mercoledì 27 maggio 2015

Unholy bread

«Important day is today, however Soviet past chasing us every time, or every day is a combat for our existence. 25 years we can’t run over from Russian chauvinism and crazy ideas, wars and humiliation. However, happy independence day my dears…» (Frase di un giovane georgiano)


Venti chilometri. Questa è la distanza che separa la città di Akhaltsikhe dalla frontiera con la Turchia. Solo venti chilometri, oggi. In passato questi venti chilometri erano quasi impossibili da percorrere. In epoca sovietica, la strada che collegava Tbilisi con la Turchia si interrompeva pochi chilometri dopo la stazione termale di Borjomi (già famosa all’epoca di Pushkin e meta privilegiata prima dei Romanov, e successivamente dei nuovi Zar dell’Unione Sovietica, primo tra tutti Stalin). La strada si insinua tra gole e vallate. Tra case mangiate dal tempo e negozi di alimentari. Ogni tanto interrotta dal transito di vacche al pascolo. Di tanto in tanto il verde è interrotto da vecchi blocchi di cemento ormai consumati. «È lì», dice Giorgi, tassista armeno di lungo corso, «che stavano i soldati durante l’URSS», facendo il gesto di impugnare un fucile, «a chi provava a passare, sparavano.» Prosegue, «Da qui in poi… solo col passaporto». Durante l’URSS, la regione era presidiata e numerose erano le caserme. Molte sono le testimonianze di armeni e georgiani mandati proprio a presidiare il confine durante il periodo della leva militare. Tra le aree maggiormente presidiate vi era Abastumani, località termale, famosa già all’epoca degli Zar e che durante il periodo sovietico ospitava ufficiali dell’Armata Rossa con le rispettive famiglie. Vi è presente, ancora oggi un importante osservatorio astronomico.

Tra i numerosi «sanatori», molti dei quali in stato di abbandono; tra i numerosi edifici sovietici in cemento che ancora ospitano le poche persone che vi abitano stabilmente, ancora resiste una piccola chiesa armena.


«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro […].» (Mc 14,22)

«Places do not have locations, but histories» (Tim Ingold). Costruita nel 1898 per volontà di due fratelli armeni provenienti da Baku, la chiesa armena di Abastumani oggi si presenta in pessime condizioni, causate anche dei pesanti rifacimenti e modificazioni in epoca sovietica. Durante il periodo sovietico, infatti, la chiesa venne trasformata in forno per il pane. Oltre ad aver eliminato in parte e murato ciò che restava del gavit, i sovietici vi hanno aggiunto altri due edifici. Uno come magazzino per il petrolio e il carbone e l’altro come deposito per il pane (successivamente venduto sia ad Abastumani sia nei villaggi limitrofi). Presenti sono ancora i grandi scaffali in legno, i vassoi in metallo dove venivano cotte le forme di pane di 3 kg circa. L’interno della chiesa è irriconoscibile, se non fosse per la presenza di croci alle pareti, e la grande lapide all’ingresso con la descrizione in russo ed armeno che ne spiega la genesi e la sua costruzione. All’interno visibili sono i grandi paioli per la pasta del pane, il grande forno posto al centro dell’edificio.

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Il regime sovietico è riuscito, in parte, nel suo intento. Il gesto di voler trasformare una chiesa in qualcosa d’altro, di laico, di industriale, è stato il tentativo di eliminare ogni punto di riferimento nella popolazione, di cancellare tutte quelle strutture di sentimento, che fino a pochi anni prima rappresentavano delle certezze. Il regime sovietico per ottant’anni ha tentato di sostituire il culto del sacro, con il culto dell’idea.

La conversione della chiesa è servita proprio alla produzione di un elemento, che in ogni cultura, trasversalmente, ha sempre assunto un ruolo sacro. La completa «laicizzazione» e industrializzazione del pane ha trasformato il sul senso del «pane» e di come durante il periodo sovietico questo elemento abbia assunto un ruolo esclusivamente laico ed addirittura un elemento che ha innescato una laica metamorfosi.

