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mercoledì 27 gennaio 2016

Lo sfratto, parola dolce a Pitigliano


Detto così pare impossibile. E così non fu per gli ebrei che nel sec. XVII vivevano in Maremma, espulsi dallo Stato della Chiesa nel XVI secolo, nella zona compresa tra Sovana e Sorano. Cacciati dalle loro case dall’editto del 1619 di Cosimo II de’ Medici, furono obbligati a vivere nel ghetto di Pitigliano, a ridosso della sinagoga. L’avviso di lasciare le loro case venne dato con un bastone battuto sulle porte e cento anni più tardi gli ebrei di Pitigliano vollero ricordare questo evento con un dolce, fatto da un impasto di miele e noci, scorzette di arancia e anice, rivestito da una sottile cialda dal colore del pane.


Pitigliano, città del tufo di origini etrusche, è uno dei più belli borghi d’Italia. A cavallo tra la Maremma Toscana e il Lazio, venne chiamato “La piccola Gerusalemme” a causa dell’importanza della numerosa comunità ebraica che vi si stabilì a partire dalla metà del  XVI secolo. Si trattava per lo più di ebrei sefarditi spinti in quell’angolo di Toscana dalla Bolla di Papa Paolo IV del 1555 con cui venne imposto agli ebrei di vivere in un certo numero di vie dove non fosse possibile il contatto con i cristiani, di fatto istituzionalizzando il ghetto, e di indossare abiti che ne rendessero immediato il riconoscimento. A queste direttive si uniformò anche Cosimo II de’ Medici e gli ebrei del Granducato di Toscana, anche quelli provenienti da Sorano e Sovana,  che non vollero accettare questa politica persecutoria emigrarono nella contea di Pitigliano, governata dagli Orsini, ben felice di ospitare la comunità ebraica, colta e a cui spesso venivano assegnate terre paludose e infestate dalla malaria.

A Pitigliano gli ebrei vissero ben inserendosi nella comunità locale, godettero di libertà altrove non concesse e sviluppare il commercio e l’artigianato. Nel 1571 fu autorizzata l’apertura di un banco di prestito e agli ebrei che vi lavorano fu concesso di non esibire il contrassegno di riconoscimento e il diritto di difesa. Nel 1598 fu eretta la sinagoga. Con l’annessione dei territori al Granducato di Toscana si eresse il ghetto, furono limitate le attività commerciali e gli ebrei furono costretti ad indossare il distintivo giallo. Si chiuse il banco di prestito e le condizioni economiche degli abitanti del ghetto lentamente peggiorarono. Tra il XVII e il XVIII secolo giunsero a Pitigliano anche gli ebrei in fuga da Castro, e di fatto quella di Pitigliano rimase la sola comunità ebraica della Maremma. Con l’avvento degli Asburgo Lorena, 1765, la comunità tornò a godere dei propri diritti e si realizzò il suo pieno inserimento in quella cristiana locale, tanto che furono proprio i cattolici ad impedire la distruzione del ghetto ad opera dei Viva Maria, truppe antifrancesi. Nel XIX secolo la comunità raggiunse la sua massima espansione: venne istituita una scuola per l’insegnamento ad ebrei e cristiani, una biblioteca e un istituto per l’assistenza agli ebrei poveri. Personaggi fondamentali per l’ebraismo italiano nacquero a Pitigliano: tra loro i fratelli Servi, fondatori della rivista Vessillo Israelitico, e Dante Lattes, fondatore della casa editrice con lo stesso nome, benemerita per la diffusione della cultura ebraica in Italia, e uno dei rappresentati di spicco del sionismo italiano.

La progressiva normalizazione della comunità ebraica pitiglianese fu probabilmente anche la causa della sua dispersione: si passa da 400 unità alle 70 del 1931, aggregate alla comunità ebraica di Livorno. Non risparmiarono nessuno le leggi razziali del ’38 e ad oggi gli ebrei rimasti a Pitigliano sono 5.

Ciò non ha impedito di procedere al recupero e alla valorizzazione dell’antico ghetto ebraico, oggi visitabile. Le stanze ad oggi aperte al pubblico sono il bagno rituale femminile, che probabilmente usufruiva delle acque curative  già sfruttate dagli etruschi e oggetto di culto, la cantina, il macello kasher, il forno degli azzimi, la tintoria, la cisterna, e non ultima la sinagoga. Costruita nel 1598, fu restaurata nel ‘700, nell’800 e nel 1931 la facciata è stata arricchita con stucchi rococò. Al momento della sua chiusura nel 1956 l’aron è stato trasferito nella sinagoga di Karmiel, in Israele.  Il restauro definitivo è stato fatto nel 1995 ad opera del Comune di Pitigliano e oggi vi si svolgono i riti.

