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lunedì 28 dicembre 2015

Mare fantasma


L’ultima escursione di questo anno, al Nagy-Kopasz («Grande Calvo») nelle Montagne di Buda. Nell’ultima settimana la maggior parte dell’Ungheria era coperta con nebbia e nuvole grigie, il sole è apparso solo occasionalmente. Ma se si raggiunge sopra la linea di nebbia, si arriva in un’altra dimensione, unpathed waters, undreamed shores. Come se il fantasma del Mare di Pannonia starebbe per riconquistare il suo ex bacino, le colline diventano isole e penisole, le torri di avvistamento sulle loro cime sono fari nel lento rotolamento del mare fantasma illuminato dal sole. I pini neri, artificialmente installati sul lato calvo sud-ovest della collina dolomitica, ricordano dipinti d’inchiostro cinesi con i loro gruppi che si emergono dalla foschia galleggiante fra di loro. Silenzio e la sensazione di essere fuori del tempo.



Hossein Alizade: مه Meh (Mist). Dall’album ماه و مه Mâh o meh (Luna e nebbia, 2009).

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venerdì 25 settembre 2015

Abraham Ganz al Hindukush

Широка страна моя родная, Russia è un paese ampio, c’è spazio in essa per ogni popolo. Come Araz ha selezionato nel post di ieri le foto dell’Azerbaigian dal fotoprogetto della Russia imperiale di Sergej Prokudin-Gorskij, così ho cercato e trovato anch’io almeno due foto connesse con l’Ungheria fra le 1902 foto a colori digitalizzate dal Library of Congress.

Una ricerca per «Ungheria» nel database produce una sola foto. La sua didascalia originale non è sopravvisuta, ma sul consiglio dell’ingegnere elettrico Paul Cooper e dell’esperto militare di politica esterna Martin Chadzynski i bibliotecari l’hanno provvista con questo titolo:  «Alternatori prodotti a Budapest, Ungheria, nella sala di produzione di energia di una centrale idroelettrica a Iolotan, sul fiume Murghab (tra il 1905 e il 1915)».


Questa foto nel catalgo della Library of Congress è il risultato della ricostruzione automatica del 2004 di Blaise Agüeras y Arcas. L’altra versione è la ricostruzione fatta a mano nel 2001 da Walter Frankhausen.


La centrale idroelettrica Hindukush di Iolotan fu costruita nel 1909 sul fiume Murghab, nella Transcaspia (Закаспийская область), cioè nella parte sud-est della Turkmenistan moderna. Nel 1887, lo zar Alessandro III acquistò dalle tribù turkmene qui, nella vicinanza dell’antica città di Merv (oggi Patrimonio dell’Umanità) una vasta terra deserta, per creare lì il successore moderno della favolosamente fertile oasi di Merv. Con il trasferimento di coloni hohol – ucraini – sulle proprietà dello zar, si è creata una vasta azienda di modello, una sorta di tecnopoli, con estesa irrigazione, fiorente lavorazione del cotone, e altre industrie. La centrale Hindukush, la quale con la sua produzione di 1350 kW era la centrale idroelettrica con la più altra produzione della Russia degli zar, fu costuita per fornire la zona con elettricità. (A titolo di confronto, nel 1917 la potenza combinata delle migliaia di impianti idroelettrici della Russia era 19 MW.)

La centrale Hindukush in una cartolina inviata il 24 gennaio 1911. Dalla serie “Le viste della Turkestan”

Prokudin-Gorskij visitò la regione due volte, prima nel 1906-1907, poi nel 1911. Dal distretto di Merv abbiamo 68 delle sue fotografie: oltre alle rovine dell’antica città di Merv e le foto etnografiche dei pastori turkmeni, sono soprattutto le immagini delle terre e degli impianti di cotone, e della centrale idroelettrica. Quest’ulteriore, che lui ovviamente poteva fotografare solo durante la spedizione del 1911, figura in sei foto nella Library of Congress. Dal momento che l’album di registrazione composto dopo la spedizione non è sopravvissuto, il catalogo della Library of Congress non localizza la maggioranza di queste foto. Esse sono state identificate dal progetto internazionale «The Legacy of Prokudin-Gorsky».

