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martedì 13 dicembre 2016

Musica d’inverno


Lasciando la città di Alaverdi, che da tempi immemorabili ha fornito tutta la regione con rame dalle sue ricche miniere, e atraversando il ponte del 12º secolo, sulle cui balustrade quattro gatti di pietra languiscono sotto il sole, il ripido sentiero di monte finalmente ci porta al monasterio di Sanahin. Dall’altra parte della valle è anche visibile il monastero di Haghpat, i due stanno su lati opposti di un abisso lato del fiume Debet, che scorre attraverso Lori, la provincia settentrionale dell’Armenia. Secondo Wikipedia, «sanahin» significa «questo è più vecchio di quello», con apparente riferimento al suo vicino rivale.

È passato quasi un anno da quando ero lì la prima volta, poche ore dopo una nevicata di tardo inverno. L’aria era fresca, e nel sole del pomeriggio l’acqua gocciolava abbondantemente dai rami degli alberi, ancora fortemente piegati dal peso che si stava rapidamente disintegrando. Come lo faccio spesso quando visito luoghi sconosciuti, ho prima fatto una registrazione audio di quell’atmosfera.

Sono lieto di annunciare, che la registrazione è stata inclusa nella lista delle «Best Winter Music del 2016» del sito A Closer Listen:

«I filecasts di nula sono tra i più misteriosi che si trovano online. Regolarmente pubblica registrazioni del campo, che evocano tempi e luoghi. Questo deriva dal monastero Sanahin dell’Armenia, dove «la neve del tardo inverno è bagnato e pesante, grondante abbondantemente sotto il sole pomeridiano». La registrazione ci rammenta che il cambiamento delle stagioni può anche riflettere un cambiamento spirituale, quando i fardelli pesanti diventano più leggeri, i cuori si sciogliono, gli occhi si volgono di nuovo verso il sole. È anche d’interesse l’ultima composizione di nula: cold fire


Musica dell’inverno a Sanahin. Registrazione di Lloyd Dunn, febbraio 2016 (11'10")

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Vedi anche il post originale sul mio sito web.

lunedì 11 aprile 2016

L’alfabeto armeno


A dispetto della sua età – il prossimo anno sarà ottanta –, Andrej Bitov è una figura di spicco della letteratura postmoderna russa. Nel 2006 la sua raccolta di racconti surrealisti Дворец без царя (Palazzo senza zar) ha ottenuto il Premio Ivan Bunin. Tuttavia, il suo primo lavoro importante era le Уроки Армении (Lezioni sul’Armenia), pubblicate nel 1978, all’età di quarantanove anni, in cui compone le sue osservazioni quotidiane e riflessioni raccolte durante il suo viaggio armeno in un’enciclopedia soggettiva. L’anno scorso questo libro è stato assegnato il Premio Jasnaja Poljana, uno dei più prestigiosi riconoscimenti della letteratura russa. Di seguito traduciamo una parte della voce «Alfabeto».


«Se non la prima, ma almeno la seconda domanda che è stata chiesta di me dopo l’arrivo in terra armena, era: «E come ti piace il nostro alfabeto? Bello, non è vero? Dimmi, ma sinceramente, quale ti piace di più, il vostro o il nostro?»

Esso è infatti un alfabeto grande, in cui il suono corrisponde perfettamente alla rappresentazione grafica. Il tutto ha uno scopo determinato, il cerchio si chiude. Il suono ostinato del discorso armeno («la lingua armena è un gatto selvatico», dice Mandeľstam), coincide con la forma di ferro forgiato delle lettere armene, le parole messe in iscritto stridono come la catena. Mi posso chiaramente immaginare come queste lettere sono state create nella fucina: il metallo s’inchina sotto le martellate, la scoria brucia fuori di esso, e rimane solo la lucentezza bluastra, che per me è presente in ogni lettera armena. Con queste lettere si potrebbe ferrare un cavallo vivo. O si potrebbe ritagliarle di pietra, perché in Armenia la pietra è altrettanto naturale come l’alfabeto, e né la durezza né la malleabilità delle lettere armeni è in contrasto con la pietra. E l’arco superiore delle lettere armene è altrettanto simile alla spalla o volta delle antiche chiese armene, come lo stesso arco appare nei contorni delle loro montagne e del seno femminile. Tanto universale è per gli armeni questa sorprendente fusione di durezza e morbidezza, rigidità e flessibilità, maschile e femminile, sia nel paesaggio e nell’aria che negli edifici e nelle persone, e, naturalmente, nel suono della lingua.

