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mercoledì 16 novembre 2016

Le tre sinagoghe del campo di concentramento


All’entrata in vigore dei provvedimenti per la difesa della razza, il numero degli ebrei stranieri residenti in Italia risultava di 9170. Molti vi vivevano da qualche decina di anni, altri vi erano arrivati nella speranza di trovare rifugio e protezione, sfuggendo così alla privazione di ogni diritto nel loro paese, compreso quello di cittadinanza, e alla caccia all’ebreo messa in atto dal regime nazista, a partire dal 1935, con l’emanazione delle Leggi di Norimberga. Nel 1938 iniziò così per loro, anche in Italia, un vagabondaggio che ebbe tra i suoi punti di partenza o di arrivo Genova. Molti di loro erano studenti, provenienti dai migliori istituti dell’Europa Orientale, che chiedevano solo di poter iniziare e sperabilmente concludere in Italia il loro ciclo di studi. Presso l’archivio dell’Università di Genova, e di altre città italiane, si trovano quindi i loro fascicoli personali che contengono i dati anagrafici, informazioni relative al corso di studi e cioè gli esami sostenuti, il voto, il titolo della tesi di laurea, l’indirizzo di residenza nelle città di provenienza e l’indirizzo di residenza in Italia. Su molte delle schede personali è indicata, con un timbro apposto sulla parte superiore, l’appartenenza alla razza ebraica. Il vagabondare di Università in Università per concludere il corso di studi ne fece a tutti gli effetti «studenti ebrei erranti».



La loro erranza si concluse nel 1940 con l’internamento in appositi campi riservati ad Ebrei Stranieri provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Uno di questi fu il campo di Ferramonti di Tarsia, in Calabria, nel sud dell’Italia. Costruito su un terreno paludoso come estensione del nucleo di baracche che avevano ospitato gli operai della ditta Parrini durante le operazioni di bonifica. Benché il terreno non corrispondesse alle indicazioni del Ministero dell’Interno, Parrini riuscì ad ottenere la concessione grazie alle amicizie di cui godeva e impose al primo gruppo di ebrei che arrivarono al campo di lavorare all’ampliamento dello stesso. Riuscì ad imporre anche uno spaccio di generi alimentari da cui i prigionieri erano costretti ad approvvigionarsi.

Campo di Ferramonti

Interno di una baracca a Ferramonti

Ferramonti fu più simile ad un villaggio che ad un lager, per diverse ragioni: la presenza tra i dirigenti di persone di spiccata umanità, come il primo direttore Paolo Salvatore. Gli stessi prigionieri, in gran parte colti e affermati professionisti, agirono sempre con intelligenza e spirito di collaborazione. Contribuì non poco la popolazione locale che fu generosa e accogliente. E la presenza di un monaco mandato dal Vaticano che svolse un’attività pratica e non spirituale.

Padre Callisto Lopinot

Grazie alla scelta non repressiva di Salvatore, la vita si svolse in maniera il più possibile tollerabile. Non venivano negate autorizzazioni ad uscire dal campo se necessario. Era consentito scattare fotografie, ascoltare la radio, fu creata una scuola elementare e spesso proprio lui, Salvatore, portava i bambini fuori dal campo con la sua automobile per comprare il gelato o li scorrazzava per il campo in motocicletta.

Paolo Salvatore

Esisteva una biblioteca e si stampava un giornalino. Esisteva un forno dove venivano cotte le Matzah rituali e laboratori di sartoria per provvedere all’abbigliamento degli internati.



Esisteva un Parlamento composto da un referente per ciascuna baracca e l’insieme dei referenti eleggeva «il capo dei capi» che relazionava con la direzione del campo.

Il Rabbino Pacifici al Parlamento di Ferramonti

Le famiglie non venivano separate, e si celebravano matrimoni. A Ferramonti nacquero 21 bambini.

Matrimonio ebraico

Bambini a Ferramonti

Sebbene fossero tutti ebrei, si trovavano a Ferramonti tre sinagoghe: una ortodossa, una riformata e una specifica per un gruppo sionista appartenente all’organizzazione Betar.

Interno di una delle tre sinagoghe

Cultura e sport agirono da collante per tenere il più possibile uniti gruppi così disomogenei. Si organizzarono concerti, rappresentazioni teatrali, letture, gare di poesia. Molti di loro erano artisti o professionisti affermati, una baracca venne adibita a laboratorio e utilizzata anche da Michel Fingestein, pittore e incisore, noto per i suoi Ex-libris. Si svolse anche un campionato europeo di calcio: della partita Jugoslavia Polonia esiste ancora la cronaca scritta.

