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mercoledì 16 novembre 2016

Le tre sinagoghe del campo di concentramento


All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il numero degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti «studenti ebrei erranti».



La loro erranza si concluse nel 1940 con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno, Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di generi alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

Campo di Ferramonti

Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti, agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

Padre Callisto Lopinot

Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.



Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva «il capo dei capi» che relazionava con la direzione del campo.

Il Rabbino Pacifici al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

Matrimonio ebraico

Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

Interno di una delle tre sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

Baracca adibita ad atelier per artisti. Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata, molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli inglesi che impedirono a molti di emigrare in Palestina. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

Brigata Ebraica a Ferramonti


Molti di loro divennero famosi in campo artistico, letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese, divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato a Budapest, in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico jugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo ʻsospeso’, il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramonti di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di «ebrei Genovesi». Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri: Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili in rete dall’Università di Bologna, dal Comune di Ferramonti. Ne voglio condividere alcuni convinta che molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità.

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Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato nel 1913 a Lemberg/Lwów, allora Austro-Hungaria e più tardi Polonia, laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico del padre.

David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova, dove era stato imprigionato a Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria. Brody era uno dei centri più importanti dell’ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco, e strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei, e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.



La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco, o deportati e morirono nei campi di concentramento.

Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al 30 luglio del 1942 quando fu confinato a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato, ha avuto un figlio ed è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della Segreteria studenti Dipartimenti della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche, senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu, in fondo, una storia di salvezza.

giovedì 31 dicembre 2015

La guerra vista dal basso


«La guerra vista dal basso», abbiamo scritto davanti al rapporto sulla conferenza, la quale si occupò con la relazione fra il fronte e l’entroterra, i soldati e le loro famiglie, l’auto-organizzazione delle comunità locali, le cartoline di guerra, e così via. Però la guerra è visto veramente dal basso, from a grassroots perspective, dai caduti. Loro sono stati commemorati con un monumento insolito nella città sarda di Orgòsolo.


Le mura di Orgòsolo sono state decorate da murales – di sorprendentemente buona qualità – dagli anni 1960, i quali si sono diffusi di qua negli altri centri di Sardegna. Ma mentre in altri luoghi di solito dipingono scene e figure tradizionali, la maggioranza degli affreschi di Orgòsolo sono dipinti di protesta politica. Orgòsolo, nel cuore della Barbagia, la regione più arcaica e più chiusa della Sardegna, era sempre il centro dell’indipendenza sarda e della protesta contro il potere italiano, considerato come invasore. Questo era particolarmente così negli anni 1960 e 1970, quando i cittadini hanno difeso la cultura pastorale tradizionale contro l’espropriazione statale della terra. I primi murales, di cui scriveremo in dettaglio in un post a parte, erano l’espressione di questa resistenza.


Il murale in questione adorna l’angolo di via Cadorna. Generale – sotto Mussolini, Maresciallo – Luigi Cadorna era il capo di stato maggiore dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale. Nella vittoriosa Italia molte strade erano nominate da lui. Tuttavia, l’opinione degli storici non è così favorevole. Secondo David Stevenson, lui era «uno dei comandanti più insensibili e incompetenti della prima guerra mondiale», che credeva che la disciplina risolverà tutto. Era estremamente crudele con i suoi soldati, mentre non ha potuto raggiungere il minimo successo sulla fronte dell’Isonzo a causa della mancanza di organizzazione, fornitura e comprensione militare. Fra 1915 e 1917 ha lanciato undici offensive importanti contro le posizioni austro-ungariche, tutt’e undici senza successo, ma con perdite enormi. Poi, quando alla fine di ottobre 1917 gli imperi centrali lanciarono un contrattacco a Caporetto – oggi Kobarid –, essi spazzarono via in pochi giorni l’esercito italiano, la cui maggioranza – 275 mila soldati – si arresero. L’Italia ha potuto terminare la guerra solo con il sostegno francese e britannico. Quasi seicentomila soldati italiani morirono ai fronti dell’Isonzo e del Piave.

«Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice.»
Luigi Cadorna: Lettere


Se uno grato Stato Italiano provvede con un cartello stradale che il nome del generale Cadorna sia sempre ricordato, il murale dipinto accanto ad essa come un commento assicura, che i sardi – fra cui specialmente molti giovani furono persi durante la prima guerra mondiale – sappiano esattamente ciò che devono a Cadorna. Il testo del commento suona così:

«Generale L. Cadorna massimo responsabile degli eccidi della 1ª guerra mondiale.
Soldati morti su tutti i fronti: 8 milioni 740.000
Soldati italiani morti: 571.000
Invalidi e mutilati: 451.645
Dispersi: 117.000
210.000 soldati fucilati e condannati perché volevano farla finita con la guerra.
GENERALI ASSASSINI!”


