sabato 9 marzo 2013

Lahigi


Nuvole intrappolate tra le montagne, subito sotto esse la stretta strada scavata nella roccia, in alto sopra la valle del fiume. Forse un taciturno tassista, che non accende i fari neanche al buoio, sostenendo in tutta serietà che consumano benzina, e cerca di localizzare il tuo paese chiedendoti chi sono i vostri nemici tradizionali. Forse un buon amico, che cita a memoria i passaggi della letteratura e film azeri sulla regione, ma viaggia qui per la prima volta con te, a duecento chilometri dalla sua città natale Baku.

Baku-Lahigi a schermo intero
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Nel post di ieri abbiamo parlato dei villaggi tat in Azerbaigian, su i cui dialetti iraniani il giovane Gruenberg-Cvetinovic ha scritto la sua tesi dottorale. Ora vi presentiamo la più grande di essi, Lahigi anche in immagini. Le foto sono state fatte da Aleksandr Cheban durante il suo viaggio nel 2011 in Azerbaigian.


Il Caucaso meridionale è entrato a far parte dell’impero persiano dal VI secolo aC, e dei gruppi etnici che parlavano dialetti relativi al persiano cominciavano a migrare nelle montagne. Il processo si è accelerato sotto i Sassanidi (III-VII secoli dC), quando guarnigioni e interi villaggi persiani sono stati trasferiti nella regione di confine settentrionale.

Dal XI secolo delle tribù turche, gli antenati dei azeri moderni cominciavano a popolare la regione, ma i gruppi etnici iraniani sono sopravvissuti fino a oggi nelle valli isolate delle montage. I turchi li chiamavano tat, agricoltori stabiliti, ma loro non hanno nessun nome unico per se stessi. Alcuni villaggi si chiamano parsi, persiani, altri daghli, montanari, mentre gli abitanti di Lahij semplicemente lohijan, quelli di Lahigi, poiché nella vasta regione d’intorno non vi è nessun altro insediamento con cui potrebbero avere un’identità comune. Un altro ostacolo di un’identità tat è che alcuni di loro sono sciiti, altri sunniti, altri cristiani armeni, e inoltre gli ebrei di montagna, i juhuri anche parlano tat come madre lingua.

Lahigi è uno degli più antichi insediamenti abitati dell’Azerbaigian moderno, con secolari case in pietra che resistono al terremoto, e un sistema di depurazione di mille anni, una delle più antiche nel mondo.


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Lahigi era uno dei più importanti centri di artigianato in Azerbaigian cominciando dal medioevo. Il villaggio è diviso in tre parti per mestieri, ognuna delle quali ha la sua propria piazza centrale, moschea, hammam e cimitero. Oltre ai conciatori e tessitori di tappeti, il mestiere più importante è quello dei ramai, ancora oggi praticato da molti maestri con le tecniche tradizionali. Una volta hanno provvisto della loro merce l’intera regione, fino a Georgia e Russia al nord e Persia al sud. Secondo leggende non verificabili erano loro a creare la Corona di Monomaco, la più antica corona degli zar russi. Ora aspettano nei negozi sistemati al pianterreno delle case ai turisti dediti che sono disposti a viaggiare fino a qui.


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Nella sincretica fede musulmana del villaggio il gatto mummificato protegge dal male


Un film di quindici minuti della TV bielorussa (in russo) sul villaggio, dove le immagini di sopra prendono vita in modo imprevisto

giovedì 7 marzo 2013

Un cacciatore di lingue e leggende

Come al solito, stavo cercando qualcosa di diverso nello scaffale quando ho ritrovato il mio lacero tascabile «Racconti e leggende del Sistan» del 1981, una pubblicazione annotata dell’Accademia Sovietica – e sono rimasto sorpreso di scoprire che potevo ancora recitare a memoria alcuni versi della bellissima traduzione russa, e che ricordavo ancora come è nato il progetto del libro, dopo la scoperta sorprendente di un cantastorie di Sistan che viveva da molti anni in una piccola cittadina di Turkmenistan. Tuttavia, i dettagli erano già scomparsi, e perciò mi sono riletto le notizie sul linguista e poeta che ha registrato e tradotto queste storie, alcune delle quali erano leggende canoniche di Rustam dal Shahnameh, il Libro dei Re, altre erano leggende fino a quel momento sconosciute, ma recitate come resoconti storici, e altre ancora erano raccontate come fiabe popolari.

