Visualizzazione post con etichetta la vita delle cose. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la vita delle cose. Mostra tutti i post

venerdì 16 dicembre 2016

Il falso amico


I timbri postali spesso si associano con storie sorprendenti. Tuttavia, una storia più sorprendente del seguente non leggeranno oggi. L’oggetto seguente è apparso oggi su un sito di aste:

«Timbro postale con l’iscrizione Poštovní úřad Ilnice in ceco e serbo, dal villaggio albanese di Ilnice / ca 1910 Albania, Ilnice, Czech postal station seal maker 36 mm»

Ha dovuto essere infatti un momento storico, il culmine del multiculturalismo dei «tempi felici di pace», quando il primo ufficio postale fu aperto nel villaggio di montagna albanese di Ilnicë, tra le pittoresche montagne dei Balcani, non lontano dal confine macedone di oggi. E che ufficio postale! Con il timbro bilingue, in ceco e serbo, e con il leone a due code al posto dell’aquila a due teste dell’impero austriaco o del regno albanese. E questo nel 1910, quattro anni prima della Grande Guerra, e otto anni prima dei grandi cambiamenti di confine dell’Europa centrale. Che bell’armonia delle nazioni dell’Europa centrale! Oh, se fosse rimasto così!


Ma non è rimasto così. E forse così non era mai. Infatti, che è la fonte di questa localizzaione? Il fatto che, se si cerca «Ilnice», Google punta al villaggio albanese. Non c’è altro risultato. Se invece con un minimo di buon senso si pensa a dove e quando si usava contemporaneamente iscrizioni ufficiali in ceco e in cirillico sotto gli auspici del leone a due code, si rende conto che non poteva essere che nell’angolo diametralmente opposto dell’ex monarchia austro-ungarica, in Rusinsko, annesso dall’Ungheria alla Cecoslovacchia nel 1920. E poi è già facile da trovare, non lontano da Nagyszőlős/Vinogradov, lungo il torrente Ilnicka, il villaggio di Ilonca (in ceco Ilnice, in rusino Ильниця, in rumeno Ilniţa, nel moderno nome ufficiale ucraino Ільниця), del quale nessun nome storico, come quelli sul timbro, sono noti da Google.

Nella linguistica un “faux-ami”, falso amico è una parola che suona in modo simile in due lingue, ma ha un significato diverso in ciascuno. Come il ceco Ilnice e l’albanese Ilnicë. La descrizione d’asta di sopra anche dimostra, che senza la dovuta attenzione e critica delle fonti, anche Google può essere il tuo falso amigo.

Non siamo riusciti di trovare alcuna cartolina contemporanea di Ilonca. Questa è dalla vicina Ilosva, che si trovava più vicino alla strada principale e la ferrovia, e così poteva contare su più clienti di cartolina. In ogni modo è più vicino a Ilonca che l’albanese Ilnicë.

domenica 27 settembre 2015

Il miglior dipinto di Kamal-ol-Molk

Kamal-ol-Molk (con un bastone) fra i suoi studenti all’Accademia delle Belle Arti di Teheran

Kamal-ol-Molk, il più rinomato pittore persiano della fine Ottocento – nella cui casa staremo a Kashan – affascinò il pubblico soprattutto con i suoi quadri di genere. Lo stile introdotto da lui era, per così dire, la controparte dell’orientalismo europeo. Mentre quest’ulteriore riempì gli spazi larghi e lussuosi della pittura romantica e accademica con i motivi sediziosi dell’oriente misterioso, Kamal-ol-Molk ha reso le consuete immagini piccole e intime delle case persiane, che avevano i colori chiari, solo poche figure, e nessuna profondità spaziale, più attraenti per il pubblico persiano, sempre più sensibile alla cultura europea, con le tecniche artistiche acquisite in Italia, con i corpi realistici, la rappresentazione degli stati d’animo che si riflettono sui volti, e la prospettiva europea. Non è a caso, che le riproduzioni dei suoi dipinti, conservati nelle ex collezioni imperiali – L’indovino, Venditori ambulanti ebrei, Orefici di Bagdad, Musicisti, Festival di Noruz e il resto – sono tuttora le decorazioni comuni delle case e degli spazi pubblici.

kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2 kamalolmolk2

Ma c’è una pittura che supera tutto il resto in popolarità. In questa un vecchio uomo barbuto sta sedendo e fumando la pipa a un tavolo modestamente apparecchiato. Questo dipinto lo vediamo e rivediamo in ogni città, sulle pareti delle camere private, delle officine e dei bar, anzi sulle insegne delle case da tè e dei ristorati. Ed è ancora più sorprendente, che il quadro è stato completamente folklorizzato. Se lo cambia liberamente, e nelle riproduzioni individuali se lo completa come si trova meglio, con un narghilè nei caffè, o con una tavola riccamente apparecchiata nei ristoranti, a seconda di ciò che ci serve nel luogo rispettivo.

La cittadina storica di Masuleh sul Mar Caspio



Kashan, ristorante vicino al bazar

La popolarità del quadro è stata indubbiamente rafforzata dal fatto che svolge un importante ruolo simbolico in uno dei più importanti film iraniani degli ultimi due decenni, Vita e niente di più (o com’è noto in Europa, E la vita continua, 1992) da Abbas Kiarostami. Questo film è la continuazione del primo film veramente di successo dell’allora cinquantenne Kiarostami, Dov’è la casa dell’amico? (1987), che abbiamo menzionato anche noi. Nel secondo film l’attore che interpreta Kiarostami e suo figlio viaggiano in una macchina malconcia da Teheran alle montagne di Gilan, pochi giorni dopo il terremoto con cinquantamila vittime, per sapere se i due giovani protagonisti del film dal villaggio di Koker hanno sopravvissuto alla catastrofe. A parte della presentazione della devastazione e del lutto, il film, come il titolo suggerisce, fa soprattutto percepire con quanta forza e determinazione i sopravvissuti lavorano per rendere di nuovo abitabili le case e vivibili i villaggi, per fondare nuove famiglie al più presto possibile, affinché la vita continui. Il film aveva un vero e proprio effetto terapeutico in Iran, e quest’elaborazione della tragedia dava un enorme incoraggiamento e forza a tutta la società. Non è un caso, che Kiarostami presto ha girato un terzo film di successo, Tra gli ulivi (1994), basato sull’analisi meticolosa di una scena chiave di E la vita continua. Questi tre film, spesso chiamato dai critici «la trilogia di Koker» a causa della località comune, e considerato come l’opera più importante di Kiarostami, sono ancora ben noti in Iran, e il loro impatto è palpabile nell’intero cinema iraniano.

Uno degli apici di E la vita continua è, quasi esattamente alla metà del film, quando il personaggio principale si ferma in un villaggio in rovina, e lentamente percorre con lo sguardo i resti delle case, bellissime anche in rovine, con le montagne verdi di Gilan sullo sfondo. In un portico rimasto intatto guarda a lungo su questa riproduzione di Kamal-ol-Molk, che è stato tagliato quasi a metà dall’enorme crepa che corre dalla parte superiore alla parte inferiore della parete, ma nonostante questo il vecchio continua a fumare tanto pacificamente, come se nulla fosse accaduto. La bellezza e la forza di questa scena offre una chiave per tutto il film. Non è un caso che quest’immagine è stata scelta sulla locandina del film, la quale si può vedere ancora dopo venti anni in molti club o librerie. Io l’ho fotografato in un negozio di CD sul Vali-Asr Avenue.