E la canzone del soldato della prima guerra mondiale dato in bocca alla giovane vedova, e quindi a tutta la comunità, fa in modo che anche la memoria di Caporetto sia sempre ricordata:


E anche a mi’ marito tocca andare. Testo e registrazione di qui

E anche al mi’ marito tocca andare
a fa’ barriera contro l’invasore,
ma se va a fa’ la guerra e po’ ci more
rimango sola con quattro creature.

E avevano ragione i socialisti:
ne more tanti e ’un semo ancora lesti;
ma s’anco ’r prete dice che dovresti,
a morì te ’un ci vai, ’un ci hanno cristi.

E a te, Cadorna, ’un mancan l’accidenti,
ché a Caporetto n’hai ammazzati tanti;
noi si patisce tutti questi pianti
e te, nato d’un cane, non li senti,

E ’un me ne ’mporta della tu’ vittoria,
perché ci sputo sopra alla bandiera;
sputo sopra l’Italia tutta ’ntera
e vado ’n culo al re con la su’ boria,

E quando si farà rivoluzione
ti voglio ammazzà io, nato d’un cane,
e a’ generali figli di puttane
gli voglio sparà a tutti cor cannone.


domenica 2 agosto 2015

Cartoline rosa 25


Mittente: Károly Timó, 1º Reggimento di Marcia
Indirizzo del mittente: Compagnia Martini, Plotone Bányay
Posta militare 350

CARTOLINA DI CAMPO

Indirizzo: All’Egregia Signorina Antonia Zajác
3º distretto, via Kis-Korona Street 52.
Budapest





Cartoline precedenti (puntini grigi):

• Galizia, 25 luglio 1915
• Galizia, 14 luglio 1915
• Galizia, 12 luglio 1915
• Galizia, 6 luglio 1915
• Galizia, 25 giugno 1915
• Galizia, 10 giugno 1915
• Debrecen, 5 giugno 1915
• Budapest, 1 giugno 1915
• Budapest, 1 marzo 1915
• Budapest, 10 febraio 1915
• Kecskemét, 30 gennaio 1915
• Dukla Pass, 11 gennaio 1915
• Felsőhunkóc, 4 gennaio 1915
• Sztropkó, 31 dicembre 1914
• Budapest, 23 dicembre 1914
• Budapest, 21 dicembre 1914
• Budapest, 11 dicembre 1914
• Budapest, 2 dicembre 1914
• Budapest, 28 novembre 1914
• Budapest, 27 novembre 1914
• Budapest, 18 novembre 1914
• Budapest, 27 ottobre 1914
• Debrecen, 25 settembre 1914
• Szerencs, 28 agosto 1914
Mio caro figlio2 ago

Oggi ho ricevuto la tua tanto attesa cartolina, che ho aspettato con ansia per tanto tempo. Perchè scrivi così raramente? Sembra che ti sentivi bene a Siófok, perché non mi hai mandato nemmeno una cartolina di là, anche se ti ho chiesto. Ma questo non è un problema, spero che da ora lo farai. La cosa principale è che ti sei sentita bene. Io sono ancora bene, ma non vedo l’ora di vederti. Che cosa fa tua madre, è in buona salute? E Veronka e Mariska stanno bene? Ancora nessuna notizia su Feri?

Anche Stefán ha scritto in questa settimana, hanno poco lavoro. Di Kozma e Béla non ci sono notizie. Non hanno scritto nemmeno a loro per lungo tempo.

Per ora non ho altre notizie.

Innumerevoli abbracci e baci da
Károly.

Saluti anche alla gente a casa.

Scrivimi un sacco.



[Numero rotondo. La venticinquesima cartolina rossa all’indirizzo di via Kiskorona 52, a Óbuda, al nord-est di Budapest.

La strada esiste ancora, anche se il tempo ci ha compiuto il suo lavoro incessante.

Andiamo dunque, almeno nell’immaginazione, al luogo, a via Kiskorona, a dove le cartoline rosa erano indirizzate.

Dettaglio della mappa di Budapest, 1:5000

La strada si trova sul lato di monte di via Lajos, che corre parallela alla riva del Danubio. Si ramifica da via Lajos al Királydomb (Collina del Re). Prima si chiamava Kronen Gasse, che fu poi tradotto come Kiskorona (Piccola Corona). La via finiva al lato occidntale della piazza del Santo Spirito, verso via Polgár. In certe epoche tutta la strada o una parte di essa portava il nome del pittore martire Adolf Fényes. (La Collina del Re era una strana formazione. Una collina alta solo pochi metri, con giardini e case stretti che scendevano radialmente dal suo centro. Tra il 1930 e il 1941 gli scavi hanno portato alla superficie l’anfiteatro dei soldati di Aquincum, che era crollato sotto di loro.)