«Si tratta allora di una catastrofe grave nella quale la cultura si mostra estremamente fragile e precaria, ma al contempo indispensabile e insostituibile: le stesse categorie cognitive, le strutture simboliche mediante le quali una comunità percepisce e comprende il mondo rendendolo pensabile, smarriscono il loro significato proprio nel momento in cui se ne avrebbe più bisogno. Sembra allora che il mondo letteralmente finisca. La percezione di tutto e il senso della fine imminente e irreparabile diventano insopportabili.» (G. Ligi: Antropologia dei disastri)

Durante il periodo sovietico venne costruito un soppalco, alle spalle del forno in muratura, utilizzato anch’esso come magazzino. Presenti anche alcune macine per impastare o forse per macinare la farina. Ad oggi, la presenza di tracce di cera e fuliggine nei pressi delle numerose croci, segno di come negli anni la chiesa sia stata e sia tutt’ora visita di fedeli, a testimonianza di come stia avvenendo una riappropriazione, seppur non totale dell’edificio, ma almeno il suo riconoscimento come luogo sacro.

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In Georgia il processo di transizione è stato fra i più delicati di tutto il mondo ex-sovietico, non solo per la violenza con cui si è manifestato, ma anche per la contraddittorietà.


martedì 19 maggio 2015

Pastore



Rezo, un pandurista di dieci anni suona e canta durante una festa al Monastero Katskhi

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sabato 16 maggio 2015

Kutaisi si sveglia



Il gallo canta

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venerdì 15 maggio 2015

Tamaroba / თამარობა

La valle di Vardzia, stamattina

La regina Tamari Bagrationi (თამარი ბაგრატიონი) (Mtskheta 1160 - 1212), regnò in Georgia dal 1184 al 1212, anno della sua morte. Figlia primogenita del re georgiano Giorgio III (1156-1184) e della di lui moglie Gurandukht, sotto il suo regno la Georgia divenne il regno più potente dell’area caucasica. La regina Tamar ne allargò i confini a discapito dei vicini musulmani. La sua importanza è sottolineata dal fatto che le venne attribuito, pur essendo una donna il titolo di «Re» (მეფე, mefe). Alla sua morte vi succedettero i suoi due figli. Primo il Giorgio IV Lasha, re di Georgia dal 1213 al 1223, e successivamente sua figlia Rusudan, come regina di tutta la Georgia, dal 1223 al 1245. La tomba della regina Tamar non è mai stata identificata con certezza.

Anche la cultura georgiana, sotto il regno della regina Tamar, visse un periodo di grande fioritura, sia per quanto riguarda la letteratura (si pensi ad esempio al poeta Shota Rustaveli), e le arti, con la costruzione di numerose chiese.

Castello dell’epoca di Tamar nella valle di Vardzia

La fortezza di Abastumani si affaccia sulla valle di Adigeni, a circa 30 km da Akhaltsikhe. Costruita durante il regno della regina, la fortezza si presenta in ottimo stato di conservazione. Situata su una delle vette che circondano Abastumani, permetteva di controllare le due valli sottostanti, oltre ai monti circostanti. La valle collega Akhaltsikhe con Kutaisi e all’epoca era una importante via di transito da e verso le regioni armene e turche. Questo giustifica le numerose fortezze nei villaggi circostanti, e le città e monasteri fortificati come Vardzia e Vanis Kvabebi. La fortezza venne visitata spesso durante il periodo sovietico. Lo testimoniano le numerose scritte in cirillico alle pareti degli edifici rimasti all’interno. Oggi invece la stessa fortezza è luogo di visita dei pochi turisti che ne sono a conoscenza, e dei fedeli, come testimoniato dalle icone e dalle candele poste in alcune nicchie e dalla grande croce in legno di Santa Nino.


L’icona della Regina  – Re – Tamar si trova sola in una nicchia, difficilmente raggiungibile, testimonianza della devozione e dell’importanza di questa regina, già Santa per la Chiesa ortodossa autocefala georgiana. La festa della Regina Tamar – თამარობა, Tamaroba – si celebra il 14 maggio, con celebrazioni in tutta la Georgia.

martedì 28 aprile 2015

Gelati, monasterio reale



Mama o shenma. I monaci del monastero e chiesa di canto di Zarzma
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venerdì 24 aprile 2015

Al giorno di San Giorgio



Ieri sera, davanti all’icona di San Giorgio nel monastero reale di Nikortsminda dell’undicesimo secolo. Secondo la vecchia tradizione georgiana, San Giorgio ha sconfitto non il dragone, ma l’imperatore Diocleziano.


