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venerdì 26 settembre 2025

Statue erranti a Tirana

Lo spettro del comunismo si aggira per Tirana sotto forma di statue spaesate, che non trovano più la loro collocazione.

Prima del crollo del socialismo, le monumentali statue di bronzo di Stalin e Lenin dominavano due delle piazze principali della capitale. Quella di Stalin sorgeva nella piazza centrale, sul basamento dove oggi campeggia l’eroico Skanderbeg. (Ho già scritto, con il titolo «Ma la pietra rimane», dell’importanza che i basamenti dei monumenti del vecchio regime ebbero come fondamenta “ready-made” per le statue del nuovo potere). Quella di Lenin, invece, si trovava poco più a sud, sul viale Dëshmorët e Kombit, “dei Martiri del Popolo”.

Con la caduta del regime, i manifestanti del 1991 le rovesciarono dai piedistalli. Ma, a differenza di Budapest nel 1956, non pensarono a farle a pezzi. I leader letteralmente abbattuti trovarono così rifugio nel cortile dell’Accademia di Belle Arti, all’ombra dell’ex palazzo reale, proprio di fronte alla piramide costruita come mausoleo di Enver Hoxha. Lì trascorsero i turbolenti decenni della democrazia albanese, quasi in attesa che il culto della personalità tornasse in auge. Non erano sotto gli occhi di tutti, ma chi sapeva della loro presenza poteva entrare e fotografarli liberamente.

Un’altra grande statua di Stalin, immortalata sul lato destro di una fotografia, non era nel cuore cittadino ma comunque in posizione di rilievo: davanti al municipio del quartiere Kombinat, polo industriale e sede delle grandi fabbriche tessili.

Poi arrivò la pandemia, e sotto il suo silenzioso mantello molte cose cambiarono anche a Tirana. Dopo cinque anni volli rivedere il cortile, ma lo spettacolo che mi accolse fu simile a quello di Boka nei Ragazzi della via Pál: una nuova struttura in cemento svettava sul terreno, e delle statue nessuna traccia. Chiesi a un poliziotto di guardia di fronte all’ingresso; al sentire quei nomi, però, il suo volto si irrigidì e, in un inglese stentato, disse di non sapere l’inglese.

Vicino al bunker di cemento dedicato alle vittime del comunismo, una guida improvvisata spiegava ai turisti italiani. Fu lui a indicarmi, con disinvoltura, la strada per la villa di Mehmet Shehu.

Shehu, figlio di mullah trasformato in rivoluzionario ardente, volontario nella guerra civile spagnola e fervente stalinista, si guadagnò la fiducia di Hoxha come comandante dell’esercito popolare albanese, epurando senza esitazioni i ranghi. Dopo la purga del ministro degli Interni Koçi Xoxe, Hoxha gli affidò quel posto vacante. Per tutta la vita Shehu rimase il numero due, fedele e intransigente. In visita a Mosca, alla domanda di Krusciov su quale fosse il crimine più grande di Stalin, rispose senza esitazioni: «Il fatto di non avervi eliminato in tempo». Fu lui, inoltre, a stringere l’alleanza tra le ultime due roccaforti dello stalinismo: Cina e Albania.

Ma Shehu non arrivò fino alla fine del regime. Il 17 dicembre 1981 fu trovato morto nella sua villa, con un colpo di pistola al petto. La versione ufficiale parlò di suicidio. Poco dopo furono arrestati il fratello, la moglie, il figlio e le due figlie: morirono tutti in carcere negli anni Ottanta. Solo il figlio minore, Bashkim, sopravvisse. Dopo il 1991 cercò di riabilitare la memoria del padre, sostenendo che fu vittima di un assassinio politico. E lo disse apertamente in televisione. Come in ogni leggenda, dietro c’era una donna: il fratello di Shehu si era innamorato di una ragazza “scomoda”, con parenti negli Stati Uniti e altri nelle carceri albanesi. Il capo della famigerata Sigurimi chiese a Shehu di dissuadere il fratello; lui rispose soltanto: «È giovane. Lasciatelo amare».

