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martedì 2 giugno 2015

Santa Nino e la luce mistica

La parete del monastero di Samtavro, di fronte alla cella di Santa Nino

«I miei occhi sono diventati oscuri, e voi, invece, vedete la luce?» – segue la risposta: «La vediamo fulgente, la luce del sole.»

La festa di Santa Nino (წმინდა ნინო) (Colastra 296 circa – 338 circa), viene celebrata secondo il calendario ortodosso Georgiano, data l’importanza che ha questa Santa per il Paese caucasico, in due date. La più importante il 27 gennaio, la seconda il 1 di giugno.

Santa Nino, giunta da Costantinopoli, predicò ed introdusse la religione cristiana in Georgia (allora Iberia). Considerata originaria di Colastra in Cappadocia, è ritenuta da diverse fonti, parente di San Giorgio. A lei sono attribuite la conversione della regina Nana ed in seguito, del Re Mirian III di Iberia.

L’immagine di Santa Nino in una chiesa rurale della Georgia del Sud

«Vedo figlia mia, il tuo potere è uguale al potere di una leonessa, che ruggisce più forte di qualsiasi altro animale a quattro zampe, o come la femmina dell’aquila, che vola alta, più del maschio, e che riesce a racchiudere tutto il mondo, nella pupilla, come una piccola perla, e come fuoco cerca cibo per se stessa, e vedendo il cibo, chiude le ali e si getta su di esso. Lascia che la tua vita sia così, guidata dallo Spirito Santo.)» (ქართლის ცხოვრება, 47).

La tradizione vuole che il Re, smarritosi in un tenebroso e fitto bosco durante una battuta di caccia, si salvi solo dopo aver pregato il «Dio di Nino».

«Mentre il re Mirian era andato a caccia, nel folto di una selva, in pieno giorno fu oscurato il sole, e si fece buio fitto. Il re disperato chiedeva aiuto ai suoi dèi Armaz e Zaden, ma invano. Allora si ricordò del dio di Nino crocifisso e gli chiese aiuto e si fece luce: il dio di Nino aveva restituito la luce al sole. La versione del monaco Arsen aggiunge: Mirian ʻfu preso all’improvviso dalle tenebre, cadde e non poté più continuare il cammino; i suoi compagni di caccia vedevano come sempre la luce fulgente del sole e continuavano a camminare, mentre il re si fermò, preso da una cecità strana, fu preso dal panico e provo della speranza di vita.’»

La scena della caccia sul Pilastro Santo della cattedrale di Mtskheta

Come nella dantesca Divina Commedia, la selva oscura è la rappresentazione di una vita (e del regno di Kartli) priva della luce di Cristo (rappresentata dal sole). Il re Mirian ed il suo regno infatti, sino a quel momento avevano sempre vissuto nelle tenebre, riponendo fiducia nel falsi dèi.

La conversione alla vera luce, le permise di vedere il sole di mezzanotte: «il sole di giustizia in mezzo alla notte».

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

(Dante Alighieri, Inferno I, vv. 1-12.)

Anche san Paolo, nel momento della conversione, vide una grande luce:

„Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: ʻSaulo, Saulo, perché mi perséguiti?’. Io risposi: ʻChi sei, o Signore?’. Mi disse: ʻIo sono Gesù il Nazareno, che tu perséguisti’. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: ʻChe devo fare, Signore?’. E il Signore mi disse: ʻÀlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia’. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco. Un certo Ananìa, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: ʻSaulo, fratello, torna a vedere!’. E in quell’istante lo vidi. Egli soggiunse: ʻIl Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome’». (Atti, 22,6-16)

«Colui che non riusciva a vedere la luce del sole neanche in pieno giorno diviene capace di vederla a notte fonda. […] È il sole spirituale che dà la luce, fa rispendere il sole reale. È la luce di questo sole che entra in Kartli, paese ʻa settentrione’ ossia senza sole spirituale, oscurata dal peccato, con ʻi monti con le cime coperte dalla nebbia del peccato’.»