A. L. Gruenberg-Cvetinovic
(conosciuto nella traslitterazione occidentale anche come Aleksandr Griunberg)
Aleksandr Gruenberg-Cvetinovic si è rivelata una figura affascinante, un iranista e un ossessivo ricercatore sul campo, che ha documentato innumerevoli piccole lingue nelle valli più remote del Caucaso e dell’Asia centrale, e che ha salvato e tradotto moltissime leggende e poesie popolari.

A 22 anni si è laureato presso l’Università di Leningrado in linguistica iraniana. Nel 1953 ha cominciato i suoi studi nell’Istituto di Linguistica. Nel suo progetto Ph.D. ha studiato le lingue dei Tat delle montagne dell’Azerbaigian del Nord, che vivevano in una schiera di villaggi semi-isolati (a differenze dei più numerosi Tat di Dagestan, i cosiddetti «ebrei di monte», una parte dei Tat di Azerbaigian erano musulmani sciiti, e alcuni cristiani armeni; un gruppo, i famosi fabbri di rame di Lahigi ancora si considerano di origine persiana, anche se dai tempi leggendari di un re del Shahnameh, Kai Khosrow.)

Un calderaio di Lahigi al lavoro, da un diario di viaggio del 2011

Ma l’avventura più esotica del giovane studente laureato è avvenuta nel 1958, tra le montagne di Badakhshan, Tagikistan, con la «spedizione Yeti» dell’Accademia delle Scienze, la quale presto si è trasformata in una ricerca delle lingue e del folklore dei montanari di Badakhshan. Benché verso il 1955-56 il mondo occidentale avesse già in gran parte superato la mania dello Yeti dopo la conquista dell’Everest, la Russia era, al solito, in ritardo di qualche anno. Vladimir Obruciev, un patriarca novantenne della geologia russa, prima della sua morte nel 1956 aveva raccolto qualche supporto per una ipotesi dell’esistenza dello Yeti nelle montagne del Pamir, il “Tetto del Mondo”, come era nominato con orgoglio. Kirill Staniukovich, un noto geobotanista e scrittore scifi, aveva riferito che la gente del posto gli aveva parlato di un «uomo selvaggio», noto a loro come golub-yavan o forse gul-bayavan. E nel1958 Staniukovich fu incaricato di una spedizione, la quale, incidentalmente, non ha incluso nessun ricercatore di primatologia – bensì due iranisti.

Lago Sarez, il presunto habitat del golub-yavan secondo Kirill Staniukovich
Aleksandr Gruenberg aderì al gruppo della Spedizione del Pamir di Anna Rozenfeld, anche lei nativa di St. Petersburg, ma più vecchia di una generazione, anche lei iranista, dialettologa e folklorista, e anche traduttrice di racconti popolari. Anna Rozenfeld era scettica sull’esistenza dell’«uomo della neve», e affrontò la questione dello Yeti come un’esercizio di raccolta di folklore. Il gruppo comprendeva anche due membri che non avevano alcun background di Iranistica: una giovane giornalista, Valentina Bianchi, nipote del famoso autore di libri per bambini Vitali Bianchi, e lo storico e sociologo di 55 anni Boris Porshnev, a quel tempo cattedratico del Dipartimento della Storia Occidentale nel prestigioso Istituto Storico, ma più noto ai posteri per il suo entusiasmo allo yeti. Ciascun membro del gruppo ha pubblicato il proprio resoconto delle loro avventure nel Pamir, ma sono stati i volumi di Porshnev che le hanno veramente immortalate. Naturalmente Staniukovich finì per pubblicare storie fittizie sull’«uomo della neve», e alla fine non è chiaro quanto ebbe incorporato dei risultati della spedizione, e quanto fu un’invenzione – come nei veri racconti popolari. Il gruppo Rozenfeld ricercò le lingue del Pamir, come Vakhan, Shugnan, Rushan e Ishkashim, ma ha anche scoperto che alcune tribù del Chitral dalle pendici meridionali del Hindu Kush vivevano in Badakhshan, come discendenti isolati di schiavi rapiti nell’Ottocento dai famigerati mercanti di schiavi dell’Asia Centrale.

