venerdì 13 marzo 2015

«მე გადმოვცურავ ზღვას» - «Attraverserò il mare a nuoto»

«L’ideologia di Mosca, con particolare abnegazione, lottava contro tutti i valori e i simboli degli Stati Uniti (e tra questi anche i jeans) per cui i cittadini sovietici ritenevano che dove c’erano i jeans, lì c’era anche la felicità. Nel paese dove non si producevano i jeans non esisteva neanche il diritto alla proprietà, che è una delle basi dell’indipendenza.»
(Dato Turashvili)

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Foto di Jacopo Miglioranzi nei quartieri Gldani e Zahesi di Tbilisi

«Lo chiamarono dirottamento aereo, ma in realtà somigliava più al suicidio di persone disperate. I dirottatori erano vestiti come le persone normali – ciascuno era vestito così come si vestiva la generazione dei jeans all’epoca, e solo dalla giacca di Gia Tabidze si vedeva la cravatta e in mano teneva un mappamondo»: Sette vite, sette ragazzi come tante ce n’erano nella Georgia sovietica. Ma non una storia come tutte le altre. Una storia di desideri semplici, un paio di jeans, libertà.

Gega Kobakhidze, Irakli Charkviani, Giorgi Mirzashvili

«Non consideravo più opportuno pubblicare questo libro dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ingenuamente credevo che il passato sovietico della Georgia fosse capace di diventare solo la memoria di un’esperienza amara, ma ho scoperto che il passato può anche ritornare, soprattutto quando anche noi non siamo capaci di allontanarci da esso. Ci siamo allontanati solo da quell’epoca ma non dalla coscienza condivisa di quel paese, che veniva chiamato Impero del Male, dove la pietà era cosi rara dove, nel primo stato in grado di andare nello spazio, non si riusciva nemmeno a produrre un paio di jeans.»

La storia raccontata dal famoso scrittore georgiano David Turashvili, nel libro «La generazione dei jeans» (titolo or. ჯინსების თაობა, jinsebis taoba) edito in Italia nel 2013 con il titolo «Volare via dall’Urss» (Palombi Editore; trad. it. Ketevan Charkviani), con un registro «quotidiano», rimanendo fedele a quello che per lui dovesse sembrare, non solo un libro, ma le parole come fotogrammi di un film, è basata sulla più tragica e scandalosa storia della Georgia sovietica degli anni ’80. Sette giovani georgiani, chiamati «la generazione dei jeans», tentarono di dirottare un aereo per fuggire dall’Unione Sovietica, atto per l’epoca, gravissimo.

«Quindici anni prima, il 18 novembre del 1983, una giovane donna con una bomba a mano stava sulla soglia della porta aperta dell’aereo atterrato all’aeroporto di Tbilisi, dopo il tentativo fallito di dirottamento. Le gocce di pioggia cadevano sulla sua faccia disperata attendendo la fine. Stava sulla soglia dell’aereo con la bomba in mano, sperando che le autorità sovietiche riuscissero a concludere il prima possibile quello che avevano programmato di fare. In attesa della risoluzione si prolungò così tanto il massacro delle persone all’interno dell’aereo che tutti desideravano solo che finisse: quelli che aspettavano fuori e anche quelli che erano dentro l’aereo. Nell’aereo crivellato dai proiettili c’erano sia morti tra i passeggeri che tra i membri dell’equipaggio, mentre i cadaveri di alcuni di loro erano nel corridoio. C’erano anche dei feriti e nel silenzio si sentivano solo i loro gemiti, mentre uno di loro pregava sussurrando a Tina di non far esplodere la bomba.»

Tina Fethviashvili e Gega Kobakihdze

La maggior parte di questi giovani vennero condannati a morte dal governo sovietico per il loro ingenuo tentativo di fuga, in quanto le autorità sovietiche temevano che questo fatto potesse trasformarsi in un precedente per molti altri giovani georgiani.