«[Santa Nino] nei pressi del confine vicino alla città di Urbnisi, vide la gente adoratrice degli dèi pagani che personificavano il fuoco, le pietre, il legno. Si unì ad una folla che si recava nella grande città di Mtskheta, sede dei grandi re, per il commercio e la preghiera da elevare ad Armaz. ʻE versavo le lacrime e gemevo verso l’Iddio, – narra Nino – per la perdizione del paese a settentrione, in cui la luce era stata occultata, vinta dalle tenebre.’ […] Nino, angosciata per questo popolo che viveva nel buio, pregò il suo Dio fatto uomo per la salvezza degli uomini di mostrare la vera luce.»

La cella di Santa Nino nell’ex giardino reale di Mtskheta, oggi del monastero di Samtavro

L’immagine della cima e del monte, così comune e frequente in Georgia è da associarsi alla presenza in passato, appunto dei luoghi di culto e della presenza di statue legati ai culti pre-cristiani (e quindi secondo la prospettiva salvifica del cristianesimo, avvolte appunto nella nebbia della falsa fede).

E così accadde:

«Finita la preghiera, all’ovest l’aria si mosse, sorsero i venti, rimbombò un tuono tremendo, apparvero nubi orribili che si affrettavano verso il luogo su cui stavano le statue. La gente presa dalla paura incominciò a fuggire; nel frattempo dalle nubi cominciò a grandinare, le statue ne furono percosse e ridotte in polvere, che i venti sparsero sui monti. Sopravvisse soltanto il rubino dell’elmo di Armaz. Quando si calmarono le tempeste, santa Nino, incolume, lo trovò, lo prese e lo riportò nella vecchia città di Mtskheta, destinata alla rimascita. Così fu distrutta la vecchia Kartli insieme ai suoi vecchi dèi, continuando tuttavia a vivere, poiché non erano ancora distrutte le statue, che aveva costruito nella sua anima, e questo legame interiore con il divino le era ancora fonte di forza di vivere.»

Non è un caso infatti che santa Nino, nel suo tentativo di convertire la Kartli al cristianesimo, riponga proprio su una altura la prima croce (fatta coi tralci della vite, tenuti assieme dai capelli stessi della Santa).

«La croce di Santa Nino» nelle montagne della Georgia del Sud, e la chiesa di Jvari (Santa Croce) costruita sul luogo della prima croce eretta da lei


In seguito a questo fatto, il Re stesso dichiarò nel 327 (circa), il cristianesimo religione ufficiale. La Georgia divenne quindi il secondo Regno ad adottare il cristianesimo, dopo l’Armenia nel 301 (circa).

«Intanto Santa Nino andò nel luogo in cui era piantato un albero, lì pregò per la Kartli per sei giorni, nel settimo giorno invece venne a Mtskheta, ripercorrendo in questo modo l’atto di creazione in sei giorni, creando, cioè, di nuovo il paese moribondo. Arrivata, andò ad abitare nel giardino del re. Era uno splendido giardino: con un albero al centro, con gli uccelli che vi dimoravano, ma il significato di questo giardino non era stato ancora rivelato. Esso viene reso esplicito quando Nino, portando con sé lo Spirito Santo, dà il significato agli oggetti che la circondano: così l’albero diventa quello della vita, gli uccelli si trasformano in quelli dell’Eden: vengono, si lavano nell’acqua, si nutrono d’erba e si mettono ad annunciare che il samotxe è diventato proprietà di Nino; intanto va notato che nell’antico georgiano la parola სამოთხე designava sia giardino che paradiso. In questo modo, con un gioco di parole, si annuncia la trasformazione del giardino in paradiso, trasformazione avvenuta grazie a Nino.»