Al pianoforte è il Maestro Lav Mirski; i due cantanti sono Gildin Gorin e Elly Silberstein

Baracca adibita ad atelier per artisti. Michel Fingenstein è il primo seduto a sinistra

Partita di calcio

Fame e insetti erano comunque presenti a Ferramonti insieme alla consapevolezza che qualcosa di terribile stava accadendo altrove.

Vi furono internati gruppi di ebrei romani, provenienti dalla Germania e dall’Austria, ebrei polacchi e più in generale provenienti dall’Europa Orientale, ebrei provenienti dalla Libia, da Lubiana, dalla Serbia, e gli ebrei appartenenti al gruppo del Pentcho, battello fluviale partito dal porto di Bratislava, con la speranza di giungere in Palestina ma naufragato purtroppo al largo dell’Isola di Rodi.

Pentcho

Tra gli internati del campo vi erano anche gruppi di jugoslavi partigiani e greci e di cinesi.

Nel ’43, quando l’esercito tedesco iniziò la ritirata, molti degli internati, i più giovani, vennero fatti nascondere nei boschi e nelle case dei contadini delle campagne circostanti. Il monaco riuscì ad impedire l’ingresso dei tedeschi nel campo dichiarando che nel campo imperversava un’epidemia di colera. Il campo fu liberato nel settembre del ‘43 dagli inglesi che impedirono a molti di emigrare in Palestina. Furono tanti quelli che rimasero nel campo sino alla fine della guerra e oltre prima di decidere dove ricominciare a vivere.

Brigata Ebraica a Ferramonti


Molti di loro divennero famosi in campo artistico, letterario, scientifico o sportivo. Ernst Bernhard, berlinese, divenne medico e psichiatra e fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo. Richard Dattner, ebreo di origine polacca, dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti dove diventò un famoso architetto. Oscar Klein, ebreo austriaco, divenne uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. Imi Lichtenfeld, nato a Budapest, in assoluto fra i più famosi personaggi delle arti marziali e fondatore del metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, fu tra i fondatori dell’esercito israeliano. David Mel, medico jugoslavo, fu più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore dell’omonima società.

Come sono venuta a conoscenza di questa storia? Grazie a Ferramonti, il campo ʻsospeso’, il documentario realizzato da Christian Calabretta, trasmesso su Rai Storia una domenica pomeriggio. Mi è venuta voglia di approfondire, ho scritto a Mario Rende autore del saggio Ferramonti di Tarsia pubblicato da Mursia e da lui sono venuta a conoscenza del gruppo di «ebrei Genovesi». Ho trascorso due giorni nell’Archivio dell’Università di Genova dove ho potuto consultare i fascicoli personali degli studenti, soprattutto medici.

Un elenco degli internati, con paese di provenienza, dati anagrafici e paternità, iter di internamento è stato compilato da Anna Pizzuti ed è possibile effetturare la ricerca on line utilizzando diversi criteri: Ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico

Di alcuni di loro si conoscono i volti grazie ai materiali conservati e resi disponibili in rete dall’Università di Bologna, dal Comune di Ferramonti. Ne voglio condividere alcuni convinta che molto altro materiale fotografico si trovi negli album di famiglie sparse ovunque in Europa e nel mondo, insieme a diari, ricordi e molto altro. Nelle didascalie delle foto troverete nome e cognome, luogo e data di nascita, paternità e maternità.

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Io stessa, su richiesta di Yolanda Bentham, figlia di David Ropschitz (nato nel 1913 a Lemberg/Lwów, allora Austro-Hungaria e più tardi Polonia, laureatosi a Genova in medicina e internato a Ferramonti), dopo mesi di ricerche sono riuscita a risalire all’identità di un compagno di studi e di prigionia, caro amico del padre.

David Ropschitz, Isaac Klein, Isacco Friedmann

Non è stato facile perché la storia di Isacco è molto diversa da quella degli altri studenti. Nato a Brody nel 1914, venne in Italia nel 1921, quando il padre Leone, che era stato fatto prigioniero durante la 1° Guerra Mondiale, venne liberato e sollecitò la moglie a raggiungerlo in Italia con il figlio. A Genova, dove era stato imprigionato a Forte Begato, aveva trovato un ambiente amichevole e aveva potuto riprendere l’attività abbandonata in patria. Brody era uno dei centri più importanti dell’ebraismo, tanto da essere definita la Gerusalemme dell’Impero Austriaco, e strategico per i commerci. Tra le attività più fiorenti c’era la sartoria con 139 botteghe artigiane, tutte di ebrei, e industrie. Il sindacato dei sarti era tra i più influenti e aveva un proprio rabbino tenuto in grande considerazione dal resto della Comunità ebraica.