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Nell’Ungheria dell’epoca solo la Fabbrica Ganz era in grado di produrre un alternatore tanto potente. L’azienda fu fondata nel 1845 dallo svizzero Abraham Ganz come una fonderia di ferro e fabbrica di macchine, la cui costruzione originale a Buda funziona dal 1964 come museo. Nel 1869 il suo successore, András Mechwart ampliò l’azienda con un reparto elettrico, e ne fece un’impresa di fama mondiale, uno dei più grandi gruppi di imprese della monarchia austro-ungarica. La Ganz & Co. Danubius Electric, Machine, Wagon and Ship Factory, Ltd. fornì macchine per tutta l’Europa e l’Asia. A Odessa anch’io ho visto vecchie gru navali prodotte da loro. Dopo la guerra l’azienda fu nazionalizzata, e nel 1959 si fuse con la vicina fabbrica di locomotive e vagoni sotto il nome Ganz-MÁVAG. Nella mia infanzia questo blocco di edifici dalle dimensioni di un intero quartiere a Kőbánya, alla periferia industriale di Budapest, era una città nella città, che dava lavoro a un grande numero dei lavoratori del distretto. Abbiamo già citato la Canzone su Lenin dal suo coro e orchestra. Poi con il cambio di regime nel 1989 l’azienda fu chiusa, poi venduta in perdita a investitori stranieri nel nome della cosiddetta privatizzazione, in cui io stesso ho partecipato come interprete per investitori italiani. Da allora l’enorme blocco è il più grande mercato cinese dell’Europa. La sua parte più preziosa è il piccolo ristorante cinese, che tuttora considero uno dei posti migliori della cucina cinese a Budapest.

Però la centrale idroelettrica di Hindukush a Joloten non è stato scosso dal cambio di regime. Lavora ininterrottamente da più di un secolo con il suo equipaggiamento originale, di cui nel 2011, appena cento anni dopo le foto di Prokudin-Gorskij, tinmekun ha pubblicato una serie di foto su yandex.ru. È ovvio, che nulla è cambiato nella sala macchine. Le stesse piastrelle, la stessa divisione delle finestre, gli stessi macchinari, le stesse luci abbaglianti sul pavimento. E anche la placca in ottone ha la stessa scritta come cento anni fa.




Ганцовская электр[отехническая] комп[анія] въ Будапештѣ – Fabbrica Elettrotecnica Ganz, Budapest

Tra l’altro, l’importazione delle attrezzature occidentali più moderne dall’Occidente non era una rarità nella Russia zarista. In un’altra foto di Prokudin-Gorskij vediamo una segatrice nella carpenteria della ferriera di Zlatoust, la quale fu prodotta, secondo la sua placca in ottone, a Berlin-Reinickendorf, solo un paio di fermate dell’S-Bahn da dove ora sto scrivendo. La fabbrica di Reinickendorf esiste ancora. Mi chiedo se anche quella di Zlatoust esiste, con la macchina nel suo interno.



Dell’altra foto di Prokudin-Gorskij connessa con l’Ungheria scriveremo in un altro post.

domenica 2 agosto 2015

Cartoline rosa 25


Mittente: Károly Timó, 1º Reggimento di Marcia
Indirizzo del mittente: Compagnia Martini, Plotone Bányay
Posta militare 350

CARTOLINA DI CAMPO

Indirizzo: All’Egregia Signorina Antonia Zajác
3º distretto, via Kis-Korona Street 52.
Budapest





Cartoline precedenti (puntini grigi):

