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domenica 27 settembre 2015

Il miglior dipinto di Kamal-ol-Molk

Kamal-ol-Molk (con un bastone) fra i suoi studenti all’Accademia delle Belle Arti di Teheran

Kamal-ol-Molk, il più rinomato pittore persiano della fine Ottocento – nella cui casa staremo a Kashan – affascinò il pubblico soprattutto con i suoi quadri di genere. Lo stile introdotto da lui era, per così dire, la controparte dell’orientalismo europeo. Mentre quest’ulteriore riempì gli spazi larghi e lussuosi della pittura romantica e accademica con i motivi sediziosi dell’oriente misterioso, Kamal-ol-Molk ha reso le consuete immagini piccole e intime delle case persiane, che avevano i colori chiari, solo poche figure, e nessuna profondità spaziale, più attraenti per il pubblico persiano, sempre più sensibile alla cultura europea, con le tecniche artistiche acquisite in Italia, con i corpi realistici, la rappresentazione degli stati d’animo che si riflettono sui volti, e la prospettiva europea. Non è a caso, che le riproduzioni dei suoi dipinti, conservati nelle ex collezioni imperiali – L’indovino, Venditori ambulanti ebrei, Orefici di Bagdad, Musicisti, Festival di Noruz e il resto – sono tuttora le decorazioni comuni delle case e degli spazi pubblici.

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Ma c’è una pittura che supera tutto il resto in popolarità. In questa un vecchio uomo barbuto sta sedendo e fumando la pipa a un tavolo modestamente apparecchiato. Questo dipinto lo vediamo e rivediamo in ogni città, sulle pareti delle camere private, delle officine e dei bar, anzi sulle insegne delle case da tè e dei ristorati. Ed è ancora più sorprendente, che il quadro è stato completamente folklorizzato. Se lo cambia liberamente, e nelle riproduzioni individuali se lo completa come si trova meglio, con un narghilè nei caffè, o con una tavola riccamente apparecchiata nei ristoranti, a seconda di ciò che ci serve nel luogo rispettivo.

La cittadina storica di Masuleh sul Mar Caspio



Kashan, ristorante vicino al bazar

La popolarità del quadro è stata indubbiamente rafforzata dal fatto che svolge un importante ruolo simbolico in uno dei più importanti film iraniani degli ultimi due decenni, Vita e niente di più (o com’è noto in Europa, E la vita continua, 1992) da Abbas Kiarostami. Questo film è la continuazione del primo film veramente di successo dell’allora cinquantenne Kiarostami, Dov’è la casa dell’amico? (1987), che abbiamo menzionato anche noi. Nel secondo film l’attore che interpreta Kiarostami e suo figlio viaggiano in una macchina malconcia da Teheran alle montagne di Gilan, pochi giorni dopo il terremoto con cinquantamila vittime, per sapere se i due giovani protagonisti del film dal villaggio di Koker hanno sopravvissuto alla catastrofe. A parte della presentazione della devastazione e del lutto, il film, come il titolo suggerisce, fa soprattutto percepire con quanta forza e determinazione i sopravvissuti lavorano per rendere di nuovo abitabili le case e vivibili i villaggi, per fondare nuove famiglie al più presto possibile, affinché la vita continui. Il film aveva un vero e proprio effetto terapeutico in Iran, e quest’elaborazione della tragedia dava un enorme incoraggiamento e forza a tutta la società. Non è un caso, che Kiarostami presto ha girato un terzo film di successo, Tra gli ulivi (1994), basato sull’analisi meticolosa di una scena chiave di E la vita continua. Questi tre film, spesso chiamato dai critici «la trilogia di Koker» a causa della località comune, e considerato come l’opera più importante di Kiarostami, sono ancora ben noti in Iran, e il loro impatto è palpabile nell’intero cinema iraniano.