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Della gestione del patrimonio ebraico si occupa l’Associazione Piccola Gerusalemme, insieme alla piccola mostra permanente sulla cultura ebraica. Ad oggi è attiva una raccolta fondi per il restauro del cimitero ebraico, che si trova sotto lo sperone di tufo del paese. Contiene circa 280 tombe. Un piccolo negozio all’entrata del ghetto vende prodotti kasher. Tra questi lo sopraddetto sfratto, tipico dolce di Pitigliano.

Sfratto. Ingredienti per 4 persone:
200 gr. di farina, 100 gr. di zucchero, una punta di sale, 1 dl. di vino bianco, 6 cucchiai di olio ExV, 4 chiodi di garofano, 150 gr. di miele di maremma, cannella, noce moscata, 200 gr di noci frantumate, semi d’anice, la scorza di una arancia a striscioline, vaniglia, un uovo.

Preparazione:
• Mezz’ora prima di preparare la sfoglia mettere il miele al fuoco basso e scaldare lentamente
• unire la buccia d’arancia, i semi d’anice, le noci, la cannella e la noce moscata.
• Preparare una sfoglia impastando farina, olio, vino, zucchero, vaniglia e il torlo di un uovo
• spianarla e ricavarne delle strisce sottili lunghe circa 25 cm larghe circa 6/7 cm.
• Riempire con l’impasto di miele etc… che nel mentre s’è raffreddato.
• Arrotolate le strisce, che risulteranno dei bastoncini (sfratti). Mettere gli sfratti in forno a 170 gradi per 15 minuti




Minime tracce di presenza ebraica rimangono a Sorano: la via del Ghetto, il frantoio, sui battenti delle porte d’ingresso dell’edificio che ospita la Locanda Aldobrandeschi, a fianco del quale esiste ancora un’antica struttura che veniva utilizzata per lo stoccaggio del grano dato a garanzia nel cosiddetto «prestito a grano». L’antica sinagoga è stata convertita in sala per rassegne culturali.


martedì 17 marzo 2015

Lettere a San Pietro dalla Rutenia


Nel trattato Modus epistolandi, cioè L’arte di scrivere lettere (1488), che era molto popolare nell’Europa del Rinascimento, Francesco Nigro ha dato istruzioni retoriche precise e dettagliate per la scrittura di non meno di venti tipi di lettere. Il primo era il commendatitium o lettera di raccomandazione, che era diviso in due sottotipi, e ciascuno di essi in quattro parti obbligatorie. In seguito molti altri umanisti hanno aggiunto i loro due centesimi a queste norme retoriche, raccogliendo e adattando le idee e gli esercizi dell’antica progymnasmata. Non solo Erasmo, Vives e Lipsio, l’elenco è molto più lungo: Gasparino Barzizza, Juan Lorenzo Palmireno, Giulio Cesare Capaccio, Bartolomé Bravo, Juan Vicente Peliger, Badio Ascensio, Sulpizio di Verola, Gaspar de Tejeda, Henri Estienne, Basin de Sendacourt, Heinrich Bebel, Valentinus Erythraeus, Pietro Bembo, Tomás Gracián Dantisco, Espinosa de Santayana, Moravus de Olomouc, e così via. E benché nessuno di questi autori ci abbia offerto un’istruzione per scrivere lettere di raccomandazione all’Aldilà, tuttavia tali lettere esistevano, erano regolarmente scritte seguendo formule controllate, cosparse con il polverino, sigillate, e indirizzate a non meno che allo stesso San Pietro, nelle sue proprie mani.

La notizia di queste lettere venne alla Spagna dalla Rutenia, come l’umanista, numismatico, arcivescovo di Tarragona, e straordinariamente curioso uomo, don Antonio Agustín (1517-1586) l’ha notato nel suo taccuino manoscritto. A folio 23 di questo libretto, chiamato Alveolus, e scritto attorno a 1555, troviamo questa relazione sulla tradizione della «chiesa rutena»”: *


“Rutheni populi Moschouitarum sunt Polonis contigui, quorum regem adgnoscunt; et in religione Patriarcham Constantinopolitanum, cuius ritum, ceremonias et instituta sequuntur. Eorum prouincia nunc Russia nuncupatur. Lingua Dalmatica loquuntur, cuius per uniuersum orientem magnus usus est; characteres mixti Grecis atque Barbaris Sclauonicis quos appellant. Hi populi ridiculam consuetudinem exequiarum obseruant. Mortuorum enim parentes affines propinquí et amici, litteras ab Archiepiscopo prouintiae suae accipiunt, et sigillo et subscriptione firmatas: quibus Archiepiscopus sancto Petro scribit, mortuum propinquum et amicum commendans; rogans mortuo liceat in consortium coelitum adscribi. Quae littere mortui manui inseruntur; unaque cum iis, tamquam eas diuo Petro Vitae Innocentiaeque suae testes redditurus, sepelitur. Emuntur autem magno tales littere; neque cuiquam nisi soluenti pecuniam conceduntur. Quo fit, ut pauperes eas non accipiant, scribuntur lingua Dalmatica. Earum formulam, ex ea lingua translatam in Latinam a Georgio Ticinensi Lithphano, infra suscribi iussimus:

«MACARIVS Dei gratia Ecclesiarum Domini Dei nostri in hoc corruptibili mundo uicarius, tibi Petro qui olim summus Christi in terris uicarius extitisti, notificamus: quod nuper non sine ingenii moerore, Dilecti filii Ecclesiae Dei, nobis rettulerunt; quendam Nicolaum Gregorii Filium, hanc miseriis plenam uitam reliquisse; in aliumque felicem ac deliciis plenum mundum commigrasse. In quo fidelium omnium animulae, omnibus desiderato Domini nostri Jesuchristi, eiusque matris incorruptae intuitu frui ac gaudere numquam cessant. Quas opera tua in regnum coelorum, cuius ianitor et clauiger existis, esse admissas receptasque nemo ambigit. Nam eam clauium potestatem, ipse humani generis restauratos, tibi iam in coelis uero in terris indubie concessit, quos suarum Ecclesiarum in hoc mundo presides esse uoluit.

Cum igitur officii nostri sit ad te, de conuersatione eorum qui relicto hoc mundo istuc commigrant, rescribere, ideo, indubiam tibi litteris his nostris fidem facimus Nicolaum Gregorii Filium, toto tempore uitae suae pie ac christiane uixisse, neminem offendisse, ac omnia Ecclesiarum Dei praecepta, diligenter obseruasse. Quem, prius quam deo conditori suo spiritum commodaticium reddidisset, ab omnibus suis peccatis, quibus diuinam Maiestatem aliquando offendit, absoluimus. Et, propterea iustum esse censemus, quod in conspectum Domini Dei conditoris nostri admittatur; electorumque Dei numero tuis meritis precibusque adiutus, adscribatur. Quod ut pro more officioque tuo facias, supplices petimus. Datum, etc. Sub manu, et sigillo nostro.»” (Alveolus. Manuscrito escurialense S-II-18, Madrid, FUE, 1982, 33-35.)


«I ruteni sono un popolo moscovita nella vicinanza dei polacchi, il cui re riconoscono come loro signore. In materia religiosa riconosconon il Patriarca di Costantinopoli, e seguono i suoi riti, cerimonie e istituzioni. La loro regione è ora chiamata la Terra dei Russi. Parlano la lingua dalmata [slavo ecclesiastico], che è abbastanza diffusa in tutto l’Oriente. La loro scrittura è un misto del greco e delle lettere della barbara lingua slava, come la chiamano. Questi popoli hanno un ridicoloso rito funerale. I parenti e gli amici stretti del defunto ricevono una lettera sigillata e firmata dall’arcivescovo della diocesi, il quale la indirizza a San Pietro, raccomandando il defunto nella sua amicizia e compagnia. Mettono questa lettera nelle mani del defunto, e lo seppelliscono con essa, come testimonianza della sua vita e innocenza. Queste lettere hanno un prezzo elevato, e non si concedono a nessuno a meno che non paga per loro. Così i poveri non le possono avere. Sono scritte in lingua dalmata. Il loro testo, tradotto da Giorgio di Pavia da questa lingua, è come segue:

ʻMakarios, per grazia di Dio vicario della Chiesa di Dio nostro Signore in questo mondo corruttibile, comunichiamo a te, o Pietro, che una volta eri il vicario supremo di Cristo in questa terra, che di recente siamo stati visitati da alcuni amati figli della Chiesa di Dio, che avevano raccontato con grande dolore, che un certo Nicola, figlio di Gregorio ha lasciato questa vita piena di miserie, e si era trasferito a quella felice, piena di gioia, in cui le animule di tutti i credenti non smettono di gioire e godere della visione, desiderata da tutti noi, del nostro Signore Gesù Cristo e della sua Madre incorrotta. Alla quale senza dubbio sei tu che le ricevi e le permetti di entrare, essendo tu il guardaportone del regno dei cieli, poiché nella tua mano depositò il potere delle chiavi il Rinnovatore della razza umana, che voleva che tu sia il superiore della Sua Chiesa in questo mondo.