აღდგომასა შენსა (Aghgdomasa shensa) La tua risurrezione. I monaci del monastero e chiesa di canto di Zarzma

Vigneti vicino al monastero di Nikortsminda, nella regione vinicola di Khvanchkara, ieri pomeriggio

martedì 21 aprile 2015

Pasqua nel cimitero


Pasqua a Leopoli non è solo la festa dei vivi, ma anche dei morti. Come in altre regioni ortodosse, a questo tempo le famiglie visitano le tombe dei loro cari, pregano insieme, e mangiano il cibo benedetto nel giorno precedente.

Il cimitero Łyczakowski è il più antico cimitero conservato di Leopoli. Aperto nel 1788, dopo che Giuseppe II chiuse i cimiteri all’interno delle mura della città, fu sempre considerato un panteone polacco. Qui giaciono molti artisti, scienziati e aristocratici polacchi, e i martiri delle rivolte del 1830-1831 e 1863. E nell’angolo sud-est del cimitero, in una parcella a parte, gli «aquilotti» che difesero Leopoli contro l’esercito indipendente ucraino durante la guerra civile ucraino-polacca, mentre l’esercito polacco diretto da Piłsudski respinse l’Armata Rossa di Budennij e Stalin da Varsavia. Nel cimitero degli eroi, costruito nel 1924, nomi di ragazzi e ragazze si leggono sulle croci bianche che si susseguono in lunghe file. Nessuno di loro aveva più di vent’anni. A Pasqua nessuno viene qui, ma i fiori freschi e le bandiere polacche parlano di visite frequenti.

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Dopo l’espulsione dei polacchi da Leopoli nel 1945, il cimitero degli eroi cominciò di decadere. I monumenti furono abbattuti, e la maggior parte delle tombe distrutte con carri armati. Solo nel 2005, dopo il fermo sostegno della Polonia alla «rivoluzione arancione» dell’Ucraina ricevette il governo polacco permesso a restaurare la necropoli. Nel frattempo anche gli ucraini fondarono il loro cimitero degli eroi nell’immediata vicinanza di quello polacco. Al suo punto più alto l’Arcangeo Michele sta in cima a una colonna alta con la spada sguainata, mentre nel cimitero i monumenti e le tombe reali o simboliche dell’esercito ucraino indipendente del 1918, dell’ucraina divisione SS Galichina, dell’esercito nazionale di Bandera, e dei partigiani ucraini in lotta contro gli invasori sovietici fino al 1955, si trovano uno accanto all’altro. Le loro tombe si inghirlandano durante tutto l’anno non solo dai membri delle famiglie, ma anche dall’esercito ucraino, dai scout e dalle associazioni patriottiche.

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Nell’anno scorso una nuova, terza parcella si è aperta nel cimitero degli eroi, che è ora la parte in più rapida crescita del cimitero Łyczakowski. Qui si seppelliscono i giovani soldati caduti per la difesa dei confini orientali del paese. Le corone sono ancora fresche sulla maggior parte delle tombe. Domenica di Pasqua ci sono visitatori a quasi ogni tomba, la famiglia, gli amici, molti in uniforme militare, alcuni visitano anche due o tre tombe. Sono già oltre la prima scossa, eseguono meccanicamente, con occhi asciutti i rituali della visita della tomba. Non parlano, nemmeno mangiano, solo pongono sulla tomba dal cestino di Pasqua che hanno portato con sé un panino di Pasqua, un’uova tagliata a metà, un dolce a forma di agnello.

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giovedì 16 aprile 2015

Pasqua a Lviv



La chiesa ortodossa a Leopoli fu eretta in onore della Dormizione della Beata Vergine Maria (Uspeńska/Успенська), ma nella città se ne parla solo come «la chiesa valacca» (Wołoska/Волоська), perché la sua prima versione fu finanziata tra 1547 e 1549 dal principe moldavo Alexandru Lăpușneanu. Dopo che essa bruciò nel 1571, fu ricostruita dal 1574 nella forma attuale dalla confraternità religiosa dei mercanti ortodossi della città, la Fratellanza Ortodossa Uspenska/Stavropigijska.

