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venerdì 8 aprile 2016

Il marinaio ebraico


Pola è una cittadina affascinante nell’Istria, in una baia profonda dell’Adriatico. Ha un anfiteatro romano e un arco trionfale, una piazza principale medievale e un municipio rinascimentale, una fortezza veneziana, un mercato coperto nello stile della Monarchia, e un museo archeologico permanentemente chiuso. E un secolo fa aveva anche un porto militare.

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La mappa di Pola dal Baedeker Österreich-Ungarn del 1910. In alta risoluzione qui. Cliccando su qualsiasi punto, si può sfogliare le vecchie cartoline.

Nel 1859 la marina asburgica ha scelto il porto di Pola per la sua principale base navale e il centro della costruzione di navi. Così rimase fino al 31 ottobre 1918, l’ultimo giorno della guerra, quando un paio di ufficiali italiani, ispirati da D’Annunzio, eseguirono l’atto più eroico della marina italiana, e segretamente fecero saltare in aria nel porto di Pola la corazzata Viribus Unitis, la nave ammiraglia della Monarchia. L’unico neo era che gli eroi non sapevano che la guerra era già finita, e la nave era stata consegnata al recentemente creato stato degli slavi del sud, i cui quattrocento marinai così perirono nell’esplosione.

Questo dimostra anche che l’equipaggio della flotta era sempre stata multi-etnica, come la stessa Monarchia. Oggi in particolare i cechi sentono grande nostalgia per il primo e ultimo mare della loro storia – se non contiamo quello che Shakespeare ha dato a loro –, e nell’anno scorso l’hanno commemorato con una grande mostra e con dei volumi di memorie dei marinai cechi e moravi della Monarchia, di cui riferiremo a breve. Secondo le statistiche, i cechi e i tedeschi esercitavano soprattutto funzioni tecniche e organizzative, la maggior parte degli artiglieri erano ungheresi, mentre i marinai per lo più italiani e croati. Ma abbiamo conoscenza anche di marinai rusini, polacchi e rumeni, e a cavallo del secolo anche quattro ufficiali ebraici hanno servito a Pola. Tuttavia c’era solo un marinaio ebraico nella Monarchia: Aurél Göndör, il popolare attore comico di Budapest.



Aurél Göndör: Héber tengerész (Marinaio ebraico), c. 1909

Tudja rólam mindenki, hogy nem vagyok merész
Leider mégis vagyok én egy héber tengerész.
Tauli * lettem, be is hívtak engemet Pólába
S ott tartottak tengerésznek ebbe a gúnyába

Refr:
Hej, mondd Lipi, hitted-e, hogy tengerész leszel
Hogy életedben a hajón szolgálatot teszel
No de sebaj, nem busulok, sorsom bár nehéz:
Én vagyok az egyedűli Jordán-tengerész.

Hogyha már a kegyetlen sors engem idetett,
Ó, Jehova, hallgasd meg az én kérésemet:
Zsidó vagyok, vitorlázom sima Adrián,
Add meg nékem, Jordán vizén legyek kapitány.

Refr, azzal az utolsó sorral:
…én vagyok az egyedűli zsidó tengerész.

Hogyha járnak dühös szelek, s minden háborog
A hajó kész ringlispíl, amely forog-forog.
Én áthajlok a korláton, s mérgem kiadom
Fájó lelkem ott kóvályog zsidó piacon (?)

Refr:
…én vagyok az egyedűli Jordán-tengerész.

Én Istenem, hogy hiányzik a hajón a nő.
Éjjel csupa tűz a testem, és a fejem fő.
A tengertől ovakodjék Izráel szent népe:
Csak álmában áll előtte Vénusz asszonyképe.

Refr:
Lipi, Lipi, ne busulj, ha letelik időm
Hazamegyek, szabad leszek, lesz is szeretőm
Szőke-barna, mindenfajta, zsidó-keresztény,
Minden leány így kiált: Lipi derék legény!
Tutti sanno che non sono avventuroso
Leider, sono diventato un marinaio ebraico.
Ero tauli, * così mi hanno portato a Pola,
e m’hanno tenuto come marinaio in questo uniforme.

Ritornello:
Dimmi, Lipi, hai mai pensato di diventare marinaio?
o che mai servirai in una nave?
Ma non m’affliggo, anche se il mio destino è pesante:
Io sono l’unico marinaio sul Giordano.

Se già il destino cruele mi ha messo qui,
oh, Geova, ascolta la mia richiesta:
sono ebreo, sto navigando sull’Adria liscia
dammi che diventi capitano sul fiume Giordano!

Ritornello, con l’ultimo verso:
…Io sono l’unico marinaio ebreo.

