giovedì 7 gennaio 2016

Finché ci sarà il mondo

«Nella nevrotica e travagliata Europa il Portogallo è rimasto un angolo di attrazione e fascino. […] L’umanesimo dei portoghesi […] convive in armonia con la loro tradizione cristiana e la loro tolleranza. In generale l’eleganza del loro modo di pensare ed esprimersi – a prescindere dalla classa sociale –, che può essere ben descritto solo con la parola «generoso», evidenzia chiaramente questa fortunata differenza dalle società ribelli e brutali di altri paesi.»

Alcobaça, gennaio 2015

Katia Guerrero: Até ao fim

Questi re portoghesi erano figure molto strane. Come potrebbe essere differente, se già il primo era ungherese. Ad esempio, erano capaci di tali cose insolite a cavallo dei secoli 13º e 14º, come la lettura, e uno di loro è andato anche oltre. Don Dinis ha anche imparato a scrivere, che era abbastanza disprezzato nell’epoca. Scrisse meravigliosi canzoni cavallereschi e d’amore, cantigas nell’antico portoghese, ha tradotto da altre lingue, e ha composto le gesta del suo nonno, Alfonso el Sabio, il saggio re di Castiglia. Anche Alfonso era una strana figura. Anche re di Germania prima ed insieme a Rodolfo d’Asburgo, iniziò a standardizzare il dialetto castigliano.

E il nipote di Don Dinis, uno degli eroi della nostra storia, Pedro, amava. Amava e tuttora ama – il tempo presente non è un errore, come lo vedranno – una donna, come nessun’ altro in questo mondo, e questo amore lo spinse a tali cose, lo elevò tanto in alto e lo lasciò cadere tanto in basso, come forse nessun’ altro in questo mondo. La vera storia di questo amore, come se fosse un dramma di Shakespeare, mostra nello stesso tempo le meraviglie, la bontà e le oscure profondità del cuore umano, ed è ancora presente nello spirito, metafore e parlare quotidiano portoghese.



Il cielo di primavera del Portogallo è meravigliosamente blu. Non potrà essere stato altrimenti neanche nel 1340, quando un nuovo, attentamente disegnato matrimonio dinastico fu preparato tra Pedro, il principe ereditario del Portogallo, e la principessa castigliana Constança. Il primo matrimonio del principe ereditario non ebbe successo. In mancanza di un successore tanto atteso, Pedro divorziò dalla moglie, la principessa castigliana e aragonese Branca. La nuova scelta, la principessa Costança sembrava un partito perfetto da ogni aspetto personale e politico.

Nella delegazione c’era anche Inês de Castro, una nobile damigella d’onore castigliana, che secondo le rimembranze contemporanee era una persona deliziosamente bella e attraente, quindi il cielo azzurro non dovette aiutare molto affinché il principe ereditario cadesse in un amore folle di lei, e i suoi sentimenti fossero ricambiati. Il matrimonio con Constança fu concluso nell’agosto. Anche Inês rimase alla corte.

Inês de Castro. La spagnola che regnò dopo la morte, 1944. Regia di Leitão de Barros. Protagonisti Alicia Palacios, Antonio Vilar e María Pradera

A quel tempo l’istituzione degli amanti reali e principesche era comune, anzi nelle epoche successive era un onore essere la concubina del re. Fu tuttavia abbastanza raro che due persone si amassero tanto, allo stupore, gelosia, invidia e rabbia del loro ambiente. Il re Alfonso presto bandì Inês dalla corte, ma il rapporto della coppia non fu interrotto.

Nel 1345 Ferdinando, il futuro Don Fernando fu nato, e la princessa Constança morì molto giovane, all’età di venticinque o trenta. Pedro fece riportare la sua fidanzata. La mise nel convento di Santa Clara di Coimbra, e continuarono di vivere insieme apertamente e felici. Ebbero tre figli e una figlia. Nel 1345 probabilmente anche la sposò in segreto.