Galizia, 25 luglio 1915
Galizia, 14 luglio 1915
Galizia, 12 luglio 1915
Galizia, 6 luglio 1915
Galizia, 25 giugno 1915
Galizia, 10 giugno 1915
Debrecen, 5 giugno 1915
Budapest, 1 giugno 1915
Budapest, 1 marzo 1915
Budapest, 10 febraio 1915
Kecskemét, 30 gennaio 1915
Dukla Pass, 11 gennaio 1915
Felsőhunkóc, 4 gennaio 1915
Sztropkó, 31 dicembre 1914
Budapest, 23 dicembre 1914
Budapest, 21 dicembre 1914
Budapest, 11 dicembre 1914
Budapest, 2 dicembre 1914
Budapest, 28 novembre 1914
Budapest, 27 novembre 1914
Budapest, 18 novembre 1914
Budapest, 27 ottobre 1914
Debrecen, 25 settembre 1914
Szerencs, 28 agosto 1914
Mio caro figlio2 ago

Oggi ho ricevuto la tua tanto attesa cartolina, che ho aspettato con ansia per tanto tempo. Perchè scrivi così raramente? Sembra che ti sentivi bene a Siófok, perché non mi hai mandato nemmeno una cartolina di là, anche se ti ho chiesto. Ma questo non è un problema, spero che da ora lo farai. La cosa principale è che ti sei sentita bene. Io sono ancora bene, ma non vedo l’ora di vederti. Che cosa fa tua madre, è in buona salute? E Veronka e Mariska stanno bene? Ancora nessuna notizia su Feri?

Anche Stefán ha scritto in questa settimana, hanno poco lavoro. Di Kozma e Béla non ci sono notizie. Non hanno scritto nemmeno a loro per lungo tempo.

Per ora non ho altre notizie.

Innumerevoli abbracci e baci da
Károly.

Saluti anche alla gente a casa.

Scrivimi un sacco.



[Numero rotondo. La venticinquesima cartolina rossa all’indirizzo di via Kiskorona 52, a Óbuda, al nord-est di Budapest.

La strada esiste ancora, anche se il tempo ci ha compiuto il suo lavoro incessante.

Andiamo dunque, almeno nell’immaginazione, al luogo, a via Kiskorona, a dove le cartoline rosa erano indirizzate.

Dettaglio della mappa di Budapest, 1:5000

La strada si trova sul lato di monte di via Lajos, che corre parallela alla riva del Danubio. Si ramifica da via Lajos al Királydomb (Collina del Re). Prima si chiamava Kronen Gasse, che fu poi tradotto come Kiskorona (Piccola Corona). La via finiva al lato occidntale della piazza del Santo Spirito, verso via Polgár. In certe epoche tutta la strada o una parte di essa portava il nome del pittore martire Adolf Fényes. (La Collina del Re era una strana formazione. Una collina alta solo pochi metri, con giardini e case stretti che scendevano radialmente dal suo centro. Tra il 1930 e il 1941 gli scavi hanno portato alla superficie l’anfiteatro dei soldati di Aquincum, che era crollato sotto di loro.)

Anche se questa strada non era tanto importante come via Lajos, la strada principale di Óbuda, tuttavia aveva un sacco di piccoli ristoranti, botteghe artigiane, e la famosa fabbrica tessile Goldberger. La via Perc (Minuto), che attraversava via Kiskorona, ha ricevuto il suo nome dagli artigiani del quartiere, i «Mister Minit» del periodo.

Come Ernő Zórád trasformò nei suoi acquarelli il vecchio quartiere del Tabán in una bella collina soleggiata con piccole strade tortuose, così fu idealizzata Óbuda, insieme a via Kiskorona, da Gábor Kássa.

Gábor Kássa: Via Kiskorona

Del numero 52 non abbiamo nessun’immagine, solo della terza casa accanto ad essa. La foto di via Kiskorona 58 deve mostrare una casa simile a quella che scomparì senza lasciare traccia. Perché sarebbe stata differente?