Quando i venti arrabbiati muovono tutto,
la nave è una giostra che sta girando intorno.
Mi chino oltre la ringhiera, do fuori la mia rabbia,
e la mia anima si raggira nel mercato ebreo.

Ritornello:
…Io sono l’unico marinaio sul Giordano.

Oh Dio mio, quanto mi manca la donna nella nave!
Di notte il mio corpo e testa sono tutto in fiamme.
Il santo popolo d’Israele si guardi dal mare
dove la bella Venere si vede solo nei sogni.

Ritornello:
Lipi, Lipi, non importa, il tuo tempo finirà una volta,
andrò a casa, sarò libero, avrò un sacco di amanti.
Bionde, brune, qualsiasi tipo, ebree e cristiane,
tutte le ragazze gridano: Lipi è un ragazzo bravo!

Non sono sicuro come tradurre esattamente ciò che nell’originale è «jordán tengerész», «marinaio giordano». «Giordano» non può essere il nome di un popolo, come «ebreo» nello stesso verso più tardi. L’autore ovviamente non poteva avere in mente il regno giordano, che divenne indipendente solo nel 1946, e con il quale non si sarebbe neanche identificato. Forse si immagina piuttosto come un marinaio sul Giordano, come lo chiede esplicitamente nella sua preghiera. Questa riferenza mostra il post quem del canzone, l’inizio del secolo, quando sia il sionismo che il cantate hanno raggiunto i loro primi grandi successi. E il fatto che può apertamente dare voce al suo desiderio verso le donne cristiane, si riferisce anche a un triste ante quem, a cui per fortuna non è arrivato. Morì nel 1917, ancora prima dello scioglimento della Pola austroungarica.

È forse lui, Aurél Göndör, in uscita a Pola? (Fortepan)

…e nel servizio?

Il disco di gramofono, pubblicato intorno 1909, è stato digitizzato da Gramofon Online, insieme a vari altri dischi di Aurél Göndör. E ora il Museo ed Archivi Ebraici di Budapest hanno salutato con esso la loro mostra centenaria da aprire domani, sabato sera alle 20:15. La cui visita si consiglia a tutti i nostri lettori. Mazel tov!


giovedì 31 dicembre 2015

La guerra vista dal basso


«La guerra vista dal basso», abbiamo scritto davanti al rapporto sulla conferenza, la quale si occupò con la relazione fra il fronte e l’entroterra, i soldati e le loro famiglie, l’auto-organizzazione delle comunità locali, le cartoline di guerra, e così via. Però la guerra è visto veramente dal basso, from a grassroots perspective, dai caduti. Loro sono stati commemorati con un monumento insolito nella città sarda di Orgòsolo.


Le mura di Orgòsolo sono state decorate da murales – di sorprendentemente buona qualità – dagli anni 1960, i quali si sono diffusi di qua negli altri centri di Sardegna. Ma mentre in altri luoghi di solito dipingono scene e figure tradizionali, la maggioranza degli affreschi di Orgòsolo sono dipinti di protesta politica. Orgòsolo, nel cuore della Barbagia, la regione più arcaica e più chiusa della Sardegna, era sempre il centro dell’indipendenza sarda e della protesta contro il potere italiano, considerato come invasore. Questo era particolarmente così negli anni 1960 e 1970, quando i cittadini hanno difeso la cultura pastorale tradizionale contro l’espropriazione statale della terra. I primi murales, di cui scriveremo in dettaglio in un post a parte, erano l’espressione di questa resistenza.


Il murale in questione adorna l’angolo di via Cadorna. Generale – sotto Mussolini, Maresciallo – Luigi Cadorna era il capo di stato maggiore dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale. Nella vittoriosa Italia molte strade erano nominate da lui. Tuttavia, l’opinione degli storici non è così favorevole. Secondo David Stevenson, lui era «uno dei comandanti più insensibili e incompetenti della prima guerra mondiale», che credeva che la disciplina risolverà tutto. Era estremamente crudele con i suoi soldati, mentre non ha potuto raggiungere il minimo successo sulla fronte dell’Isonzo a causa della mancanza di organizzazione, fornitura e comprensione militare. Fra 1915 e 1917 ha lanciato undici offensive importanti contro le posizioni austro-ungariche, tutt’e undici senza successo, ma con perdite enormi. Poi, quando alla fine di ottobre 1917 gli imperi centrali lanciarono un contrattacco a Caporetto – oggi Kobarid –, essi spazzarono via in pochi giorni l’esercito italiano, la cui maggioranza – 275 mila soldati – si arresero. L’Italia ha potuto terminare la guerra solo con il sostegno francese e britannico. Quasi seicentomila soldati italiani morirono ai fronti dell’Isonzo e del Piave.

«Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice.»
Luigi Cadorna: Lettere


Se uno grato Stato Italiano provvede con un cartello stradale che il nome del generale Cadorna sia sempre ricordato, il murale dipinto accanto ad essa come un commento assicura, che i sardi – fra cui specialmente molti giovani furono persi durante la prima guerra mondiale – sappiano esattamente ciò che devono a Cadorna. Il testo del commento suona così:

«Generale L. Cadorna massimo responsabile degli eccidi della 1ª guerra mondiale.
Soldati morti su tutti i fronti: 8 milioni 740.000
Soldati italiani morti: 571.000
Invalidi e mutilati: 451.645
Dispersi: 117.000
210.000 soldati fucilati e condannati perché volevano farla finita con la guerra.
GENERALI ASSASSINI!”


E la canzone del soldato della prima guerra mondiale dato in bocca alla giovane vedova, e quindi a tutta la comunità, fa in modo che anche la memoria di Caporetto sia sempre ricordata:


E anche a mi’ marito tocca andare. Testo e registrazione di qui

E anche al mi’ marito tocca andare
a fa’ barriera contro l’invasore,
ma se va a fa’ la guerra e po’ ci more
rimango sola con quattro creature.

E avevano ragione i socialisti:
ne more tanti e ’un semo ancora lesti;
ma s’anco ’r prete dice che dovresti,
a morì te ’un ci vai, ’un ci hanno cristi.

E a te, Cadorna, ’un mancan l’accidenti,
ché a Caporetto n’hai ammazzati tanti;
noi si patisce tutti questi pianti
e te, nato d’un cane, non li senti,

E ’un me ne ’mporta della tu’ vittoria,
perché ci sputo sopra alla bandiera;
sputo sopra l’Italia tutta ’ntera
e vado ’n culo al re con la su’ boria,

E quando si farà rivoluzione
ti voglio ammazzà io, nato d’un cane,
e a’ generali figli di puttane
gli voglio sparà a tutti cor cannone.


venerdì 13 marzo 2015

«მე გადმოვცურავ ზღვას» - «Attraverserò il mare a nuoto»

«L’ideologia di Mosca, con particolare abnegazione, lottava contro tutti i valori e i simboli degli Stati Uniti (e tra questi anche i jeans) per cui i cittadini sovietici ritenevano che dove c’erano i jeans, lì c’era anche la felicità. Nel paese dove non si producevano i jeans non esisteva neanche il diritto alla proprietà, che è una delle basi dell’indipendenza.»
(Dato Turashvili)

attraverso attraverso attraverso attraverso attraverso attraverso attraverso
Foto di Jacopo Miglioranzi nei quartieri Gldani e Zahesi di Tbilisi

«Lo chiamarono dirottamento aereo, ma in realtà somigliava più al suicidio di persone disperate. I dirottatori erano vestiti come le persone normali – ciascuno era vestito così come si vestiva la generazione dei jeans all’epoca, e solo dalla giacca di Gia Tabidze si vedeva la cravatta e in mano teneva un mappamondo»: Sette vite, sette ragazzi come tante ce n’erano nella Georgia sovietica. Ma non una storia come tutte le altre. Una storia di desideri semplici, un paio di jeans, libertà.

Gega Kobakhidze, Irakli Charkviani, Giorgi Mirzashvili

«Non consideravo più opportuno pubblicare questo libro dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ingenuamente credevo che il passato sovietico della Georgia fosse capace di diventare solo la memoria di un’esperienza amara, ma ho scoperto che il passato può anche ritornare, soprattutto quando anche noi non siamo capaci di allontanarci da esso. Ci siamo allontanati solo da quell’epoca ma non dalla coscienza condivisa di quel paese, che veniva chiamato Impero del Male, dove la pietà era cosi rara dove, nel primo stato in grado di andare nello spazio, non si riusciva nemmeno a produrre un paio di jeans.»

La storia raccontata dal famoso scrittore georgiano David Turashvili, nel libro «La generazione dei jeans» (titolo or. ჯინსების თაობა, jinsebis taoba) edito in Italia nel 2013 con il titolo «Volare via dall’Urss» (Palombi Editore; trad. it. Ketevan Charkviani), con un registro «quotidiano», rimanendo fedele a quello che per lui dovesse sembrare, non solo un libro, ma le parole come fotogrammi di un film, è basata sulla più tragica e scandalosa storia della Georgia sovietica degli anni ’80. Sette giovani georgiani, chiamati «la generazione dei jeans», tentarono di dirottare un aereo per fuggire dall’Unione Sovietica, atto per l’epoca, gravissimo.

