domenica 14 luglio 2013

Dracula


Il crepuscolo trapassava nella notte quando siamo arrivati a Bistritz, che è una vecchia città molto interessante. Posta com’è quasi sul confine – il Passo Borgo porta infatti da essa in Bucovina –, ha avuto un passato assai turbolento di cui conserva indubbie tracce.
Bram Stoker: Dracula

Oggi ho finito la traduzione della Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco, la quale era la mia compagna durante gli ultimi sei mesi a Subotica e Tokaj, Leopoli e Odessa, Czernowitz e Kamenets-Podolsk, Berlino e Maiorca, alla fonte del Tisa in Subcarpatia e ai luoghi di pellegrinaggio chassidici in Podolia, nelle chiese di legno del Maramureș e nei monasteri dipinti della Bucovina, salendo dalle montagne Radna al Passo Nyíres e scendendo dal Passo di Borgó a Bistritz/Beszterce/Bistrița. I siti di cui scrive erano correlati a un particolare sincope ai siti dove li ho tradotti, le peregrinazioni di Ulisse alla valle del Ceremoš, e Atlantide, il continente perduto a Czernowitz, offrendo delle letture inaspettate del libro, che mi dispiace davvero di non poter condividere con i lettori nella forma di una continua nota del traduttore.

Il libro, che sarà pubblicato da Bompiani in ottobre in diverse lingue allo stesso tempo (anche dopo molti anni di esperienza di traduttore, leggo con un po’ di sorpresa le date dal futuro nel colofone del pdf editoriale) non parla di luoghi leggendari in generale, sui quali intere enciclopedie stanno già a disposizione, ma specificamente dei luoghi immaginari che sono stati considerati esistenti dai lettori, che poi li hanno cercato, a volte anche per secoli, dall’Atlantide al Paradiso sulla Terra, e dal nascondiglio del Santo Graal all’ignota Terra Australe, con un accento particolare sulle mistificazioni del XX secolo, dal Thule e Iperborea dell’occultismo nazista attraverso le teorie del ghiaccio eterno e la terra cava fino alla spazzatura rubata di Dan Brown. Nell’ultimo capitolo Eco espone che anche luoghi esistenti sono diventati oggetto di romanzi di successo, e in conseguenza di un proprio culto. Offre una lunga lista di esempi, dall’isola di Robinson attraverso la roccia di Arsène Lupin e la prigione del Conte di Monte Cristo alla casa di Sherlock Holmes in Baker Street e quella di Nero Wolfe a New York, ma – come l’abbiamo già detto nei posts sul pozzo di Eratostene e la coda del leone –, Eco non sarebbe Eco se non avesse lasciato cadere almeno una palla da giocoliere:

«Così, un personaggio reale, poi romanzato da Bram Stoker, era stato nel XV secolo il voivoda Vlad Țepeș (noto per il patronimio Dracula), certamente non un vampiro ma comunque famoso per il suo vizio di impalare gli avversari.»