Alla fine degli anni cinquanta e sessanta questa Óbuda era già completamente fatiscente, in modo che non avrà provocato troppa angoscia a distruggerla. I bulldozer sono partiti. Solo una riserva di un piccolo gruppo di case rimase intatto attorno l’ex piazza Korona. L’immagine qui sotto mostra la casa ristrutturata come Museo di Ristorazione, e quella accanto ad essa, nella cui finestra lo scrittore Gyula Krúdy posava per la sua famosa foto. A destra si vede il Club Civile di oggi, e ancora a destra, già lasciando la foto, la casa e atelier di Gyula Knöpfler, il fotografo della strada, la quale fu promossa in una casa per anziani.

Piazza Korona vista da un appezzamento del blocco di appartamenti devastato

Oggi al posto dei numeri pari si vedono interminabili blocchi di appartamenti a dieci piani, e in quello dei numeri dispari, alcune rovine. Nel 14º secolo la regina Elisabetta, vedova del re Carlo Roberto d’Angiò e madre del re Luigi il Grande, fondò qui il convento delle Clarisse Povere. Oggi qui si trovano solo i resti appena visibili.

Stando in piedi su queste mura recentemente innalzate si può immaginare dietro quegli alberi quella casa non esistente, il non plus ultra dei sogni.

P.S. Sì, lo so bene, l’attrezzo nella pittura di sopra non è un bulldozer.]

domenica 4 gennaio 2015

sabato 13 dicembre 2014

Serate di caffè turco

Via Gül Baba, Budapest, da qui

Quando le relazioni ungaro-turche e gli elementi comuni del passato dei due nazioni sono menzionati, la maggior parte degli ungheresi sicuramente ricorderà due cose: il periodo del dominio ottomano (1526-1686), e la leggendaria ospitalità turca, con la quale i kardeşler (fratelli) ungheresi sono ricevuti in tutta la Turchia, dal bazaar di Istanbul fino a Antalya.

Ma le relazioni ungaro-turche non finiscono qui. Raggiungono molto più lontano nello spazio  nel tempo. Il loro primo periodo, molto prima dell’arrivo delle tribù ungheresi nel bacino di Carpazi intorno a 896, è attestato non solo dalla già menzionata eredità turca della nostra lingua, ma anche dalle molte caratteristiche comuni della nostra musica popolare, ricercate da Béla Bartók, e, più recentemente, da János Sipos. Questi paralleli musicali sono oggi propagati in modo impressionante ad un pubblico più ampio dalla cantante di folk marocchino-ungherese Majda Mária Guessous.


La canzona popolare turca «Kurt paşa çıktı Gozan'a» (Kurt Pascià entra in Kozan), raccolta da Béla Bartók a Osmaniye, e una versione ungherese, raccolta da Zoltán Kodály a Hontfüzesgyarmat: «Üveg az ablakom, nem réz» (La mia finestra è di vetro, non di rame), cantate da Majda Mária Guessous. Vedi qui il video.

Questo patrimonio orientale è in netto contrasto con i centocinquanta anni di dominio ottomano, il cui impatto indiretto si sente ancora, e che, a rigore, si iniziò un po’ prima e si concluse un po’ più tardi di come l’opinione pubblica lo sa: il primo con l’assedio di Belgrado nel 1521, e il secondo con la Pace di Passarowitz nel 1718, con quale il dominio ottomano fu abolito anche nell’ultimo territorio dell’Ungheria storica, nel Banato di Temes. E il periodo delle relazioni dirette si può ampliato ancora di più, dai primi contatti militari negli 1370 e lo successivo sviluppo del sistema di fortezze meridionale, fino alla «ultima guerra ungherese-turca» che si è conclusa nel 1791.

Nell’Ottocento la sopravvivenza dei ricordi delle ostilità fu sempre più affiancata da un nuovo approccio pro-turco, ispirato anche dalla politica contemporanea (come lo abbiamo menzionato a proposito del viaggio persiano di Sándor Kégl), come un nuovo capitolo dell’idea moderna del nazionalismo, e una riceca delle radici storiche della nazione. Questa ricerca, insieme con l’orientalismo popolare dell’Ottocento, erano le fonti dei vigorosi studi orientali nell’Ungheria. È interessante notare, che, anche se le conoscenze acquistate durante i viaggi di Ármin Vámbéry nell’Asia Centrale diedero un impulso all’idea del pan-turanismo, tuttavia quest’ulteriore non era mai così forte nell’Ungheria, come in Finlandia o Giappone, dove godeva di alta popolarità (nella Finlandia prebellica la loro associazione aveva quarantamila membri), o in Turchia, dove per un periodo era l’ideologia ufficiale.


