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mercoledì 14 agosto 2013

Patrimonio di Bachcisaraj

Un venditore di fagioli tartaro sul mercato di Bachcisaraj, anni 1920. Foto di Useyn (Hussein) Bodaninsky. Dalle foto d’archivio del museo tartaro di Bachcisaraj, vendute su cartoline.

Quando il Khanato Tartaro di Crimea, a seguito della guerra russo-turca del 1768-1774, fu annesso alla Russia, la penisola era prevalentemente abitata da tartari, con popolazioni minore greche e armene nelle città costiere. Ma la loro proporzione è gradualmente diminuita nei prossimi due secoli. Molti di loro – secondo alcuni, la metà dei tartari – sono fuggiti in Turchia durante la guerra russo-turca e la guerra di Crimea, mentre il governo ha iniziato di stabilire nella Crimea sia russi che cristiani in fuga dai Balcani: bulgari, valacchi e greci. Nell’Ottocento sia il governo russo che la chiesa ortodossa hanno sottolineato e promosso il passato greco e bizantino cristiano della penisola, e anche la serie di splendidi palazzi nobiliari e imperiali lungo la costa meridionale da Sebastopoli a Yalta ha rafforzato il carattere russo della Crimea.

Il risveglio della cultura tartara si è iniziato negli anni 1880, principalmente a causa di İsmail Bey Gaspırali (in russo Gasprinsky, 1851-1914) da Bachcisaraj, che ha dedicato tutta la sua vita alla modernizzazione dell’istruzione e della cultura tartara, e alla solidarietà tra i popoli turchi in Russia. L’influente rivista Terciman (Interprete, 1883-1918), fondata da lui, ha raggiunto tutti i popoli turchi dell’impero, divenendo ovunque una forza trainante della cultura locale. Come lo ha scritto il necrologio di Gaspırali, pubblicato nel numero 202 (1915) della rivista:

«Sí, la Terciman è la nostra letteratura nazionale, la nostra istruzione nazionale, il tesoro della nostra storia nazionale moderna. Abbiamo una biblioteca pubblica nazionale? Abbiamo un museo pubblico nazionale? Abbiamo un’accademia pubblica nazionale? Quello che abbiamo sono i ventitre volumi della Terciman. Questo è il nostro grande tesoro nazionale.»

A destra: İsmail Bey Gaspırali. A sinistra: Vignetta dalla rivista satirica Molla Nasreddin: Gaspırali (con la Terciman e il moderno abbecedario tartaro nella mano) di fronte ai nemici del progresso.

La creazione delle istituzioni elencate nel necrologio è divenuta il compito della generazione dopo Gaspırali. Tra queste, la creazione di un museo tartaro è stato intrapreso da Useyn (Hussein) Bodaninsky (1877-1938). Figlio di un insegnante tartaro, si è laureato anche lui presso la facoltà di formazione per insegnanti tartari a Simferopol, cioé Akmescit. Dal 1895 al 1905 ha studiato a Mosca presso la famosa Università d’Arte e Industria, fondata nel 1825 dal barone Stroganov, poi ha trascorso alcuni anni a Parigi, diventando tra il 1911 e il 1916 un rinomato e ricercato interior desiger e decoratore in San Pietroburgo. Nel 1916 è tornato nella Crimea, dove è stato nominato direttore del Palazzo del Khan a Bachcisaraj. Qui ha fondato il museo tartaro, che ancora oggi funziona nel Palazzo.

Nei primi anni 1920 Bodaninsky e i suoi colleghi sono stati i primi a raccogliere materiale etnografico e storico dei tatari di Crimea. Lo hanno realizzato con un tale sforzo, come se sapessero che non avevano molto tempo. Hanno effettuato una lunga serie di scavi archeologici nelle città rupestri abitate dai tartari nel 16° secolo e nelle ex cimiteri, e hanno sistematicamente fotografato i tradizionali villaggi, artigianato, feste e costumi dei tartari. Nelle loro foto si riconoscono ancora i tratti principali della Bachcisaraj moderna, ma senza queste foto non si potrebbe più concepire la vita di una volta in questa città, il centro culturale dei tartari di Crimea.