Le stesse montagne e i villaggi di Badakhshan, da un diario di viaggio del 2012


L’attenzione di Gruenberg si è così rivolta alle migrazioni isolate di vari gruppi etnici, il cui territorio originale era a sud del confine sovietico, ma che potevano essere studiati all’interno degli stessi confini. Fra il 1958 e il 1960 ha scoperto e documentato le popolazioni Teymuri, Jamshidi e Sistani in Saraghs e Kushka, nel sud del Turkmenistan. Poi ottenne un’opportunità unica: quella di studiare le lingue rare delle valli del Hindu Kush, tramite l’incarico di traduttore del Ministerio Afgano dell’industria mineraria. Fra il 1963 e il 1968 realizzò un’ampia ricerca in loco nel remoto Nuristan, il rifugio leggendario delle truppe di Alessandro Magno, documentando per la prima volta le lingue Munjani, Glangali e Kati. Purtroppo, gran parte del suo materiale del campo era ancora in attesa di elaborazione al momento della sua morte improvvisa nel 1995. Un altro suo progetto non finito era lo sviluppo, in collaborazione con l’Accademia delle Scienze dell’Afghanistan, di un sistema d’alfabeto basato sulla Dari per le lingue Balochi, Kafiristani, Pamiri e Pashai.

Mausoleo di Saraghs-Baba, Turkmenistan, 1024
Le registrazioni su nastro portatile hanno rivoluzionato la raccolta di folklore, e nel 1975 Gruenberg è tornato a Saraghs per registrare i racconti epici del suo informatore sistani, Ismail Jarmamedov. Ismail, nato nel 1915, apparteneva alla prima generazione dei sistani in Saraghs. Le traduzioni poetiche russe di Gruenberg dei racconti di Jarmamedov sono il materiale del mio amato libro del 1981. Il ciclo di Rustam delle leggende sistani è insolito, in quanto è costituito di prosa parzialmente ritmata, con intarsi di versi. Il vocabolario arcaico e le uniche formule verbali ricorrenti suggeriscono che il ciclo segua una vecchia tradizione epica orale, ben distinta dal Shahname di Ferdowsi. Dal momento che Rustam è un eroe leggendario di Sistan, e dato che molti nomi e toponimi suonano in modo diverso nella versione sistani, Gruenberg ammetteva che questo ciclo di leggende risalisse a un ciclo epico indigeno pre-Ferdowsi.

Apparentemente un arido studio accademico, il libro dei Racconti e Leggende di Sistan è diventato così meravigliosamente poetico che ha raggiunto 75.000 copie di stampa, ed è diventato estremamente popolare. Aleksandr Gruenberg ha anche collaborato in molte altre traduzioni di leggende e racconti popolari dell’Asia Centrale, spesso traducendo i loro inserti poetici. Ha preso parte nella traduzione di leggende tat, turche e pamiri, e «racconti anonimi» iraniani, con centinaia di versi meravigliosamente interpretati. La mia ri-traduzione non può renderlo bene, ma tuttavia, per un piccolo assaggio delle parole di Gruenberg, ecco una prefazione canonica usata per i capitoli del Shahnameh, così come per le altre storie epiche di Sistan:

Голос донесся с бескрайних небес,
с синего купола дальних небес:
«Мудрый рассказчик, дервиш-острослов
не надевает на слово оков;
страстным влюбленным, тоской обуянным,
мчится оно фарсанг за фарсангом,
ловко, как заяц, и сладко, как мед...».
Шайтан приказал нам посеять табак,
куришь — погибнешь, погибнешь и так!
Курит Аббас, что в Иране царем,
пусть себе курит, да дело не в нем...
Слова — это шерсть, я же войлок валяю;
слова — молоко, я же масло сбиваю.
Ложь безграничная — вот мой рассказ.
Верблюд на блохе едет в город Шираз.
Ива и тополь, сосна и чинар
 сладких плодов не приносят нам в дар;
гранат и айва, померанец и тут
сочные щедро плоды нам дают.
Хлебом пусть станет вершина Ходжа,
в мясную шурпу Хильменд превратится.
Явился старик, чтоб шурпой подкрепиться.
«Много не съесть мне,— старик говорит.—
Стар я, устал я, и почка болит.
Съел я три сотни бараньих голов,
ножек без счета — а все же не сыт!»
Una voce si sente dal cielo sconfinato,
dalla cupola blu dell’altissimo cielo:
«Cantastorie saggio, dervish delle parole acute
lascia la tua parola volare liberamente,
correre avanti come un’amante desideroso,
che copra distanze di molti parasang,
veloce come la lepre, e fluido come il miele!
Il diavolo ci ha mostrato come usare tabacco,
se fumi – muori; ma morirai comunque.
Abbas, il shah di Iran ha anche fumato,
ma lasciamolo fumare, non parliamo di lui…
Le parole – come la lana, ne faccio feltri;
le parole – come latte, ne batto burro.
Di menzogne impossibili è fatta la mia storia.
Un cammello cavalca su una mosca a Shiraz.
Pioppo e salice, cipresso e pino
non daranno i loro frutti a noi da assaggiare,
il melone, melo cotogno e gelso offrono
il loro frutto al piacere di tutti.
Diventi il monte Hojja un monte di pane,
il fiume Helmand una zuppa ricca di agnello!
Un vecchio è venuto cavalcando per la zuppa.
Non posso mangiare molto, dice, sono
stanco e fragile, e gli intestini fanno male.
Ho mangiato pile intere di gambe di agnello,
trecento teste di agnello – e voglio di più!»


Negli ultimi anni il Hozeye Honari Musical Center a Teheran ha pubblicato in trentadue CD una raccolta completa della viva tradizione epica e del Shahnameh dalle varie provincie dell’Iran. Noi abbiamo solo sei dei trentadue, e il CD di Sistan non è tra questi. Ascoltiamo invece questa versione locale del Shahnameh da un cantastorie di Lorestano (Iran occidentale, monte Zagros).

Un vecchio cantastorie del Shahnameh, Iran

mercoledì 6 marzo 2013

Last minute Subotica



Karpatt, Pensez à demain (Pensate a domani). Dal CD Sur le quai (2011).

Il nostro viaggio a Subotica/Szabadka, Serbia, previsto per il 15-16 marzo, è last minute non solo perché, a causa di un’influenza prolongata, lo ho potuto organizzare ed annunciare solo adesso, dieci giorni prima dell’evento. Ma anche perché forse questo è l’ultimo minuto che si possa vedere ancora intatto il centro storico di Subotica, la culla dell’Art Nouveau ungherese, così, come si è rifiorito nella prosperità della fine dell’Ottocento, ed è stato poi irrigidito in un sogno della bella addormentata dalla nuova frontiera del 1920, la quale, allegandola alla Jugoslavia, ha tagliato tutte le sue connessioni tradizionali.

Da molto tempo si diffonde la notizia che il comune di Subotica vuole distruggere gran parte del centro storico della città per costruire centri commerciali al loro posto. La demolizione si è già iniziato con il prestigioso Teatro del Popolo nella piazza principale, due bei palazzi di Ferenc J. Raichle, il creatore dell’Art Nouveau a Subotica, e molti altri edifici, il cui posto è ora occupato da mostri di cemento, abbandonati a causa della crisi. Tuttavia, nell’autunno dell 2012 il comune ha proposto un nuovo piano di urbanizzazione, che intende di demolire non meno che 1063 edifici del centro storico della città, praticamente distruggendo il completo patrimonio architettonico ottocentesco di Subotica.