Tutto questo e molto di più è stato discusso da Pál Fodor, turcologo e storico, direttore generale dell’Istituto di Storia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, nella sua conferenza «Ungheresi e turchi nell’occhio dell’altro», organizzata il 3 dicembre nella serie delle Serate di caffè turco nel Palazzo Bobula dal Yunus Emre Enstitüsü, l’istituto culturale turco, che riceve il suo nome dal poeta e mistico sufi del Trecento.


La serie che si continua da ormai quattro anni si è cominciata in modo esemplare, come iniziativa civile. Ildikó Rüll e Ágnes Tóth, laureati in studi inglesi e studi internazionali, l’organizzano da mese in mese con grande entusiasmo e amore per la cultura turca. Come risultato, la serie è ormai diventata il fiore all’occhiello dell’Istituto Turco di Cultura di Budapest. Prima della conferenza abbiamo parlat con loro sule Serate, e Ágnes Tóth, che nel frattempo è diventata collega di tempo pieno dell’Istituto, ha anche parlato sul funzionamento di esso.

Ágnes Tóth

Quando si ha fondato l’Istituto, e quali sono i suoi principali obiettivi e programmi?

Ágnes Tóth: L’Istituto è stato ufficialmente inaugurato nel settembre 2013, ma noi avevamo già organizzato una serie di programmi culturali prima di quello. La serie delle Serate di caffè turco era il primo programma organizzato in questo edificio. Abbiamo anche altri eventi mensili regolari, come le serate di film turchi, o una «Conversazione Yunus Emre», tenuta solo in turco. Abbiamo anche alcuni eventi speciali, e partecipiamo a tali programmi popolari, come la Notte dei Musei, ma vogliamo anche collaborare con altre sedi di eventi popolari e istituzioni accademiche. In marzo abbiamo avuto un «Giorno Gül Baba», quando abbiamo organizzato una conferenza congiunta con l’Accademia Ungherese delle Scienze, e un concerto fuori l’edificio. Inoltre, insegniamo turco. Forse siamo diversi dalle altre istituzioni di questo tipo, che i nostri professori sono tutti turchi. Voglio dire, ora abbiamo anche un insegnante ungherese, ma anche lui ha studiato in Turchia, e richiediamo ai nostri professori di avere titoli accademici da università turche, e laurea in lingua o in letteratura turca.

Qual’è la distribuzione per età del pubblico alle serate di caffè e agli altri eventi dell’Istituto?

Á. T.: Questo dipende molto dai programmi. Per esempio, le serate dedicate al cinema vengono visitate da molti giovani, mentre il pubblico delle serate di caffè è variabile, dagli studenti universitari alle persone di settant’anni. Allo stesso modo, nella casa di danza e nei corsi di lingua abbiamo studenti di scuola superiore, e gente oltre settanta. Quindi è molto vario. Noi naturalmente cerchiamo di raggiungere le giovani generazioni, ma non vogliamo far passare in seconda linea i temi scientifici. Anche nel campo della musica vogliamo offrire un ampio spettro, dalla musica classica attraverso folk al jazz. Abbiamo avuto tutti i tipi di concerti.

Come si sono iniziate le serate di caffè? Come è nata l’idea?