Questo alfabeto fu creato una volta per tutte, in una forma perfetta e sempre valida da un uomo geniale, che profondamente sentiva lo spirito della sua terra natale. Quest’ uomo era l’immagine di Dio nel momento della creazione. Dopo la creazione dell’alfabeto, questa era la prima frase che ha montato in iscritto:

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ

Čanačʿel zimastutʿiwn ew zxrat, imanal zbans hančaroy

E questa frase significa esattamente quello che comprende:

Per conoscere sapienza e ammaestramento; per intendere i detti di senno.

(Proverbi di Salomone, 1:1-2)

Quando l’ha montato in iscritto – non «scritto giù» o «disegnato» – questa frase, ha scoperto che gli mancava una lettera. Allora ha creato anche questa lettera. Da allora, 405 dC, «sta» l’alfabeto armeno.

Per me non ci può essere nessuna storia più convincente. Si può inventare un uomo, si può anche inventare una lettera, ma non si può inventare un uomo che ha dimenticato una lettera. Questo poteva accadere solo in questo modo. Quindi, questo uomo esisteva. Egli non è una leggenda, ma un fatto altrettanto storico come l’alfabeto stesso. Il suo nome era Mesrop Mastots.

Se fosse per me, erigerei un monumento a Mastots con la statua di quest’ultima lettera, come una prova solida che aveva ragione.”

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Tuttavia, per gli armeni tutte le lettere sono ugualmente importanti. Perciò commemorano Mashtots con le statue di ogni lettera, scolpite nella forma di khachkars (croci medievali in pietra) a Oshakan, nel monasterio da lui fondato, dove dal 440 la sua tomba è un luogo di pellegrinaggio per tutti i fedeli armeni, così come nel vicino «Campo dell’alfabeto armeno».

Le altre immagini sono dal monastero di Ganzasar, Karabakh, dove Mastots fondò la prima scuola monastica per l’istruzione della scrittura armena

lunedì 4 aprile 2016

Shusha, la città delle meraviglie


«Quando i nostri antenati famosi, o Khan, vennero in questa terra, dove poi hanno acquistato grande e temuto nome, hanno esclamato: «Kara bak!» – «Guarda, c’è la neve!» Da allora questa terra si chiama Karabakh. Il suo vecchio nome era Siunik. Perché devi sapere, o Khan, che la nostra patria è molto vecchia e famosa. I karauli, gli spiriti oscuri vivono nelle nostre montagne, e custodiscono tesori incommensurabili. Nei nostri boschi ci sono pietre sacre, e fonti sacre si sorgono lì. Abbiamo tutto. Vai alla città, guardati intorno – c’è qualcuno che lavora? Quasi nessuno! C’è qualcuno triste? Nessuno! C’è qualcuno sobrio? Nessuno! Sarai stupito, mio giovane signore!

Ero davvero stupito di quanto grandi bugiardi queste persone erano. Non c’è favola che non avrebbero inventato per glorificare la loro patria. Proprio ieri un armeno corpulento ha cercato di convincermi che la chiesa cristiana di Maras a Shusha aveva cinque mila anni.

Shusha è la città delle meraviglie. Fu costruita nelle montagne, ad un’altezza di cinque mila metri, nell’abbraccio di foreste fiumi. Qui, armeni e musulmani vivono in pace fianco a fianco. Per secoli era un ponte tra i paesi del Caucaso, Persia e Turchia. La gente del posto preferisce, con esagerazione amabilmente infantile, di chiamare «palazzi» le loro piccole capanne di argilla. Non si annoiano mai di sedere davanti alla loro porte, fumando la pipa, e raccontando uno all’altro di nuovo e nuovo quante volte i generali di Karabakh hanno salvato l’impero russo e lo zar stesso, e che terribile destino li avrebbe colpiti, se avessero confidato a chiunque altro la propria protezione.»


Kurban Said: Ali e Nino, 1938. (Il romanzo azero, scritto
nell’esilio a Parigi, parla della Shusha prima del 1914)


Arriviamo nel tardo pomeriggio nella città di Shusha, in azero Şuşa, in armeno Shushi. Le capanne di argilla sono da tempo scomparse, e blocchi sovietici occupano i loro luoghi. Tra i palazzi, le case a due piani costruite in pietra scolpita nei secoli 18º e 19º, molti stanno ancora nella città vecchia. Ciò che hanno in comune è che stanno, completamente o in parte, senza tetto, e bruciate.