Alcobaça, gennaio 2015

La loro felicità tuttavia non poteva essere compiuta in questo mondo. Innumerevoli varianti si possono leggere su che cosa intensificò l’odio contro la coppia, dal rafforzamento dell’influenza castigliana al ribaltamento dell’ordine di successione al trono. Io penso che l’odio era il motore principale: la corte non poteva sopportare l’armonia di due persone felici. Questo odio portò i suoi frutti. Don Alfonso accettò la – falsa – accusa di altro tradimento contro Inês, e la condannò a morte. Pedro, che era ben consapevole della portata dell’odio, in modo abbastanza inspiegabile non prese nessuna preoccupazione, neanche dopo essere stato avvertito del pericolo. Così il 7 gennaio 1355, oggi 661 anni fa, quando Pedro andò a caccia, era facile per tre signori «nobili», Pêro Coelho, Álvaro Gonçalves e Diogo Lopes Pacheco, a rapire il trentenne Inês, e di ucciderla a Coimbra, nel Giardino delle Lacrime, in presenza di Don Alfonso.

Eugénie Servières: Inês de Castro chiede pietà al re Alfonso, 1822


Karl Briullov: La morte di Inês de Castro, 1834


Ciò che Pedro deve aver sentito alla notizia, risulta dalle sue successive opere. Quasi scatenò una guerra civile contro il padre, e solo grazie all’intervento dell’arcivescovo di Braga si riconciliò con Don Alonso, che era già probabilmente gravemente malato, e morì nel 1357. Don Pedro salì al trono, e da allora possiamo riconoscere in ogni suo atto la vendetta di un uomo che aeva quasi perso la mente di dolore.

I tre assassini intuirono il pericolo in tempo, e fuggirono in Castiglia. Pedrò però raggiunse nel 1361 che il monarca castigliano gli restituisse due di loro, Coelho e Gonçalves. Un terribile destino li attendeva.

Dettaglio del film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros

Il re annunciò il suo matrimonio segreto con Inês, e successivamente la dichiarò Regina del Portogallo. Fece esumare il suo cadavere, lo vestì di insegne reali, e la fece sedere sul trono.

Dettaglio dal film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros.
Nel ruolo di Don Pedro, Antonio Vilar

Gli assassini dovettero comparire davanti allo scheletro, piegare ginocchio, e baciarle le mani. Poi Pedro li fece portare a Porto, dove pubblicamente gli fece strappare fuori il cuore.

Pierre-Charles Comte, L’incoronazione della defunta Inês de Castro, 1849

Durante il suo regno Pedro prese cura del suo paese, e gettò le basi di tutto quello che qualche anni più tardi significava la secolare potenza marittima e mondiale del Portogallo. Tuttavia, compensò l’orrore con altri orrori, crudeltà, violazioni di diritti e violenza, e secondo le rimembranze, spesso trovò rifugio in feste sfrenate e orgie.

Eppure alla fine della sua vita rovinata fece due cose che non possono essere raccontate senza commozione. Il terzo assassino fuggito, Diogo Lopes Pacheco chiese pietà. Deve essere stato torturato da quel saúdade, che scaccia coloro che abitano in Portogallo, e richiama coloro che vivono lontani dal paese. E Pedro gli perdonò. Nel 1365 a Diogo Lopes fu permesso di tornare in Portogallo. Vivrà ancora trenta anni, sopravvivendo a tutti gli attori di questa storia. Sarà un diplomatico nel servizio di Don Fernando, interviene ancora una volta nel matrimonio del re, dovrà di nuovo emigrare, si è ancora perdonato, può ritornare di nuovo…

Tomba di Inês de Castro, Alcobaça

Per i portoghesi è naturale che il corpo risorgerà. Non si può guardare senza commozione nelle cripte, accanto alle bare gli oggetti pratici o amati di tutti i giorni, che erano importanti per il defunto, e che certamente gli serviranno alla risurrezione. All’età di soli 47 anni Pedro, sentendo la fine della sua vita terrena, ordinò il suo luogo di riposo essere nel Monasterio di Alcobaça, che era stato in costruzione dal 1178. Voleva riposare di fronte alla sua fidanzata, «fiché ci sarà il mondo», in modo che alla risurrezione fosse lei, Inês de Castro che intravede il primo.




La sua volontà fu soddisfatta, e i due sarcofagi stanno uno di fronte all’altro immobili da circa 650 anni, come uno dei monumenti più importanti di questo paese, dove non c’è stata alcuna guerra seria per circa mille anni, e dove milioni e milioni di monumenti materiali e spirituali collegano il presente vivo con il passato vivo. Finché ci sarà il mondo.