Uno degli apici di E la vita continua è, quasi esattamente alla metà del film, quando il personaggio principale si ferma in un villaggio in rovina, e lentamente percorre con lo sguardo i resti delle case, bellissime anche in rovine, con le montagne verdi di Gilan sullo sfondo. In un portico rimasto intatto guarda a lungo su questa riproduzione di Kamal-ol-Molk, che è stato tagliato quasi a metà dall’enorme crepa che corre dalla parte superiore alla parte inferiore della parete, ma nonostante questo il vecchio continua a fumare tanto pacificamente, come se nulla fosse accaduto. La bellezza e la forza di questa scena offre una chiave per tutto il film. Non è un caso che quest’immagine è stata scelta sulla locandina del film, la quale si può vedere ancora dopo venti anni in molti club o librerie. Io l’ho fotografato in un negozio di CD sul Vali-Asr Avenue.



È quindi sorprendente, che mentre il quadro gioca un ruolo tanto importante nella cultura visuale dell’Iran moderno, e qualsiasi persona che si domanda lo considera il miglior dipinto di Kamal-ol-Molk, tuttavia non se lo trova in nessun album o sito web dedicato al maestro. Si deve cercare a lungo sul web persiano per trovare quella piccola storia che si racconta in forme varie in diversi siti:

«Intorno al 1940 due fotografi hanno viaggiato al villaggio di Maragh vicino a Kashan per prendere delle foto sull’atmosfera del paesaggio, la gente, e il mausoleo di Baba Afzai. Pranzavano nella casa da tè del villaggio, dove un uomo vecchio, che aveva appena finito il suo modesto pranzo, accese la pipa. L’hanno fotografato, e sono tornati a Teheran. Solo dopo lo sviluppo della foto hanno scoperto com’era bella, e l’hanno messo sulla parete dello studio.
Non molto tempo dopo anche il proprietario del caffè Laleh è andato allo studio per farsi fotografare. Ha visto sulla parete l’immagine del vecchio uomo con la pipa, il tè e il resto del pranzo sulla tavola. Gli è piaciuto, l’ha comprato, e l’ha appeso sulla parete del suo caffè.
La foto pendeva sulla parete per anni, finché un giorno un pittore entrò nel bar per bere una tazza di caffè e fumare una sigaretta. Gli piaceva la foto, e la immortalò in pittura d’olio.
Si è voluti solo pochi anni, e il dipinto era copiato per tutto il paese, in quadri, locande e insegne di negozi, sulle pareti di case da tè, bar e ristoranti, in ogni città e lungo le strade…»


La storia è stato ovviamente tanto folklorizzato come l’immagine. Il caffè Laleh – Tulipano –, il famoso caffè della Teheran pre-rivoluzionaria fu chiuso molto tempo fa, così non sapremo mai com’era la fotografia originale, che era tanto attraente per il pittore, che la convertì in un dipinto nello stile di Kamal-ol-Molk, e anche aggiunse la firma del maestro. O forse lo sapremo?


Questa foto fu presa nel 1907 dai fratelli Lumière con il processo autocromo brevettato da loro nello stesso anno. È ovvio, che questo vecchio parigino che fuma la pipa e beve vino doveva essere il modello del dipinto «persianizzato».

Vale a dire, il dipinto migliore di Kamal-al-Molk, il pittore nazionale, non è la sua opera, anzi nemmeno un’opera individuale, ma una creazione collettiva. Non ha nemmeno un originale autentico, ed è per questo che è folklorizzato e adattato in tante versioni. La sua nascita è dovuta alla ricezione di modelli europei, e la loro conformazione a modelli persiani, e la sua popolarità al fatto che appare come un’opera anonima e un simbolo collettivo in una scena chiave di uno dei film più importanti sui problemi del destino iraniano. Tutto questo insieme lo rende veramente iraniano, un’opera di tal stile e significato, che se Kamal-ol-Molk lo vedesse, sicuramente lo autenticherebbe con la propria firma.