Salendo sulle strade ripide, capiamo perché Shusha era la chiave di Stepanakert nella guerra di Karabakh, perché l’artiglieria azera persisteva qui anche nel febbraio 1992, quando l’esercito armeno aveva già marciato nella vicina Khojaly, tagliandoli dal loro aeroporto e massacrando la popolazione azera della città, perché il quartiere generale armeno a Stepanakert si è intrapreso ad assediare e occupare la città di montagna a costo di una massiccia perdita di sangue, e perché la distruzione del 8-9 maggio, il Giorno della Vittoria, ha portato anche a loro la vittoria su Karabakh. Guardiamo giù dai resti della mura della città. Seicentro metri sotto di noi, a pochi chilometri di distanza, si trova la capitale di Karabakh, la quale, dal 10 gennaio in poi, è stata bombardata per quattro mesi dall’artiglieria azera, distruggendo quasi tutte le case e uccidendo circa duemila abitanti civili.

La ragione principale per la distruzione di Shusha non è stato tanto il breve assedio, ma piuttosto i civili armeni che, seguendo l’esercito, hanno saccheggiato e bruciato gli appartamenti della popolazione azera che aveva abbandonato la città. Ma questo non era la prima distruzione di Shusha in questo secolo. Dopo la prima guerra mondiale, durante il conflitto territoriale dei brevemente indipendenti stati armeno e azero, alla fine del marzo 1920, l’esercito dell’Azerbaigian e gli abitanti azeri di Shusha per quattro giorni hanno massacrato la popolazione armena della città e rovinato il quartiere armeno. Delle diciassette chiese decantate da Kurban Said, solo due sono rimaste, le quali, per mancanza di fedeli, hanno sopravvisuto il sistema sovietico essendo trasformate in magazzini. Dei 45 mila abitanti d’anteguerra sono rimasti cinque mila. Tanto che Osip Mandeľstam poteva scrivere queste righe ancora nel 1931, durante il suo viaggio caucasico:

…Так, в Нагорном Карабахе,
В хищном городе Шуше
Я изведал эти страхи,
Соприродные душе.

Сорок тысяч мертвых окон
Там видны со всех сторон
И труда бездушный кокон
На горах похоронен.
...E in Nagorno-Karabagh,
nella città destrutta di Shusha,
ho visto cose che erano
altrettanto terribile all’anima.

Quaranta mila finestre morte
sbadigliano dappertutto
e il bozzolo vuoto del lavoro
come cimitero giace sul monte

Shusha, rovine del quartiere armeno, c. 1920

Oggi la situazione è invertita. La cattedrale armena fu restaurata, così come diverse case attorno ad essa. Qui vivono i quattro mila abitanti della città – che prima del 1992 ne aveva quindici mila –, soprattutto armeni fuggiti dall’Azerbaigian. Oggi è il quartiere azero che è morto.

Arrivando nell’ex piazza del mercato si sente come se avessimo lasciato la città. L’asfalto finisce, e stiamo inciampando nel fango, tra le profonde pozze di neve che si scioglie. Le finestre dei blocchi sovietici sbadigliano nere e vuote. Alla casa della cultura sovietica è rimasta solo la facciata, con il timpano in stile «barrocco stalinista». Alla fine della piazza ci sta ancora la Moschea superiore, costruita nel 1787. La lapide nera di fronte ad essa annuncia che sta sotto la protezione dello Stato. Infatti, il piccolo cimitero azero nel suo giardino non è stato devastato, in contrasto al cimitero di Julfa. Ma la protezione dello Stato non protegge contro il tempo, che sta lentamente consumando il rivestito a mosaico dei minareti, e gli archi e facciate di mattone della moschea. Su fotografie del 2007, i minareti hanno ancora il tetto. Oggi vediamo solo una strana struttura nel loro luogo, la quale probabilmente serviva per abbassare i tetti quando erano a rischio di caduta di propria iniziativa.