«Quindici anni prima, il 18 novembre del 1983, una giovane donna con una bomba a mano stava sulla soglia della porta aperta dell’aereo atterrato all’aeroporto di Tbilisi, dopo il tentativo fallito di dirottamento. Le gocce di pioggia cadevano sulla sua faccia disperata attendendo la fine. Stava sulla soglia dell’aereo con la bomba in mano, sperando che le autorità sovietiche riuscissero a concludere il prima possibile quello che avevano programmato di fare. In attesa della risoluzione si prolungò così tanto il massacro delle persone all’interno dell’aereo che tutti desideravano solo che finisse: quelli che aspettavano fuori e anche quelli che erano dentro l’aereo. Nell’aereo crivellato dai proiettili c’erano sia morti tra i passeggeri che tra i membri dell’equipaggio, mentre i cadaveri di alcuni di loro erano nel corridoio. C’erano anche dei feriti e nel silenzio si sentivano solo i loro gemiti, mentre uno di loro pregava sussurrando a Tina di non far esplodere la bomba.»

Tina Fethviashvili e Gega Kobakihdze

La maggior parte di questi giovani vennero condannati a morte dal governo sovietico per il loro ingenuo tentativo di fuga, in quanto le autorità sovietiche temevano che questo fatto potesse trasformarsi in un precedente per molti altri giovani georgiani.

Sono anni di fermento politico nella capitale della piccola Repubblica Sovietica. Dopo l’arrivo dei bolscevichi nel 1921, che posero fine alla breve esperienza del Governo Menscevico (1918-1921), il numero di tentativi di ribellarsi al nuovo corso politico, vennero sempre meno. Si passò da timidi tentativi di ribellione armata, con altrettanto violenti tentativi di repressione, a sistemi più pacifici, cercando di rosicchiare dal quotidiano i pochi spazi e momenti di libertà: «Dopo qualche anno, quando non era più possibile organizzare una ribellione armata, i georgiani cercavano di lottare per i loro diritti democratici in modo pacifico, ovvio che non raggiungevano sempre il loro obiettivo, però il risultato finale (un po’ prima del dirottamento dell’aereo) della manifestazione grandiosa nella capitale della Georgia a Tbilisi per la difesa della lingua georgiana come lingua ufficiale, fu positivo» dice Turashvili.

Lo stesso autore, durante l’esperienza della Georgia sovietica, divenne uno dei principali leader del movimento di protesta studentesco, sviluppatosi presso il monastero di David Gareja nella Georgia Orientale, il cui territorio veniva utilizzato dai militari sovietici come campo di addestramento.

Dato Turashvili

Come quel 14 aprile del 1978 a Tbilisi «quando nel viale principale di Tbilisi, una marea di gente scese in strada a protestare contro Mosca, tanta da costringere il Cremlino a ritirare la risoluzione non desiderata dai georgiani».

Anche a memoria di questi fatti l’opinione pubblica era divisa in due. Una parte li considerava i soliti terroristi, mentre l’altra parte credeva che vivere sotto il regime dell’Unione Sovietica fosse così terribile che la loro tentazione di scappare dirottando un aereo fosse giustificabile.

Davanti al tribunale

«Le opinioni di Tbilisi, e dell’intera Georgia, si divisero in diverse parti: la gente era sconvolta da quanto successo, però nessuno sapeva nulla di preciso e mancavano diversi dettagli. Lo stato cominciò a distribuire tramite i giornali e la televisione la versione più conveniente per loro per convincere l’opinione pubblica. Lo stato, che controllava totalmente i mezzi di comunicazione di massa, prima di cominciare l’indagine, decise di affibbiare l’immagine di mostri e delinquenti ai dirottatori dell’aereo. C’era l’urgenza di costruire questa immagine pubblica, anche perché, anche in quell’epoca in Georgia, esistevano già alcune correnti di pensiero contrarie all’Unione Sovietica, ed una parte della società cominciava a difendere e giustificare i dirottatori».

Prima della pubblicazione del libro, la storia venne messa in scena a teatro, quando all’epoca il Presidente della Georgia che si avviava ad un nuovo corso politico, era nuovamente Eduard Shevardnadze. Il teatro statale rifiutò di metterlo sulla scena, mentre il teatro privato lo accetto volentieri. La locandina dello spettacolo venne appesa davanti alla casa del Presidente Shevardnadze. Un ritorno alla memoria, quello «della generazione dei jeans», per il Presidente, in quanto la tragedia, consumatasi nel 1983, vedeva Eduard Shevardnadze era il Primo Segretario della repubblica sovietica della Georgia.