Sono anni di fermento politico nella capitale della piccola Repubblica Sovietica. Dopo l’arrivo dei bolscevichi nel 1921, che posero fine alla breve esperienza del Governo Menscevico (1918-1921), il numero di tentativi di ribellarsi al nuovo corso politico, vennero sempre meno. Si passò da timidi tentativi di ribellione armata, con altrettanto violenti tentativi di repressione, a sistemi più pacifici, cercando di rosicchiare dal quotidiano i pochi spazi e momenti di libertà: «Dopo qualche anno, quando non era più possibile organizzare una ribellione armata, i georgiani cercavano di lottare per i loro diritti democratici in modo pacifico, ovvio che non raggiungevano sempre il loro obiettivo, però il risultato finale (un po’ prima del dirottamento dell’aereo) della manifestazione grandiosa nella capitale della Georgia a Tbilisi per la difesa della lingua georgiana come lingua ufficiale, fu positivo» dice Turashvili.

Lo stesso autore, durante l’esperienza della Georgia sovietica, divenne uno dei principali leader del movimento di protesta studentesco, sviluppatosi presso il monastero di David Gareja nella Georgia Orientale, il cui territorio veniva utilizzato dai militari sovietici come campo di addestramento.

Dato Turashvili

Come quel 14 aprile del 1978 a Tbilisi «quando nel viale principale di Tbilisi, una marea di gente scese in strada a protestare contro Mosca, tanta da costringere il Cremlino a ritirare la risoluzione non desiderata dai georgiani».

Anche a memoria di questi fatti l’opinione pubblica era divisa in due. Una parte li considerava i soliti terroristi, mentre l’altra parte credeva che vivere sotto il regime dell’Unione Sovietica fosse così terribile che la loro tentazione di scappare dirottando un aereo fosse giustificabile.

Davanti al tribunale

«Le opinioni di Tbilisi, e dell’intera Georgia, si divisero in diverse parti: la gente era sconvolta da quanto successo, però nessuno sapeva nulla di preciso e mancavano diversi dettagli. Lo stato cominciò a distribuire tramite i giornali e la televisione la versione più conveniente per loro per convincere l’opinione pubblica. Lo stato, che controllava totalmente i mezzi di comunicazione di massa, prima di cominciare l’indagine, decise di affibbiare l’immagine di mostri e delinquenti ai dirottatori dell’aereo. C’era l’urgenza di costruire questa immagine pubblica, anche perché, anche in quell’epoca in Georgia, esistevano già alcune correnti di pensiero contrarie all’Unione Sovietica, ed una parte della società cominciava a difendere e giustificare i dirottatori».

Prima della pubblicazione del libro, la storia venne messa in scena a teatro, quando all’epoca il Presidente della Georgia che si avviava ad un nuovo corso politico, era nuovamente Eduard Shevardnadze. Il teatro statale rifiutò di metterlo sulla scena, mentre il teatro privato lo accetto volentieri. La locandina dello spettacolo venne appesa davanti alla casa del Presidente Shevardnadze. Un ritorno alla memoria, quello «della generazione dei jeans», per il Presidente, in quanto la tragedia, consumatasi nel 1983, vedeva Eduard Shevardnadze era il Primo Segretario della repubblica sovietica della Georgia.

Edouard Shevardnadze

«Il signor Vazha intuì di che cosa, più correttamente di chi avrebbe parlato con Shevardnadze e andò apposta con un paio di jeans al comitato centrale, lì dove decidevano il destino dei suoi figli. Il signor Vazha non aveva un paio di jeans, ma nella camera dei ragazzi cercava i loro jeans. Anche se non era facile trovarli, perché la camera dei suoi figli era stata perquisita tante volte ed era così disordinata che non la metteva nemmeno in ordine, non avrebbe avuto senso perché poi, di nuovo, sarebbero venuti e avrebbero ricominciato tutto da capo. Per quello il signor Vazha cercava per tanto tempo un paio di jeans, che aveva ancora l’odore dei figli, li indossò davanti allo specchio e andò al comitato centrale. Al comitato centrale, quando gli diedero il permesso di entrare, gli impiegati del livello basso così come del livello alto esaminavano scioccati l’uomo che aveva l’appuntamento con Shevardnadze, perché succedeva per la prima volta che un uomo convocato al comitato centrale indossasse i jeans. Shevardnadze, con la testa chinata che non sentì nemmeno il saluto dell’uomo entrato, per la prima volta notò i pantaloni del signor Vazha e quando gli fece cenno di accomodarsi, osservò bene i jeans dell’ospite. L’osservò arrabbiato e, chissà, forse pensò che così il padre protestava per il verdetto per i suoi figli.»