Shusha, Moschea superiore, 1988

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Sotto la piazza del mercato, dietro l’ex casa della cultura, si trova la Moschea inferiore, costruita nel 1874, oggi in condizioni simili. Bambini giocano nel cortile. Quando intravedono di noi, si rivolgono a noi con piena fiducia, mostrandoci l’armeria che hanno raccolto da sotto le rovine vicine. «Azeri. Sono stati lasciati qui dagli azeri.» «E loro dove sono andati?» «Sono tornati in Azerbaigian.» «E voi siete venuti da lì?» «No. Noi siamo di Shushi. Non siamo bezhentsy, rifugiati, noi!»

Ci mostrano le scale segrete ai minareti, e sopra le cupole. Gli archi dell’edificio sono ancora intatti visti dal basso, ma dall’alto si può vedere che tra le cupole senza tetto già ci crescono alberelli, che con il tempo sbadiranno le volte in mattoni.


I nostri compagni ci seguono, vogliono farci vedere tutto. «Queste erano case persiane.» «Non azere?» «No, no. Gli azeri abitavano lì. Qui vivevano i persiani.» «E che cosa è successo a loro?» «Sono andati via anche loro.» «E qui c’era la prigione», puntano alla cantina in rovina della casa della cultura. Non chiediamo chi era detenuto da chi lì.

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Mentre torniamo sulla strada principale, controlliamo, seguendo il consiglio di Mustafa Agha, se qualcuno sta lavorando. Siamo lieti di vedere che c’è qualche lavoro in corso sotto quasi ogni portone, si imballaggia l’asino, si taglia la carne, si cucisce e si fa pentole, e un fotografo sta catturando nel suo studio, com’era quando a Shusha armeni e musulmani vivevano in pace fianco a fianco.

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«Oh Khan», ha detto Mustafa Agha. «I tuoi antenati hanno intrapreso guerre, ma tu sedevi nella Casa della Sapienza, e sei un uomo educato. Avrai dunque sentito delle arti. I persiani sono fieri di Saʿadi, Hafez e Firdausi, i russi di Pushkin, e nell’Occidente lontano c’era un poeta chiamato Goethe, che ha scritto un poesia sul diavolo.»

«Anche tutti questi poeti sono da Karabakh?» gli ho chiesto.

«No, mio signore nobile, ma i nostri poeti sono migliori, anche se non sono disposti a chiudere le loro parole nella prigione di lettere morte. Essi sono troppo orgogliosi a scrivere le loro poesie. Invece, le cantano.»



Qubanin ag almasi (Mele bianche di Quba), nel modus del mugham Bayati Shiraz, cantato da Miralan Miralanov. Dall’album Canzoni d’amore di Azerbaigian. Karabakh, e in particolare Şuşa erano considerati il centro della tradizionale musica del mugham azero.

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mercoledì 16 marzo 2016

Transizione: Da mare a mare

Uccello in cornice ornamentale bizantina. Venezia, Piazza San Marco, 12-13º secolo

Uccello in cornice ornamentale armena. Venezia, Isola San Lazzaro, monastero armeno, MS 1159, 12-13º secolo

martedì 5 gennaio 2016

Polaroids di Rabati


Jacopo Miglioranzi svolge ricerca di antropologia della religione nella città di Akhaltsikhe nella Georgia del Sud fra gli armeni e georgiani locali. Degli ebrei della città ha già scritto in río Wang. Suoi ulteriori saggi si leggono qui.
«ecco
che muove sgretola dilaga
ecco
che muove sgretola dilaga
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l’ultimo proclama una totale estraneità»


Tolleranza. Parola nuova. Fino a qualche tempo fa, la si poteva ammirare, scritta in grande, su un grande pannello. Tolleranza, era lei ad accogliere cittadini e visitatori, che entravano a Rabati. Il quartiere più antico della città di Akhaltsikhe. Per entrare nel quartiere si deve attraversare una larga strada ed imboccare una angusta strada sotto il ponte della vecchia ferrovia. Due strade. Due forme di tolleranza. A sinistra la fortezza di Rabati, simbolo di tolleranza. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi. A destra, Rabati. Il quartiere. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi, pochi. Uomini fumano nervosamente le loro sigarette. Un marshrutka giallo, senza ruote, giace morente al lato della ferrovia. Salgo sul binario morto. Uomini armeni. Uomini georgiani. Uomini turchi. Tassisti armeni. Tassisti georgiani. Pullman turchi. Pullman georgiani. Automobili. Pattuglia di polizia. Altri taxi. Buste della spesa. Donne con bambini. Ragazzi armeni. Ragazzi georgiani. Ragazze armene. Ragazze georgiane. Turisti russi. Turisti polacchi. Coppie in moto. Ciclisti.