Edouard Shevardnadze

«Il signor Vazha intuì di che cosa, più correttamente di chi avrebbe parlato con Shevardnadze e andò apposta con un paio di jeans al comitato centrale, lì dove decidevano il destino dei suoi figli. Il signor Vazha non aveva un paio di jeans, ma nella camera dei ragazzi cercava i loro jeans. Anche se non era facile trovarli, perché la camera dei suoi figli era stata perquisita tante volte ed era così disordinata che non la metteva nemmeno in ordine, non avrebbe avuto senso perché poi, di nuovo, sarebbero venuti e avrebbero ricominciato tutto da capo. Per quello il signor Vazha cercava per tanto tempo un paio di jeans, che aveva ancora l’odore dei figli, li indossò davanti allo specchio e andò al comitato centrale. Al comitato centrale, quando gli diedero il permesso di entrare, gli impiegati del livello basso così come del livello alto esaminavano scioccati l’uomo che aveva l’appuntamento con Shevardnadze, perché succedeva per la prima volta che un uomo convocato al comitato centrale indossasse i jeans. Shevardnadze, con la testa chinata che non sentì nemmeno il saluto dell’uomo entrato, per la prima volta notò i pantaloni del signor Vazha e quando gli fece cenno di accomodarsi, osservò bene i jeans dell’ospite. L’osservò arrabbiato e, chissà, forse pensò che così il padre protestava per il verdetto per i suoi figli.»


La volontà di uscire dall’URSS, vedrà ancora una volta i giovani scendere in strada. È il 9 Aprile 1989, giornata che verrà ricordata da tutti i georgiani come «massacro di Tbilisi» (oggi divenuta ეროვნული ერთიანობის დღე (erovnuli erianobis dghe, Giorno dell’Unità Nazionale), che lasciò sull’asfalto venti morti e centinaia di feriti. Restano tracce di questo desiderio anche nelle parole di uno dei più grandi poeti cantautori georgiani contemporanei, scomparso prematuramente, Irakli Charkviani, all’epoca dei fatti amico degli imputati:

Ma perché, non voleva volare?
Ho sempre voluto volare, lo voglio anche adesso, e non ho dubbi che riuscirò a volare ma non con l’aereo.
L’investigatore russo diventò silenzioso per qualche minuto, pensava alla risposta di Irakli, però non riuscì a capire che cosa intendeva questo giovane ragazzo georgiano. L’ultima domanda fatta ad Irakli venne fatta solo per interrompere quel silenzio imbarazzante:
E se non riuscirà a volare?
Allora attraverserò il mare a nuoto.
Che cosa?
Il mare.
Ma come?
Con il canto.
Ma sta scherzando?
Non sto scherzando.
Possiamo verbalizzare così nel protocollo dell’interrogatorio?
Sì, signore.
In quale modo possiamo inserirlo?
Parola per parola.
Esattamente come?
Io attraverserò il mare a nuoto…

Irakli Charkviani (1961-2006): Паспорт / Союз. L’interpretazione dei «Versi sul passaporto sovietico» di Majakovskij. Testo russo e inglese qui.

Irakli Charkviani (მეფე Mefe – „The King”): მე გადმოვცურავ ზღვას – Attraverserò il mare a nuoto

attraverso2 attraverso2 attraverso2 attraverso2 attraverso2

giovedì 22 agosto 2013

Béla Bartók: Danze popolare rumene

Béla Bartók raccoglie canzoni popolari con fonografo da contadini slovacchi a Zobordarázs (oggi Dražovce, parte della città di Nitra nella Slovacchia), 1907

Béla Bartók ha cominciato di raccogliere musica popolare rumena intorno a Belényes/Beiuș nel 1909, incoraggiato dal suo amico rumeno locale, l’insegnante János Bușiția. Ha proseguito la collezione anche nell’anno prossimo e nel 1912-1913, facendo diversi viaggi in varie regioni rumene dell’Ungheria orientale (oggi Romania). Sulla base del materiale raccolto ha composto nel 1915 il pezzo pianistico Danze popolare rumene, dedicato al suo amico in Belényes. Nel 1917 lo ha rielaborato per orchestra, e nel 1925 Zoltán Székely ne ha fatto una trascrizione di grande successo per violino e pianoforte.

Il pezzo, lungo solo cinque o sei minuti, si compone di sei movimenti, sei danze separate. Il 1 Jocul cu bâtă (Danza con bastone) è stato raccolto da due zingari – un violinista e un suonatore di viola popolare – a Mezőszabad/Voiniceni, il 2 Brâul (Ruota) e il ballo in coppia 3 Pe loc (Battere i piedi) da un suonatore di zufolo a Egres/Igriș, il 4 Buciumeana (Ballo di Bucium) con un tempo di tre quarti da un violinista zingaro a Bucsony/Bucium, il 5 Poarga românească (Polka rumena) da un violinista rumeno in Belényes/Beiuș, come anche il veloce ballo in coppia 6 Mărunțelul (Passaggi brevi).