La volontà di uscire dall’URSS, vedrà ancora una volta i giovani scendere in strada. È il 9 Aprile 1989, giornata che verrà ricordata da tutti i georgiani come «massacro di Tbilisi» (oggi divenuta ეროვნული ერთიანობის დღე (erovnuli erianobis dghe, Giorno dell’Unità Nazionale), che lasciò sull’asfalto venti morti e centinaia di feriti. Restano tracce di questo desiderio anche nelle parole di uno dei più grandi poeti cantautori georgiani contemporanei, scomparso prematuramente, Irakli Charkviani, all’epoca dei fatti amico degli imputati:

Ma perché, non voleva volare?
Ho sempre voluto volare, lo voglio anche adesso, e non ho dubbi che riuscirò a volare ma non con l’aereo.
L’investigatore russo diventò silenzioso per qualche minuto, pensava alla risposta di Irakli, però non riuscì a capire che cosa intendeva questo giovane ragazzo georgiano. L’ultima domanda fatta ad Irakli venne fatta solo per interrompere quel silenzio imbarazzante:
E se non riuscirà a volare?
Allora attraverserò il mare a nuoto.
Che cosa?
Il mare.
Ma come?
Con il canto.
Ma sta scherzando?
Non sto scherzando.
Possiamo verbalizzare così nel protocollo dell’interrogatorio?
Sì, signore.
In quale modo possiamo inserirlo?
Parola per parola.
Esattamente come?
Io attraverserò il mare a nuoto…

Irakli Charkviani (1961-2006): Паспорт / Союз. L’interpretazione dei «Versi sul passaporto sovietico» di Majakovskij. Testo russo e inglese qui.

Irakli Charkviani (მეფე Mefe – „The King”): მე გადმოვცურავ ზღვას – Attraverserò il mare a nuoto

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mercoledì 11 marzo 2015

Maršrutka


Partiamo da Svaneti con la maršrutka (pullman), che arriva da Mestia a Tbilisi in una lunga giornata. Il percorso fa un’ampia svolta all’ovest, attraverso Zugdidi e Kutaisi, e poi prende la strada principale all’est, che conduce alla capitale.

Ci svegliamo presto, e nella debole luce della mattina scendiamo con cautela lungo la ripida pista ghiacciata dal nostro alloggio sulla collina fino alla strada principale di Mestia, dove il pullman ci attende. Siamo tra i primi passeggeri, ma c’è già un uomo seduto nella parte posteriore del pullman, che fuma con negligenza. Viaggiamo per poche ore in semi-oscurità. Di tanto in tanto nella luce dei fari si delineano figure in piedi accanto alla strada. Se segnalano, ci fermiamo a prenderli come passeggeri, o solo consegnano larghi pacchetti al conducente, che lui ripone nel portabagagli nella parte posteriore. I mercati di Tbilisi sono evidentemente fornite da questi pullman che portano i prodotti locali provenienti da tutto il paese.


Circa a metà mattina ci imbattiamo in un incrocio, dove due uomini stanno in piedi nel fango accanto ad alcuni pacchetti ingombranti. Segnalano al conducente di fermarsi. Salgono al bordo del maršrutka, nominando la loro destinazione, Tbilisi, e si spingono attraverso lo spazio stretto fino ai restanti posti vuoti nella parte posteriore del pullman. Uno di essi, un giovane alto, indossa un tipico berretto grigio di feltro della Svaneti, a forma di mezza melone, con una croce nera sulla cima. Indossa occhiali spessi, e porta in mano una panduri, il tradizionale piccolo liuto georgiano.

La strada è inquieta, tormentata, scivola come un serpente nel fango di febbraio, seguendo il fiume come suo compagno che schiuma giù nel fondo della valle. Le sue curve e serpentine lanciano i passeggieri della maršrutka a destra, poi a sinistra, al modo di un pendolo invertito. Passiamo sopra valli marroni e verdi che sono già pronti a una primavera fulgente da arrivare in qualche settimane, la cui promessa ancora si nasconde sotto il fango, le rocce umide, e i boschi spogli. Il conducente spesso deve schivare le pietre e occasionalmente massi sparsi che cadono sulla strada dalle rocce che fiancheggiano la strada. Una volta ogni tanto anche noi passeggieri dobbiamo scendere e aiutare a pulire la strada dalle pietre, affinché il viaggio possa continuarsi.