A rafforzare la versione di Bashkim, poco dopo la sua morte, Shehu divenne improvvisamente un “abile spione” jugoslavo, americano e russo. Hoxha ne scrisse senza mezzi termini nel suo libro del 1982 I titisti, dedicando interi capitoli alla sua presunta doppiezza.

Sul crollo e la morte di Shehu, molti anni dopo, Ismail Kadare scrisse Il successore (Pasardhësi), considerato forse il suo capolavoro.

Ed è proprio nel giardino della sua villa che Stalin e Lenin hanno trovato la loro ultima dimora. All’inizio del vialetto, un cartello proibisce l’accesso, e un guardiano armato rafforza l’avvertimento con gesti inequivocabili. Dicono che oggi la villa sia usata dal governo per eventi ufficiali. In ogni caso, abbiamo visto uscire una berlina blindata nera, salutata militarmente dal guardiano. Forse lì dentro opera ancora la polizia segreta? Non stonerebbe con lo spirito delle statue.

Anche senza avvicinarsi al cancello, dal parco accanto si possono fotografare la villa e le statue. Tra gli alberi si distingue chiaramente la testa di Lenin; subito oltre il cancello svetta Stalin, davanti all’inquietante auto nera della Sigurimi, una UAZ sovietica oggi d’epoca. Chissà se ancora la usano per andare a prendere i vecchi comunisti, per metterli subito “in atmosfera”.

Il regime, però, ha imparato qualcosa: per giustificare la presenza delle statue ha preso in prestito un argomento dall’opposizione. Le statue, dicono, sono installazioni artistiche. Un’argomentazione curiosa in un’epoca in cui l’arte è sempre più interattiva, fatta non solo dalla mano dell’artista ma anche dallo sguardo del pubblico. Qui, nascoste nel giardino della villa e tenuti lontani gli spettatori dalle forze dell’ordine, rispondono piuttosto a una definizione medievale dell’arte: basta che le veda Dio.

Non so se desidero quel mondo nuovo e bello che già si intravede, in cui questa installazione tornerà un giorno a mostrarsi alla luce del sole.

giovedì 14 aprile 2016

Elettrificazione


Zahesi quartiere. Il suono del nome del complesso residenziale sovietico, stabilito nella periferia nord-occidentale di Tbilisi al supporto della centrale idroelettrica, suggerisce antiche origini georgiane. Tuttavia, il nome non è né antico, né georgiano. In realtà si tratta dell’acronimo russo per Земо-Авчальская ГЭС (гидроэлектростанция), vale a dire, «Zemo Avchala Centrale Idroelettrica», costruita negli 1920 per realizzare il sogno di Lenin, il Piano GOELRO per l’elettrificazione di tutta la Russia Sovietica.



Il potere sovietico più l’elettrificazione è comunismo. Le otto navi ammiraglia del grande piano sono state designate in tutto il paese. Una di loro fu aggiudicata alla Giorga, in parte per industrializzare la città più grande del Caucaso, e in parte per controllare il fiume che ha spesso inondato la città. La posizione della centrale idroelettrica fu designata direttamente sopra Tbilisi, dove il fiume Kura entra in città, al di sopra del millennario villaggio Avchala, che diventa una parte di Tbilisi e un quartiere industriale sovietico solo nel 1962, e per oggi, una deserta città fantasma. È vero che il bacino idrico della centrale, e, per quanto appare sulle vecchie mappe, anche la diga apparteneva al molto più significativo Mtskheta. Sotto questa città, la sede della Chiesa georgiana, il fiume Aragvi, che scende dalle montagne del nord, scarica nel Kura, che viene dal sud. Oggi, come risultato dello sbarramento, essi costituiscono un magnifico ramo per la città, anche se ne hanno tagliato alcune delle strade più basse lungo il fiume.