Turisti persi, in un luogo sperduto. Forse anch’io. Forse no. Gente sicura. Gente con lavori sicuri. Gente senza lavoro. Colletti bianchi, sicuri nella City. Colletti bianchi, insicuri, qui. Un prete ortodosso.

Guida alla mano: «Lonely planet». Informazioni. Tante informazioni, tante certezze. Qui, tante informazioni, poche certezze. Luoghi nascosti. Alberghi e musei sbagliati. Tassisti alla guida. «Guida?». Tassista guida. Sessantacinque lari. «Tassista, guida!»

«Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più
adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente»

Stazione. Donne che urlano. Marshrutka. Posti da assegnare, posti assegnati. «რამდენი?» «ლარად». Biglietti. Contratti sulla parola. Affari. «Affare!». Affari sulla pelle del turista. Nativi. Obiettivi. Osservatori. Osservati. Chi?
La città. Il quartiere. I quartieri. Binari e stazioni. Disordine e disordini. Fango e asfalto.


La città. La Regina Tamar. Una chiesa. «ვისოლი», «სმარტი», «გარფი», «ლუკოილი». Odore di benzina. Il dipartimento di giustizia. Passanti sulle strisce pedonali. Auto, camion, fermi. La stazione di polizia.
Fango e asfalto. Strade che si riempiono. Preti ortodossi. Ortodossia. Nuove e antiche ortodossie. «Altro che nuovo». Cemento. Nuovo e vecchio cemento. Monumento «1941-1945». Ortodossia. «C.C.C.P.». Guerra. Guerre. «La guerra è fredda»
Conflitti religiosi. Chiese. Chiese nuove, fioriscono. Chiese antiche, rifioriscono. Anticamente nuove. Nuovamente antiche: «La pace è calda»
Corpi consumati da segni di croce. Sguardi, anime, donati alla santità della chiesa.

«Gerusalemme Santa, Jerusalem
anela il cuore mio ad Anastasis per dolorosa via
ad un Sepolcro Santo che sepolcro non fu ma Santo è
per fede di fedeli in Grazia del Signore mio Dio
Signore Dio Bambino Carne di Ragazzina Vergine e Madre
a Lui io rendo Culto
Lui mi rapisce il cuore il Signore Dio mio»

Passanti religiosi. Religiosi passanti. Allarme! Sacro. სამება, la Trinità. Donare tempo, istanti, secondi. Preghiere. Anche quanto tempo non c’è. Anche quando si corre a fare la spesa. Al volante. A piedi.


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Comunità. Umanità. Identità. Turisti, viaggiatori, commercianti, venditori, ambulanti, negozianti, imbonitori, autisti, studenti, operai, giocatori, disoccupati, sacerdoti, monaci, monache, suore, testimoni di Geova, apostolici. Giornalisti e telecamere. Macchina fotografica. Automobili, furgoni, camion. Ancora studenti, insegnanti. Cinesi, georgiani, armeni, ebrei, russi, turchi. Ancora georgiani. Pochi cinesi. Tanti armeni. Ebrei. Ritorni. Meskheti. Diaspore. Partenze. Italiani, polacchi, cristiani, ritorni. Musulmani, ritorni. Ebrei, partenti.

«storpie atmosfere terse e sterili bazaar
taxisti nomadi cammellieri autisti ascoltano la radio
e sanno che tempo fa
al principio era il verbo
al principio era «Pravda»
parola-verità parola-verità»

CCCP – «Radio Kabul»


Ragazzi, bambini, anziani. Cammino. Bar di turisti. Sigarette. Gli stessi uomini di prima, «რაბათი?» «აქედან». Sono nel quartiere. Un ragazzo esce da un negozio. Mi guarda. Mi guardano. Case di tufo. Case stanche. Case antiche. Una Mercedes. Panni stesi. Rottami, legna e copertoni. «Immane frana», Rabati. Rabati, è. Rabati, sono. Perduto. Donne anziane, armene. «ԲարևՁեզ ქალბატონო, ექლესია, სად არის?», «იქააა», con musicalità.