Essendo quindi nostro dovere riferirti della condotta di coloro che si trasferiscono di questo mondo a quello, ti facciamo sapere senza dubbio e testimoniamo con fede, che Nicola, figlio di Gregorio ha vissuto in modo pio e cristiano per tutto il tempo della sua vita, non facendo male a nessuno, e diligentemente osservando tutti i comandamenti della Chiesa di Dio. E prima di consegnare la sua anima a Dio, suo Creatore, lo abbiamo assolto da tutti i peccati, con cui aveva mai offeso Sua Divina Maestà. Riteniamo pertanto giusto permettergli di essere ammesso alla presenza di Dio, nostro Signore, e iscritto tra il numero degli eletti, con l’aiuto dei tuoi meriti e preghiere. Ti preghiamo di concederlo e farlo per la tua solita misericordia e condiscendenza. Data ecc. Dalla nostra mano e sigillo.’»


La nostra immaginazione è infiammata dal prezzo elevato che si doveva pagare all’arcivescovo per queste lettre, e che li ha resi inaccessibili ai poveri. Come poteva essere il mercato nero di queste lettere, le violazioni dei sepolcri, l’eliminazione del nome del defunto nella lettera, e la loro disposizione nella mano di un altro, meno ricco defunto, le raffinate tecniche dei falsari specializzati di firme e sigilli, con i quali erano in grado di ingannare lo stesso guardaportone del Paradiso… O forse questa idea è del tutto inconcepibile per un ruteno, e può sorgere solo nella picaresca fantasia iberica?

Ma se è così, come ha potuto una di queste lettere finire nelle mani di Don Antonio?


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Le nostre illustrazioni sono bandiere processionali dei villaggi ruteni nella collezione del Museo dell’Icona di Leopoli/Lviv/Lwów/Lemberg


martedì 20 gennaio 2015

Il sorriso della Madonna


A Roma, dietro la chiesa di San Clemente, dove la strada comincia di salire ripidamente sul Celio, all’abbazia medievale dei Ss. Quattro Coronati, e al di là di essa alla Basilica Lateranense alle mura della città, una strana, alterata piccola cappella sta all’angolo. È strana, perché è apparentemente più vecchia di parecchi secoli che l’edificio, al quale fu attaccato, ma anche a causa della sua iscrizione. Le cappelle, crocifissi, colonne di immagine sempre chiedono preghiere per uno scopo specifico, e promettono una specifica assistenza soprannaturale in cambio. Ma la poesia scolpita nella placca di marmo della piccola capella chiede il passante di salutare la Madonna senza qualsiasi interesse.


Il sorriso di Maria
A questi luoghi allieterà
Se chi passa per la via
«Ave o Madre» a lei dirà.


La mappa del 1748 di Giambattista Nolli, il nostro compagno attraverso la storia di Roma, non segna la cappella, almeno non la provvede di un numero, ma non è impossibile, che il piccolo intoppo che sporge all’angolo si riferisce ad esso. Tuttavia nella mappa del 1593 di Antonio Tempesta si può chiaramente vedere la cappella semicircolare all’angolo, a quel tempo ancora davanti a un giardino o campo, di fronte a una casa, circa a metà strada tra San Clemente e i Ss. Quattro Coronati.



La stradina portava per quasi tremila anni il nome via Querquengetulana, o via dei Querceti dopo il querceto, che è ancora visibile nella mappa di Nolli. Tuttavia, secondo l’opera monumentale di Ferdinand Gregorovius sulla Roma medievale, dal primo medievo fu anche chiamato vicus Papissae, la strada della Papessa, perché la casa di fronte apparteneva alla matrona della famiglia Papa.

Dall’undicesimo secolo si emerse anche un’altra spiegazione per il nome della via, che poi per secoli terrà in eccitazione tutta l’Europa. Il domenicano Jean de Mailly da Metz menziona in una nota marginale alla sua cronaca del mondo compilata nel 1099, che ha sentito una storia che deve ancora verificare. Secondo la storia, la spiegazione dell’iscrizione PPP di una pietra a Roma (in realtà, pecunia propria posuit, «eretto sulle proprie spese») è che una donna vestita uomo fu eletta papa, e quando, durante una cavalcata, pubblicamente ha dato luce ad un bambino, la gente uccise tutt’e due, e scrisse sulla tomba: Petre Pater Patrum, Papissae Prodito Partum – «Pietro, padre di padri, svela il parto della papessa». Sembra che le guide di Roma lavoravano duro per i loro soldi già nell’undicesimo secolo.

La storia però entrò nella cronaca dei scandali del Medio Evo nella forma data ad essa nel Trecento dal suo confratello domenicano, il vescovo di Gniezno, Martino di Opava/Troppau. Martino, ovviamente ispirato dal nome della stradina vista a Roma durante la sua inaugurazione, già pretendeva di conoscere anche il luogo esatto di questo incredibile evento, di cui nessuno aveva sentito per quattrocento anni.