La decisione di Leone di fatto salvò la vita alla moglie Sara e al piccolo Isacco. Durante gli anni dell’occupazione nazista tutti gli ebrei di Brody furono uccisi, tra questi anche 16 famigliari di Isacco, o deportati e morirono nei campi di concentramento.

Entrata del Ghetto di Brody, 1942-1943

Ebrei di Brody in attesa di essere deportati

Sara intraprese dunque questo lungo viaggio attraverso l’Europa e fu costretta a rimanere a Praga per un certo tempo quando il piccolo Isacco si ammalò di tifo. Quando finalmente la famiglia si ricongiunse iniziò per i Friedmann un periodo di prosperità.

Da sinistra Isacco (Iso), la madre Sara, i fratellini Giuseppe e Sigismondo (Gigi) nati in Italia e, dietro di loro, il padre Leone

Isacco studiò al Liceo Cassini e si laureò in medicina l’11 luglio del 1939 e visse sino ad allora una vita ben diversa dagli altri studenti ebrei che erano stati costretti ad abbandonare le loro famiglie, i loro paesi di origine per salvarsi dalla recrudescenza delle leggi razziali. La sua spensieratezza venne purtroppo ridimensionata con la deportazione a Ferramonti, nel 1940.

Isacco Friedmann, a sinistra, con un gruppo di medici internati a Ferramonti

Isacco arrivò a Ferramonti con il primo gruppo, quello che in pratica rese agibile il campo agli altri anche occupandosi di mansioni umili e faticose. Seppe conquistarsi la fiducia di Salvatore ed ottenne di essere trasferito a Lungro, in regime di semi libertà, ma qui, avendo prestato la sua opera di medico con successo e gratuitamente, venne rimandato a Ferramonti dopo la denuncia del medico locale. Tornato a Ferramonti vi rimase sino al 30 luglio del 1942 quando fu confinato a Santo Stefano D’Aveto, nell’entroterra genovese, dove rimase sino al 12 novembre del 1943. Da quel momento iniziò la sua latitanza sui monti, sentendosi braccato e vivendo con il terrore di venire catturato. Sono quegli gli anni che Isacco ricorda come i peggiori della sua vita. Finita la guerra ha svolto la sua professione di medico con successo, si è sposato, ha avuto un figlio ed è un lucido, colto, brillante e affascinante signore di 102 anni, questo si è davvero straordinario, che ha acconsentito ad incontrarmi. Nel mese di agosto insieme a Yolanda, arrivata dall’Inghilterra, per condividere foto, aneddoti incredibili, ricordi non sempre piacevoli che fanno di lui un testimone eccezionale di quello che accadde a Ferramonti. E hanno creato legami preziosi e fatto nascere affetto.

Da sinistra Inge e Isacco Friedmann. Accanto ad Isacco Yolanda Bentham

Se richiesto, posso inviare copie delle schede personali degli studenti che frequentarono l’Università di Genova. Ne approfitto per rignraziare la Sig.ra Roberta Rabboni, Capo Settore della Segreteria studenti Dipartimenti della Scuola di scienze mediche e farmaceutiche, senza la disponibilità e l’aiuto della quale non sarei mai potuta arrivare a questo materiale. Naturalmente sarò felice di accogliere memorie, foto che condividerò con gli studiosi del Museo. Tutto può contribuire a ricostruire questa storia, la giovinezza di chi con la propria vita è stato testimone sì di violenze e sofferenze ma aveva in sè il seme del futuro. E a ricordare che Ferramonti fu, in fondo, una storia di salvezza.

lunedì 13 ottobre 2014

Aliens

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domenica 12 ottobre 2014

Autunno



Warren Ellis, Three Pieces for Violin

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sabato 11 ottobre 2014

Isole


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venerdì 29 agosto 2014

Cartoline rosa 1.

Queste lettere, che ora cominciamo a pubblicare, si susseguivano per molti anni. Anche noi le vogliamo pubblicare durante lo stesso periodo, ciascuna di esse esattamente cento anni dopo che è stata inviata.

Facciamo prima conoscienza (almeno superficialmente) della destinataria e del mittente di queste lettere.