Così era – così è. Il Teatro del Popolo nella piazza principale

Posts precedenti su Subotica:
Exhibition: Art Nouveau in Subotica
Globetrotters in and of Subotica
The railway station of Subotica: So ugly that already disgusting
Spaniards, Bulgarians, Turks…
…Chinese, American Natives and Russian conspirators in Subotica
Tuttavia, noi non andiamo a funerali a Subotica, ma per scoprire il ricco patrimonio architettonico di una città di fine Ottocento viva e in sviluppo dinamico, così come la storia dietro di questo patrimonio. Partendo dalla piazza principale, passeggeremo di casa in casa nel quartiere Art Nouveau, esploreremo la struttura sociale della città, il rapporto spaziale e sociale fra le sue numerose comunità etniche – ungheresi, tedesci, bunjevci, serbi, ebrei –, e lo sviluppo del centro storico della città. Visiteremo i due monumenti più importanti, la cui costruzione è stata commessa con un buon senso da parte dell’ambizioso comune a due eccellenti architetti dell’Art Nouveau, Dezső Jakab e Marcell Komor: la sinagoga (1908), senza dubbi la sinagoga più bella dell’Ungheria dell’epoca, e il municipio (1912), che era anche fra i municipi più belli in stile Art Nouveau del paese. Visiteremo la mostra Art Nouveau in Subotica, già presentata in Poemas del río Wang. E infine andremo a vedere il famoso luogo di ricreazione del cavallo del secolo a Palić/Palics, gli edifici in stile Art Nouveau lungo il lago Palić, l’ultimo residuo dell’antico Mare Pannonica.


Il 15, venerdì mattina alle 7 partiamo in minibus da Budapest. Arriviamo intorno alle 10-11 a Subotica. Sistematici nell’albergo, andiamo a visitare la città. Durante la passeggiata ci sediamo per un pranzo breve nel Circolo del Popolo in stile Art Nouveau, o nella pasticceria serba dirimpetto alla sinagoga, per perdere il meno tempo con luce del sole. Alle cinque andiamo alla mostra, poi tempo libero.

Il 16, sabato incontriamoci nella piazza principale, la quale in questo giorno è un teatro di nozze, con alternanza di bande di ottoni dei Balcani, ed ospiti di nozze in competizione di eleganza, e soprattutto con il municipio, che è aperto al pubblico in questo giorno. Dopo il municipio andiamo a vedere la sinagoga, e quindi al Lago Palić. In Palić avremo pranzo nel ristorante sul lago, e da lì partiremo a casa.

La quota di partecipazione è 70 euro, che comprende il viaggio Budapest-Subotica e ritorno, il pernottamento con prima colazione, e la visita guidata. Supplemento camera singola: 15 euro. Scadenza: 8 marzo, venerdì.


martedì 5 marzo 2013

Transizione: La bestia

Emmanuel Fremiet (1824-1910): Gorilla che rapisce una donna, seconda versione, 1887 (la prima versione, respinta dal Salon di Parigi: 1858). Nantes, Musée des Beaux-Arts


Caricatura di Homer Davenport contro il «crokerismo» (l’influenza di Richard Croker) che dominava New York, 1898

Affisso del cinema americano Ravished Armenia (1919)

Illustrazione di Aubrey Beardsley (1894-1895) al I delitti della Rue Morgue di Poe (1841)

Journal des Voyages, 31 gennaio 1909. (Un’edizione del 1885 qui, e il suo modello – una delle fonti più importanti della follia delle gorille nell’Ottocento – qui e qui).


«Distrugge questa bestia pazza! Arruolati nell’armata americana!» Manifesto di guerra anti-tedesco anglo-americana, 1917-1918 (La versione australiana di Norman Lindsay del 1918 è qui)

«Distrugge la bestia tedesca!» Foto di Nikolai Khaldogin, Leningrado, blocada, dicembre 1941 – febbraio 1942. L’affisso originale non ha sopravvissuto, ma la sua versione colorata è stata preparata per una ripresa di film nel 2011.

Gino Boccasile: Francobollo fascista con un soldato americano che trascina la Venere di Milo, e lo stesso francobollo su una busta nell’Italia del Nord occupata dai tedeschi, 1944, da qui



Astrolabi, astronomi e osservatori

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 3929. Parigi, Bnf.

Bastone in mano, cammina sotto le stelle. Da qualche parte nel deserto giallo della pagina due cani lo hanno aggredito. Questo manoscritto del Maqâmât di Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî risale al XIII secolo, ha viaggiato molto, ha perso molte delle sue pagine e ha subito la sorte di tutti i libri – essere passato di mano in mano ed essere letto molto.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 3929. Parigi, Bnf.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 5847. Parigi, Bnf.