È quindi sorprendente, che mentre il quadro gioca un ruolo tanto importante nella cultura visuale dell’Iran moderno, e qualsiasi persona che si domanda lo considera il miglior dipinto di Kamal-ol-Molk, tuttavia non se lo trova in nessun album o sito web dedicato al maestro. Si deve cercare a lungo sul web persiano per trovare quella piccola storia che si racconta in forme varie in diversi siti:

«Intorno al 1940 due fotografi hanno viaggiato al villaggio di Maragh vicino a Kashan per prendere delle foto sull’atmosfera del paesaggio, la gente, e il mausoleo di Baba Afzai. Pranzavano nella casa da tè del villaggio, dove un uomo vecchio, che aveva appena finito il suo modesto pranzo, accese la pipa. L’hanno fotografato, e sono tornati a Teheran. Solo dopo lo sviluppo della foto hanno scoperto com’era bella, e l’hanno messo sulla parete dello studio.
Non molto tempo dopo anche il proprietario del caffè Laleh è andato allo studio per farsi fotografare. Ha visto sulla parete l’immagine del vecchio uomo con la pipa, il tè e il resto del pranzo sulla tavola. Gli è piaciuto, l’ha comprato, e l’ha appeso sulla parete del suo caffè.
La foto pendeva sulla parete per anni, finché un giorno un pittore entrò nel bar per bere una tazza di caffè e fumare una sigaretta. Gli piaceva la foto, e la immortalò in pittura d’olio.
Si è voluti solo pochi anni, e il dipinto era copiato per tutto il paese, in quadri, locande e insegne di negozi, sulle pareti di case da tè, bar e ristoranti, in ogni città e lungo le strade…»


La storia è stato ovviamente tanto folklorizzato come l’immagine. Il caffè Laleh – Tulipano –, il famoso caffè della Teheran pre-rivoluzionaria fu chiuso molto tempo fa, così non sapremo mai com’era la fotografia originale, che era tanto attraente per il pittore, che la convertì in un dipinto nello stile di Kamal-ol-Molk, e anche aggiunse la firma del maestro. O forse lo sapremo?


Questa foto fu presa nel 1907 dai fratelli Lumière con il processo autocromo brevettato da loro nello stesso anno. È ovvio, che questo vecchio parigino che fuma la pipa e beve vino doveva essere il modello del dipinto «persianizzato».

Vale a dire, il dipinto migliore di Kamal-al-Molk, il pittore nazionale, non è la sua opera, anzi nemmeno un’opera individuale, ma una creazione collettiva. Non ha nemmeno un originale autentico, ed è per questo che è folklorizzato e adattato in tante versioni. La sua nascita è dovuta alla ricezione di modelli europei, e la loro conformazione a modelli persiani, e la sua popolarità al fatto che appare come un’opera anonima e un simbolo collettivo in una scena chiave di uno dei film più importanti sui problemi del destino iraniano. Tutto questo insieme lo rende veramente iraniano, un’opera di tal stile e significato, che se Kamal-ol-Molk lo vedesse, sicuramente lo autenticherebbe con la propria firma.

La storia potrebbe finire qui, il mistero è stato risolto. Ma per fortuna ogni mistero risolto crea un nuovo da risolvere. La constellazione della pipa, del vino e del vecchio con la grande barba bianca incita la nostra memoria visiva. Che cosa ci ricorda? Ecco. Quel parallelo visuale, presentato tempo fa, dove i due vecchi signori in Mio padre e lo zio Piacsek con vino rosso (1907) di József Rippl-Rónai stanno sedendo esattamente nella stessa posa come i due vecchi ebrei galiziani nella foto di Alter Kacyzne venti anni più tardi. La foto dei fratelli Lumière, anche se è fatta nello stesso anno che il dipinto di Rippl-Rónai, ovviamente non è un modello di nessuno dei due. Tuttavia, la figura in essa pare di svolgere il ruolo di tutt’e due vecchi allo stesso tempo: la sua posa è simile a quello a sinistra, mentre la pipa a quello di destra. E se si vuole, si può introdurre nella società ungherese-ebreo-francese-persiano anche uno schizzo più tardivo (1936) dello stesso Kamal-ol-Molk, dove un vecchio con la barba lunga sta leggendo nella posa della figura a sinistra. Sono questi semplici coincidenze visuali? O un inconscio topos pittorico, una formula iconologica del periodo? E il mistero continua.