«Post hunc Leonem Iohannes Anglicus nacione Maguntinus sedit annis 2, mensibus 7º, diebus 4, et mortuus est Rome, et cessavit papatus mense 1. Hic, ut asseritur, femina fuit, et in puellari etate Athenis ducta a quodam amasio suo in habitu virili, sic in diversis scienciis profecit, ut nullus sibi par inveniretur, adeo ut post Rome trivium legens magnos magistros discipulos et auditores haberet. Et cum in Urbe vita et sciencia magnis opinionis esset, in papam concorditer eligitur. Sed in papatu per suum familiarem impregnatur. Verum tempus partus ignorans, cum de Sancto Petro in Lateranum tenderet, angustiata inter Coliseum et sancti Clementis ecclesiam peperit, et post mortua ibidem, ut dicitur, sepulta fuit. Et quia domnus papa eandem viam semper obliquat, creditur a plerisque, quod propeter detestationem facti hoc faciat. Nec ponitur in cathalogo sanctorum pontifcum propter mulieris sexus quantum ad hoc deformitatem.»

«Dopo Leone [IV, 847-855], Giovanni Anglico, nato a Magonza, era Papa per due anni, sette mesi e quattro giorni. Morì a Roma, e dopo di lui c’era un posto vacante nel papato per un mese. Si dice, che questo Giovanni era una donna, che da ragazza era stata condotta ad Atene, vestito da uomo, da un certo suo amante. Lì è diventato abile in una diversità di rami del sapere, finché non aveva uguali, e in seguito insegnava a Roma le arti liberali, e aveva grandi maestri tra i suoi studenti e il suo pubblico. Un’alta opinione si è diffusa sulla sua vita e apprendimento nella città, e fu eletta papa. Tuttavia, durante il suo papato rimase incinta da un suo cortigiano. Non conoscendo il tempo esatto del parto previsto, ha dato luce a un bambino mentre in processione dal San Pietro al Laterano, in un vicolo tra il Colosseo e la chiesa di San Clemente. Dopo sua morte si dice che fu sepolta nello stesso luogo. Il Papa sempre evita quella strada, e molti ritengono, che lo fa a causa della repulsione di questo evento. Non fu neanche iscritta nell’elenco dei Santi Pontefici, sia a causa del suo sesso, che a causa dell’abominazione del caso.»

La papessa che partorisce nell’illustrazione di Jacob Kallenberg a De claris mulieribus di Bocaccio (1533), e la papessa (Johanna Wokalek) nel film Die Päpstin (2009) di Sönke Wortmann.


Il percorso cerimoniale che conduce dal Laterano, la parrocchia del pontefice romano, al San Pietro, la chiesa di pellegrinaggio più sacra di Roma, aveva infatti tre versioni in questo primo tratto. La più spettacolare, via di S. Giovanni in Laterano, che sarà elevata a Via Papalis da Sisto V nel 1588, fu reso impraticabile per tutto il medioevo dalle rovine del Ludus Magnus, la caserma di gladiatori accanto al Colosseo. C’erano due percorsi alternativi: la pittoresca via dei Ss. Quattro Coronati – che anche noi seguiremo durante il nostro tour nel Celio –, la quale però non era adatta a processioni cerimoniali a causa della sua estrema pendenza, e l’antica via principale, via Labicana, dove oggi il tram passa tra il Laterano e il Colosseo. I papi medievali naturalmente scegliero quest’ultima, ma il popolo di Roma cercava una spiegazione razionale sul perché il papa non segue il percorso più breve, come tutti. E chi cerca, trova.

L’abbazia dei Ss. Quattro Coronati, ancora solitaria sulla collina del Celio, prima della speculazione fondiaria e urbanizzazione della fine del 19° secolo. Quello era lo scandalo davvero succoso del quartiere Celio!

La leggenda della Papessa fu finalmente confutata non dai cattolici, ma i protestanti, con i metodi della critica testuale umanista. Onofrio Panvinio, il grande storico romano nel 16° secolo ancora la accetta come autentica, e cerca soltanto di abbellirne i dettagli, ma l’ugonotto David Blondel chiaramente sottolinea la sua falsa natura all’inizio del Settecento, e da allora anche i papi censurano la sua menzione.

Ma il popolo di Roma sa ciò che sa. Papi e studiosi vengono e vanno, il vicus Papissae fu prolongato fino all’ospedale militare eretto via speculazione fondiaria, un casamento fu costruito sul luogo del giardino, ma la cappella sta ancora lì. Il quartiere Celio, che fu incluso nella circolazione sanguinaria della città solo alla fine dell’Ottocento, mantiene ancora vivi molte tradizioni ed edifici altrove dimenticati. A causa del divieto, il motivo della fondazione della cappella non può essere specificato, ma tutti lo sanno, e i suoi restauratori del Settencento chiedono solo un saluto dal passante per respingere il brutto ricordo del luogo.