A gennaio sono stato per la prima volta nel monastero, già conoscendo la storia della coppia. Splendeva il sole, il cielo era incredibilmente profondo blu, e già fiorivano i primi fiori.

Si stava ancora celebrando la messa nel monasterio, così abbiamo dovuto aspettare un’ora per poter entrare ai due sarcofagi dietro l’altare. Tutto si rianimò, e ho subito capito e sentito come Pedro amava e tuttora ama questa donna. Le barriere non mi permettevano vicino, ma nel pensiero ho accarezzato i due sarcofagi. Sia dunque così: le due bare si apriranno, e la coppia felice si vedrà di nuovo, poiché si amano incessantemente da allora – finché ci sarà il mondo…



Amalia Rodrigues: April

martedì 5 gennaio 2016

Polaroids di Rabati


Jacopo Miglioranzi svolge ricerca di antropologia della religione nella città di Akhaltsikhe nella Georgia del Sud fra gli armeni e georgiani locali. Degli ebrei della città ha già scritto in río Wang. Suoi ulteriori saggi si leggono qui.
«ecco
che muove sgretola dilaga
ecco
che muove sgretola dilaga
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l’ultimo proclama una totale estraneità»


Tolleranza. Parola nuova. Fino a qualche tempo fa, la si poteva ammirare, scritta in grande, su un grande pannello. Tolleranza, era lei ad accogliere cittadini e visitatori, che entravano a Rabati. Il quartiere più antico della città di Akhaltsikhe. Per entrare nel quartiere si deve attraversare una larga strada ed imboccare una angusta strada sotto il ponte della vecchia ferrovia. Due strade. Due forme di tolleranza. A sinistra la fortezza di Rabati, simbolo di tolleranza. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi. A destra, Rabati. Il quartiere. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi, pochi. Uomini fumano nervosamente le loro sigarette. Un marshrutka giallo, senza ruote, giace morente al lato della ferrovia. Salgo sul binario morto. Uomini armeni. Uomini georgiani. Uomini turchi. Tassisti armeni. Tassisti georgiani. Pullman turchi. Pullman georgiani. Automobili. Pattuglia di polizia. Altri taxi. Buste della spesa. Donne con bambini. Ragazzi armeni. Ragazzi georgiani. Ragazze armene. Ragazze georgiane. Turisti russi. Turisti polacchi. Coppie in moto. Ciclisti.


Turisti persi, in un luogo sperduto. Forse anch’io. Forse no. Gente sicura. Gente con lavori sicuri. Gente senza lavoro. Colletti bianchi, sicuri nella City. Colletti bianchi, insicuri, qui. Un prete ortodosso.

Guida alla mano: «Lonely planet». Informazioni. Tante informazioni, tante certezze. Qui, tante informazioni, poche certezze. Luoghi nascosti. Alberghi e musei sbagliati. Tassisti alla guida. «Guida?». Tassista guida. Sessantacinque lari. «Tassista, guida!»

«Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più
adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente»

Stazione. Donne che urlano. Marshrutka. Posti da assegnare, posti assegnati. «რამდენი?» «ლარად». Biglietti. Contratti sulla parola. Affari. «Affare!». Affari sulla pelle del turista. Nativi. Obiettivi. Osservatori. Osservati. Chi?
La città. Il quartiere. I quartieri. Binari e stazioni. Disordine e disordini. Fango e asfalto.


La città. La Regina Tamar. Una chiesa. «ვისოლი», «სმარტი», «გარფი», «ლუკოილი». Odore di benzina. Il dipartimento di giustizia. Passanti sulle strisce pedonali. Auto, camion, fermi. La stazione di polizia.
Fango e asfalto. Strade che si riempiono. Preti ortodossi. Ortodossia. Nuove e antiche ortodossie. «Altro che nuovo». Cemento. Nuovo e vecchio cemento. Monumento «1941-1945». Ortodossia. «C.C.C.P.». Guerra. Guerre. «La guerra è fredda»
Conflitti religiosi. Chiese. Chiese nuove, fioriscono. Chiese antiche, rifioriscono. Anticamente nuove. Nuovamente antiche: «La pace è calda»
Corpi consumati da segni di croce. Sguardi, anime, donati alla santità della chiesa.