József Rippl-Rónai: Mio padre e lo zio Piacsek con vino rosso, 1907

«Byale (Biała Podlaska, provincia di Lublino), 1926. Padre e figlio. Per proteggersi dal Male,
Leyzer Bawół, il fabbro non mi dirà quanti anni ha, ma deve essere più di cento. Ormai
suo figlio continua il mestiere, e il vecchio è diventato un medico. Mette
a posto braccia e gambe rotte.» Foto di Alter Kacyzne



venerdì 16 gennaio 2015

Chiamaci, ti aiutiamo

Stamattina nel Trastevere. Un affare scabroso, vero?


Però la soluzione è evidente.


Ecco. Bell’e fatto.

domenica 8 giugno 2014

Pentecoste, 1915


pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt pfingstfahrt

Gita di Pentecoste dell’Associazione per Socializzare e Escursioni, novantanove anni fa. Dal mercato delle pulci di Berlino

domenica 25 maggio 2014

Transizione: Europa dal Nord al Sud

Leopoli (Galizia, una volta Impero Austriaco, poi Polonia, più tardi Unione Sovietica, ora Ucraina), verso 1900, di qua

Rovigno (Istria, una volta Impero Austriaco, poi Italia, più tardi Jugoslavia, ora Croazia), 25 maggio 2014

lunedì 24 marzo 2014

martedì 20 agosto 2013

L’orologio degli ebrei


Abbiamo già scritto, che le una volta rosse, ormai annerite colonne che fiancheggiano la facciata orientale del Battistero San Giovanni a Firenze, sono state portate qui dai pisani dopo il saccheggio di Madina Mayūrqa nel 1115. Questa è una delle poche reliquie che sono sopravvissute dall’architettura religiosa musulmana di quella bellissima città, della quale Ibn al-Labbâna ha cantato così:
Questa città ha preso dalla colomba il suo collare
   e il pavone la ha vestita con le sue plume.
L’acqua delle sue fontane è come il vino
   e i suoi cortili sono simili ai calici.
Tra i visitatori del Duomo di Firenze probabilmente non molti conoscono l’origine esotica di queste colonne, arrivate tanto lontane dalla loro patria.


Allo stesso modo colui che si ferma di fronte al municipio di Palma, e guarda su all’orologio che domina la facciata ed esattissimamente suona le campane nel campanile in agguato dalla cima del palazzo, probabilmente non conosce la leggenda sulla su origine, una delle leggende più strane tra quelle diffuse sugli ebrei che si stabilirono a Maiorca:
Post destructionem Hierusalem, tempore Helii Adriani […] Quo tempore omnes maiores rabini iudeorum docti in Legi mosayca appicuerunt cum suo navigio Maioricis cum horologio quod tenebant Hierosolimis, quod est hodie in turri Maioricarum que dicitur Horarum, quam post conquistam Maioricarum per regem Jacobum effectam christiani edificaverunt iungendo et campanam quam antea iudei non habuerunt. (G. Llompart e J. Riera i Sans, a cura di: „La Historia de Sancta Fide Catholica de Benet Espanyol (1548): la primera història dels jueus de la Ciutat de Mallorca”, Fontes Rerum Balearium, III (1979-1980), pp. 141-194)
Cioè, comem Benet Espanyol scrive nella sua Historia de Sancta Fide Catholica (1548), erano appunto i rabbini più eruditi in fuga dopo la distruzione di Gerusalemme nel tempo dell’imperatore Adriano, che hanno portato l’orologio da un capo del Mediterraneo all’altro, dal Tempio di Gerusalemme alla loro nuova patria, Palma. Per essere precisi, l’autore si riferisce all’orologio che a suo tempo indicava le ore in cima alla Torre dell’Orologio accanto alla Cappella Victoria della chiesa e monasterio domenicana. Il monastero fu costruito ai margini del quartiere ebraico, nel luogo dei terreni e case espropriati nel 1231 da Giacomo I dagli ebrei locali, e fu distrutto nel 1837, irrazionalmente e in fretta, solo pochi giorni prima dell’arrivo del decreto di Madrid che ha vietato la sua demolizione. La Torre dell’Orologio stava ancora per alcuni anni, ma a causa della sua condizione sempre peggiore nel 1849 si è ritenuto opportuno demolirla, e spostare la vecchia campana insieme con l’orologio sulla facciata del municipio. L’orologio porta la data del 1849, ma l’attuale meccanismo è infatti dal 1862: allora il vecchio orologio è stato sostituito con uno nuovo, portato da Parigi, che da allora indica il tempo con grande precisità.