Georgiani, meskheti, armeni, ebrei, turchi, ottomani, russi. Una volta. Paskevich, Pushkin. Un taxi mi supera a forte velocità.

«è un percorso laterale una fluida divinità
una convergenza stilistica con il primitivo preistorico
è l’attualità è l’attualità
noia normale
noia mortale»

Quartiere/i. Tolleranza? «ԲարևՁեզ, სინაგოგი სადა?» «ნახე, იქ», «մերսի».


Non più turisti. Non più viaggiatori. Sinagoghe. Moschee. Chiese. Una volta. Ora diaspore. Resistenze. Ritorni e partenze. Piccola Gerusalemme?

«sgravidano ossessioni
sulle città splendenti
di passate razzie
di futuri spettacoli
i viaggi solitari
i percorsi arroganti
sono finiti male
senza proclami
senza giubilei
nelle piccole storie
delle teste pensanti»

Case. Cani. Una donna con la figlia. Non mi guardano. Straniero. «È l’attualità è l’attualità».
Rovine.
Per la strada. Quasi nessuno. Non è la città, è Rabati. Il quartiere. Storie. Frontiere. Identità in gioco.
La campana non suona. Il minareto non canta. Silenzio.

«Girano i Sufi in tondo nello spazio
Nel tempo
Salgono i verticali i monaci in clausura
Immobili
Viaggiano l’alto il basso senza abbellimenti
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Mi arrampico si ciò che resta delle strade. La vecchia sinagoga. Vuota. Passato sovietico. Vuoto. Una casa in rovina. Fango. Un bambino alla finestra. Galline. Un’altra sinagoga. Un lucchetto. Ancora case.

«svanisce la città sfuma il traffico
sfuma
s’impone la poesia: s’alza la luna
e sale
decolla.»

Խաչքար. Croci. Stelle di David. Passati biblici. Passati evangelici. Nuovi e Antichi Testamenti. Passati coranici. Passati imperialistici. Passati socialisti. Presenti biblici. Presenti evangelici. Presenti coranici. Presenti imperialistici. Presenti socialisti: «l’atmosphère n’est plus la même».
Una collina. Nessun albero. Una vecchia baracca. Un disegno: Mickey Mouse. Tombe emerse. Erba alta. Nomi morti. Armeni.
Più in là. Un muro. Un lucchetto. Tombe emerse. Nomi morti. Ebrei.

«Semina, semina – sia pure lontano dai confini,
come le stelle, come le onde, semina.
Che importa se i passeri devastano i tuoi chicchi –
Dio al loro posto seminerà delle perle.»


«Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Tutti le citazioni virgolettate e in corsivo presenti nell’articolo, eccetto la penultima citazione, tratta dalla poesia «Semina» di Daniel Varujan (trad. it. dall’armeno di A. Arslan), sono canzoni dei «CCCP – Fedeli alla linea» e «C.S.I.», i titoli, in ordine di citazione sono: CCCP, «Depressione caspica»; C.S.I. «In viaggio»; CCCP, «C.C.C.P.»; CCCP, «Guerra e Pace»; CCCP, «Paxo de Jerusalem»; CCCP, «Radio Kabul»; C.S.I. «Depressione caspica»; CCCP, «Noia»; CCCP, «B.B.B.»; CCCP, «Noia»; C.S.I., «In viaggio»; CCCP, «Campestre»; CCCP, «Inch’allah – ça va»; C.S.I., «In viaggio».



mercoledì 27 maggio 2015

Unholy bread

«Important day is today, however Soviet past chasing us every time, or every day is a combat for our existence. 25 years we can’t run over from Russian chauvinism and crazy ideas, wars and humiliation. However, happy independence day my dears…» (Frase di un giovane georgiano)