Bakhcisaraj, anni 1920

Nel 1934 Bodaninsky è stato dimesso dal museo. Negli anni successivi ha vissuto da opere decorative a Mosca e Tbilisi. È là che fu arrestato, e il 17 aprile 1938 giustiziato a Simferopol su accuse inventate. Il luogo della sua tomba è sconosciuta, e non è mai stato riabilitato. Il 18 maggio 1944 l’intera popolazione tartara di Crimea fu deportata in Uzbekistan, dove nei primi due anni quasi la metà di loro sono morti. Le loro case sono state occupate da nuovi coloni russi e ucraini. Dalla loro cultura materiale ci è rimasto solo quanto Bodaninsky e i suoi colleghi sono riusciti a raccogliere in due decenni, e quanto si vede in queste immagini.

Conciatore, Bachcisaraj, anni 1920


Filatore, Bachcisaraj, anni 1920


Tessitore, Bachcisaraj, anni 1920


Tessitore, Bachcisaraj, anni 1920

martedì 6 agosto 2013

Nomi di Simferopol


Il nome di Simferopol, Συμφερόπολις in greco significa «la città del bene comune». Tuttavia, ha ricevuto questo nome che suona tanto bene antico greco solo nel 1784, quando il Khanato Tartaro di Crimea fu annesso alla Russia, sicuramente perché è stato designato il centro amministrativo del Governorato della Crimea – o meglio di Tauride, perché a quell’epoca hanno trovato i nomi tartari ripugnanti e quei greci attraenti. I suoi abitanti tartari lo chiamavano Aqmescit, Moschea Bianca, ma neanche questo era il suo nome originale. Già gli sciti, che hanno vissuto in una simbiosi produttiva con i greci lungo la costa settentrionale del Mar Nero, hanno fondato qui una città, della quale conosciamo però solo il nome greco: Neapolis. Aveva anche il suo nome armeno ed ebraico caraita, e i nazisti nel 1941 le hanno dato anche un officiale nome gotico: Gotenburg, anche se il regno gotico della Crimea, che fioriva dal 4° secolo fino all’invasione turca alla fine del Quattrocento – e la cui lingua, registrata a Istanbul dallo stesso ambasciatore di Vienna, Busbecq, a cui ringraziamo anche la corona imperiale e altre piante esotiche, si  parlava ancora nel tardo Settecento – non si estendeva fino a questo punto. In confronto con i mille anni del regno omonimo, questo nome ufficiale era in uso per un periodo ingiustamente breve, per soli tre anni.

Come i nomi, così anche gli strati della storia si convivono nella città. Le targhe delle strade mostrano tutte le versioni di nome, così ognuno può trovare quello che gli piace, e non è nemmeno chiaro, quale è il nome vecchio e quale il nuovo. La colonna eretta in onore del generale Dolgoruky, il conquistatore di Simferopol nel 1771, si trova accanto alla Cattedrale Alexander Nevsky, per le cui forme neoclassiche nessuno direbbe che è stato da poco ricostruito: l’originale è stato fatto saltare in aria nel 1930, e fino al 2003 il Carro Armato della Vittoria rimase al suo posto. Nel centro, alla Piazza Lenin la statua del donatore del nome è ancora in piedi, ma gli edifici amministrativi e culturali in stile stalinista attorno ad essa sono vuoti e decadenti, e subito dietro di lui inizia l’ex quartiere industriale, oggi uno slum.


Camminando verso nord lungo la Strada dei Caraiti, sto mettendo a prova il potere dei nomi a preservare ricordi. Subito al primo incrocio vedo alcuni archi arcaici, incongrui con il quartiere industriale, gli archi del portico caratteristico di una tradizionale sinagoga caraita, una kenasa (sui caraiti e le loro kenase scriveremo ancora più). Il portico poteva essere murato nel 1891-96 quando una nuova, più grande kenasa è stata costruita accanto ad essa, che, rompendo con la tradizione, fu eretta in uno stile «europeo», quello delle sinagoghe orientali, in moda nel tardo Ottocento.