Ildikó Rüll

Ildikó Rüll: Sia Ági e io abbiamo vissuto in Turchia, e ci siamo innamorati dlla sua cultura. Tutt’e due siamo tornate a casa molto entusiaste, alla ricerca di occasioni per incontrare questa cultura anche a casa. Ci siamo incontrati a uno di questi eventi, e abbiamo deciso di organizzare qualcosa di regolare. Ecco come le conversazioni di caffè turco si sono organizzate ogni primo mercoledì del mese. Volevamo creare una serata di discorso informale, scegliendo sempre un argomento da questo enorme gamma culturale, al quale invitiamo un esperto, ma gli chiediamo di introdurre il tema in solo 30 minuti, e il resto si basa sulle domande dl pubblico, così che queste serate sono di solito molto interattive. Mi ricordo di aver cominciato con otto partecipanti, seduti nella galleria di una piccola casa da tè, era molto accogliente. Più tard la voce si è sparsa, tutti invitavano più persone, abbiamo vagato da un posto all’altro, e dal febbraio scorso siamo stabilmente qui. L’Istituto non era ancora ufficialmente aperto, ma eravamo felici, perché questo è il posto migliore per questa serie, ed anche loro erano felici, perché questo è ancora l’evento di punta dell’Istituto. Siamo lieti di esser riusciti a formare una buona base in questi quattro anni, incontriamo tanti volti di ritorno, una comunità si è stata formata, e anche noi impariamo molto di queste serate, perché nessuna di noi è un esperto turco. I temi si sviluppano secondo le nostre interessi, ma anche il pubblico può suggerire argomenti.

Á. T.: Ed è anche importante, a quale argomento troviamo un speaker, perché ci sono un sacco di temi che ci interessano, ma non conosciamo nessun esperto di essi.

Perché proprio la cultura turca?

Á. T.: Neanche noi conosciamo ancora la risposta a questa domanda. (ride)

I. R.: Io solitamente rispondo che ci sono cose che non esigono una spiegazione razionale.

Á. T.: Non abbiamo legami familiari in Turchia. La nostra storia era solo che tutt’e due siamo andati in Turchia, e ci siamo innamorati del paese. Io sono stato prima in un’università estiva di un’organizzazione studentesca. Era allora che mi sono innamorata del paese, e da allora cerco di tornarci il più spesso possibile.

I. R.: E la mia prima volta è stato un viaggio privato. Forse è per questo che le serate di caffè turco sono tanto di successo, perché noi lo guardiamo in una luce diversa, infatti tutti siamo outsiders. È per questo che vogliamo organizzare discorsi informali, che sono differenti dalle lezioni universitarie. All’inizio sempre annunciamo, che non ci sono domande cattive, tutti possono chiedere ciò che vogliono, o commentare qualsiasi cosa, non devono aver paura di condividere le loro opinioni e pensieri. Il nostro obiettivo è di portare questa cultura più vicina a ciascuno. O se qualcuno pensa che lui o lei è interessato solo all’artigianato turco, ma non nella storia, dopo un paio di eventi gli possiamo dimostrare, che anche la storia e la letteratura può essere interessante, e così possiamo ampliare l’orizzonte di quelli che sono già interessanti al tema a un certo livello.

Che ne sapete, quanto vi si conosce in Turchia?

Á. T.: Notizie sull’Istituto appaiono regolarmente in Turchia, perché c’è una serie di agenzie di stampa, e i loro rappresentanti locali vengono regolarmente ai nostri eventi. Per esempio, il primo compleanno dell’Istituto è stato molto sbandierato in Turchia, ma non so se le serate di caffè sono state menzionate.

I. R.: Io penso che non ancora, ma per fortuna in Ungheria sempre più persone parlano di noi, per cui siamo molto contenti, perché tutto questo si è cominciato da un’iniziativa assolutamente civile, nessuno era dietro di noi. Questo è un good news story, come si può avviare un evento in collaborazione con altri.