«Gerusalemme Santa, Jerusalem
anela il cuore mio ad Anastasis per dolorosa via
ad un Sepolcro Santo che sepolcro non fu ma Santo è
per fede di fedeli in Grazia del Signore mio Dio
Signore Dio Bambino Carne di Ragazzina Vergine e Madre
a Lui io rendo Culto
Lui mi rapisce il cuore il Signore Dio mio»

Passanti religiosi. Religiosi passanti. Allarme! Sacro. სამება, la Trinità. Donare tempo, istanti, secondi. Preghiere. Anche quanto tempo non c’è. Anche quando si corre a fare la spesa. Al volante. A piedi.


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Comunità. Umanità. Identità. Turisti, viaggiatori, commercianti, venditori, ambulanti, negozianti, imbonitori, autisti, studenti, operai, giocatori, disoccupati, sacerdoti, monaci, monache, suore, testimoni di Geova, apostolici. Giornalisti e telecamere. Macchina fotografica. Automobili, furgoni, camion. Ancora studenti, insegnanti. Cinesi, georgiani, armeni, ebrei, russi, turchi. Ancora georgiani. Pochi cinesi. Tanti armeni. Ebrei. Ritorni. Meskheti. Diaspore. Partenze. Italiani, polacchi, cristiani, ritorni. Musulmani, ritorni. Ebrei, partenti.

«storpie atmosfere terse e sterili bazaar
taxisti nomadi cammellieri autisti ascoltano la radio
e sanno che tempo fa
al principio era il verbo
al principio era «Pravda»
parola-verità parola-verità»

CCCP – «Radio Kabul»


Ragazzi, bambini, anziani. Cammino. Bar di turisti. Sigarette. Gli stessi uomini di prima, «რაბათი?» «აქედან». Sono nel quartiere. Un ragazzo esce da un negozio. Mi guarda. Mi guardano. Case di tufo. Case stanche. Case antiche. Una Mercedes. Panni stesi. Rottami, legna e copertoni. «Immane frana», Rabati. Rabati, è. Rabati, sono. Perduto. Donne anziane, armene. «ԲարևՁեզ ქალბატონო, ექლესია, სად არის?», «იქააა», con musicalità.

Georgiani, meskheti, armeni, ebrei, turchi, ottomani, russi. Una volta. Paskevich, Pushkin. Un taxi mi supera a forte velocità.

«è un percorso laterale una fluida divinità
una convergenza stilistica con il primitivo preistorico
è l’attualità è l’attualità
noia normale
noia mortale»

Quartiere/i. Tolleranza? «ԲարևՁեզ, სინაგოგი სადა?» «ნახე, იქ», «մերսի».


Non più turisti. Non più viaggiatori. Sinagoghe. Moschee. Chiese. Una volta. Ora diaspore. Resistenze. Ritorni e partenze. Piccola Gerusalemme?

«sgravidano ossessioni
sulle città splendenti
di passate razzie
di futuri spettacoli
i viaggi solitari
i percorsi arroganti
sono finiti male
senza proclami
senza giubilei
nelle piccole storie
delle teste pensanti»

Case. Cani. Una donna con la figlia. Non mi guardano. Straniero. «È l’attualità è l’attualità».
Rovine.
Per la strada. Quasi nessuno. Non è la città, è Rabati. Il quartiere. Storie. Frontiere. Identità in gioco.
La campana non suona. Il minareto non canta. Silenzio.

«Girano i Sufi in tondo nello spazio
Nel tempo
Salgono i verticali i monaci in clausura
Immobili
Viaggiano l’alto il basso senza abbellimenti
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Mi arrampico si ciò che resta delle strade. La vecchia sinagoga. Vuota. Passato sovietico. Vuoto. Una casa in rovina. Fango. Un bambino alla finestra. Galline. Un’altra sinagoga. Un lucchetto. Ancora case.

«svanisce la città sfuma il traffico
sfuma
s’impone la poesia: s’alza la luna
e sale
decolla.»

Խաչքար. Croci. Stelle di David. Passati biblici. Passati evangelici. Nuovi e Antichi Testamenti. Passati coranici. Passati imperialistici. Passati socialisti. Presenti biblici. Presenti evangelici. Presenti coranici. Presenti imperialistici. Presenti socialisti: «l’atmosphère n’est plus la même».
Una collina. Nessun albero. Una vecchia baracca. Un disegno: Mickey Mouse. Tombe emerse. Erba alta. Nomi morti. Armeni.
Più in là. Un muro. Un lucchetto. Tombe emerse. Nomi morti. Ebrei.