La Fratellanza, che gestiva anche la stampa e la scuola ortodossa della città, fu fondata dai mercanti ruteni, greci e moldavi di Leopoli negli anni 1530 per resistere meglio da una parte ai tentativi di assimilazione del Patriarca di Mosca – la Chiesa ortodossa dell’Ucraina di oggi era a quel tempo indipendente da Mosca, e soggetta solo al Patriarca di Costantinopoli –, e dall’altra parte alle aspirazioni della Chiesa cattolica polacca, che nel 1596 convertirà gran parte della Chiesa ortodossa nella Chiesa greco-cattolica, in unione con Roma. Anche il patrono principale della seconda chiesa era un principe moldavo, Ieremia Movilă, il padre del Metropolita di Kiev, Petro Mohyla, il quale, come ne abbiamo già scritto, lavorava sulla creazione di una Chiesa ortodossa rutena di spirito occidentale. Questo esperimento unico fu interrotto solo dalle disposizioni di russificazione di Pietro il Grande.

Non c’è da stupirsi, quindi, che l’aspetto della chiesa è diverso dal modello russo. Il campanile alto sessantacinque metri, che si chiama Torre Korniakt dal suo costruttore, il mercante cretese Konstantinos Korniaktos, rammenta torri urbane italiane, e anche le sue sculture seguono modelli rinascimentali. In linea con le precedenti aspirazioni di indipendenza, la chiesa appartiene oggi di nuovo all’autonoma Chiesa ucraina ortodossa, che resuscitò tre volte, nel 1921, 1942 e 1990, e che, alla pressione del Patriarcato di mosca, non è ancora riconosciuta da nessun’altra Chiesa ortodossa.

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Nel pomeriggio di Venerdì Santo la tomba di Cristo morto sulla croce si prepara nelle cappelle laterali delle chiese ortodosse e greco-cattoliche, ed è visitata in lunghe file dai credenti durante tutta la notte. Il giorno dopo tutte le famiglie della città, vestiti in costumi nazionali ucraini, vanno a piedi nel museo a cielo aperto delle chiese di legno rusine, dove la benedizione del cibo portato da loro in piccole ceste si svolge dalla mattina alla sera. Il cibo benedetto si mangierà domenica mattina, dopo la messa e processione di resurrezione di notte. Persino sul tavolo del buffet dell’albergo si può trovare pane e uova benedetta.


Benedizione del cibo nel museo a cielo aperto di Leopoli, 11 aprile 2015


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Nella chiesa ortodossa la gente comincia a raccogliere intorno alle undici e mezzo. Si diffondono tappetti sul pavimento di pietra, e si distribuiscono le bandiere di processione. La cerimonia inizia poco prima della mezzanotte al sepolcro santo, da dove il velo raffigurante il Cristo morto è sollevato e portato dietro l’iconostasi. A mezzanotte si annuncia la risurrezione di Cristo in mezzo a grande gioia, e comincia la processione per le strade di Leopoli. Si torna al cancello principale, che si apre una sola volta l’anno, appunto adesso, su richiesta dl Patriarca che porta la buona notizia. Noi ce ne andiamo all’una, ma nella TV locale vedo che la messa va avanti fino alle quattro del mattino.


Processione e inno di risurrezione ortodossi, Leopoli, 11 aprile 2015

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mercoledì 15 aprile 2015

Pasqua armena


La luce affluisce in fasci nella cattedrale armena di Leopoli. La chiesa fu fondata nel 1362 da armeni dalla Crimea sul modello delle chiese armene medievali circa tremila chilometri dall’antica Armenia, le sue pareti sono decorate da affreschi in stile liberty nella maniera di Klimt, ordinati dall’arcivescovo armeno-cattolico Józef Teodorowicz dal pittore ebreo e combattente per la libertà polacco Jan Henryk de Rosen, nato in Russia e emigrato nella Francia. Questo è Leopoli.

La decollazione di San Giovanni Battista particolare

Un uomo bello con un sorriso intelligente si accosta a noi. «Noi armeni non celebriamo la Pasqua oggi, ma una settimana prima, come voi. Tuttavia vi canto uno dei nostri inni di Pasqua. Esso parla della luce che penetra nel buio della tomba. Proprio come adesso nella chiesa.»



Tadeos Gevorgyan, Leopoli

Alla fine della canzone ci mostra un CD. «Liturgia armena, registrazione del coro della nostra chiesa. Gli assoli sono cantati dal decano della nostra chiesa, membro dell’Opera.» «Per non essere immodesto», ci aggiunge con un sorriso complice. «E cantiamo anche durante la messa di domani. Venite e ascoltatelo.»

Più tardi, quando parliamo con lui della comunità armena di Leopoli, si riflette con una frase sulla sua presentazione: «Sono spesso qui a parlare con i visitatori. Trovo importante farlo, affinché abbiano una relazione con la nostra comunità e la nostra chiesa.»

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