La ragazza, Antonia Zajac è nata nel 1896 in un villaggio della Galizia occidentale, Cieklin, nella valle del Dunajec.
I suoi antenati provenivano da una nobile famiglia, che poco a poco ha perso tutte le loro ricchezze in divertimenti e sulle carte. Suo padre, che non ha potuto sopportare di lavorare come dipendente nel loro proprio terreno di una volta, ha scelto l’emigrazione in America invece della costante vergogna.
Dalla loro terra nativa la via più semplice pareva di partire da un porto dell’Adriatico, che era utilizzato per l’emigrazione a scala grande dai cittadini della Monarchia. Tuttavia, arivati a Budapest, il padre è morto, e la madre con quattro figli era intrappolata nella città straniera e apparentemente senza speranze. Ma Óbuda – il sobborgo settentrionale di Buda, metà agricolo e metà industriale, che si unirà a Budapest nel 1873 – non ha abbandonato gli orfani, come ha provveduto a molte altre famiglie senza patria. Ha anche preso sotto le sue ali protettive i figli e le figlie di ungheresi, tedeschi, ebrei, slavi e tutti gli altri gruppi etnici, che erano legati insieme dalla povertà e dall’instinto comune di rimanere a galla.
Il figlio maggiore, Feri, divenne assistente tappezziere. Fra le sue tre sorelle più giovani Antónia (una dei protagonisti della nostra storia) era impiegata in una passamaneria, mentre Vera e Manci hanno ricevuto lavoro nella rinomata fabbrica tessile locale Goldberger, la Goli, come era comunemente chiamata.


L’altro protagonista della nostra storia, Károly Timó (nato Szedlák) è nato nel 1892 come figlio di una fanciulla, Katalin Szedlák, e fu adottato da un calzolaio di buon cuore di Óbuda, che non aveva figli, Ferenc Timó e sua moglie, nata Anna Hautschild.

Károly Timó è cresciuto a Óbuda, e dopo la scuola elementare è diventato un apprendista, e poi assistente passamantiere. La bottega del suo maestro Bernát Reiner era nel quartiere di Terézváros, in una delle ancora nuove case della Kleine Johannes Gasse (dopo via János Kis, via Piroska Szalmás, e ora via László Németh). Il giovane ragazzo aveva una lunga strada per raggiungere la bottega. Il tram era ingombrante e costoso, così ogni mattina ha attraversato il Danubio con il propeller, e poi ha camminato tre quarti d’ora attraverso i quartieri Angyalföld e Erzsébetváros.

Ma i brevi week-ends erano riservati per la vita privata. La loro residenza comune a Óbuda, e la professione comune hanno portato i giovani vicini l’uno all’altra. Aggrapparsi insieme, fondare una famiglia, significava anche un’opportunità di far fronte alle difficoltà della vita.

Questa foto della delicata ragazza polacca con gli occhi sognanti è un documento di un rapporto in erba, di un flirt modesto.


«Il 29 ottobre 1913. In memoria a Károly T., da Antónia Z.»

I suoi occhi sono blu chiaro, come lo suggeriscono ancora i tratti sbiaditi. La parte inferiore della fotografia, macchiata di grasso e leggermente sfilacciata, indica che il proprietario ha portato con sé il ritratto datogli per lungo tempo.

Le foto di studio della giovane coppia già suggeriscono una relazione seria, e un matrimonio progettato per il prossimo futuro.


Ma come sappiamo, tutto fu esaminato e soppesato. La macchia fu inviata. Con ottimismo, con la promessa della stretta vittoria. Fino a quando le foglie cadono…

La prima cartolina rosa



Nome del mittente: Károly Timó
Indirizzo: All’Egregia Signorina Antónia Zajác
III. distretto, via Kis Korona 52.
Budapest

il 28 [di Agosto 1914]

Mio caro figlio [nota la tipica forma d’indirizzo di mariti e fidanzati alle loro donne a cavallo del secolo!]
Ti scrivo queste poche righe mentre friggo la pancetta a Szerencs nella mattina. Che ne dici di questa sorpresa! Avevo pensato che ancora il 10 [di settembre] sarò a Budapest. Il viaggio è abbastanza piacevole, anche se procediamo molto lento. Ho dormito a Miskolc, ora vado a Sátoraljaújhely, e di lì a Mezőlaborc [nel 2014, Medzilaborce, Slovacchia]. Durante il viaggio avremo pasto caldo, perché si cucina per noi. Per alcuni 3-4 giorni faremo bene, e poi cominceremo a giocare soldati. Ti abbraccio e bacio
Károly

Saluti a tua madre e sorelle, e a miei genitori


[La prima cartolina è stata scritta durante il viaggio al fronte. Un bel giocar sodato in vista!]

Cartolina successiva: 25 settembre 1914