Per quanto riguarda a come una persona esistente viene mescolata, come un uovo di cuculo, con i luoghi esistenti, questo è solo il problema minore. Il maggiore è che l’esempio è completamente sbagliato, visto che la persona è famosa per essere legata a nessun luogo reale, o forse piuttosto a troppi luoghi immaginari. Eco ha infilato la mano in un nido di vespe. Infatti, per Vlad Țepeș, Vlad l’Impalatore, principe di Valacchia, sette luoghi competono, proprio come per Omero. Il più noto è l’imponente fortezza di Törcsvár/Bran nei Carpazi meridionali, dove il giovane Vlad era imprigionato per un breve periodo, e che dal 1920 è stata divulgata dall’ufficio del turismo rumeno come il castello di Dracula. Quest’affermazione è stata contestata dopo il 1990 da Schäßburg/Segesvár/Sighișoara, nella cui fortezza Vlad è nato nel 1431 – suo padre ha fuggito in Ungheria dai suoi rivali filo-ottomani, e nello stesso anno è stato ammesso nell’Ordine dei Cavalieri del Dracone (in rumeno Dracul), fondata dall’imperatore Sigismondo – in modo che ancora un decennio fa il sindaco di Sighișoara ha sollecitato la costruzione di un enorme parco divertimenti «Dracula» attorno alla città, finché Carlo, Principe d’Inghilterra, che dopo il 1990 ha acquistato e iniziato a sviluppare larghe terre ex sassoni nella zona, ha minacciato di ritirarsi dalla regione dopo una tale mancanza di gusto. Il terzo luogo è l’ex centro principesco a Târgoviște, dove una lapide e alcuni souvenirs orrendi commemorano il suo regno. Il quarto è Istanbul, dove il film Drakula İstanbul’da, «Dracula a Istanbul», ispirato al romanzo di Stoker, è stato girato nel 1953, ricordando gli anni passati qui dal giovane Vlad come ostaggio ottomano, e dove i personaggi del bestseller di Elizabeth Kostova, The Historian (2005) cercano le tracce di Dracula. Il quinto è il castello di Poienari nei Carpazi meridionali, fatta costruire da lui tramite il lavoro forzato dei boiari che avevano cospirato contro di lui. Il sesto la città di Pécs nell’Ungheria meridionale, dove recentemente si è scavato il palazzo donato a lui dal re Mattia. E il settimo è ovviamente il Passo di Borgó, vicino al quale il castello del conte si trovava nel romanzo di Stoker, e dove oggi il lettore, attraversando il passo, vedrà un Hotel Castello di Dracula – ovviamente non là dove sorgeva il castello secondo il romanzo, fuori di vista, e oltre un paio di fuochi fatui e avventure di lupo, ma al bivio, dove Jonathan Harker, tra l’incrociarsi dei passeggeri, cambia dalla diligenza di Bistritz-Bucovina al carrello mandato a lui dal Conte Dracula.

Ben presto, eccoci attorniati da alberi, che in certi punti formavano arco sopra la carreggiata, sì che passavamo come attraverso una galleria; o ancora grandi, arcigne rupi ci sovrastavano minacciose d’ambo i lati. Sebbene fossimo al riparo, potevo udire il vento levarsi e gemere e fischiare tra le rocce, e i rami degli alberi cozzare assieme mentre si filava. La temperatura continuava a calare e calare, e una neve fine, polverosa, ha preso a cadere, sicché ben presto noi e quanto ci circondava siamo stati coperti da una coltre bianca. Il vento penetrante tuttora portava l’ululare dei cani, sebbene questo si facesse più fioco a mano a mano che si procedeva. Più vicino, sempre più vicino, risuonava il latrare dei lupi, quasi che convergessero su di noi da ogni parte. Sono stato colto da una terribile paura, condivisa dai cavalli. Ma il cocchiere non era minimamente turbato; lui continuava a volgere il capo a destra e a sinistra. sebbene io non scorgessi nulla nell’oscurità.

Siti del romanzo Dracula dal blog di Gashicsavargó (vale anche la pena di leggere il suo post in inglese)

Benché se Eco – o piuttosto i suoi editori e studenti, che forniscono una parte sempre più importante delle sue idee e materiali – avesse scavato un poco nella letteratura su Stoker, avrebbe potuto facilmente trovare anche un luogo di culto di Dracula. Dopo il 1990 i sassoni sono scomparsi da Bistritz, ma gli ungheresi e romeni del luogo hanno fatto grandi sforzi per preservare e presentare il passato della città, tra cui l’unico luogo autentico nella storia di Dracula di Bram Stoker.

Il Conte Dracula mi aveva indirizzato alla locanda Goldene Krone, che si è rivelato in tutto e per tutto vecchio stile, e con mia gran gioia perché, com’è ovvio, vorrei conoscere più a fondo possibile le usanze del paese. Ero evidentemente atteso perché sulla soglia sono stato accolto da una donna anziana dall’aria cordiale, con indosso il solito costume contadino: camicia bianca con un lungo grembiule doppio, davanti e dietro, di stoffa colorata e quasi troppo attillato per essere modesto. Al mio avvicinarsi, la donna ha fatto la riverenza e ha chiesto: Voi «Herr» inglese? Sì, ho risposto, sono Jonathan Harker. Lei ha sorriso e ha detto qualcosa a un uomo anziano in maniche di camicia bianca che l’aveva seguita, il quale è scomparso per riapparire subito dopo con una lettera:

Caro amico, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al Passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese. Il vostro amico

Dracula



Il luogo dell’ex Albergo del Re d’Ungheria sulla carta di tardo XVIII secolo di Bistritz

L’ex Albergo del Re d’Ungheria – tra le due guerre mondiali Hotel Paulini – oggi

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lunedì 8 luglio 2013

Bici alla dacha

Tre famiglie alla dacha. Governorato Smolensk, 1916

Alla mania della bicicletta a cavallo del secolo scorso.