Sicuramente non era semplice finanziarlo, soprattutto all’inizio…

Á. T: Sì, all’inizio siamo andati in posti, dove non abbiamo dovuto pagare l’affitto, e abbiamo sempre comprato un cioccolato sul nostro denaro per i speakers, che, tra l’altro, fanno le loro relazioni sempre senza stipendio. E poi, come l’evento è divenuto più grande, abbiamo dovuto andare in luoghi dove si doveva pagare l’affitto, per la tecnologia, il suono, il proiettore. L’abbiamo risolto cercando diversi uomini d’affari turchi – non solo uno sponsor, perché in questo modo probabilmente non ci avrebbero sostenuto, ma una persona diversa ogni mese, che ha pagato quella piccola somma per noi, e noi in cambio abbiamo ovviamente indicato il suo logo e annunciato il suo nome. Ma c’erano anche occasioni, quando non siamo riusciti di trovare uno sponsor, allora abbiamo raccolto donazioni. Come Ildi lo ha detto, abbiamo avuto molti ospiti ricorrenti, che vedevano, come abbiamo lavorato durante tutti questi anni, e che era veramente una passione per noi. Allora abbiamo messo una piccola scatola all’ingresso, e annunciato, che se a loro è piacciuta la sera, dovrebbero contribuire con quanto volevano…

I. R.: …e infatti, tutti hanno contribuito, con cinquanta centesimi, un euro, e quindi abbiamo raccolto l’importo per il prossimo affitto. Così eravamo in grado di organizzare la prossima occasiona con loro e per loro.

Come avete scelto gli sponsors? Avete per esempio cercato di trovare uno sponsor che era in qualche modo legato al tema della serata?

Á. T.: No, li abbiamo contattati solo sulla base di conoscenza.

I. R.: Visto che tutt’e due facevamo questo accanto al nostro lavoro principale, non lo potevamo considerare così consapevolmente, lungo un filo tematico. Ora, che Ági lavora nel’Istituto, cerchiamo di adattare anche le serate di caffè ai temi dell’Istituto, che cambiano ogni mese o due mesi.

Quali sono i vostri progetti per il futoro? Progettate anche altri programmi, ad esempio escursioni urbane che si concentrano sull’eredità ottomana di Budapest?

Á. T.: Gli eventi regolari si continuano nell’Istituto, e sicuramente parteciperemo alla Notte dei Musei. Come fino ad ora, cercheremo di trovare un tema speciale per ogni mese. Il maggio successivo, per esempio, sarà speciale, perché si concentrerà sulla gastronomia, ci saranno colazioni e cene tradizionali, corsi di cucina turca.

I. R.: Molte persone vengono da noi e dicono, come sarebbe bello se avessimo organizzato delle escursioni urbane del genere, e perciò ci siamo già pensati. In realtà tutto dipend dalle risorse umane, se possiamo concentrarci anche su questo, e abbiamo abbastanza energia per organizzarlo. Ma comunque sarebbe molto buono, ora, che una comunità si è già formata attorno alle serate di caffè, sulla quale possiamo già costuire.


ye ye ye ye ye ye ye ye ye ye ye ye ye ye
Foto della serata da Dániel Végel, dal sito Facebook del Yunus Emre Budapest.

venerdì 29 agosto 2014

Cartoline rosa 1.

Queste lettere, che ora cominciamo a pubblicare, si susseguivano per molti anni. Anche noi le vogliamo pubblicare durante lo stesso periodo, ciascuna di esse esattamente cento anni dopo che è stata inviata.

Facciamo prima conoscienza (almeno superficialmente) della destinataria e del mittente di queste lettere.

La ragazza, Antonia Zajac è nata nel 1896 in un villaggio della Galizia occidentale, Cieklin, nella valle del Dunajec.
I suoi antenati provenivano da una nobile famiglia, che poco a poco ha perso tutte le loro ricchezze in divertimenti e sulle carte. Suo padre, che non ha potuto sopportare di lavorare come dipendente nel loro proprio terreno di una volta, ha scelto l’emigrazione in America invece della costante vergogna.
Dalla loro terra nativa la via più semplice pareva di partire da un porto dell’Adriatico, che era utilizzato per l’emigrazione a scala grande dai cittadini della Monarchia. Tuttavia, arivati a Budapest, il padre è morto, e la madre con quattro figli era intrappolata nella città straniera e apparentemente senza speranze. Ma Óbuda – il sobborgo settentrionale di Buda, metà agricolo e metà industriale, che si unirà a Budapest nel 1873 – non ha abbandonato gli orfani, come ha provveduto a molte altre famiglie senza patria. Ha anche preso sotto le sue ali protettive i figli e le figlie di ungheresi, tedeschi, ebrei, slavi e tutti gli altri gruppi etnici, che erano legati insieme dalla povertà e dall’instinto comune di rimanere a galla.
Il figlio maggiore, Feri, divenne assistente tappezziere. Fra le sue tre sorelle più giovani Antónia (una dei protagonisti della nostra storia) era impiegata in una passamaneria, mentre Vera e Manci hanno ricevuto lavoro nella rinomata fabbrica tessile locale Goldberger, la Goli, come era comunemente chiamata.