Gettando un’occhiata attraverso il cancello di ferro rotto della cappella dalle mura screpolate, dipinte in rosso romano, si può vedere un affresco della Madonna, la cui età è difficile da dire, ma probabilmente si può datare alla fine del Quattrocento. I tratti del viso sono già stati offuscati, ma il suo sorriso allieta ancora i fiori secchi e i nastri votivi appuntati sul cancello della cappella, e la flora mediterranea che cresce abbondantemente sul tetto di tegole e nelle fessure del pavimento, il ricordo dello scomparso querceto.


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mercoledì 5 novembre 2014

Lo sguardo delle statue


Ai tempi della Controriforma, nella Champagne del Cinquecento, era di moda mettere statue nelle chiese, molte statue, molto realistiche, completamente colorate – statue viventi, per così dire. A Troyes, nel sito di una delle fiere più importanti dell’Europa, numerose chiese, ciascuna con le proprie corporazioni e confraternità, aveva le sue figure di pietra, alcune poste nelle gallerie, altre sedute alla base di una volta, o attentamente guardando giù dal soffitto del presbiterio.


La maggioranza di questi scultori sono sconosciuti. Di solito non firmarono le loro opere, e i contratti tra di loro e i loro committenti scomparsero. Ci restano solo le statue, che stanno in piedi in silenzio e con attenzione. A Chaource, vicino a Troyes, la chiesa è decorata con più di cento statue dalla qualità eccezionale. Qui il Maestro di Chaource ci ha lasciato una delle più belle Deposizioni di Gesù nell’Europa.

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Si cammina al di là delle grandi vetrate grisaille del Giudizio Universale, e poi si scende cinque scalini. Il posto non è, in senso stretto, né una cripta, né una cappella laterale, né una tomba – ma è simile a tutto questo. Si scende nella penombra, quasi nel buio.

Entrando nel buio, prima di accorgersi del gruppo della Deposizione, si spaventa dalle guardie di pietra che stanno ai lati della porta.

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Le guardie. Più grandi del naturale, con gli occhi pieni di paura. Dal 1515 stanno lì, guardando ciò che non riescono a credere, prima di addormentarsi e risvegliare solo alla Risurrezione. Dal 1515 stanno in piedi nei loro costumi rinascimentali, con la lancia in mano.

Poi, quando gli occhi ci si abituano, si sposta in avanti. C’è Nicodemo, la Vergine Maria, Giovanni, Maria Salomè e Maria Maddalena con il vaso di profumi, Maria di Cleofa, e Giuseppe d’Arimatea ai piedi di Cristo. E il corpo di pietra bianca, completamente liscia da secoli di carezze. Tutte queste figure sono più grandi di noi, solo quanto serve per tenerci in posizione d’umiltà, mentre sono indicibilmente umane. Le mani pazienti e attentive si fermano per un momento, prima di chiudere il sudario. E gli occhi di pietra non attraversano il nostro sguardo, perché guardano quello che nessuno ha mai visto, e nel loro stupore di vederlo, si rivolgono ai loro pensieri.

Qui, nell’ombra, si incontra il pensiero, che è in attesa di noi dal 1515, e si sente molto piccoli dinanzi ad esso.

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martedì 23 luglio 2013

Lontano dall’Ararat


Tra i molti gruppi etnici dell’Ungheria storica forse gli armeni sono i meno conosciuti. È vero che molti abbiamo un conoscente con origini armene della Transilvania, e nei primi anni 1990, dopo l’introduzione della nuova legge sulle minoranze etniche abbiamo visto con sorpresa la moltitudine delle autonomie armene di nuova formazione, ma le origini e i tempi esatti dell’arrivo degli armeni nell’Ungheria, e l’importante ruolo svolto da essi nella storia ungherese dal 18° al 20° secolo sono stati solo recentemente presentati in dettaglio in libri come Az erdélyi örmények története di Miklós Gazdovits (Storia degli armeni di Transilvania, 2006), Gyergyói örmények könyve di Dezső Gazda (Libro degli armeni di Gyergyó, 2007), o Örmény diaszpóra a Kárpát-medencében, a cura di Sándor Őze e Bálint Kovács (Diaspora armena nel bacino dei Carpazi, 2006-2007). Questo rente tanto importante la mostra Far away from Mount Ararat – Armenian culture in the Carpathian Basin (Lontano dall’Ararat – Cultura armena nel bacino dei Carpazi) del Museo Storico di Budapest, che per la prima volta offre una panoramica sulla storia e la cultura degli armeni in Ungheria.