«Al giorno d’oggi è difficile da immaginare, che nel primo trimestre del 20° secolo abbiamo vissuto cinquanta verstas dalla stazione ferroviaria, senza elettricità e telefono. La radio non esisteva nemmeno in idea, nessuno ha visto una macchina in quel luogo, e quando i primi ciclisti sono arrivati da noi e da Yuryev, le donne nel villaggio si sono strette alle palizzate e si sono incrociate, i bambini hanno lanciato pietre su di loro, i cani li hanno inseguito con abbaiare furioso per tutto il villaggio, e nel villaggio la bicicletta si chiamava чертов конь, il cavallo del diavolo, e чертово колесо, la ruota del diavolo.»

Tatiana Shcepkina-Kupernik (1874-1952) scrittore e traduttore di teatro: Из воспоминаний (Ricordi), 1959


«Ora è in buona salute, va in bicicletta tutto il giorno, e per questo sono molto preoccupata, perché tutti dicono che è dannoso. Il dottore esce tutti i giorni, esamina papà, ma non ha trovato nessun cambiamento negativo.»
Lettera di Sofia Andreevna Tolstaia al figlio, Lev Tolstoi il giovane, 1895

«Tolstoi ha scritto ogni mattina, poi ha giocato a tennis ed è andato in bicicletta. Sofia ha fatto alcune foto di lui durante questo suo divertimento recente. Un’immagine mostra entrambi: Sofia sta non molto lontano, e guarda con amore al marito. Il sessantaseienne Tolstoi aveva una vera passione per il nuovo divertimento. e Sofia gli comprò una bicicletta, con la quale ha fatto lunghi viaggi sia in città che fuori.»

Alexandra Popoff: Vita di Sofia Tolstaia, 2012 (sull’anno 1896)


Ma il villaggio di Shcepkina-Kupernik era forse un po’ arretrato. In effetti, nella pittura di Alexei Korzuhin, Petrushka è qui! vediamo la bici alla dacha già nel 1888.

E quando ha raggiunto la bicicletta il vostro paese? Quali tracce ha lasciato nella letteratura?

sabato 6 luglio 2013

Familia


Questre tre immagini sono state comprate insieme con Natalie sul mercato dei libri vecchi di Leopoli: due da lei, e la terza da me, dopo aver scoperto che tutte rappresentano la stessa famiglia: che stiano insieme.




Fosse questa foto di Leopoli, li riterrei armeniani sulla base dei grandi occhi scuri e facce rotonde. Ma non erano fatte a Leopoli, da dove il corrente d’aria del 1945 ha spazzato via anche le foto: esse sono ora vendute sul mercato delle pulci in Breslavia,/Wrocław, e queste qui erano portate dai nuovi coloni. Non so in che città della Russia sono state scattate. Non ho trovato alcuna traccia dello studio di S. A. Mialkin: deve esser stato un piccolo studio, se non poteva permettersi un proprio retro stampato, solo una versione standard e un timbro di gomma. L’iscrizione è stata scritta in una particolare ortografia fonetica: Дяди тети и Кресны атъ Лены. Оглоблино, per lo zio e la zia dal loro figlioccio e da Lena; Ogloblino può essere sia un luogo e un nome di famiglia, il figlioccio è il bambino mostrato nell’immagine, e Lena, che manda la foto, è probabilmente la giovane madre in piedi, il 7 dicembre, 1914.




L’intera famiglia nello stesso anno, anche se la data scritta sul retro è di una mano molto più tardi. È stato probabilmente il fotografo ad organizzare, secondo le convenzioni contemporanee, chi cosa ottiene: l’uomo e la sua madre (?) un figlio ciascuno, la madre la famiglia, e la figlia maggiore, in piedi nel centro, ma comunque un po’ solitaria, il libro.