I dintorni della chiesa di San Domenico e la Torre dell’Orologio sulla carta di Antonio Garau (1644) (ingrandire). María Barceló in uno studio recentemente pubblicato nel Bolletí de la Societat Arqueològica Lul·liana (n. 68, 2012, 27-33.) ha fornito un quadro completo delle vicende dell’orologio e la Torre dell’Orologio nel Medioevo: «Notes sobre la Torre de les Hores i el rellotge de la Ciutat de Mallorca».

Non sappiamo niente di più dell’orologio leggendario e dei rabbini eruditi. È certo solo che dal 1385 o 1386 si segnalava con una campana le ore del giorno e della notte (e più tardi anche le quarte e mezze) qui, nel luogo più alto della città. E come la campana è stata fusa da un argentiere del nome Pere Figuera, e dal 1512 l’orologio è stato curato da un altro Figuera, Bartomeu, che ha trasmesso il suo ufficio anche a suo figlio, perciò il campanile è tuttora chiamato «En Figuera» – «il Figuera» – nella città. Nel 1680 la campana si è fessa e doveva essere rifusa: questa è quella che sentiamo ora. L’orologio è adesso gestito dal maestro Pere Caminals, nipote della sorella di mia nonna, e figlio, nipote e pronipote di orologiai illustri di Palma.



domenica 18 agosto 2013

Mutazioni

Dea con gambe di serpente (forse la Mixoparthenos). Lamina d’oro, lavoro greco, metà del  4° sec. a.C., dal Kul Oba kurgan, da qui

Gli sciti, questi cavalieri nomadi di origine iraniana (il loro più vicino vivente relativo di lingua è l’osseto, che appartiene al gruppo orientale dell’iraniano nuovo) è apparso intorno al 7° secolo a.C. a nord del Mar Nero, e spodestando i cimmeri, hanno presto occupato la regione tra i Carpazi e il Caucaso. Alla fine del medioevo la loro memoria – insieme con quella dei sarmati e degli unni – ha sopravvissuto solo in oscuri miti d’origine dell’Europa centrale. Per l’Europa antica e medievale il loro nome significava per lungo tempo tutti i popoli nomadi provenienti dall’Oriente in generale (benché in questo senso anche la formulazione di Erodoto non è molto chiaro), e la versione accadica (askuza/iskuza), che si è poi trasmesso all’ebraico biblico nella forma אשכנז ashkenaz, indicherà più tardi gli ebrei dell’Europa centrale nella diaspora.

Ma quando appaiono, sono loro i «primi barbari» nella storia dell’Europa, il primo popolo nomado asiatico descritto in dettaglio da fonti occidentali, in particolare da Erodoto. I customi attribuiti agli sciti, riportati anche da Erodoto nel quarto libro della sua Storia (come per esempio la preparazione di coppe dai crani dei nemici) diventano più tardi topici della letteratura antica e medievale, e li ritroviamo anche nelle desscrizioni di altri popoli nomadi provenienti dall’Est.