Venti chilometri. Questa è la distanza che separa la città di Akhaltsikhe dalla frontiera con la Turchia. Solo venti chilometri, oggi. In passato questi venti chilometri erano quasi impossibili da percorrere. In epoca sovietica, la strada che collegava Tbilisi con la Turchia si interrompeva pochi chilometri dopo la stazione termale di Borjomi (già famosa all’epoca di Pushkin e meta privilegiata prima dei Romanov, e successivamente dei nuovi Zar dell’Unione Sovietica, primo tra tutti Stalin). La strada si insinua tra gole e vallate. Tra case mangiate dal tempo e negozi di alimentari. Ogni tanto interrotta dal transito di vacche al pascolo. Di tanto in tanto il verde è interrotto da vecchi blocchi di cemento ormai consumati. «È lì», dice Giorgi, tassista armeno di lungo corso, «che stavano i soldati durante l’URSS», facendo il gesto di impugnare un fucile, «a chi provava a passare, sparavano.» Prosegue, «Da qui in poi… solo col passaporto». Durante l’URSS, la regione era presidiata e numerose erano le caserme. Molte sono le testimonianze di armeni e georgiani mandati proprio a presidiare il confine durante il periodo della leva militare. Tra le aree maggiormente presidiate vi era Abastumani, località termale, famosa già all’epoca degli Zar e che durante il periodo sovietico ospitava ufficiali dell’Armata Rossa con le rispettive famiglie. Vi è presente, ancora oggi un importante osservatorio astronomico.

Tra i numerosi «sanatori», molti dei quali in stato di abbandono; tra i numerosi edifici sovietici in cemento che ancora ospitano le poche persone che vi abitano stabilmente, ancora resiste una piccola chiesa armena.


«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro […].» (Mc 14,22)

«Places do not have locations, but histories» (Tim Ingold). Costruita nel 1898 per volontà di due fratelli armeni provenienti da Baku, la chiesa armena di Abastumani oggi si presenta in pessime condizioni, causate anche dei pesanti rifacimenti e modificazioni in epoca sovietica. Durante il periodo sovietico, infatti, la chiesa venne trasformata in forno per il pane. Oltre ad aver eliminato in parte e murato ciò che restava del gavit, i sovietici vi hanno aggiunto altri due edifici. Uno come magazzino per il petrolio e il carbone e l’altro come deposito per il pane (successivamente venduto sia ad Abastumani sia nei villaggi limitrofi). Presenti sono ancora i grandi scaffali in legno, i vassoi in metallo dove venivano cotte le forme di pane di 3 kg circa. L’interno della chiesa è irriconoscibile, se non fosse per la presenza di croci alle pareti, e la grande lapide all’ingresso con la descrizione in russo ed armeno che ne spiega la genesi e la sua costruzione. All’interno visibili sono i grandi paioli per la pasta del pane, il grande forno posto al centro dell’edificio.

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Il regime sovietico è riuscito, in parte, nel suo intento. Il gesto di voler trasformare una chiesa in qualcosa d’altro, di laico, di industriale, è stato il tentativo di eliminare ogni punto di riferimento nella popolazione, di cancellare tutte quelle strutture di sentimento, che fino a pochi anni prima rappresentavano delle certezze. Il regime sovietico per ottant’anni ha tentato di sostituire il culto del sacro, con il culto dell’idea.

La conversione della chiesa è servita proprio alla produzione di un elemento, che in ogni cultura, trasversalmente, ha sempre assunto un ruolo sacro. La completa «laicizzazione» e industrializzazione del pane ha trasformato il sul senso del «pane» e di come durante il periodo sovietico questo elemento abbia assunto un ruolo esclusivamente laico ed addirittura un elemento che ha innescato una laica metamorfosi.

«Si tratta allora di una catastrofe grave nella quale la cultura si mostra estremamente fragile e precaria, ma al contempo indispensabile e insostituibile: le stesse categorie cognitive, le strutture simboliche mediante le quali una comunità percepisce e comprende il mondo rendendolo pensabile, smarriscono il loro significato proprio nel momento in cui se ne avrebbe più bisogno. Sembra allora che il mondo letteralmente finisca. La percezione di tutto e il senso della fine imminente e irreparabile diventano insopportabili.» (G. Ligi: Antropologia dei disastri)

Durante il periodo sovietico venne costruito un soppalco, alle spalle del forno in muratura, utilizzato anch’esso come magazzino. Presenti anche alcune macine per impastare o forse per macinare la farina. Ad oggi, la presenza di tracce di cera e fuliggine nei pressi delle numerose croci, segno di come negli anni la chiesa sia stata e sia tutt’ora visita di fedeli, a testimonianza di come stia avvenendo una riappropriazione, seppur non totale dell’edificio, ma almeno il suo riconoscimento come luogo sacro.

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In Georgia il processo di transizione è stato fra i più delicati di tutto il mondo ex-sovietico, non solo per la violenza con cui si è manifestato, ma anche per la contraddittorietà.