In definitiva, quello che ho trovato a proposito di questo meridiano tanto modesto di Tonnerre, mi ha lasciato con un sapore d’incompiutezza. Tutte queste immagini medievali, questi quadranti ed astrolabi, come anche i pozzi d’Eratostene, mi hanno sempre riportato alla memoria quella mostra erudita sulle scienze arabe, sei o sette anni fa, nell’Istituto del mondo arabo a Parigi – che pure mi ha lasciato con un sapore d’incompiutezza. Che sia impossibile parlare delle scienze antiche senza fare una deviazione al mondo arabo-musulmano, mi pareva già ovvio – ma questa conoscenza non si lascia scoprire senza difficoltà.
È giunto il momento di riprendere ciò che conosciamo.

1. Eratostene ha creato una prima rete di coordinate che permettevano di sviluppare delle tecniche di proiezione cartografica. Egli non fu l’unico: Marino di Tiro, alla fine del I secolo d.C, ha anch’egli cercato di misurare la Terra, ma nel redigere la sua carta si è basato su misure differenti  da Eratostene. La sua carta diventerà cinquanta anni dopo il modello della Geografia di Tolomeo. Sia Marino che Tolomeo sono partiti da un meridiano oltre l’Africa occidentale nel disegnare una rete di meridiani e paralleli equidistanti che formano dei rettangoli, e che danno una proiezione corretta al 36° parallelo, che corrisponde all’isola di Rodi, intorno alla quale si organizzavano tutte le terre conosciute, dalla costa atlantica alla Cina.

Al-Isthari (?-951), Trattato di geografia. Manoscritto del XVI secolo. Parigi, Bnf. La carta segue la proiezione di Tolomeo.

Claudio Tolomeo, Cosmographia, Jacobus Angelus interpres. Parigi, Bnf.
Questa rappresentazione del mondo secondo Tolomeo, redatto a Firenze fra 1451 e 1500, include la disposizione dei meridiani.

2. Sia Marino di Tiro che Tolomeo sono stati tradotti più volte in arabo dopo la seconda metà del VIII secolo. Il lavoro di quest’ultimo è stato riscoperto in Europa, a partire dal XII secolo, sotto il nome di Almagesto. Tutt’e due erano referenze importanti del grande geografo del X secolo, al-Masûdʿî.
Nello stesso periodo, biblioteche principesche e più modeste collezioni private hanno cominciato a crescere insieme alle «Case della Saggezza», come quella fondata da Hârûn al-Rashid alla fine del VIII secolo, o alle istituzioni di istruzione superiore che diventeranno le madrase a partire dall’epoca selgiuchida.


Tutti questi testi, come l’Almagesto, con i loro traduttori e commentatori eruditi, tutti circolavano attraverso il mondo musulmano.


3. Gli astronomi arabi e persiani, a sua volta, si sono dedicati a misurare la Terra e a misurare il tempo.
Hanno disegnato carte, e a volte anche meridiani. Hanno criticato le strategie d’osservazione di Tolomeo, e sviluppato degli strumenti che poi riprenderanno anche i nostri astronomi europei: strumenti di grandi dimensioni per le misure più precise, e astrolabi planisferici perfezionati rispetto al modello greco, affinché, in un contesto musulmano, si possa determinare la direzione della preghiera (qibla). Le stesse esigenze religiose stanno all’origine di una nuova disciplina, la misurazione del tempo (ʿilm al-mîqât), che porta alla realizzazione di orologi solari. Questi sviluppi dell’osservazione, come i modelli matematici coinvolti, portano alla critica dell’astronomia greca e soprattutto dell’Almagesto, e quindi preparano la rivoluzione copernicana del XVI secolo.


Abbiamo dunque trovato, se non il disegno di un meridiano sul pavimento, quello di un orologio solare, indispensabile per impostare il tempo per la preghiera.

E i meridiani?
Gli astronomi, i geografi e i matematici sono viandanti. Studiosi arabi, persiani, turcomanni, curdi, turchi, mongoli percorrono le strade da Damasco a Soltaniyeh, de Rey a Samarcanda. Viaggiano, si incontrano, chiacchierano, osservano.

Aboû Moḥammad al-Qâsim ibn ʿAlî al-Ḥarîrî, Maqâmât, XIII secolo. Manoscritto arabo 5847. Parigi, Bnf.