La Mixoparthenos dal lapidario di Kerch.
Dall’attuale grande mostra sulla Crimea nel LVR-Landesmuseum di Bonn

Erodoto narra vari miti d’origine scita, fra cui uno gli è stato detto «dai greci che vivono lungo il Ponto». Questa storia dice che Eracle, mentre guidava il bestiame di Gerione nel territorio della futura Scizia, ha perso i suoi cavalli in una tempesta di neve. In cerca di essi è arrivato a una terra chiamata Ilaia, dove in una grotta ha incontrato la Mixoparthenos, la regina della regione. L’essere, il cui corpo superiore era di femmina, ma il corpo basso di serpente, gli ha fatto sapere che i cavalli li aveva lei, ma in cambio del loro ritorno l’eroe ha dovuto dormire con lei. Ercole infine genera tre figli – Agatirso, Gelone e Scite – alla Mixoparthenos, e le dice, che colui che sarà capace di piegare l’arco del padre e mettersi la sua cintura, meriterà di essere il re della regione. Questo sarà il figlio più giovane, Scite, antenato dei re della Scizia, mentre i sciti, «per commemorare la coppa appesa alla cintura di Eracle, tutt’oggi indossano coppe sulle loro cinture».

L’ottavo compito di Eracle: cogliere i cavalli antropofagi del re tracio Diomede. Moneta di Sauromate II, re di Bosforo, 2° secolo d C. Fonte

La creatura sireniforme di questa storia mista, che include sia elementi greci che orientali, come Neal Ascherson sottolinea, presto diventa il simbolo del Regno del Bosforo dalla cultura mista, greco-scito-tracia, che abbracciava le colonie greche lungo la costa settentrionale del Mar Nero, e della sua capitale Pantikapaion (oggi Kerch), fino alla sua distruzione nel 4° secolo d.C. Ma Ascherson menziona anche una sopravvivenza ancora più interessante della Mixoparthenos:

«Ma la Mixoparthenos ha sopravvissuto anche in un altro modo del tutto pratico. È diventata una maniglia. Il suo corpo snello, curvando verso l’esterno ma poi di nuovo ricurvando alla testa e alle gambe di serpente, è divenuto l’ansa ornamentale indurita sul cerchio delle tazze di ceramica, rivettata o saldata ai vasi di bronzo o di vetro. È rimasta senza nome, ma utile per molto tempo dopo che la sua città era bruciata e i suoi figli hanno lasciato la storia.

Sconosciuta, la Madre dei Sciti vive ancora in mezzo di noi. L’altro giorno, in una delle vecchie stazioni ferroviare asburgiche a Budapest, ho sentito qualcosa di insolito mentre ho aperto la pesante porta doppia della biglietteria. Nella mia mano c’era, in ottone indossato lucide da milioni di viaggiatori, il corpo di una donna nuda, diviso sotto l’ombelico in due serpenti arrotolati.» (Neal Ascherson: The Black Sea)


Non a Budapest, ma assomiglia. La maniglia della porta del Virginia Center for Architecture, di qua

Ma ho cercato in vano le sue tracce nelle stazioni ferroviarie di Budapest, non ho ritrovato la Mixoparthenos. La maniglia vista da Ascherson è stato probabilmente sostituita. Ma anche così non è scomparsa senza lasciare traccia. Anche se la sua figura si è fusa con il sirene comune (più precisamente, con quella a due code, la Melusina), la matriarca scita con due gambe di serpente ancora si può vedere oggi, e addirittura in un luogo molto insolito, nel logo dei caffè Starbucks.

La sirena del logo di Starbucks è diventato gradualmente sempre più «timido». Vedi su questo l’articolo di Michael Krakovskiy, nato a Odessa.

domenica 14 luglio 2013

Dracula


Il crepuscolo trapassava nella notte quando siamo arrivati a Bistritz, che è una vecchia città molto interessante. Posta com’è quasi sul confine – il Passo Borgo porta infatti da essa in Bucovina –, ha avuto un passato assai turbolento di cui conserva indubbie tracce.
Bram Stoker: Dracula

Oggi ho finito la traduzione della Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco, la quale era la mia compagna durante gli ultimi sei mesi a Subotica e Tokaj, Leopoli e Odessa, Czernowitz e Kamenets-Podolsk, Berlino e Maiorca, alla fonte del Tisa in Subcarpatia e ai luoghi di pellegrinaggio chassidici in Podolia, nelle chiese di legno del Maramureș e nei monasteri dipinti della Bucovina, salendo dalle montagne Radna al Passo Nyíres e scendendo dal Passo di Borgó a Bistritz/Beszterce/Bistrița. I siti di cui scrive erano correlati a un particolare sincope ai siti dove li ho tradotti, le peregrinazioni di Ulisse alla valle del Ceremoš, e Atlantide, il continente perduto a Czernowitz, offrendo delle letture inaspettate del libro, che mi dispiace davvero di non poter condividere con i lettori nella forma di una continua nota del traduttore.