Viaggiamo per alcuni chilometri lungo la strada, e dopo ogni curva è come se un sipario si alzasse per rivelare una nuova scena di montagna, ciascuna più splendida della precedente. La luce del mattino presto mette in rilievo dettagli inaspettati, una cima coperta di neve bianca sopra una giogaia blu, una montagna splendente nello sfondo di una nuvola grigia, o il lucicchio di un torrente che corre giù sul fianco della montagna, e fa brillare le rocce nere che copre. Pecore e capre bianche e nere si raggruppano nelle valli erbose, mentre ci avviciniamo alla pianura. Mucche rossastre vagano nei campi e villaggi, e spesso anche sulla strada.

All’improvviso, nella parte posteriore del pullman, il giovane svan finisce di pizzicare senza meta il suo panduri, e comincia di cantare.


Shenma survilma damlia

შენმა სურვილმა დამლია
შენზე ფიქრმა და სევდამან.
შორს წასვლამ, ხშირად გაყრამან
გულის თვალებით ხედვამან

šenma survilma damlia
šenze p'ikrma da sevdaman
šors č'asvlam xširad gaqraman
gulis tvalebit xedvaman
.
Il desiderio per te mi ha svuotato
lasciando solo pensieri tristi
e dolor di cuore, e ti vedo
con gli occhi del cuore.
ცაზედ მოდიან წერონი,
მწკრივადა, ჯარის-ჯარადა
ვერა ხედავთა ტივლებო,
ცრემლი ჩამამდის ღვარადა

cazed modian č'eroni
mč'k'rivada, jaris-jarada
vera xedavta t'ivlebo
cremli čamamdis ǧarada
.
Le cicogne volano alle acque
della pianura dell’Adjaria.
I miei occhi, pieni di lacrime,
non vedono più le montagne.
შენ ჩემს გულს ვეღარ მაიგებ,
ჩემი სათქმელიც ის არის,
გადამაგდე და დამკარგე
როგორც ჩერქეზმა ისარი.

šen čems guls veǧar maigeb
čemi satkmelis is aris
gadamagde da damk'arge
rogorc čerkezma isari
Hai perso il mio cuore
ecco cosa ti dico: mi hai
gettato via, e io sono fuggito, come
la freccia circassa che vola lontano.

Ecco la versione cantata dalla famosa cantatrice di musica georgiana, Lela Tataraidze:


Lela Tataraidze: Shenma survilma damlia, da qui

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lunedì 9 marzo 2015

Il mare a Tbilisi


La moschea tatara è l’unica moschea a Tbilisi, e praticamente in tutta la Georgia. Benché nel Caucaso «tataro» principalmente significava gli azeri d’oggi, tuttavia la moschea tatara fu fondata nel 1860 non da loro, ma dai «veri» tatari dalla regione del Volga, che la costruirono nel centro di questa multietnica città mercantile, nella strada stretta che parte verso l’alto dal bazar, nel quartiere dei bagni turchi. Di conseguenza era una moschea sunnita, mentre gli azeri, che erano principalmente sciiti, frequentavano la moschea più grande vicino al bazar. Quella fu nominata la moschea di Scià Abbas il Grande dal suo costruttore, anche se fu costruito circa un secolo dopo di lui, nel Settecento. Questo monumento al brillante, astuto e spietato sovrano fu distrutto per l’ordine del suo degno successore, Stalin, insieme a tutta la vecchia Tbilisi della sua gioventù. Al posto del bazar ora c’è un grande raccordo anulare dell’epoca sovietica, e al posto della moschea di Scià Abbas, un’agenzia di viaggi. La moschea tatara è usata, singolarmente, in comune dai pochi abitanti sunniti e sciiti della capitale georgiana.

Due foto di Dmitri Yermakov, il cronista del Caucaso, dal nostro post su di lui. Sopra: Il Maidan, distrutto nel 1930 insieme alla moschea di Scià Abbas accanto al ponte sul Kura. Sotto: La strada dal Maidan alla moschea tatara, 1881. Più sotto: La moschea tatara e i suoi dintorni, come dipinta dal pittore naif armeno della vecchia Tbilisi, Vagarshak Elibekyan.





Saliamo la stradina che porta alla moschea, e al di là di essa, alla Cittadella di Narikala e il giardino botanico.