(Tutti le citazioni, dove non diversamente indicate, sono tutte da riferirsi al testo Santa Nino e la Georgia, di G. Shurgaia)

Processione di Pasqua nella cattedrale di Mtskheta, appunto un mese fa

martedì 17 marzo 2015

Lettere a San Pietro dalla Rutenia


Nel trattato Modus epistolandi, cioè L’arte di scrivere lettere (1488), che era molto popolare nell’Europa del Rinascimento, Francesco Nigro ha dato istruzioni retoriche precise e dettagliate per la scrittura di non meno di venti tipi di lettere. Il primo era il commendatitium o lettera di raccomandazione, che era diviso in due sottotipi, e ciascuno di essi in quattro parti obbligatorie. In seguito molti altri umanisti hanno aggiunto i loro due centesimi a queste norme retoriche, raccogliendo e adattando le idee e gli esercizi dell’antica progymnasmata. Non solo Erasmo, Vives e Lipsio, l’elenco è molto più lungo: Gasparino Barzizza, Juan Lorenzo Palmireno, Giulio Cesare Capaccio, Bartolomé Bravo, Juan Vicente Peliger, Badio Ascensio, Sulpizio di Verola, Gaspar de Tejeda, Henri Estienne, Basin de Sendacourt, Heinrich Bebel, Valentinus Erythraeus, Pietro Bembo, Tomás Gracián Dantisco, Espinosa de Santayana, Moravus de Olomouc, e così via. E benché nessuno di questi autori ci abbia offerto un’istruzione per scrivere lettere di raccomandazione all’Aldilà, tuttavia tali lettere esistevano, erano regolarmente scritte seguendo formule controllate, cosparse con il polverino, sigillate, e indirizzate a non meno che allo stesso San Pietro, nelle sue proprie mani.

La notizia di queste lettere venne alla Spagna dalla Rutenia, come l’umanista, numismatico, arcivescovo di Tarragona, e straordinariamente curioso uomo, don Antonio Agustín (1517-1586) l’ha notato nel suo taccuino manoscritto. A folio 23 di questo libretto, chiamato Alveolus, e scritto attorno a 1555, troviamo questa relazione sulla tradizione della «chiesa rutena»”: *


“Rutheni populi Moschouitarum sunt Polonis contigui, quorum regem adgnoscunt; et in religione Patriarcham Constantinopolitanum, cuius ritum, ceremonias et instituta sequuntur. Eorum prouincia nunc Russia nuncupatur. Lingua Dalmatica loquuntur, cuius per uniuersum orientem magnus usus est; characteres mixti Grecis atque Barbaris Sclauonicis quos appellant. Hi populi ridiculam consuetudinem exequiarum obseruant. Mortuorum enim parentes affines propinquí et amici, litteras ab Archiepiscopo prouintiae suae accipiunt, et sigillo et subscriptione firmatas: quibus Archiepiscopus sancto Petro scribit, mortuum propinquum et amicum commendans; rogans mortuo liceat in consortium coelitum adscribi. Quae littere mortui manui inseruntur; unaque cum iis, tamquam eas diuo Petro Vitae Innocentiaeque suae testes redditurus, sepelitur. Emuntur autem magno tales littere; neque cuiquam nisi soluenti pecuniam conceduntur. Quo fit, ut pauperes eas non accipiant, scribuntur lingua Dalmatica. Earum formulam, ex ea lingua translatam in Latinam a Georgio Ticinensi Lithphano, infra suscribi iussimus:

«MACARIVS Dei gratia Ecclesiarum Domini Dei nostri in hoc corruptibili mundo uicarius, tibi Petro qui olim summus Christi in terris uicarius extitisti, notificamus: quod nuper non sine ingenii moerore, Dilecti filii Ecclesiae Dei, nobis rettulerunt; quendam Nicolaum Gregorii Filium, hanc miseriis plenam uitam reliquisse; in aliumque felicem ac deliciis plenum mundum commigrasse. In quo fidelium omnium animulae, omnibus desiderato Domini nostri Jesuchristi, eiusque matris incorruptae intuitu frui ac gaudere numquam cessant. Quas opera tua in regnum coelorum, cuius ianitor et clauiger existis, esse admissas receptasque nemo ambigit. Nam eam clauium potestatem, ipse humani generis restauratos, tibi iam in coelis uero in terris indubie concessit, quos suarum Ecclesiarum in hoc mundo presides esse uoluit.