Anche se questa strada non era tanto importante come via Lajos, la strada principale di Óbuda, tuttavia aveva un sacco di piccoli ristoranti, botteghe artigiane, e la famosa fabbrica tessile Goldberger. La via Perc (Minuto), che attraversava via Kiskorona, ha ricevuto il suo nome dagli artigiani del quartiere, i «Mister Minit» del periodo.

Come Ernő Zórád trasformò nei suoi acquarelli il vecchio quartiere del Tabán in una bella collina soleggiata con piccole strade tortuose, così fu idealizzata Óbuda, insieme a via Kiskorona, da Gábor Kássa.

Gábor Kássa: Via Kiskorona

Del numero 52 non abbiamo nessun’immagine, solo della terza casa accanto ad essa. La foto di via Kiskorona 58 deve mostrare una casa simile a quella che scomparì senza lasciare traccia. Perché sarebbe stata differente?


Alla fine degli anni cinquanta e sessanta questa Óbuda era già completamente fatiscente, in modo che non avrà provocato troppa angoscia a distruggerla. I bulldozer sono partiti. Solo una riserva di un piccolo gruppo di case rimase intatto attorno l’ex piazza Korona. L’immagine qui sotto mostra la casa ristrutturata come Museo di Ristorazione, e quella accanto ad essa, nella cui finestra lo scrittore Gyula Krúdy posava per la sua famosa foto. A destra si vede il Club Civile di oggi, e ancora a destra, già lasciando la foto, la casa e atelier di Gyula Knöpfler, il fotografo della strada, la quale fu promossa in una casa per anziani.

Piazza Korona vista da un appezzamento del blocco di appartamenti devastato

Oggi al posto dei numeri pari si vedono interminabili blocchi di appartamenti a dieci piani, e in quello dei numeri dispari, alcune rovine. Nel 14º secolo la regina Elisabetta, vedova del re Carlo Roberto d’Angiò e madre del re Luigi il Grande, fondò qui il convento delle Clarisse Povere. Oggi qui si trovano solo i resti appena visibili.

Stando in piedi su queste mura recentemente innalzate si può immaginare dietro quegli alberi quella casa non esistente, il non plus ultra dei sogni.

P.S. Sì, lo so bene, l’attrezzo nella pittura di sopra non è un bulldozer.]

sabato 25 luglio 2015

Cartoline rosa 24


Mittente: Károly Timó, 1º Reggimento di Marcia
Indirizzo del mittente: Compagnia Martini, Plotone Bányay
Posta militare 350

CARTOLINA DI CAMPO

Indirizzo: All’Egregia Signorina Antonia Zajác
3º distretto, via Kis-Korona Street 52.
Budapest





Cartoline precedenti (puntini grigi):

• Galizia, 25 luglio 1915
• Galizia, 12 luglio 1915
• Galizia, 6 luglio 1915
• Galizia, 25 giugno 1915
• Galizia, 10 giugno 1915
• Debrecen, 5 giugno 1915
• Budapest, 1 giugno 1915
• Budapest, 1 marzo 1915
• Budapest, 10 febraio 1915
• Kecskemét, 30 gennaio 1915
• Dukla Pass, 11 gennaio 1915
• Felsőhunkóc, 4 gennaio 1915
• Sztropkó, 31 dicembre 1914
• Budapest, 23 dicembre 1914
• Budapest, 21 dicembre 1914
• Budapest, 11 dicembre 1914
• Budapest, 2 dicembre 1914
• Budapest, 28 novembre 1914
• Budapest, 27 novembre 1914
• Budapest, 18 novembre 1914
• Budapest, 27 ottobre 1914
• Debrecen, 25 settembre 1914
• Szerencs, 28 agosto 1914
Caro figlio mio25 luglio

Ho ricevuto con grande piacere la notizia che sei andata in vacanza a Siófok. Non essere triste che stavolta non posso essere con te. Il prossimo anno faremo per essa a Horányi e in altri luoghi. Anch’io considero il tempo che passo qui come una vacanza, anche se è un po’ strano. Ma è tollerabile.

Qui abbiamo un tempo molto bello, che mi ricorda dell’estate scorsa, quei giorni indimenticabili.

Spero che mi invii qualche belle cartoline da lì, per rendere più piacevoli le mie giornate noiose. Altrimenti mi sento bene, che desidero anche a te dal profondo del cuore. Non ti posso scrivere altre notizie.

Baci e abbracci dal tuo amorevole
Károly

se scrivi allora
scrivimi quanto puoi



[Quest’ anno passeranno le loro vacanze a parte.

È un po’ strano, ma l’anno prossimo sarà diverso.

Secondo i piani.]

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Vacanze a Siófok, al lago Balaton, Ungheria, nel 1917. Foto di László Péchy da Fortepan. Non si direbbe che ci sia una grande guerra a pochi centimetri di distanza sulla mappa.



Cartolina successiva: 2 agosto 1915