La moschea è oggi in proprietà degli azeri che vivono a Tbilisi. Dall’altra parte della strada c’è una targa commemorativa al popolare attore azero di Tbilisi, İbrahim Hüseyn oğlu Hüseynzadə, per nome d’artista İbrahim İsfahanlı (1897-1967). Il quartiere azero è stato in gran parte restaurato. Forse un po’ più del necessario, ma le estremità delle console del balcone della casa accanto alla moschea, che formano capi di cavalli, sono ancora come erano nelle immagini secolari.

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La porta quotidiana alla moschea si raggiunge da dietro, tramite le viuzze del quartiere azero. Entrando nel vicolo, due piccole ragazze carine si fanno avanti dalle scaline del loro appartamento. La più anziana tiene un annuncio con testo plurilingue.


«Immagini in vendita!» La mostra delle immagini si è organizzata nelle due finestre dell’appartamento, mentre ulteriori oggetti d’arte vengono creati sulle scaline. Dallo stesso fornitore, anche conchiglie dipiinte a mano per un prezzo d’occasione.

«Arşın mal alan!» – «Seta in vendita» L’aria titolare dall’operetta comica di Uzeyir Hajibeyov (1913), la prima opera azera (versione cinematografica del 1965, il film completo è da vedere qui). I siti del film rammentano la vecchia Tbilisi.

La ragazza più vecchia chiacchiera alacremente in georgiano, turco, russo e inglese, anche se in quest’ultimo ancora confonda i numeri. Sua sorellina sta ancora imparando il lavoro della donna d’affari, ma posa già perfettamente quando le chiediamo se possiamo prendere foto di loro con le conchiglie che abbiamo comprato. «Venite anche la prossima fine settimana. Ogni sabato e domenica vendiamo qui davanti alla casa.» «La prossima settimana non saremo qui», le dico, «ma in maggio tornerò con una grande compagnia.» «Venite, fino allora saremo andati al mare con i miei genitori, porteremo nuove conchiglie, un sacco.»

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venerdì 6 marzo 2015

Ebrei georgiani, storia di una diaspora

Uomo ebreo da Akhaltsikhe, Georgia del sud. Foto di Dmitri Ermakov

Il nostro nuovo co-autore, Jacopo Miglioranzi ha studiato lingue caucasiche e antropologia culturale all’università di Venezia. Svolge ricerca di antropologia della religione nella regione Samtskhe della Georgia del Sud, nella città di Akhaltsikhe tra gli armeni e georgiani locali. Speriamo che regolarmente informerà delle sue ricerche anche i lettori di río Wang.

Col termine ‘ebrei georgiani’ (ქართველი ებრაელები, kartveli ebraelebi) si è soliti indicare quegli ebrei presenti nella nazione caucasica della Georgia. Essi rappresentano una delle più antiche comunità della regione, giunti, secondo alcuni, circa 2600 anni fa, il che ne fa una delle più remote comunità diasporiche. Alcune testimonianze a proposito sono riportate, di fatti, in alcune antiche cronache georgiane, come ad esempio ‘La conversione di Kartli’ (მოქცევაი ქართლისაი, moqtsevai kartlisai), unica fonte locale riguardante proprio la storia della comunità ebraica in Georgia. Tali ebrei georgiani costituirono a lungo una comunità ben distinta, e non solo dalla popolazione, autoctona, ma anche da altre comunità ebraiche come gli Ashkenaziti.

Questi ebrei erano impegnati in agricoltura, allevamento, artigianato e commercio. Date le condizioni imposte dalla diaspora erano numerosi coloro che possedevano pecore e bovini, oppure vigneti e campi, ma questo non si tradusse quasi mai in un forte sviluppo. Tale tipo di economia, a dispetto del commercio, rimaneva così di tipo domestico, e rispetto al dinamismo commerciale risultava dunque alquanto statica, di modo che l’occupazione principale rimaneva la vendita al dettaglio. La maggior parte dei venditori erano ambulanti di dolci: l’attività durava tutta la settimana, ed ogni venditore si spostava nei villaggi della zona a cavallo o a piedi, con sacchi sulle spalle o sul proprio animale. Alcuni di loro, causa il lavoro, abbandonavano la propria abitazione, per mesi o addirittura un anno intero, e le festività religiose rappresentavano per loro un’occasione di ritorno alle proprie famiglie.