Diverse centinaia di versioni di questo pezzo sono disponibili sul web. La complessità e diversità delle strutture ritmiche all’intoerno dello stretto ritmo di base, il rapido alternarsi dei diversi stili di danza, le melodie dell’Europa dell’Est e persino più orientali hanno ispirato molti adattamenti, e molte culture e popoli hanno sentito come proprio le danze rumene del compositore ungherese. Tramite queste versioni è diventato una sorta di melodia errante, similmente alla melodia ottomana già presentata, la quale è stata adottata da tutti i popoli dall’Anatolia attraverso i Balcani al Mediterraneo. Di seguito presentiamo alcune di queste versioni. *

Bálint Vázsonyi e Oliver Colbentson

La versione originale per pianoforte, interpretato da Bálint Vázsonyi (1936-2003) con altrettanta energia, come le danze originali dovevano suonare.


La trascrizione per violino e pianoforte nella similmente potente presentazione di Oliver Colbentson (1927-2013) e Erich Appel.

La banda zingara Rajkó, Budapest, 2004

Il Klezmer All Star Clarinet Gang, 2006. Trascrizione del mandolinista, Avi Avital

L’Atem Saxophone Quartet, Civitanova, Marche, 20 agosto 2011

Il Macedonia Clarinet Quartet

L’argentino Brian Caballero su bandoneone

Liu Fang (pipa = liuto cinese classico) e Michael O’Toole (chitarra). Waterford Cathedral, 29 settembre 2008

Ma Xiaohui (erhu = violino cinese classico a due corde) e Tim Ovens (pianoforte). Sanghai


La fanfara italiana Ottomanìa, una versione piene di soluzione originali, Roma, Palazzo Barberini, 19 giugno 2011. (YouTube non permette di inserire il video, che si può vedere nel loro sito.)



Due presentazioni di bambini prodigio dall’Estremo Oriente, da Korea (Shin Sihan, violino, Jan Hoitjink, pianoforte) e una bambina giapponese di otto anni, che tutt’e due interpretano con una sensibilità geniale questo pezzo di una cultura lontana.


E infine una versione orchestrale all’Accademia di Musica di Budapest, nella presentazione dell’Orchestra Danubia condotta da Domonkos Héja, dove prima di ogni movimento il Gruppo Muzsikás suona la versione originale con le proprie decorazioni. Il video di sopra è l’introduzione del Muzsikás con i primi due movimenti, mentre quell di sotto è la versione orchestrale con il resto.



Le danze nelle originali registrazioni di campo di Bartók, dagli archivi dell’Istituto di Musicolgia dell’Accademia Ungherese delle Scienze. Grazie all’uploader originale, e a Kip W, che ha richiamato la nostra attenzione su di esse.

giovedì 8 gennaio 2009

La lingua più divertente del mondo

Nel post sulla storia di Bella ciao ho accennato all’eccellente sito di Riccardo Venturi, che vi ha raccolto le più popolari canzoni contro la guerra, accompagnate da traduzioni in varie lingue e da abbondanti documenti di storia e di stampa. Poco più tardi Riccardo mi ha fatto l’onore di includere nel suo sito la traduzione letterale di Bella ciao dalla versione ungherese del post, introducendola con delle parole calorose.

Ma la vera sorpresa è seguita dopo. Quando l’ho ringraziato – in italiano – e gli ho mandato l’indirizzo della versione inglese del post perché sicuramente avrebbe potuto essere capita da molti più lettori rispetto alla versione ungherese, Riccardo mi ha risposto in ungherese:

Szívesen köszönöm az egész munkádért a szép blogodon. Én is elfogadom, hogy az olvasók többsége könnyebben olvashat angolul, de én a magyar nyelvet mindig jobban szeretem, mint a “világnyelv”… Elkezdettem magyart tanulni 16 éves korában én részrehajló vagyok :-) Minden esetben remélem, hogy a blogod és a honlapom a jövőben is a magyar és olasz néphagyományok tanulmányáért és történetéért közreműködhetnek!

(Un ringrazio affettuoso per tutto il tuo lavoro nel tuo bel blog. Anch’io ammetto che la maggioranza dei lettori possa leggere con più facilità in inglese, ma ho sempre preferito l’ungherese alla “lingua del mondo”… All’età di 16 anni ho cominciato a imparare l’ungherese, e così sono parziale :-) In ogni caso spero che il tuo blog e il mio sito possano collaborare anche nel futuro per lo studio e la storia delle tradizioni popolari ungheresi ed italiane!)