«Semina, semina – sia pure lontano dai confini,
come le stelle, come le onde, semina.
Che importa se i passeri devastano i tuoi chicchi –
Dio al loro posto seminerà delle perle.»


«Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Tutti le citazioni virgolettate e in corsivo presenti nell’articolo, eccetto la penultima citazione, tratta dalla poesia «Semina» di Daniel Varujan (trad. it. dall’armeno di A. Arslan), sono canzoni dei «CCCP – Fedeli alla linea» e «C.S.I.», i titoli, in ordine di citazione sono: CCCP, «Depressione caspica»; C.S.I. «In viaggio»; CCCP, «C.C.C.P.»; CCCP, «Guerra e Pace»; CCCP, «Paxo de Jerusalem»; CCCP, «Radio Kabul»; C.S.I. «Depressione caspica»; CCCP, «Noia»; CCCP, «B.B.B.»; CCCP, «Noia»; C.S.I., «In viaggio»; CCCP, «Campestre»; CCCP, «Inch’allah – ça va»; C.S.I., «In viaggio».



lunedì 4 gennaio 2016

Lenin ha vissuto

Anzi due volte allo stesso tempo. Questa scoperta sensazionale è stata fatta dal blogger russo alexiiru. È a suo merito che studiando la foto d’archivio che abbiamo presentato nel post precedente, che tanti altri avevano visto e trascurato, ha avvistato alcune piccole anomalie. Partendo da queste, ha raggiunto delle conclusioni tanto importante, che cambieranno a fondo la storia della Russia nel 20º secolo.


In questa foto alla prima vista non c’è niente di speciale. Lenin nel 1925, vestito in abiti di donna, insieme alla figlia Natasha, è in viaggio verso il confine con la Finlandia. Conosciamo lo stato mentale critico del vecchio Lenin, dunque possiamo capire la sua passione morbosa per gli abiti femminili, così come il suo desiderio di vedere ancora una volta prima della morte, e mostrare anche alla sua piccola figlia, la scena nostalgica della sua giovinezza, dove aveva incontrato il suo amico Stalin.

Tuttavia, sottolinea il blogger, Lenin, come è attestato dalla sua lettera secreta scritta al CC del Partito, non ha più considerato Stalin un amico a quell’epoca. E se questo da solo non fosse un argumento abbastanza convincente: alla nostra conoscenza non aveva nessuna figlia. Per di più, nel 1925 era già morto da un anno. Allora che cos’è questo enigma sconvolgente?

Il blogger ha indovinato con un senso istintivo, che la chiave per la soluzione sta nelle iniziali del nome di Lenin. La didascalia lo chiama S. I. Uljanov. Tuttavia, il nostro Lenin era V. I. Questo nonè quindi il nostro Lenin. Questo è un altro Lenin, che è l’immagine sputata di lui. Ma chi è?

Questa domanda non ha lasciato di riposare il blogger. Ha iniziato un lungo lavoro di ricerca, nel corso del quale, come i pezzi di un puzzle, le immagini di un album familiare che era ritenuto perduto sono state ritrovate nelle varie parti del mondo. E come al solito, la ricerca persistente è stata finalmente coronata con una scoperta sensazionale. Il blogger ha trovato sul sito del pittore russo Rinat Voligamsi ventiquattro foto che indubbiamente appartenevano all’album perduto, e che illuminano, come un fascio di luce, l’oscurità del mistero storico. Con l’aiuto di questi, così come dei documenti dagli archivi del KGB, è riuscito a ricostruire una storia mozzafiato, che Stalin e i suoi scagnozzi credevano di aver consegnato all’oblio eterno.

Le foto e i documenti mostrano chiaramente, che Vladimir Iľič Uljanov, il futuro Lenin, aveva un fratello gemello, Sergei. I due bambini si vedono insieme nell’originale foto familiare dei Uljanov, dalle cui copie pubbliche Sergei, seduto ai piedi di sua madre, fu successivamente eliminato, secondo il metodo ben noto di Stalin.