Per tracciare un meridiano, è spesso necessario iniziare con la costruzione di un osservatorio.
Prima dell’uso della camera oscura, l’osservazione del movimento delle stelle era possibile mediante l’uso di pozzi, non come fece Eratostene per misurare l’ombra del sole e quindi calcolare la lunghezza del meridiano, dunque la circonferenza della Terra, ma in ordine, per esempio, per osservare il movimento dei corpi celesti in pieno giorno, senza essere disturbati dalla luce.

Taqiy al-Din ibn-Maruf, Il pozzo d’osservazione azimutale d’Istanbul: Strumenti d’osservazione alle tabelle de Shâhinshâh, Turchia, 1580. Parigi, Bnf.

Ulugh Beg (1394-1449), nipote e secondo successore di Tamerlano è rimasto nella memoria storica meno per il suo ruolo di principe di Samarcanda, che come astronomo, matematico e costruttore di uno degli osservatori più antichi nel mondo musulmano.
Questo osservatorio è stato dotato di strumenti astronomici fissi, che impiegavano almeno 60 astronomi, o forse fino a un centinaio. Le loro osservazioni sono state effettuate su un lungo periodo, tra il 1420 e il 1437. Hanno definito la lunghezza esatta dell’anno solare – 365 giorni, 6 ore, 10 minuti e 8 secondi –, e hanno compilato un catalogo di 1012 stelle.

Il nipote di Temür Beg, Ulugh Beg Mirza, ha fatto costruire un grande edificio: l’osservatorio a tre piani sulla collina di Kuhak, utilizzato per compilare le tabelle astronomiche. Grazie a questo osservatorio, Ulugh Beg Mirza ha composto le Tabelle di Köregen, che sono attualmente in uso in tutto il mondo. Raramente si utilizzano altre tabelle. In precedenza si usavano le Tabelle dell’Ilkhan, compilate a Maragha da Khaja Nasir Tusï, sotto Hülegü Khan, chiamato Ilkhan. Probabilmente non si trovano più di sette o otto tabelle astronomiche in tutto il mondo. Una di queste è l’opera del califfo Mamun, chiamata le Tabelle di Mamun. Anche Tolomeo ne ha compilato una.
Babur, Memorie degli eventi dell’anno 903 (1498), Babur-Nama

L’osservatorio di Samarcanda era costituito da un edificio cilindrico, con una altezza di 30 metri e un diametro di 46, provvisto d’un enorme sestante di marmo, il «Sestante di Fakhri», con un raggio di circa 40 metri, consentendo misurazioni astronomiche di altra precisione durante il passaggio del Sole, della Luna e dei pianeti sopra il meridiano. Questo arco di 60° ha anche incluso delle scale su ogni lato per permettere il movimento degli assistenti durante le misurazioni.




Oggi in parte interrato, il sestante è ben conservato, mentre gli altri strumenti invece sono scomparsi. Quanto a Ulugh Beg, lui è stato assassinato dal proprio figlio.

Per il bene di questo mondo che passa in cinque giorni, lui ha assassinato un uomo tanto saggio e vecchio come suo padre. Il cronogramma della morte di Ulugh Beg Mirza è il seguente:

Ulugh Beg Mirza, oceano di scienza e saggezza
Che è stato il sostegno del mondo e della religione
Ha assaggiato il martirio per mano di Abbas
Queste lettere sono il cronogramma: Abbas m’ha ucciso.


Babur, Memorie degli eventi dell’anno 903 (1498), Babur-Nama.

Solo un oggetto alla fine. Questo non è un astrolabio, anche se è sferico ed è attraversato da una barra mobile, un’alidada. Si tratta di una rappresentazione matematica del mondo musulmano che permette d’identificare le grandi città e la loro situazione rispetto alla Mecca. La Mecca è nel centro, e le posizioni delle centocinquanta città sono indicate dalle loro coordinate. Il movimento dell’alidada permette di determinare per ciascuna città la direzione della Mecca, grazie alla graduazione attorno allo strumento. È anche segnata la distanza fra ciascuna città e la Mecca. Una bussola è stata aggiunta al lato inferiore dell’oggetto. Lo strumento si basa sulle tabelle astronomiche compilate in base alle osservazioni d’Ulugh Beg a Samarcanda. Ci sono solo due copie di questo tipo di mappa – perché questo oggetto è una mappa –, trovate nel 1989 e nel 1995.