Cum igitur officii nostri sit ad te, de conuersatione eorum qui relicto hoc mundo istuc commigrant, rescribere, ideo, indubiam tibi litteris his nostris fidem facimus Nicolaum Gregorii Filium, toto tempore uitae suae pie ac christiane uixisse, neminem offendisse, ac omnia Ecclesiarum Dei praecepta, diligenter obseruasse. Quem, prius quam deo conditori suo spiritum commodaticium reddidisset, ab omnibus suis peccatis, quibus diuinam Maiestatem aliquando offendit, absoluimus. Et, propterea iustum esse censemus, quod in conspectum Domini Dei conditoris nostri admittatur; electorumque Dei numero tuis meritis precibusque adiutus, adscribatur. Quod ut pro more officioque tuo facias, supplices petimus. Datum, etc. Sub manu, et sigillo nostro.»” (Alveolus. Manuscrito escurialense S-II-18, Madrid, FUE, 1982, 33-35.)


«I ruteni sono un popolo moscovita nella vicinanza dei polacchi, il cui re riconoscono come loro signore. In materia religiosa riconosconon il Patriarca di Costantinopoli, e seguono i suoi riti, cerimonie e istituzioni. La loro regione è ora chiamata la Terra dei Russi. Parlano la lingua dalmata [slavo ecclesiastico], che è abbastanza diffusa in tutto l’Oriente. La loro scrittura è un misto del greco e delle lettere della barbara lingua slava, come la chiamano. Questi popoli hanno un ridicoloso rito funerale. I parenti e gli amici stretti del defunto ricevono una lettera sigillata e firmata dall’arcivescovo della diocesi, il quale la indirizza a San Pietro, raccomandando il defunto nella sua amicizia e compagnia. Mettono questa lettera nelle mani del defunto, e lo seppelliscono con essa, come testimonianza della sua vita e innocenza. Queste lettere hanno un prezzo elevato, e non si concedono a nessuno a meno che non paga per loro. Così i poveri non le possono avere. Sono scritte in lingua dalmata. Il loro testo, tradotto da Giorgio di Pavia da questa lingua, è come segue:

ʻMakarios, per grazia di Dio vicario della Chiesa di Dio nostro Signore in questo mondo corruttibile, comunichiamo a te, o Pietro, che una volta eri il vicario supremo di Cristo in questa terra, che di recente siamo stati visitati da alcuni amati figli della Chiesa di Dio, che avevano raccontato con grande dolore, che un certo Nicola, figlio di Gregorio ha lasciato questa vita piena di miserie, e si era trasferito a quella felice, piena di gioia, in cui le animule di tutti i credenti non smettono di gioire e godere della visione, desiderata da tutti noi, del nostro Signore Gesù Cristo e della sua Madre incorrotta. Alla quale senza dubbio sei tu che le ricevi e le permetti di entrare, essendo tu il guardaportone del regno dei cieli, poiché nella tua mano depositò il potere delle chiavi il Rinnovatore della razza umana, che voleva che tu sia il superiore della Sua Chiesa in questo mondo.

Essendo quindi nostro dovere riferirti della condotta di coloro che si trasferiscono di questo mondo a quello, ti facciamo sapere senza dubbio e testimoniamo con fede, che Nicola, figlio di Gregorio ha vissuto in modo pio e cristiano per tutto il tempo della sua vita, non facendo male a nessuno, e diligentemente osservando tutti i comandamenti della Chiesa di Dio. E prima di consegnare la sua anima a Dio, suo Creatore, lo abbiamo assolto da tutti i peccati, con cui aveva mai offeso Sua Divina Maestà. Riteniamo pertanto giusto permettergli di essere ammesso alla presenza di Dio, nostro Signore, e iscritto tra il numero degli eletti, con l’aiuto dei tuoi meriti e preghiere. Ti preghiamo di concederlo e farlo per la tua solita misericordia e condiscendenza. Data ecc. Dalla nostra mano e sigillo.’»


La nostra immaginazione è infiammata dal prezzo elevato che si doveva pagare all’arcivescovo per queste lettre, e che li ha resi inaccessibili ai poveri. Come poteva essere il mercato nero di queste lettere, le violazioni dei sepolcri, l’eliminazione del nome del defunto nella lettera, e la loro disposizione nella mano di un altro, meno ricco defunto, le raffinate tecniche dei falsari specializzati di firme e sigilli, con i quali erano in grado di ingannare lo stesso guardaportone del Paradiso… O forse questa idea è del tutto inconcepibile per un ruteno, e può sorgere solo nella picaresca fantasia iberica?