La famiglia Uljanov, 1879

Le prime foto del frammento dell’album superstite al sito di Voligamsi rivelano l’infanzia condivisa e i sentieri divergenti dei due ragazzi. Mentre Volodia seguì la sua vocazione rivoluzionaria, Serjozha si stabilì nel governorato di Ufa. Iniziò di negoziare di cera, sposò una ragazza del luogo, e si convertì all’islam.

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Dopo la caduta della rivoluzione del 1905, tempi duri succedettero al giovane partito comunista. In questa situazione critica, nel febbraio del 1906 Vladimir Iľič scrisse la famosa lettera a suo fratello, il mercante ricco: «In mancanza di mezzi finanziari, la rivoluzione muore.» In risposta alla chiamata di suo fratello, Sergei vendette il suo negozio di cera, e con i soldi guadagnati si recò a San Pietroburgo, dove si dedicò completamente alla causa rivoluzionaria.

S. I. Uljanov portando i soldi, 1906

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Dopo la morte di Lenin, Stalin lanciò una caccia per tutti i parenti e compagni d’armi del leader del comunismo. Nella lista sanguinosa nel primo luogo era Sergei Iľič, che perciò decidette di emigrare. Come si vede nella prima foto, riuscì ad attraversare il confine finlandese travestito con la figlia. Poi ebbe inizio una lunga odissea. Fuggì in Lituania, da lì nella Romania reale, e poi, seguendo il percorso degli esuli russi, in Svizzera. «Temo solo che mi taceranno e non potrò più servire il mio paese, e continuare l’opera di mio frattello», scrisse nel suo diario. Alla ricerca di alleati girò in tutto il mondo avanzato, dal Messico attraverso Bagdad e Kabul a Cuba.

S. I. Uljanov nel suo antiquariato a Zurigo, 1937

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Qui, in Cuba si concluse il percorso del rivoluzionario impegnato per la causa dell’internazionalismo fino alla morte. Morì nel 1965 sotto il colp del crollo di Krusciov, con il quale ha forgiato un piano comune per rovesciare la cittadella dell’imperialismo, gli Stati Uniti. Se Krusciov fosse rimasto al potere solo un poco più lungo, l’intero filo della storia del 20º secolo sarebbe stato diverso.

Nel suo giardino a Santiago de Cuba, 1964

domenica 3 gennaio 2016

Figlia del 21º secolo

Una bambinao dal 21º secolo. Scritto da K. Buličov, disegnato da K. Bezborodov

Nel’anno nuovo si guarda indietro nel passato per un momento. E si scopre che il passato guarda indietro a noi. Questa diapositiva sovietica dal 1977 predisse agli spettatori contemporanei come una bambina vive nella Mosca intergalattica del 21º secolo, Alisa nel Paese delle Meraviglie.

Nela Mosca del 21º secolo vive una bambina, Alisa. Cerchiamo di volare avanti nel tempo e far conoscenza di questa bambina. Chissà sia la bis-bis-bis-bisnipote di uno di voi…

Suo padre è un biologo che ricerca esseri extraterrestri, sua madre progetta case su altri pianeti. E la bambina è una ragazza normale di Mosca, che, come tutti gli altri, tiene nella sua stanza un bassotto, due gatti, un riccio, e una mantide religiosa dal pianeta Marte, e dal Sirio ha ricevuto una šuša dagli orecchi grandi, un reale vivente čeburaška, che lei insegna a parlare e leggere in russo. Un sogno attraentissimo per quelli di noi, che in quel momento – voglio dire, non nel 21º secolo, ma nel 1977 – siamo cresciuti su Gerald Durrell e il dottor Dolittle – Doktor Aybolit –, desideravamo lo stesso, e ci preparavamo di essere esobiologi nel 21º secolo, se mai ci sarà tale secolo.

Il padre di Alisa – Professor Seleznev – è il direttore dello zoo di Mosca, dove ricerca gli animali della Terra e del cosmo

Sì, qualcosa di simile…

Tuttavia, se si guarda indietro dopo quaranta anni, la cosa più interessante in questo alternativo secolo 21º non sono gli animali extraterrestri, neppure le città ottanta piani. E nemeno il grande sogno che si è realizzato, la produzione di arancie e banane nel kolchoz di Podmoskovje (anche se sarebbe probabilmente più redditizio importarle per razzo da Tau Ceti, ma comunque – sono nostre!) Ma il fatto che, nonostante lo scenario astronauta, nella vita di tutti i giorni non è cambiato nulla, tutto va avanti come nel 1977. Proprio come nelle cartoline di un secolo fa che avevano sognato degli anni 2000, quando la vita va esattamente come nel bell’èpoque in mezzo dello scenario di Jules Verne. Non oso nemmeno di considerare come irrimediabilmente antiquato si troverà l’immaginario e lo stile di vita di Star Wars nel periodo in cui quell’epopea si svolge.