La storia potrebbe finire qui, il mistero è stato risolto. Ma per fortuna ogni mistero risolto crea un nuovo da risolvere. La constellazione della pipa, del vino e del vecchio con la grande barba bianca incita la nostra memoria visiva. Che cosa ci ricorda? Ecco. Quel parallelo visuale, presentato tempo fa, dove i due vecchi signori in Mio padre e lo zio Piacsek con vino rosso (1907) di József Rippl-Rónai stanno sedendo esattamente nella stessa posa come i due vecchi ebrei galiziani nella foto di Alter Kacyzne venti anni più tardi. La foto dei fratelli Lumière, anche se è fatta nello stesso anno che il dipinto di Rippl-Rónai, ovviamente non è un modello di nessuno dei due. Tuttavia, la figura in essa pare di svolgere il ruolo di tutt’e due vecchi allo stesso tempo: la sua posa è simile a quello a sinistra, mentre la pipa a quello di destra. E se si vuole, si può introdurre nella società ungherese-ebreo-francese-persiano anche uno schizzo più tardivo (1936) dello stesso Kamal-ol-Molk, dove un vecchio con la barba lunga sta leggendo nella posa della figura a sinistra. Sono questi semplici coincidenze visuali? O un inconscio topos pittorico, una formula iconologica del periodo? E il mistero continua.

József Rippl-Rónai: Mio padre e lo zio Piacsek con vino rosso, 1907

«Byale (Biała Podlaska, provincia di Lublino), 1926. Padre e figlio. Per proteggersi dal Male,
Leyzer Bawół, il fabbro non mi dirà quanti anni ha, ma deve essere più di cento. Ormai
suo figlio continua il mestiere, e il vecchio è diventato un medico. Mette
a posto braccia e gambe rotte.» Foto di Alter Kacyzne



mercoledì 25 marzo 2015

Transizione: «...cor meum vigilat»


Sicuramente vediamo qui un altro esempio di quella vita nascosta delle immagini, la quale ha tanto impressionato Aby Warburg, che la presentò come un fenomeno separato, chiamato Pathosformel, nel suo saggio del 1905 sul rapporto di Dürer all’antichità classica. Si tratta della sopravvivenza più o meno inconscia e atemporale di formule pittoriche espressive, la quale qui prende forma nei raggi provenienti dal cuore della guardia di sicurezza.



Le due porte stanno a pochi metri di distanza una dall’altra nel centro storico di Palma. La prima in carrer del Call, di fronte al ristorante «Las Olas». L’altro all’angolo di carrer de Sant Alonso e Santa Clara.

Carrer de Pont i Vich

Le placche del Sacro Cuore di Gesù con l’iscrizione in maiuscole «BENDECIRÉ» * erano una volta presenti su quasi tutte le porte della città. Oggi solo pochi di essi sopravvivono sulle porte interne che si aprono direttamente agli appartamenti. Sulla strada ce n’erano rimasti solo pochi rovinati. Il loro posto è occupato dal nuovo tipo di immagine, la cui presenza è legata a un canone mensile.


Claudio Monteverdi: Sacred Music. Roberto Gini, Lavinia Bertotti & Ensemble Concerto. «Ego dormio et cor meum vigilat» (Io dormo, ma il mio cuore veglia)

domenica 18 agosto 2013

Mutazioni

Dea con gambe di serpente (forse la Mixoparthenos). Lamina d’oro, lavoro greco, metà del  4° sec. a.C., dal Kul Oba kurgan, da qui

Gli sciti, questi cavalieri nomadi di origine iraniana (il loro più vicino vivente relativo di lingua è l’osseto, che appartiene al gruppo orientale dell’iraniano nuovo) è apparso intorno al 7° secolo a.C. a nord del Mar Nero, e spodestando i cimmeri, hanno presto occupato la regione tra i Carpazi e il Caucaso. Alla fine del medioevo la loro memoria – insieme con quella dei sarmati e degli unni – ha sopravvissuto solo in oscuri miti d’origine dell’Europa centrale. Per l’Europa antica e medievale il loro nome significava per lungo tempo tutti i popoli nomadi provenienti dall’Oriente in generale (benché in questo senso anche la formulazione di Erodoto non è molto chiaro), e la versione accadica (askuza/iskuza), che si è poi trasmesso all’ebraico biblico nella forma אשכנז ashkenaz, indicherà più tardi gli ebrei dell’Europa centrale nella diaspora.