Ma se è così, come ha potuto una di queste lettere finire nelle mani di Don Antonio?


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Le nostre illustrazioni sono bandiere processionali dei villaggi ruteni nella collezione del Museo dell’Icona di Leopoli/Lviv/Lwów/Lemberg


domenica 2 marzo 2014

Maslenica

Boris Kustodiev: Maslenica, 1919

Solo poche ore, e con il rogo del fantoccio di paglia, simbolo dell’inverno, termina la Maslenica, l’ultima settimana prima della Quaresima ortodossa che comincia domani. In questa settimana già non si può mangiare carne, ma latte e uova sono ancora consentiti. Pertanto, il pasto di festa di questa settimana è il pancake, блины, che da alla settimana l’altro suo nome: Блинница, settimana dei pancakes. Questa è la settimana dei divertimenti carnevaleschi, tradizionalmente con fiere, corse in slitta, salto sul fuoco. E domenica – come oggi tutto il giorno sull’internet russo – tutti chiedono perdono e tutti perdonano a tutti.

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La scena della Maslenica nel Barbiere di Siberia (1998) di Nikita Michalkov.
Ricostruzione del Teatro Storico-Etnografico di Mosca.

mercoledì 27 marzo 2013

Tenebre


Sto seduto in una piccola stanza, la sera scende lentamente in una delle mie città preferite, dove oggi solo una manciata di persone festeggiano la nostra Pasqua. Ma anche se la celebrassero, non sentirei più la liturgia di mercoledì sera della Settimana Santa, le Tenebrae, che dopo il Concilio Vaticano è scomparsa dalla tradizione, tanto che anche la maggior parte dei cattolici non ne hanno mai sentito parlare.

Sto cercando ossessivamente le città, la cui popolazione è stata cambiata, i cui vari secoli di storia sono solo ricordati da una sinagoga in rovina, una chiesa fortificata sassone della Transilvania, una vuota cattedrale polacca. Il ricordo delle Tenebrae è il buio che discende in silenzio mercoledì sera. Fin dai tempi gregoriani, a quest’ora si accesero le quindici candele sul candelabro triangolare, a quest’ora si cantarono i quindici versi selezionati dei Salmi e Vangeli, che illustravano con dei disastri consecutivi, ben noti a ciascuno dalla sua propria vita, l’oscurità dell’anima umana, e annunciavano l’oscurità dispiegata dalla liturgia nei seguenti tre giorni. Dopo ogni strofa hanno estinto una candela, e dopo la quindicesima tutta la chiesa è caduta nelle tenebre.

• si fecero tenebre quando mi hanno crocefisso
• il segno con cui il mio amico mi ha tradito era un bacio
• uno dei miei discepoli mi tradirà oggi, anche se ha immerso la mano con me nel piatto
• mi avete detto che siete pronti a morire per me, e non avete potuto svegliare un’ora con me


È già cinquanta anni che anche le stesse Tenebrae si sono estinte, io non le ho mai sentite vivo. Il suo ricordo è conservato, oltre il buio che discende mercoledì sera, anche da quelle composizioni rinascimentali, tra cui il più noto sono le Tenebrae di Tomás Luis de Victoria, contemporaneo di Santa Teresa d’Ávila. Ma se già parlo di cose nascoste e dimenticate, preferisco mostrarvi la meno nota versione di Charpentier, che mi piace di più nella presentazione di Gerard Lesne. Ma dato che il CD è adesso lontano molte centinaie di chilometri da me, lo includo nella presentazione del Le Parlement de Musique, ormai in buio completo, solo alla luce dello schermo del portatile.


Marc-Antoine Charpentier (1643-1704): Tenebrae factae sunt, cantato dal Le Parlement de Musique

Tenebrae factae sunt, dum crucifixissent
Jesum: et circa horam nonam exclamavit
Jesus voce magna:
Deus meus
ut quid
me dereliquisti
si fecero le tenebre mentre crocifiggevano
Gesù: e circa alla nona ora esclamò
Gesù a gran voce:
Dio mio
perché
mi hai abbandonato