Forse c’è una sola cosa che davvero si è cambiato: l’aspetto degli scienziati. Invece del tipico apparatchik–capoistituto alcolico dal collo taurino e i docenti arroganti e servili dell’epoca tardo Brezhnev, nel 21º secolo finalmente tutti gli scienziati hanno assunto espressioni faciali intelligenti che testimoniano un interesse reale e competenza nella loro materia. E se per nessun altro motivo, già per questo valeva la pena di aspettare a questo meraviglioso ventunesimo secolo.


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sabato 2 gennaio 2016

Ma chi è quel Hittler?

«Ecco le Notizie Fresche! Le Notizie Fresche! Il grande processo, e i suoi eroi, Hitler e Ludendorff! Hitler e Ludendorff!»
«Ma chi è quel Hitler?»

Pál Sándor: Régi idők focija (Calcio di tempi vecchi), 1973


Perché ogni bambino sa chi sia Ludendorff. Capo di Stato Maggiore del Generalfeldmarschall von Hindenburg nella Grande Guerra appena conclusa, iniziatore della guerra sottomarina senza restrizioni contro la Gran Bretagna, con la quale ha raggiunto una dichiarazione di guerra degli Stati Uniti, e inventore dell’idea di inviare Lenin a casa su un treno blindato tedesco per destabilizzare l’impero russo, con la quale sappiamo che cosa ha raggiunto. E, più di recente, l’otto e nove di novembre del 1923, uno dei capi del cosiddetto Putsch della Birreria di Monaco volta a rovesciare la Repubblica di Weimar.

Hitler e Ludendorff! Hitler e Ludendorff!

Ma chi è questo Hitler, di cui il mensile ungherese Tolnai Világlapja non riesce di trovare nemmeno una foto decente?

Tolnai Világlapja, 1923

«6. I soldati di Hittler volevano marciare su Berlino con dei camion. 7. Hittler, il leader del colpo di stato bavarese ( × ) e il barone Roszbach ( ×× ), leader dei nazionalisti, dopo il fallimento del tentativo di colpo»


«L’armamento dei cittadini di Monaco. Hittler, che da un semplice assistente pittore di Vienna è diventato un leader nazionalista, e Ludendorf, l’ex capo di stato maggiore tedesco, come è noto, hanno voluto mettere fine alla repubblica tedesca, e marciare su Berlino. Il loro piano è fallito, e la loro impresa finì in un miserable fiasco. La nostra foto mostra la scena, dove, a comando di Hitler, si distribuiscono armi ai richiedenti.»

«I soldati di Hittler guidavano camioni ai luoghi designati per evitare che le truppe imperiali marcino nella città. Tuttavia, la loro resistenza presto fu concluso con un fallimento. La nostra foto mostra i preparativi di una truppa di Hitler in un sobborgo di Monaco.»

«Uno dei mortai di Hittler per le strade di Monaco. Hittler e Ludendorf hanno voluto respingere con mortai l’attacco delle truppe imperiali, e poi marciare su Berlino. Fortunatamente furono impediti a buon tempo nelle loro intenzioni della destruzione della nazione. La nostra foto mostra un mortaio con due cannoni pesanti (Kevstone) ai due lati.»

Per fortuna, a dispetto di tali episodi transitori e dimenticabili, la Germania era in grado di mantenere la sua dignità. Lì anche i socialisti sono patrioti, veri e propri irredentisti, che marciano con la bandiera del partito contro il vergognoso trattato di Versailles. Essi non infangano il nome del paese, come quel… come si chiama… Hittler.

«Una marcia funebre per l’occupazione alleata della regione della Ruhr. In tutta la Germania si organizzarono proteste tetre, silenziose e dignitose contro l’occupazione della regione della Ruhr. La nostra foto mostra i socialisti di Monaco che marciano con le loro bandiere al posto della protesta.»