Mappa del mondo musulmano, centrata sulla Mecca. Iran, XVII secolo. Kuwait, collezione al-Sabah, Dar al-Athar al-Islamiyyah.

lunedì 4 marzo 2013

Non tagliare tutti gli alberi

Associazioni civili hanno organizzato sabato una manifestazione di protesta alla Riva Római (Riva Romana, chiamata così dall’antico insediamento romano di Aquincum che si estendeva qui) a nord di Budapest, dove il Danubio entra in città. Questa riva del Danubio, coperta di alberi, è un terreno d’alluvione naturale delle inondazioni annuali del fiume, ma negli ultimi venti anni sempre più investitori hanno costruito qui case, anzi alberghi illegalmente e con la tacita complicità del governo del distretto. Ora, come il presidente di quest’ultimo è diventato sindaco di Budapest, ha annunciato che un centinaio di milioni di euro di denaro pubblico verrà versato nella costruzione di una diga lungo tutta la Római per la protezione degli stessi investimenti illegalmente costruiti, che porterà a una distruzione totale di quest’ultima riva naturale all’interno della città.

Coloro che non conoscono la capitale ungherese, saranno probabilmente sorpresi di notare che in una città con un tanto grande fiume non vi sia quasi nessuna possibilità di avvicinarsi alla costa. Anche questo ultimo residuo è piuttosto trascurato, ma tuttavia, come tanti altri, io veramente amo la Római.
Qui si può camminare giù al Danubio, insegnare ai bambini a giocare a rimbalzello, cercare case vuote di lumache e conchiglie, fare camminare o nuotare il cane, andare in kayak o in canoa, incontrare gli amici, mangiare pesce fritto, ballare nei ristorante-giardini, avere una birra o un vino in un letto di sole giù sulla costa, nella notte guardare i riflessi delle barche illuminate, ascoltare il gruppo di Albert Márkos nel ristorante Fellini all’aperto, o per lo più solo guardare la grande, lenta acqua. Nello stesso tempo dentro e fuori la città, un intrattenimento facilmente accessibile, anche in una semplice serata feriale.
Un sacco di strutture ricreative, con le quali un fiume tanto potente arricchisce gli abitanti delle sue rive. Budapest ha sempre preso un uso molto povero di ciò che altre città, che gestiscono le loro doti naturali in un modo più intelligente, avrebbero avidamente sfruttato.

Ringraziamo alle diverse migliaia di persone che hanno indicato con la loro presenza che non vogliono che questo tratto di riva naturale popolare si trasformi come progettato dall’ufficio del sindaco, nell’interesse delle proprietà costruite sul terreno d’alluvione.


Letteratura sul tema, in ungherese, non esaustiva, e nela convinzione che la storia sia tutt’altro che finita:

– Pagina Facebook dell’evento Picnic per la Római, organizzato dall’Associazione Proteggere il Futuro, dal blog Città e Fiume, e dall’Associazione degli Architetti di Paesaggio Ungheresi
– La comunità che sostiene la sopravvivenza della riva naturale: Che rimanghino gli alberi alla Római!
– Un video del portale Index sulla dimostrazione (e contro-dimostrazione) del 2 di marzo
– Una sintesi nel blog Isole Danubiane delle dimostrazioni pro e contra la costruzione della diga
– «Un tronco galleggiante può distruggere la diga» – un articolo al NOL sui problemi della diga prevista
– Articolo di Sándor Bardóczi Requiem per la Római nel Foro di Architetti
– Un commentario sulla conferenza stampa del sindaco István Tarlós, ancora una volta da Sándor Bardóczi


Aggiornamento: Sviluppi recenti al sito dell’Associazione Proteggere il Futuro – il sindaco, tre giorni dopo (!) aver portato la decisione sulla costruzione della diga, ha promesso di far preparare gli studi impatto che finora completamente mancavano. Credo che questo passo è stato influenzato dagli abitanti di Budapest convocati dalle organizzazioni civili.

domenica 3 marzo 2013

Divertimento


al ponte del Yaselda, vicino al già menzionato Malecz, il 3 marzo 1918, alla notizia del ritiro della Russia dalla guerra.

tutt’e due immagini si possono ingrandire bene