La mostra non si propone di essere onnicomprensivo. Solo ragruppa attorno alcuni temi centrali un gran numero di oggetti d’arte degli armeni ungheresi, di cui la maggioranza sono ora presentati per la prima volta in una mostra pubblica. I temi sono introdotti da brevi descrizioni, e anche la giustapposizione stessa degli oggetti suggerisce un filo storico e tematico, ma – e questo l’unica, ma grave critica –, appunto l’oscurità di questa storia e il carattere pioniero della mostra avrebbe richiesto un catalogo per presentare in dettaglio il contesto storico e sociale di questi oggetti, persone e luoghi.

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La strada che conduce attraverso gli oltre 400 anni di storia degli armeni in Ungheria inizia al monte Ararat, come il punto di riferimento di base dell’umanità di post-alluvione, e specialmente degli armeni, dal quale gli armeni che nel Secento immigrarono in Transilvania, capitarono infatti lontano. Ma che hanno conservato il ricordo delle origini, è provato da quella cintura di argento ed intarsiato di gemme, di fine Ottocento, conservato presso la Parrocchia Armena Cattolica di Budapest, i cui pezzi rappresentano le vedute delle antiche città armene, Varaghavank, Van, Echmiadzin, Aghtamar (ogni immagine si ingrandisce spostando il mouse sopra di loro).

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Nel mezzo della sala delle origini veniamo accolti dall’icona di San Gregorio l’Illuminatore, apostolo degli armeni, per i cui efforti l’Armenia è diventato il primo paese cristiano nel 301. È un bel passaggio dall’Ararat all’altra metà transilvana della sala, che l’icona del vescovo del terzo secolo, conservata nella chiesa armena di Szamosújvár/Gherla, fu dipinto nello stile barocco popolare della Transilvania, proprio come la sua statua nella piazza principale del quartiere armeno di Isfahan porta i tratti delle figure dell’epopea eroica persiano.



L’insedimento in Transilvania è evocato da poche immagini d’archivio e oggetti – arche di corredo e un paio di medaglioni di nozze dalla famiglia Issekutz – dalle «quattro parrocchie armene», Szamosújvár (Gherla, Armenopolis, Հայաքաղաք–Hayakaghak), Erzsébetváros (Eppeschdorf, Dumbrăveni), Gyergyószentmiklós (Gheorgheni), Csíkszépvíz (Frumoasa), principalmente dalla prima di esse, le cui collezioni ecclesiastiche hanno provvisto una grande parte del materiale esposto.

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La sala seguente illustra la storia della stampa del libro armeno con un gran numero di libri mai esposti, provenienti da collezioni armene del bacino dei Carpazi, tra cui la prima bibbia stampata armena del mondo. Questo tema era anche il proposito della mostra, organizzata per il cinquecentesimo anniversario della pubblicazione del primo libro armeno stampato, il libro di preghiere chiamato Urbatagirk, «Libro di Venerdì», stampato dal veneziano Hakob Meghapart («Giacomo il Peccatore») a cavallo del 1512-1513.

I brevi riassunti presso le vetrine delineano la storia della tipografia armena. La stampa di Hakob Meghapart è stata riportata dal suo successore a Constantinopoli, dove nel Settecento si sono pubblicati circa 300 opere in più di venti stampe armene. Ma gli armeni di Transilvania, che nel tardo Secento si sono uniti con la chiesa cattolica, hanno ottenuto la maggior parte dei loro libri dalla Typographia Polyglotta della Propaganda Fide romano: entro la fine del Settecento conosciamo 44 opere armene pubblicate là. L’ordine mechitarista, fondata nel 1701 a Constantinopoli e di lavoro dal 1715 ad oggi sulla isola di San Lazzaro a Venezia – i «benedettini armeni», i maggiori esponenti dell’armenologia del periodo – hanno pubblicato i loro libri in armeno in tipografie italiane fino alla fine del Settecento, ma nel 1789 hanno fondato la propria stampa, dove hanno pubblicati centinaia di libri in quasi quaranta lingue: questi, tramite la diaspora armena, hanno raggiunto anche le provincie più remote dell’impero ottomano. Nel 1773 un gruppo dei mechitaristi si stabilirono a Trieste, e nel 1810 si trasferirono a Vienna, svolgendo un’importante attività scientifica ed editoriale in entrambi i posti.

Un tipografo ungherese di Transilvania ha anche svolto un ruolo decisivo nella storia della stampa armena. Lo stampatore armeno più influente, Voskan Yerevantsi ha fondato la sua stampa ad Amsterdam nel 1660, e come era insoddisfatto con i caratteri disponibili, ha ordinato la progettazione di un nuovo tipo armeno da Miklós Kis of Misztótfalu, che presto si diffuse in tutta Europa, e le sue varie versioni sono ancora in uso.