Nel periodo però sarebbe stato impensabile dare il nome di un centro ecclesiastico a una centrale idroelettrica, specialmente se l’ulteriore anche portava il nome di Lenin, come tutte le prime otto centrali. Era già preoccupante che, se piaceva a loro o no, la chiesa più antica della Georgia, di Jvari, cioè Santa Croce, costruita nel 7º secolo, dominava la diga dal vicino monte. Era sicuramente per un contrappeso visuale che nel 1927, dopo il compimento della centrale, si è eretta una statua monumentale di Lenin vicino alla diga, uno dei primi monumenti di Lenin nel paese.

La statua fu progettata dallo scultore Ivan Dmitrievich Shadr (per il suo nome originale, Ivanov, 1887-1941), le cui qualità artistiche e l’impegno rivoluzionario era sopra ogni sospetto. Prima del 1917 ha studiato a Parigi, dove era un seguace di Bourdel e Rodin, e dopo il 1917 ha strettamente collaborato con Lenin sulla realizzazione della «propaganda monumentale» prevista da quest’ultimo. La statua di Lenin progettata vicino alla ZAGES è un ramo importante dell’iconografia di Lenin che si sta consolidando proprio in quel momento, il prototipo del «Lenin che mostra», che sarà seguito da migliaiai di varianti in tutto l’impero. Il tipo è stato ulteriormente reso popolare dalle illustrazioni che propagavano l’immagine della centrale idroelettrica in tutto il paese, come ad esempio le stampe di Ignatij Nivinskij, o l’affresco monumentale di Vasilij Maslov, recentemente scoperto nella Casa Bolscevica nel quartiere Korolev di Mosca.

Ignatij Nivinskij: Monumento a Lenin alla ZAGES, stampa, 1927

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Negli cento anni passati, tanta acqua scorreva giù nel Kura. La centrale idroelettrica s’invecchiò, e lo stato georgiano, che non ha i soldi per la ricostruzione, l’ha venduta nel 2007. Il nuovo proprietario, GeoInCor la opera solo a intermittenza. Dai due insediamenti che ne portano il nome, dal complesso residenziale Zahesi e dal quartiere industriale Avchala, fuggono i residenti. Il primo a scomparire era lo stesso Lenin, la cui statua è stata rimossa nel 1991. Il piedistallo vuoto è misericordiosamente coperto dagli alberi che crescono di anno in anno. Se si ferma a un certo punto della strada Mtskheta-Tbilisi, e nella piccola foresta si guada tra l’erba gambaletto alla riva del Kura, si vedrà, che dopo un breve interludio, il fiume e la montagna hanno riconquistato il loro millennario regno sul paesaggio.



L. Utesov: Suliko, anni 1930

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lunedì 4 gennaio 2016

Lenin ha vissuto

Anzi due volte allo stesso tempo. Questa scoperta sensazionale è stata fatta dal blogger russo alexiiru. È a suo merito che studiando la foto d’archivio che abbiamo presentato nel post precedente, che tanti altri avevano visto e trascurato, ha avvistato alcune piccole anomalie. Partendo da queste, ha raggiunto delle conclusioni tanto importante, che cambieranno a fondo la storia della Russia nel 20º secolo.


In questa foto alla prima vista non c’è niente di speciale. Lenin nel 1925, vestito in abiti di donna, insieme alla figlia Natasha, è in viaggio verso il confine con la Finlandia. Conosciamo lo stato mentale critico del vecchio Lenin, dunque possiamo capire la sua passione morbosa per gli abiti femminili, così come il suo desiderio di vedere ancora una volta prima della morte, e mostrare anche alla sua piccola figlia, la scena nostalgica della sua giovinezza, dove aveva incontrato il suo amico Stalin.

Tuttavia, sottolinea il blogger, Lenin, come è attestato dalla sua lettera secreta scritta al CC del Partito, non ha più considerato Stalin un amico a quell’epoca. E se questo da solo non fosse un argumento abbastanza convincente: alla nostra conoscenza non aveva nessuna figlia. Per di più, nel 1925 era già morto da un anno. Allora che cos’è questo enigma sconvolgente?