Due ragazzi, con la stessa differenzia di età, forse solo tre anni più tardi, e quello più vecchio è anche simile al padre. Gli occhi, le labbra e il profilo della donna sono anche identici alla madre della precedente foto, ma molto di più infossati. Sembra di essere la stessa famiglia, ma se è così, in questi tre anni la madre si è invecchiata venti. Si penserebbe che sia solo una relativa della famiglia, ma sul retro della foto c’è una scritta in ortografia pre-rivoluzionaria: Viktor, Vasya, mamma. La guerra è in corso già da tre anni, il padre è probabilmente sul fronte, una tipica foto della moglie del soldato, forse destinata proprio per lui: la mamma non si è vestita festivamente per l’occasione, indossa abiti casuali. Invece dei pilastri e drappeggi, il lusso dello studio è la piccola stufa di ferro. I due bambini sono enfaticamente aggrappati alla madre, uno di loro tiene di nuovo un libro come un attributo. Il timbro del fotografo sul retro è illeggibile, così come il timbro di spedizione postale o di registrazione dai 1930s, non so a che cosa poteva servire. Dovevano essere anni duri per loro, sarebbe bello se tutti fossero sopravvisuti senza intoppo. In ogni modo, qualcuno sicuramente ha sopravvissuto, per conservare le foto insieme, e per portarle tutte a Leopoli.


domenica 30 giugno 2013

Transizione: Miniera Ferenc

Aknaszlatina/Солотвино, Miniera Ferenc, 1908

Aknaszlatina/Солотвино, Miniera Ferenc, 2012. Foto di Márton Kállai

«Aknaszlatina o Solotvyno, la una volta fiorente miniera di sale dei Precarpazi, è in continua evoluzione. Alla superficie, il suolo si è rotto sotto le ex colonie minerarie, e dei crateri si formano in conseguenza dell’acqua che lava via le miniere, mentre l’esperienza del Mar Morto della soluzione satura di sale che esce al superficie attira sempre più turisti. L’estrazione è finita, e gli ungheresi locali, una volta la maggioranza dei minatori, sono stati sempre più esclusi del mondo ucraino del nuovo intrattenimiento. Un nuovo mondo si sta formando sulle rovine della natura, mentre il vecchio vive parallellamente con esso nei ricordi.»

Aknaszlatina/Солотвино, Miniera Ferenc, 1910

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Un uomo coraggioso galleggia fra le travi di miniera sull’acqua salata del cratere creato dopo la rottura della Miniera Ferenc

Hapax legomenon


Ogni ungherese sa dove è Újpest, l’ex cittadina industriale lungo il Danubio, ora il 4° e più settentrionale distretto di Budapest. Ma dove è la Via di Újpest? Voglio dire, dove è quella Via di Újpest, più di quattrocento chilometri da Újpest, nella quale esiste un solo numero, il 50, e le case a sinistra e a destra di esso già portano il nome di вулиця Петра Грози, del politico rumeno Petru Groza, che alla riunione di Alba Iulia nel 1918 era il primo a proporre l’unione della Transilvania con la Romania, e che nel 1945 è diventato, con l’appoggio dell’esercito sovietico, il primo ministro del primo governo comunista rumeno, in modo che con tutte le tensioni ucraino-rumene ha meritato di avere una via nominata da lui nell’ucraino Солотвино, l’ex Aknaszlatina ungherese?


Tra l’Ucraina e la Romania il Tisza è la frontiera, al confine aperto solo recentemente un cartellone bilingue proclama: «Il Tisza, che ci collega.» Alla riva rumena, a Sighetu Marmației, l’ex Máramarossziget ungherese, dove i negozianti rumeno ancora volentieri passano all’ungherese per lo straniero, la via che prende il nome dell’ex ministro degli esteri rumeno Nicolae Titulescu, partendo dalla piazza principale, corre inaspettatamente contro il bordo: si vede che originalmente non era destinata a un talmente breve lasso. Cento metri e un ora dopo, sull’altra riva essa ci guida, ormai come вулиця Сігітська, Via Sighet, alla strada principale, lungo la quale nel limitrofo Tiszafejéregyháza (Біла Церква, Biserica Albă) i chassidim, tagliati dal Sighet nel 1920, hanno fondato un cimiterio che è diventato muto nel 1941, e alla statua del principe della Moldavia quattrocentesca Ștefan cel Mare, accanto al quale, all’angolo, sopra la macchina della banca Raiffeisen, ci appare, in una sola casa, l’iscrizione Ujpesti-út, Via di Újpest, certamente lasciata lì dal «mondo ungherese» tra il 1938 e il 1944. A scrittura-fantasma al suo meglio.