libri in una finestra, quando vennero i comunisti. Li ha messi in una delle finestre, e l’ha murata dentro e fuori, così che nessuno poteva vedere niente. Quando è tornato dal Gulag, perché era un ricco proprietario di pecore, un kulak, come hanno detto, e l’hanno portato via per dieci anni, dunque quando è tornato, ha immediatamente chiesto se la casa era ancora in piedi. Lo era, ma ormai apparteneva al kolkhoz, l’ufficio del kolkhoz era installato lì. Nella notte, quando nessuno l’ha visto, ha aperto la finestra, e rimosso i libri.»


Il nostro ospite, Gadjibala Badalov ci mostra il suo piccolo museo privato esposto in una vetrina nella sua «bella camera», il lavoro di una vita. Vecchie brocche, monete, spade e fucili, tutto ciò che era capace di raccogliere dai vicini nel corso degli anni, in cambio di favori o di una pecora. La completa cultura materiale di un villaggio di duemila abitanti, e allo stesso tempo di un intero popolo, uno dei popoli più antichi del Caucaso, che abitano solo in questo villaggio. E naturalmente i libri, i libri miracolosamente salvati. Non riesce più a leggerli, mi chiede quale di essi sia scritto in arabo, in persiano, in turco ottomano. Ottant’anni fa, insieme agli insegnanti musulmani e ai libri si ha spazzato anche le lettere arabe da Xinaliq.


Il villaggio, che si trova sotto il crinale del Grande Caucaso, quasi completamente isolato dal mondo esterno, non fu mai raggiunto da conquistatori, ma qualche solitari insegnanti erranti, scribi e missionari a volte trovarono la loro strada qui. Poi il villaggio accettò ciò che portarono, ma mantenne anche il rispetto per i loro predecessori. Nel punto più alto del paese sorge la moschea, fondata verso 1200, e un po’ al di sotto di esso la casa di un pir, un uomo santo zoroastriano del 7° secolo. Nel bosco si trovano ancora alcuni âteshgâh, templi del fuoco zoroastriani, e intorno al villaggio le tombe di molti pir zoroastriani, cristiani e musulmani, che gli abitanti venerano ancora, e si lasciano seppellire intorno a loro. Le tombe più recenti hanno anche dei nomi, ma le più vecchie sono segnate solo da una pietra in piedi, migliaia di pietre per i campi intorno al villaggio di migliaia di anni, con le pecore e vitelli al pascolo in mezzo a loro.

La tomba di Baba Jabbar (15° sec.), con un piccolo cimitero attorno ad essa

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La scrittura araba, che un tempo era così diffuso che ogni famiglia aveva la sua libreria di casa, fu interrotta, ma il bisogno della cultura si è sopravvissuta tra la popolazione locale. Questo si vede nei numerosi poeti locali che pubblicano le loro poesie in lingua khinalug in libretti sottili, stampati in cirillico o lettere latine, e nei pittori con i loro paesaggi tipicamente grotteschi di Xinaliq. E anche nel nostro ospite, il proprietario di pecore e storico dilettante, che ha appena pubblicato il suo quarto libro in khinalug e azero, sui nomi e gli usi tradizionali delle piante medicinali conosciute a Xinaliq.


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Nel villaggio sul cima della collina ancora si trovano iscrizioni arabe e persiane qua e là. Anche se non li possono leggere più, li tengono in molta considerazione. La vita quotidiana del villaggio accade intorno a loro, le donne lavano nell’acqua di sorgente di montagna che si conduce ai pozzi comuni, i bambini conducono a casa i vitelli che ancora non conoscono la strada, gli uomini impastano le tegole di combustibile di letame e paglia, vecchi uomini chiacchierano sui tetti piani. Dal basso, la valle del fiume si sente il belato del gregge che solo poche ore fa scorreva per la pianura. E anche se vediamo i segni del cambiamento – tra cui il fatto che noi stessi siamo qui –, tuttavia, seduti davanti alla casa nel crepuscolo, e guardando giù sul villaggio, abbiamo il sentimento che il tempo, appunto come i pir, i libri e le lettere, una volta arrivato a Xinaliq, non passa oltre, ma si accumula, diventa sempre più denso.



Rovshan Gurbanov, Elshan Mansurov, Nadir Talibov, Kamran Karimov: Getme, getme (Non andare via). From the album Azərbaycan Məhəbbət Təranələri (Canzoni di amore dall’Azerbaigian, 2014)

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