L’altro protagonista della nostra storia, Károly Timó (nato Szedlák) è nato nel 1892 come figlio di una fanciulla, Katalin Szedlák, e fu adottato da un calzolaio di buon cuore di Óbuda, che non aveva figli, Ferenc Timó e sua moglie, nata Anna Hautschild.

Károly Timó è cresciuto a Óbuda, e dopo la scuola elementare è diventato un apprendista, e poi assistente passamantiere. La bottega del suo maestro Bernát Reiner era nel quartiere di Terézváros, in una delle ancora nuove case della Kleine Johannes Gasse (dopo via János Kis, via Piroska Szalmás, e ora via László Németh). Il giovane ragazzo aveva una lunga strada per raggiungere la bottega. Il tram era ingombrante e costoso, così ogni mattina ha attraversato il Danubio con il propeller, e poi ha camminato tre quarti d’ora attraverso i quartieri Angyalföld e Erzsébetváros.

Ma i brevi week-ends erano riservati per la vita privata. La loro residenza comune a Óbuda, e la professione comune hanno portato i giovani vicini l’uno all’altra. Aggrapparsi insieme, fondare una famiglia, significava anche un’opportunità di far fronte alle difficoltà della vita.

Questa foto della delicata ragazza polacca con gli occhi sognanti è un documento di un rapporto in erba, di un flirt modesto.


«Il 29 ottobre 1913. In memoria a Károly T., da Antónia Z.»

I suoi occhi sono blu chiaro, come lo suggeriscono ancora i tratti sbiaditi. La parte inferiore della fotografia, macchiata di grasso e leggermente sfilacciata, indica che il proprietario ha portato con sé il ritratto datogli per lungo tempo.

Le foto di studio della giovane coppia già suggeriscono una relazione seria, e un matrimonio progettato per il prossimo futuro.


Ma come sappiamo, tutto fu esaminato e soppesato. La macchia fu inviata. Con ottimismo, con la promessa della stretta vittoria. Fino a quando le foglie cadono…

La prima cartolina rosa



Nome del mittente: Károly Timó
Indirizzo: All’Egregia Signorina Antónia Zajác
III. distretto, via Kis Korona 52.
Budapest

il 28 [di Agosto 1914]

Mio caro figlio [nota la tipica forma d’indirizzo di mariti e fidanzati alle loro donne a cavallo del secolo!]
Ti scrivo queste poche righe mentre friggo la pancetta a Szerencs nella mattina. Che ne dici di questa sorpresa! Avevo pensato che ancora il 10 [di settembre] sarò a Budapest. Il viaggio è abbastanza piacevole, anche se procediamo molto lento. Ho dormito a Miskolc, ora vado a Sátoraljaújhely, e di lì a Mezőlaborc [nel 2014, Medzilaborce, Slovacchia]. Durante il viaggio avremo pasto caldo, perché si cucina per noi. Per alcuni 3-4 giorni faremo bene, e poi cominceremo a giocare soldati. Ti abbraccio e bacio
Károly

Saluti a tua madre e sorelle, e a miei genitori


[La prima cartolina è stata scritta durante il viaggio al fronte. Un bel giocar sodato in vista!]

Cartolina successiva: 25 settembre 1914