Il libro, che sarà pubblicato da Bompiani in ottobre in diverse lingue allo stesso tempo (anche dopo molti anni di esperienza di traduttore, leggo con un po’ di sorpresa le date dal futuro nel colofone del pdf editoriale) non parla di luoghi leggendari in generale, sui quali intere enciclopedie stanno già a disposizione, ma specificamente dei luoghi immaginari che sono stati considerati esistenti dai lettori, che poi li hanno cercato, a volte anche per secoli, dall’Atlantide al Paradiso sulla Terra, e dal nascondiglio del Santo Graal all’ignota Terra Australe, con un accento particolare sulle mistificazioni del XX secolo, dal Thule e Iperborea dell’occultismo nazista attraverso le teorie del ghiaccio eterno e la terra cava fino alla spazzatura rubata di Dan Brown. Nell’ultimo capitolo Eco espone che anche luoghi esistenti sono diventati oggetto di romanzi di successo, e in conseguenza di un proprio culto. Offre una lunga lista di esempi, dall’isola di Robinson attraverso la roccia di Arsène Lupin e la prigione del Conte di Monte Cristo alla casa di Sherlock Holmes in Baker Street e quella di Nero Wolfe a New York, ma – come l’abbiamo già detto nei posts sul pozzo di Eratostene e la coda del leone –, Eco non sarebbe Eco se non avesse lasciato cadere almeno una palla da giocoliere:

«Così, un personaggio reale, poi romanzato da Bram Stoker, era stato nel XV secolo il voivoda Vlad Țepeș (noto per il patronimio Dracula), certamente non un vampiro ma comunque famoso per il suo vizio di impalare gli avversari.»


Per quanto riguarda a come una persona esistente viene mescolata, come un uovo di cuculo, con i luoghi esistenti, questo è solo il problema minore. Il maggiore è che l’esempio è completamente sbagliato, visto che la persona è famosa per essere legata a nessun luogo reale, o forse piuttosto a troppi luoghi immaginari. Eco ha infilato la mano in un nido di vespe. Infatti, per Vlad Țepeș, Vlad l’Impalatore, principe di Valacchia, sette luoghi competono, proprio come per Omero. Il più noto è l’imponente fortezza di Törcsvár/Bran nei Carpazi meridionali, dove il giovane Vlad era imprigionato per un breve periodo, e che dal 1920 è stata divulgata dall’ufficio del turismo rumeno come il castello di Dracula. Quest’affermazione è stata contestata dopo il 1990 da Schäßburg/Segesvár/Sighișoara, nella cui fortezza Vlad è nato nel 1431 – suo padre ha fuggito in Ungheria dai suoi rivali filo-ottomani, e nello stesso anno è stato ammesso nell’Ordine dei Cavalieri del Dracone (in rumeno Dracul), fondata dall’imperatore Sigismondo – in modo che ancora un decennio fa il sindaco di Sighișoara ha sollecitato la costruzione di un enorme parco divertimenti «Dracula» attorno alla città, finché Carlo, Principe d’Inghilterra, che dopo il 1990 ha acquistato e iniziato a sviluppare larghe terre ex sassoni nella zona, ha minacciato di ritirarsi dalla regione dopo una tale mancanza di gusto. Il terzo luogo è l’ex centro principesco a Târgoviște, dove una lapide e alcuni souvenirs orrendi commemorano il suo regno. Il quarto è Istanbul, dove il film Drakula İstanbul’da, «Dracula a Istanbul», ispirato al romanzo di Stoker, è stato girato nel 1953, ricordando gli anni passati qui dal giovane Vlad come ostaggio ottomano, e dove i personaggi del bestseller di Elizabeth Kostova, The Historian (2005) cercano le tracce di Dracula. Il quinto è il castello di Poienari nei Carpazi meridionali, fatta costruire da lui tramite il lavoro forzato dei boiari che avevano cospirato contro di lui. Il sesto la città di Pécs nell’Ungheria meridionale, dove recentemente si è scavato il palazzo donato a lui dal re Mattia. E il settimo è ovviamente il Passo di Borgó, vicino al quale il castello del conte si trovava nel romanzo di Stoker, e dove oggi il lettore, attraversando il passo, vedrà un Hotel Castello di Dracula – ovviamente non là dove sorgeva il castello secondo il romanzo, fuori di vista, e oltre un paio di fuochi fatui e avventure di lupo, ma al bivio, dove Jonathan Harker, tra l’incrociarsi dei passeggeri, cambia dalla diligenza di Bistritz-Bucovina al carrello mandato a lui dal Conte Dracula.