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Una sala separata è dedicata, probabilmente per la ricchezza del materiale disponibile, ai monumenti della chiesa cattolica armena in Transilvania: ritratti di pontifici, abiti ecclesiastici, pale d’altare e immagini votive. I tre ritratti portati da Szamosújvár/Gherla non rappresentano necessariamente le tre personalità più grandi della chiesa armena, si poteva scegliere anche qualcun’altro, come il vescovo Minas Zilifdarean (1610-1686), sotto la guida del quale gli armeni sono arrivati in Transilvania. Queste tre vite, tuttavia, dimostrano bene la grande portata sociale e geografica degli intellettuali armeni, e le loro possibilità di scelta fra vari centri culturali. Oxendio Virziresco (Verzár) (1655-1715), nato in Moldova, ha studiato presso il collegio missionario della Propaganda Fide a Roma. Dal 1685 ha lavorato all’unione degli armeni di Transilvania con la chiesa cattolica, prima in mezzo di grande resistenza, ma alla fine con un completo successo, e nel 1690, dopo la morte del vescovo Minas, è diventato il capo della chiesa degli armeni in Transilvania. Stephano Roska (1670-1739) proveniva da una famiglia armena di Kamenez-Podolsk. Era il prevosto armeno di Stanislawów (oggi Ivano-Frankivsk), che per conto dell’arcivescovo armeno di Leopoli ha visitato le quattro parrocchie armene della Transilvania, fondando una serie di importanti società religiose. Mihály Theodorovicz (1690-1760) è nato a Bistritz/Beszterce/Bistrița, a quel tempo un importante insediamento armeno, e da assistente di negozio è diventato l’arcidiacono di Szamosújvár. Lui ha costruito la prima chiesa armena di pietra, la chiesa Salamon (1723-1725), e ha introdotto il calendario gregoriano. Maria Teresa lo ha nominato vescovo, ma alla fine non ha ricevuto l’approvazione ecclesiastica: da allora la comunità armena della Transilvania sta sotto la giurisdizione ecclesiastica del vescovo cattolico di Gyulafehérvár/Alba Iulia.

Dagli anni 1770 il culto della Regina del Rosario era in fiore a Szamosújvár, ed i suoi auspici erano rappresentati in molte immagini votive offerte in segno di gratitudine per la salvazione da qualche grande guaio. Sulle immagini qui esposte, un cavaliere che è scappato l’allagamento, una famiglia che ha sopravvissuto a un incendio, e una donna, che si è ripresa da una malattia, dicono grazie all’intercessione della Vergine Maria.


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All’inizio dell’Ottocento, i rapporti degli armeni con i loro ex centri nella Crimea e nell’Anatolia si erano allentati, ma si è aperta davanti a loro la via dell’ascensione nella borghesia ungherese. Hanno cambiato la loro lingua per l’ungherese, e fra tutte le minoranze etniche hanno partecipato alla proporzione più grande tra gli ufficiali e nel finanziamento della guerra d’indipendenza del 1848-49. Dei famosi tredici generali, eseguiti in Arad il 6 ottobre 1849, Ernő Kiss e Vilmos Lázár erano armeni, come anche János Czetz, il quale nell’esilio ha fondato l’istituto geografico militare dell’Argentina, e tracciato la carta geografica di tutto il paese. Dopo il Compromesso del 1867 tra la corte di Vienna e l’élite politica dell’Ungheria, gli armeni hanno partecipato in gran numero alla vita politica e culturale dell’Ungheria. L’ultima sala è una galleria di ritratti dei loro più prominenti rappresentanti.

D’altra parte, come una compensazione all’assimilazione, è nata l’ideologia dell’armenismo, con l’obiettivo di rafforzare l’identità armena. I suoi seguaci hanno iniziato delle ricerche importanti storiche degli armeni transilvani, hanno fondato la rivista Armenia in Szamosújvár, e nel 1905 anche il Museo Armeno (che solo adesso, nel marzo 2013 ha riottenuto la sua collezione, nazionalizzata nel 1950). Dei rappresentanti eminenti dell’armenismo, Kristóf Lukácsy e Kristóf Szongott hanno anche aderito la ricerca della preistoria ungherese, difendendo in diverse pubblicazioni il rapporto linguistico ungherese-armeno. La vetrina dell’ultima sala presenta una selezione di pubblicazioni su argomenti armeni dall’Otto- e Novecento.


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Le pareti del corridoio di uscita dalla mostra sono ricoperte con fotografie di famiglie armene dalla fine del secolo, con i documenti della storia quotidiana. Centinaia di vite e di storie che mostrano chiaramente, quanto c’è ancora da ricercare in questa storia. E in questo senso il titolo di questa raccolta di foto, Frammenti di specchio, è infatti valido per tutta la mostra.

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