Donna ebrea di Akhaltsikhe. Foto di D. A. Nikitin, 1881

Secondo il viaggiatore inglese Tefler, il commercio nella regione Samtskhe del nord era gestito quasi esclusivamente da ebrei di Lailashi. Gli abitanti del villaggio acquistavano sale, ceramica, metalli e utensili dai mercanti ebrei, pagandoli con animali domestici e pellame. Il guadagno risultava essere molto basso ed i rischi erano molto elevati, le strade pericolose e spesso gli ambulanti divenivano vittime dei briganti.

I venditori ambulanti acquistavano le merci da rivendere da commercianti benestanti, che possedevano negozi o bancarelle al mercato. I mercanti ricchi (numerosi nella città di Akhaltsikhe, nella Samtskhe-Javakheti), importavano beni provenienti dall’Impero Ottomano. Alla fine del XIX secolo, quando il commercio tra Europa e Russia era in forte sviluppo (grazie anche alla costruzione della linea ferroviaria ed il conseguente sviluppo delle città portuali lungo il Mar Nero), sempre più commercianti ebrei emigrarono all’estero, in particolare in grandi città come Kutaisi, Tbilisi (allora Tiflis), Batumi e Poti. Questo permise una sorta di ‘trasformazione’ della loro economia locale, fatto, tra l’altro, per nulla raro tra i popoli e le comunità diasporici: si passò infatti da un tipo di società basata sul ‘movimento’ ad una di tipo ‘meno dinamico’, ossia l’artigianato. Non che la figura dell’artigiano fosse allora assente tra la comunità, ma certamente, fino ad allora, aveva nettamente mantenuto un ruolo di secondo piano.

Come testimoniato anche da alcuni disegni conservati al Museo della Samtskhe-Javakheti (all’interno della fortezza di Rabati, città di Akhaltsikhe), fino al secolo scorso gli artigiani ebrei si occupavano maggiormente di tessitura e tintura di tessuti, mentre ora li vediamo piuttosto impegnati in lavori quali cappellai, calzolai, vetrai, facchini, carrettieri, saponieri, ecc., o anche lustrascarpe o fotografi.

La città di Akhaltsike alla fine dell’Ottocento. Il quartiere ebreo si estende sotto la fortezza, fuori il bordo di sinistra dell’immagine

Proprio la città di Akhaltsikhe, a pochi chilometri dal confine turco, risentì molto del cambiamento economico; la sua comunità ebraica aveva sempre vissuto del commercio con quello che fino a qualche anno prima era l’Impero Ottomano. Tale comunità cittadina subì così un forte calo demografico, dovuto per lo più all’emigrazione di alcune famiglie verso città e centri più grandi.

Con l’avvento del regime comunista e a partire dagli anni ’20, il commercio subì un ulteriore ridimensionamento, drastico ed inarrestabile, che vide un grande sviluppo del settore agricolo e industriale. A seguito di questa nuova politica di industrializzazione e secolarizzazione, la struttura familiare venne duramente colpita e smantellata, anche a seguito dell’istituzione nel 1927-1928 dell’OZET (Общество землеустройства еврейских трудящихся, Società dei lavoratori ebrei per la gestione del territorio), e l’istituzione di fattorie agricole collettive (kholkoz) con manovalanza ebraica (esperienza durata sino al 1938).Le piccole ma omogenee comunità ebraiche, che fino a quel momento erano riuscite a mantenere la propria lingua, vennero così, a partire dagli anni ’30, sciolte, isolate, e ridistribuite tra le varie aziende agricole, vivendo così il distruggersi della propria tradizionale vita comunitaria.

Ad oggi, come esito del dominio comunista, risultano essere poche le sinagoghe rimaste in Georgia. La sinagoga più antica attiva ancora oggi potrebbe essere forse quella di Akhaltsikhe, del 1741. L’antica sinagoga ora non è più in funzione, e ne resta solo la struttura in pietra, chiusa tra due fiumi di fango, come tutte le strade del quartiere di Rabati, il quartiere più antico della città. Durante l’Unione Sovietica essa venne chiusa e riconvertita in palazzetto dello sport, mentre la nuova, costruita nel 1902, si trova pochi metri più in alto, in un edificio ben più modesto. L’unico segno che si rintraccia è una piccola stella di David, posta sulla tradizionale tettoia in alluminio.