«Buon giorno», dico al portiere.«Fotografo sinagoghe vecchie, mi permetterebbe di entrare e fare alcune foto?» «Ma questa non è una sinagoga!» dice stupito, e per provarlo, indica la facciata, dove la stella, infatti, ha un ramo meno del necessario.


La kenasa è stata chiusa il 5 marzo 1930, e poi nel 1936 è stata assegnata alla Radio (più tardi Radio e Televisione) di Crimea come studio. È rimasta la loro sede fino a oggi, con una sola breve interruzione, quando tra il 1941 e il 1944 l’esercito tedesco la ha utilizzato per stalle. La comunità caraita ora la rivuole, e hanno già raggiunto tanto che l’anno scorso, il 7 ottobre, alla Festa dei Tabernacoli potevano pregare di nuovo, dopo 82 anni, al piano superiore dell’edificio.


Faccio una piccola prova. Vado attorno al blocco, alla ricerca del miglior angolo di ripresa, e nei cortili chiedo la gente se sanno dove è la vecchia sinagoga. Nessuno lo sa.


Oltre l’angolo, il nome della strada cambia per Caucaso. A prima vista solo la torre della moschea tartara appare dietro il terreno vuoto, ma guardando meglio, si trova un altro monumento distrutto in attesa di ricostruzione, a cui il nome della strada fa riferimento. Un khachkar, una croce armena inviata da Erevan, e un’iscrizione indicano quest’intenzione al posto della ex chiesa armena. E questo anche significa che ci sono abbastanza armeni nella città per pensarlo seriamente.


«In questo luogo storico si rinascerà la Chiesa della Dormizione della Santissima Madre di Dio della Chiesa Armena Apostolica.”

Un poco più oltre, un campanile moderno e non troppo bello attira la nostra attenzione. Secondo la sua iscrizione, è stato eretto in memoria di San Luca, confessore e arcivescovo della Crimea (1877-1961). L’arcivescovo è stato un medico successo da una famiglia nobile, che nel 1923 è stato segretamente ordinato sacerdote e poi vescovo, e di conseguenza per tutta la sua vita ha subito persecuzioni continue da parte delle autorità. Il campanile fu costruito nel 2001 al posto della Cappella d’Annunciazione, dove l’Arcivescovo Luca ha pregato fino alla sua morte, e che fu demolita negli anni 1960.



La strada a destra dopo il campanile era originalmente chiamata Strada dei Tartari. Solo negli anni 1930 ha ricevuto il nome del rivoluzionario russo V. Volodarsky, il cui nome era tra l’altro anche differente: Moisei Markovich Goldstein. Qui ha costruito nel 1508 Mengli Giray Khan, che ha consolidato il Khanato di Crimea, la Moschea Bianca, che ha dato a Simferopol il suo primo nome conosciuto. Nel 1907 la moschea è stata ricostruita in stile turco, seguendo così il gusto dei determinanti centri religiosi e culturali stranieri, nello stesso modo come è successo nel caso della sinagoga. Ci sono anche due cartoline da quegli anni, dimostrando come era e come è diventato.


«Nella città ci sono 1800 case, tra cui molti a due e tre piani, un buon numero di negozi, quattro caravanerragli, cinque moschee…” (Evliya Çelebi, 1666)


La metamorfosi della moschea si continua da allora. Negli anni 1930 è stata chiusa, e dopo la deportazione dei tartari della Crimea ha cominciato di decadere. Era quasi completamente rovinata nel 1991, quando i tartari rimpatriati hanno preso cura di essa. Oggi sta ancora una volta nel suo antico splendore – anche se non ha potuto ricuperare l’antico giardino ornamentale, coperto con case nell’epoca socialista –, e come la sede del Mufti di Crimea, è considerato il centro religioso dei tartari della Crimea.


Il ricordo dei luoghi è conservato dai nomi, così come dalla memoria collettiva delle comunità, che dopo la distruzione fanno grande sforzo per ricreare questi luoghi. In tal modo offendo un barlume di speranza che Simferopol possa tornare ad essere la città del bene comune.