Già il fatto che un ragazzo italiano di sedici anni scelga fra le migliaia di alternative proprio questa lingua estremamente difficile e di limitata utilità è abbastanza improbabile. Ma che poi arrivi a questo livello di perfezione – ovviamente con un bella dose di diligenza e di talento – è addirittura incredibile. Interrogato sulle cause della sua scelta, Riccardo ha risposto questo:

A magyar nyelv két legfontosabb szava: szerelem és szabadság. Mikor 16 éves voltam, voltam mint minden 16 éves: romanticizmus, elmezavar, eredetiség, “én-nem-vagyok-mint-a-mások” zűrzavara...s a többi. Továbbá a határtalan nyelvszerelmem volt, mert a nyelvek, mint mondta a híres olasz keleti nyelvész Alessandro Bausani, “a világ legszebb játéka”. Egy firenzei könyvesboltban Fábián Pál magyar nyelvtanát (“Manuale della lingua ungherese”) láttam meg, és a magyar nyelv a hihetetlen szerkezetével elbűvölt engem; de sajnos nem volt pénzem vásárolni, túl drága volt. Két honapot várnom kellett, és a napon, mikor a szükséges pénzem volt, buszsztrájk volt. Jól, hazámból a könyvesboltba gyalog mentem, hogy vásároljam: nyolc kilómeter. Szerelem első látásra. A magyar nyelv nem “nehéz”: különböző, másféle. Az elméjét különböző gondolatmódra, gondolatszerkezetre készteti; és a különbözés szabadság. Megtanultam és beszélek más nyelveket, de a magyar még kedvenc játszótársam, a világ legszebb, legszabadabb és legszórakoztatóbb nyelve. A szerelem és a szabadság nyelve.

(Le due parole più importanti della lingua ungherese sono: amore e libertà. All’età di sedici ero come tutti i sedicenni: in una confusione di romanticismo, follia, originalità, “non sono come gli altri”… eccetera. E poi c’era l’irrefrenabile amore verso le lingue, perché le lingue, come disse il famoso orientalista italiano Alessandro Bausani, son “il gioco più bello del mondo”. Ho scoperto in una libreria fiorentina il Manuale della lingua ungherese di Pál Fábián, e la lingua ungherese mi ha completamente affascinato con la sua incredibile struttura. Però, purtroppo, non avevo i soldi per comprarlo, costava troppo. Ho dovuto aspettare due mesi prima di avere i soldi, ma proprio quel giorno c’era sciopero degli autobus. Bene, sono andato a piedi da casa alla libreria per comprarlo: otto chilometri… Amore a prima vista. La lingua ungherese non è “difficile”: è differente. Apre la mente a un differente modo di pensare, a delle strutture mentali differenti. E la differenza è libertà. Ho imparato e parlo anche un paio di altre lingue, ma l’ungherese è tuttora il mio preferito compagno di gioco, la lingua più bella, più libera e più divertente del mondo. La lingua dell’amore e della libertà.)


Pál Fábián, Manuale della lingua unghereseFábián Pál magyar nyelvtana (Budapest 1970, Tankönyvkiadó) az asztalomon, 30 év után... :-)
(La grammatica ungherese di Pál Fábián [Budapest 1970, Editore Libri Scolastici] sul mio tavolo, dopo 30 anni… :-) )

Anch’io mi ricordo bene di questo libro, con cui una volta ho insegnato, anzi due volte, e tutt’e due volte senza successo. Il mio primo studente è stato un ufficiale dei carabinieri molto simpatico, di Torino, nel mezzo del cammin fra i venti e trent’anni, che si era avvicinato a noi spinto dall‘attrazione per una ragazza ungherese, figlia di un famoso etnografo e studentessa al dipartimento di italiano. Alla fine degli anni ’80 una relazione ungherese era considerata un rischio per la sicurezza dello stato, e il ragazzo – con una carriera molto promettente dopo parecchi anni di servizio – è stato messo davanti a una scelta dai suoi superiori: o la ragazza o la professione. Ha scelto la ragazza. E dopo nemmeno sei mesi di studio dell’ungherese, la ragazza ha scelto qualcun altro al posto suo, mandandolo a casa perché cominciasse una nuova vita, la migliore che potesse.