Ben presto, eccoci attorniati da alberi, che in certi punti formavano arco sopra la carreggiata, sì che passavamo come attraverso una galleria; o ancora grandi, arcigne rupi ci sovrastavano minacciose d’ambo i lati. Sebbene fossimo al riparo, potevo udire il vento levarsi e gemere e fischiare tra le rocce, e i rami degli alberi cozzare assieme mentre si filava. La temperatura continuava a calare e calare, e una neve fine, polverosa, ha preso a cadere, sicché ben presto noi e quanto ci circondava siamo stati coperti da una coltre bianca. Il vento penetrante tuttora portava l’ululare dei cani, sebbene questo si facesse più fioco a mano a mano che si procedeva. Più vicino, sempre più vicino, risuonava il latrare dei lupi, quasi che convergessero su di noi da ogni parte. Sono stato colto da una terribile paura, condivisa dai cavalli. Ma il cocchiere non era minimamente turbato; lui continuava a volgere il capo a destra e a sinistra. sebbene io non scorgessi nulla nell’oscurità.

Siti del romanzo Dracula dal blog di Gashicsavargó (vale anche la pena di leggere il suo post in inglese)

Benché se Eco – o piuttosto i suoi editori e studenti, che forniscono una parte sempre più importante delle sue idee e materiali – avesse scavato un poco nella letteratura su Stoker, avrebbe potuto facilmente trovare anche un luogo di culto di Dracula. Dopo il 1990 i sassoni sono scomparsi da Bistritz, ma gli ungheresi e romeni del luogo hanno fatto grandi sforzi per preservare e presentare il passato della città, tra cui l’unico luogo autentico nella storia di Dracula di Bram Stoker.

Il Conte Dracula mi aveva indirizzato alla locanda Goldene Krone, che si è rivelato in tutto e per tutto vecchio stile, e con mia gran gioia perché, com’è ovvio, vorrei conoscere più a fondo possibile le usanze del paese. Ero evidentemente atteso perché sulla soglia sono stato accolto da una donna anziana dall’aria cordiale, con indosso il solito costume contadino: camicia bianca con un lungo grembiule doppio, davanti e dietro, di stoffa colorata e quasi troppo attillato per essere modesto. Al mio avvicinarsi, la donna ha fatto la riverenza e ha chiesto: Voi «Herr» inglese? Sì, ho risposto, sono Jonathan Harker. Lei ha sorriso e ha detto qualcosa a un uomo anziano in maniche di camicia bianca che l’aveva seguita, il quale è scomparso per riapparire subito dopo con una lettera:

Caro amico, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al Passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese. Il vostro amico

Dracula



Il luogo dell’ex Albergo del Re d’Ungheria sulla carta di tardo XVIII secolo di Bistritz

L’ex Albergo del Re d’Ungheria – tra le due guerre mondiali Hotel Paulini – oggi

beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce beszterce