Ma quando appaiono, sono loro i «primi barbari» nella storia dell’Europa, il primo popolo nomado asiatico descritto in dettaglio da fonti occidentali, in particolare da Erodoto. I customi attribuiti agli sciti, riportati anche da Erodoto nel quarto libro della sua Storia (come per esempio la preparazione di coppe dai crani dei nemici) diventano più tardi topici della letteratura antica e medievale, e li ritroviamo anche nelle desscrizioni di altri popoli nomadi provenienti dall’Est.

La Mixoparthenos dal lapidario di Kerch.
Dall’attuale grande mostra sulla Crimea nel LVR-Landesmuseum di Bonn

Erodoto narra vari miti d’origine scita, fra cui uno gli è stato detto «dai greci che vivono lungo il Ponto». Questa storia dice che Eracle, mentre guidava il bestiame di Gerione nel territorio della futura Scizia, ha perso i suoi cavalli in una tempesta di neve. In cerca di essi è arrivato a una terra chiamata Ilaia, dove in una grotta ha incontrato la Mixoparthenos, la regina della regione. L’essere, il cui corpo superiore era di femmina, ma il corpo basso di serpente, gli ha fatto sapere che i cavalli li aveva lei, ma in cambio del loro ritorno l’eroe ha dovuto dormire con lei. Ercole infine genera tre figli – Agatirso, Gelone e Scite – alla Mixoparthenos, e le dice, che colui che sarà capace di piegare l’arco del padre e mettersi la sua cintura, meriterà di essere il re della regione. Questo sarà il figlio più giovane, Scite, antenato dei re della Scizia, mentre i sciti, «per commemorare la coppa appesa alla cintura di Eracle, tutt’oggi indossano coppe sulle loro cinture».

L’ottavo compito di Eracle: cogliere i cavalli antropofagi del re tracio Diomede. Moneta di Sauromate II, re di Bosforo, 2° secolo d C. Fonte

La creatura sireniforme di questa storia mista, che include sia elementi greci che orientali, come Neal Ascherson sottolinea, presto diventa il simbolo del Regno del Bosforo dalla cultura mista, greco-scito-tracia, che abbracciava le colonie greche lungo la costa settentrionale del Mar Nero, e della sua capitale Pantikapaion (oggi Kerch), fino alla sua distruzione nel 4° secolo d.C. Ma Ascherson menziona anche una sopravvivenza ancora più interessante della Mixoparthenos:

«Ma la Mixoparthenos ha sopravvissuto anche in un altro modo del tutto pratico. È diventata una maniglia. Il suo corpo snello, curvando verso l’esterno ma poi di nuovo ricurvando alla testa e alle gambe di serpente, è divenuto l’ansa ornamentale indurita sul cerchio delle tazze di ceramica, rivettata o saldata ai vasi di bronzo o di vetro. È rimasta senza nome, ma utile per molto tempo dopo che la sua città era bruciata e i suoi figli hanno lasciato la storia.

Sconosciuta, la Madre dei Sciti vive ancora in mezzo di noi. L’altro giorno, in una delle vecchie stazioni ferroviare asburgiche a Budapest, ho sentito qualcosa di insolito mentre ho aperto la pesante porta doppia della biglietteria. Nella mia mano c’era, in ottone indossato lucide da milioni di viaggiatori, il corpo di una donna nuda, diviso sotto l’ombelico in due serpenti arrotolati.» (Neal Ascherson: The Black Sea)


Non a Budapest, ma assomiglia. La maniglia della porta del Virginia Center for Architecture, di qua

Ma ho cercato in vano le sue tracce nelle stazioni ferroviarie di Budapest, non ho ritrovato la Mixoparthenos. La maniglia vista da Ascherson è stato probabilmente sostituita. Ma anche così non è scomparsa senza lasciare traccia. Anche se la sua figura si è fusa con il sirene comune (più precisamente, con quella a due code, la Melusina), la matriarca scita con due gambe di serpente ancora si può vedere oggi, e addirittura in un luogo molto insolito, nel logo dei caffè Starbucks.

La sirena del logo di Starbucks è diventato gradualmente sempre più «timido». Vedi su questo l’articolo di Michael Krakovskiy, nato a Odessa.