La prima sinagoga di Akhaltsikhe vista dalla nuova sinagoga, con la fortezza in sfondo

Le prime comunità ebraiche di Akhaltsikhe si insediarono nella città circa cinque secoli fa. Ad oggi, gli ebrei presenti nella città sono circa una decina, forse anche a causa di una forte spinta al ‘ritorno in Israele’ (negli anni ’70 si contavano circa 100.000 ebrei georgiani in nel paese, mentre negli ultimi decenni si è riscontrato un rapido decremento dovuto proprio all’emigrazione, diretta specialmente in Israele, Stati Uniti, Russia e Belgio, tanto che nel 2004 se ne appena 13.000 sul suolo georgiano). Questa esigua presenza ha avuto tuttavia una ricaduta anche nella sfera liturgica: «gli ebrei di Akhaltsikhe sono costretti a svolgere la preghiera e la funzione in una forma breve, in quanto non disponiamo del numero di persone necessario». A testimonianza di quanto la comunità ebraica fosse una volta presente in città resta però l’antico cimitero, posto sulla sommità di una delle colline che circondano il quartiere e risalente al XVII secolo circa. Su alcune lapidi è possibile leggere il nome Seigniors ossia ‘signori’ in ladina giudeo-spagnola. Sembrerebbe infatti, che gli ebrei di Akhaltsikhe si differenziassero, dagli altri presenti in Georgia, proprio per la loro provenienza pirenaica. Un altro piccolo cimitero ebraico si trova anche nel piccolo villaggio di Atskuri, sulle rive del Mtkvari, quasi di fronte ad un’altra piccola costruzione, un bagno turco.

Akhaltsike, la fortezza (sopra) e a destra di essa, sulla collina arida, l’enorme cimitero ebraico (sotto), visti dalla chiesa armena del Salvatore


Ad Akhaltsikhe l’adattamento era all’ordine del giorno; ambiente multireligioso, convivenza di cattolici, armeni apostolici, cristiani ortodossi e musulmani. La particolarità della comunità ebraica di Akhaltsikhe stava così nell’avere una propria struttura dinamica ed aperta, come i propri vicini armeni: una ‘identità polivalente’, in grado di assorbire tutto ciò che viene dall’esterno e in costante relazione, al contrario del ‘ghetto’, comune nelle altre comunità diasporiche ebraiche.

Nel corso dei secoli, a tradizioni e costumi appartenenti a questa comunità, se ne sono aggiunti, com’è ovvio, altri, prettamente georgiani, per lo più riguardanti feste stagionali e cerimonie religiose. L’influenza della cultura georgiana è evidente e si esprime in maniera differente nelle diverse aree, anche se nonostante ciò, l’evidente somiglianza tra i costumi di ebrei georgiani con altri di comunità ebraiche del Kurdistan, Persia e Turchia attesta proprio il fatto che, nonostante l’isolamento geopolitico georgiano, gli ebrei abbiano mantenuto legami con i loro fratelli vicini.

La questione dei confini, divenuta ora cruciale nelle relazioni tra i vari paesi del Caucaso (si pensi all’annosa questione del conflitto tra Armenia ed Azerbaijan, o alla questione del Samtskhe-Javakheti), non così sentita fino ad un secolo fa. Anzi, si potrebbe quasi affermare che, proprio grazie alla possibilità di muoversi e adattarsi, le comunità diasporiche del territorio (ebraica ed armena, in particolare) potessero prosperare e crearsi il proprio spazio. Come già accennato, a dispetto della condizione di ‘ghetto’ usuale per molte delle comunità ebraiche in diaspora, quella georgiana, ed in particolare quella di Akhaltsikhe, ebbero la possibilità di potersi inserire meglio ed attivamente nel contesto sociale ed urbano, anche grazie ai vari collegamenti tra città e villaggi, cosa importante non solo dal punto di vista commerciale ma anche perché permetteva alla comunità (e alle comunità) di allargare confini e spazi senza venire relegati in uno spazio chiuso, delimitato, e non solo fisicamente.

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Via dal quartiere ebraico alla chiesa armena del Salvatore

domenica 15 febbraio 2015

Un viaggio fortunato


Attraversiamo il fiume Mktari da Avlabari alla piazza di Metekhi. Ci riposiamo qualche minuti dopo la camminata del primo mattino per le strade di Tbilisi, e ripristiniamo le nostre forze con qualche caffé turco – o come alcuni insistono qui, georgiano.