Il blogger ha indovinato con un senso istintivo, che la chiave per la soluzione sta nelle iniziali del nome di Lenin. La didascalia lo chiama S. I. Uljanov. Tuttavia, il nostro Lenin era V. I. Questo nonè quindi il nostro Lenin. Questo è un altro Lenin, che è l’immagine sputata di lui. Ma chi è?

Questa domanda non ha lasciato di riposare il blogger. Ha iniziato un lungo lavoro di ricerca, nel corso del quale, come i pezzi di un puzzle, le immagini di un album familiare che era ritenuto perduto sono state ritrovate nelle varie parti del mondo. E come al solito, la ricerca persistente è stata finalmente coronata con una scoperta sensazionale. Il blogger ha trovato sul sito del pittore russo Rinat Voligamsi ventiquattro foto che indubbiamente appartenevano all’album perduto, e che illuminano, come un fascio di luce, l’oscurità del mistero storico. Con l’aiuto di questi, così come dei documenti dagli archivi del KGB, è riuscito a ricostruire una storia mozzafiato, che Stalin e i suoi scagnozzi credevano di aver consegnato all’oblio eterno.

Le foto e i documenti mostrano chiaramente, che Vladimir Iľič Uljanov, il futuro Lenin, aveva un fratello gemello, Sergei. I due bambini si vedono insieme nell’originale foto familiare dei Uljanov, dalle cui copie pubbliche Sergei, seduto ai piedi di sua madre, fu successivamente eliminato, secondo il metodo ben noto di Stalin.

La famiglia Uljanov, 1879

Le prime foto del frammento dell’album superstite al sito di Voligamsi rivelano l’infanzia condivisa e i sentieri divergenti dei due ragazzi. Mentre Volodia seguì la sua vocazione rivoluzionaria, Serjozha si stabilì nel governorato di Ufa. Iniziò di negoziare di cera, sposò una ragazza del luogo, e si convertì all’islam.

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Dopo la caduta della rivoluzione del 1905, tempi duri succedettero al giovane partito comunista. In questa situazione critica, nel febbraio del 1906 Vladimir Iľič scrisse la famosa lettera a suo fratello, il mercante ricco: «In mancanza di mezzi finanziari, la rivoluzione muore.» In risposta alla chiamata di suo fratello, Sergei vendette il suo negozio di cera, e con i soldi guadagnati si recò a San Pietroburgo, dove si dedicò completamente alla causa rivoluzionaria.

S. I. Uljanov portando i soldi, 1906

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Dopo la morte di Lenin, Stalin lanciò una caccia per tutti i parenti e compagni d’armi del leader del comunismo. Nella lista sanguinosa nel primo luogo era Sergei Iľič, che perciò decidette di emigrare. Come si vede nella prima foto, riuscì ad attraversare il confine finlandese travestito con la figlia. Poi ebbe inizio una lunga odissea. Fuggì in Lituania, da lì nella Romania reale, e poi, seguendo il percorso degli esuli russi, in Svizzera. «Temo solo che mi taceranno e non potrò più servire il mio paese, e continuare l’opera di mio frattello», scrisse nel suo diario. Alla ricerca di alleati girò in tutto il mondo avanzato, dal Messico attraverso Bagdad e Kabul a Cuba.

S. I. Uljanov nel suo antiquariato a Zurigo, 1937

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Qui, in Cuba si concluse il percorso del rivoluzionario impegnato per la causa dell’internazionalismo fino alla morte. Morì nel 1965 sotto il colp del crollo di Krusciov, con il quale ha forgiato un piano comune per rovesciare la cittadella dell’imperialismo, gli Stati Uniti. Se Krusciov fosse rimasto al potere solo un poco più lungo, l’intero filo della storia del 20º secolo sarebbe stato diverso.

Nel suo giardino a Santiago de Cuba, 1964