La seconda volta abbiamo cominciato il libro con Bobo, il mio amico sardo-pratese, che negli anni ’90 ha trovato un’avventura eccitante aprire un caffé italiano a Budapest. Però questa è stata una breve parentesi. Bobo si è smarrito verso la terza lezione, nel corso dell’analisi morfologica della frase Hol vannak az amerikai turisták kocsijai? (“Dove sono le macchine dei turisti americani?” – in ungherese una costruzione un po’ prematuramente complicata per un principiante.) Bene, Dio abbia in pace il signor Fábián (è morto in questo settembre), ma se imparare ungherese è già difficile di per sé, allora impararlo di questo libro è addirittura un atto erculeo, per cui Riccardo merita veramente ogni riconoscimento.

Qualche giorno dopo il nostro scambio di commenti, il 6 di gennaio, quando la Befana porta i regali ai bambini, Riccardo ha fatto anche a me l’onore di farmi un regalo. Nella pagina del suo sito dedicata alla canzone Mio nonno partì per l’Ortigara di Chiara Riondino, ha tradotto in ungherese questa canzone con una dedica personale. In cima alla pagina ha anche incluso un link a una registrazione del canzone con Chiara, ma, dato che questo si può ottenere solo tramite diversi passaggi, qui sotto includo un link diretto.Chiara Riondino, foto dal sito di Riccardo Venturi


Chiara Riondino: Mio nonno partì per l’Ortigara, registrazione fatta  in occasione all’evento organizzato dalla comunità di base fiorentina Baracche Verdi in piazza dell’Isolotto, il 13 di maggio di 2007.

Questa canzone – scrive Riccardo – parla anche di suo nonno, “ragazzo del ’98” che è stato altrettanto derubato della sua gioventù dalla prima guerra mondiale e dagli anni passati nelle trincee delle Alpi italiane, di fronte alle trincee dell’armata austro-ungarica.

In cambio anch’io mando a Riccardo la canzone di mio nonno, “ragazzo dell’88”, cantata negli stessi anni e fra le stesse montagne – però dall’altro lato dello stesso fronte. E, già che siamo, includo anche la canzone del mio altro nonno, che ha servito sul fronte russo, un canzone che è tanto piacciuta ai miei amici russi. Come la canzone italiana, così quelle ungheresi non parlano di nessun odio verso il “nemico”, ma solo di una vita insensatamente sprecata in una guerra insensata.


András Széles: Kimegyek a doberdói harctérre (Esco al campo di battaglia di Doberdò). Dal CD di Tamás Cseh - Péter Péterdi: Magyar katonadalok és énekek a XX. századból (Canzoni dei soldati ungheresi del 20mo secolo) (2000).

Kimegyek a doberdói harctérre,
feltekintek a csillagos nagy égre:
Csillagos ég, merre van a magyar hazám,
merre sirat engem az édesanyám?

Én Istenem, hol fogok én meghalni,
hol fog az én piros vérem kifolyni?
Olaszország közepébe lesz a sírom,
édesanyám, arra kérem, ne sírjon.
Esco sul campo di battaglia di Doberdò
guardo insù verso il cielo stellato:
Cielo stellato, dov’è la mia patria ungherese,
dove sta piangendo per me la mia dolce madre?

Dio mio, dove morirò,
dove si verserà il mio sangue rosso?
La mia tomba sarà nel bel mezzo dell’Italia,
mia dolce madre, ti prego di non piangere per me.


Zoltán Kátai and the Hegedűs Ensemble: Esik az eső, ázik a heveder (Cade la pioggia, la bardatura è umida). Dallo stesso CD. Tuttavia, la versione di mio nonno era molto più melancolica, proprio quella era la sua bellezza.

Esik az eső, ázik a heveder
gyönge lábamat szorítja a kengyel
bársony lekötő szorítja lovamat
nehéz karabély nyomja a vállamat.

Megjött a levél fekete pecséttel:
megjött a muszka százezer emberrel
kétszáz ágyúval áll a harc mezején
így hát, jó anyám, elmasírozok én.

Jön egy kapitány hófehér paripán
fényes kard csillog annak az oldalán
kardja megvillan, az ágyú mennydörög
szép piros vérem a földre lecsöpög.
Cade la pioggia, la bardatura è umida
i miei deboli piedi sono stretti dalla staffa
una cavezza di velluto stringe il mio cavallo
una mitra pesante pesa sulla mia spalla.

È arrivata la lettera con il sigillo nero:
sono arrivati i russi con duecentomila persone,
con duecento cannoni stanno sul campo di battaglia
perciò, mia buona madre, devo marciare via.

Arriva un capitano su un cavallo bianco
una spada lucente brilla al suo fianco
la sua spada brilla, i cannoni tuonano
e il mio sangue rosso stilla sulla terra.

Italia, Doberdò, Prima guerra mondiale: Prigionieri dell’armata austro-ungherese
Tante grazie a Francesca per la revisione del testo italiano.