Quando la cameriare russofona pone le tazze piene davanti a noi, la mia è capovolta un po’ troppo, e una striscia di liquame nero corre lungo il suo lato fino al piattino.

«Ah,» dice lei con un sorriso. «Il segno di un viaggio fortunato!»


Musici in un passaggio di Tbilisi


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giovedì 12 febbraio 2015

Il pedaggio


Quando mi accorgo della corda spessa sopra la strada, i fuochi al lato della strada, le persone mascherate che cominciano di venire verso di noi, dopo il villaggio di Sanavardo sulla riva del fiume Alazani, mi richiamo i reportaggi di Kapuściński sulle barriere stradali e le estorsioni delle milizie africane, e pass in retromarcia. Ma quelli mascherati fanno cenni, che non c’è problema, che avanziamo liberamente. Si raccolgono cordialmente attorno a noi, spiegano in dialetto locale, phuli, phuli, soldi, soldi, ripetono. Svuoto il contenuto del nostro sacchetto di spiccioli nelle loro mani, due o tre lari, uno o due euros. Essi richiedono il pedaggio rituale anche da Lloyd, non li interessa la nostra affermazione che gli spiccioli appartenevano a noi due, deve sacrificare una banconota di cinque, circa due euro. La corda si abbassa, possiamo passare. Dopo pochi metri viene in mente a Lloyd che avremmo potuto registrate una canzone locale con il fisarmonicista. Ci tiriamo a lato sulla riva dell’Alazani, e cammina indietro con il registratore, come un Béla Bartók,

Béla Bartók raccoglie canti popolare con fonografo da contadini slovacchi a Zobordarázs (oggi Dražovce, un sobborgo di Nitra, Slovakia), 1907

o come un Vladimir V. Akhobadze,

Il musicologo georgiano Vladimir V. Akhobadze registra musicisti di Guria (Georgia occidentale) (la foto è stata copiata da noi ieri nel Museo di Musica Popolare a Tbilisi)

gli spinge il registratore in faccia, simghera, dice, una canzone. Dal rumore si può sentire chiaramente solo khuti lari, khuti lari, vogliono cinque lari per lo spettacolo. Ma la cacofonia prova che la fisarmonica è solo una decorazione di carnevale, che non produrrà alcuna musica per qualsiasi somma. Una nuova macchina arriva, devono pagare il pedaggio, così anche noi continuiamo la nostra strada verso la città medievale di Sighnaghi.


Simghera! – Khuti lari!

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domenica 8 febbraio 2015

Sabato pomeriggio nella chiesa Metekhi


La stipite della porta della chiesa Metekhi si indossò lucido durante ottocento anni dagli baci dei fedeli che ci entrano. La chiesa, che sorge su una scogliera lungo il fiume nel centro di Tbilisi fu costruita nel 5° secolo dal re Vakhtang come la cappella del suo palazzo. Dopo la devastazione mongola, fra 1278 e 1284 fu ricostruito da Demetrio II sullo stesso piano e nello stesso stile, che a quel tempo era già considerato arcaico: uno dei primi esempi di storicizzazione nell’architettura. La prossima devastazione avrebbe seguito nel 1937, quando, durante la demolizione della vecchia Tbilisi, Beria voleva distruggere anche questo edificio emblematico. Gli intellettuali della città hanno organizzato una società per salvarla. Si dice che Beria ha offerto il posto del direttore del Museo di Tbilisi al capo della società, il pittore Dimitri Shevardnadze, se lui mette fine alla resistenza. Il pittore, che lo ha rifiutato, è morto in carcere quello stesso anno. Tuttavia, la chiesa in qualche modo ha sopravvissuto. Dopo essere stato trasformato in teatro, nel 1988, sulla scia dello sciopero di fame degli intellettuali georgiani, è stato restituito alla chiesa ortodossa georgiana.

Il sabato è il giorno dei matrimoni nella Metekhi. Nel giardino della chiesa diverse coppie e i loro parenti si impegnano nella vita sociale, mentre aspettano il loro turno; al cancello mendicanti, zingari e fotografi di matrimonio aspettano qualche reddito. Nel singolo, piccolo spazio della chiesa diverse cerimonie si svolgono allo stesso tempo. Mentre alcuni fedeli stanno pregando presso l’iconostasi, altri acendono candele davanti alle icone, o, appartati in un angolo, confessano o chiedono consiglio ai vecchi sacerdoti.

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