Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

giovedì 7 aprile 2016

Ogni carne è erba

Le poche case di Öræfi affrontano questa pianura, aperta verso il mare

Ora la vediamo com’è. Ma possiamo immaginare la chiesa di torba (Hofskirkja) della piccola comunità do Öræfi, nel sud dell’Islanda, anche come una semplice fattoria, un luogo di rifugio e di necessario ritiro di fronte ai prati desolati aperti sul mare. Era anche lì che si seppellivano i morti, in una terra ostile e dopo una vita di duro lavoro. Questa zona è stata sempre isolata dal resto dell’isola, perché la pianura, che facilmente si allagava, ha reso impossibile il mantenimento di qualsiasi strada. Le rocce ripide dietro il comune hanno sempre escluso qualsiasi altro modo di approccio. Ora l’annello dell’Islanda è completo e sicuro, e Öræfi è raggiungibile da Reykjavik in un soffio.


La vita nella fattoria del Hof ha cambiato poco da quando l’attuale chiesa fu costruita fra il 1883 e 1885. Fu sicuramente eretta sopra un’altra, la cui più antica testimonianza scritta risale al 1343. L’edificio nella sua forma attuale si è costruito di blocchi di strengur, torba, lunghi un metro e larghi 5-10 centimetri. Appartiene  a un periodo quando questo tipo era diffuso in tutta l’Islanda. I pochi esemplari che hanno sopravvissuto fino a oggi, hanno urgente bisogno di manutenzione, anche se solo come testimonianza di un passato lontano. E, ovviamente, di essere integrati nell’industria turistica che alimenta l’isola.


Tuttavia, sembra che il tentativo di proteggere questi edifici come parti del patrimonio mondiale, è quello che porterà alla loro fine. I loro materiali di costruzione sono molto instabili – sono, infatti, di materiale vivo –, e richiedono costante attenzione e rinnovamento rapido. La politica culturale conservativista di questi edifici, come se fossero dipinti medievali, dove si deve preservare a tutti i costi l’esatto colpo di pennello del pittore, ha provocato il fatto che i pochi maestri tradizionali, che ancora costruiscono con queste tecniche, rifiutano qualsiasi collaborazione attiva nella loro manutenzione, lamentando che sono anche richiesti di numerare i blocchi e rimetterli al loro posto originale dopo ogni intervento. Per loro, l’edificio non è mai stato una cosa definita una volta per tutte, ma un organismo vivente, che deve sopravvivere rigenerandosi, e, se necessario, del tutto rinnovandosi, come la natura rinasce ed esplode in questa isola vulcanica ogni anno dopo il ghiaccio dell’inverno.


hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja hofskirkja


Intorno alla chiesa ci sono intere generazioni di tombe anonime, morbidi cumuli di terra. Su alcune di esse hanno rinnovato le croci, e le lapidi con i nomi e le date sono chiaramente leggibili. E ci sono alcune veramente recenti. Sotto il congelamento del superficie durante tanti mesi, la terra dell’Islanda si rinnova ogni anno. Di primavera si può vedere ovunque le radici vulcaniche che sostengono l’isola. In questo cimitero è facile recitare la poesia surrealmente sentimentale della uruguaiana Juana de Ibarbourou:

Amante: no me lleves, si muero, al camposanto.

A flor de tierra abre mi fosa, junto al riente
alboroto divino de alguna pajarera
o junto a la encantada charla de alguna fuente.

A flor de tierra, amante. Casi sobre la tierra,
donde el sol me caliente los huesos, y mis ojos,
alargados en tallos, suban a ver de nuevo
la lámpara salvaje de los ocasos rojos.

A flor de tierra, amante. Que el tránsito así sea
más breve. Yo presiento
la lucha de mi carne por volver hacia arriba,
por sentir en sus átomos la frescura del viento.

Yo sé que acaso nunca allá abajo mis manos
podrán estarse quietas.
Que siempre como topos arañarán la tierra
en medio de las sombras estrujadas y prietas.

Arrójame semillas. Yo quiero que se enraícen
en la greda amarilla de mis huesos menguados.
¡Por la parda escalera de las raíces vivas
Yo subiré a mirarte en los lirios morados!
Non portarmi nel cimitero, se muoio, amore,
aprimi la tomba sulla superficie, vicino alla
ridente, divina frenesia di qualche voliera
o alla chiacchiera incantata di una sorgente.

Sulla superficie, amore. Quasi sopra di essa
dove il sole riscalda le mie ossa, e gli occhi,
su steli allungati, escono per vedere di nuovo
i lampi selvaggi dei tramonti rossi.

Sulla superficie, amore. Che la transizione
sia più breve. Presento la lotta del mio corpo
per tornare a galla di nuovo, per sentire
nei suoi atomi la freschezza del vento.

So che laggiù le mie mani non potranno
mai stare ferme: come talpe
andranno attorno, graffiando la terra
fra le ombre depresse e strette.

Getta semi su di me. Voglio che prendano
radice nell’argilla gialla delle mie ossa.
Così per la scala marrone dei radici vivi
verrò su a osservarti nei gigli viola.



Il sole celeste si è affondato nel nido dell’oceano (Iceland’s Folksong Heritage. Dall’album Classic Collection, per Bjarni Dorsteinsson)

mercoledì 6 aprile 2016

Ho ricevuto una poesia


la notte scorsa, a quest’immagine della moschea di Shusha postata su Facebook. Voglio dire, non io, ma essa. Una sconosciuta lettrice inglese, akousmata l’ha scritto quando ha condiviso l’immagine. E poche ore dopo l’ha completato con un’altra strofa. Non so se abbia letto il post stesso, ma la poesia quadra molto bene alla storia e alla bellezza sognante della moschea, accogliente come il grembo materno.

its raining outside.
theres an enemy in the garden.
inside, silent. just our breaths.
inside our temple, light.
I have bread for you, hidden from the storm
its still raining outside.
theres an enemy in the garden still.
inside, you and me. we walk, naked, towards the glass.
the enemy becomes blind, deaf and mute and lost.
inside our temple, I cover with clothes your nakedness, and likewise.
we are sister and brother

L’ultima volta è stato dieci anni fa che ho ricevuto una poesia a un’immagine del blog, da Wang Wei. Sembra un tempo lungo, ma ispirare una buona poesia ogni dieci anni non è una mala razione. Sto aspettando la prossima.

martedì 5 gennaio 2016

Polaroids di Rabati


Jacopo Miglioranzi svolge ricerca di antropologia della religione nella città di Akhaltsikhe nella Georgia del Sud fra gli armeni e georgiani locali. Degli ebrei della città ha già scritto in río Wang. Suoi ulteriori saggi si leggono qui.
«ecco
che muove sgretola dilaga
ecco
che muove sgretola dilaga
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l’ultimo proclama una totale estraneità»


Tolleranza. Parola nuova. Fino a qualche tempo fa, la si poteva ammirare, scritta in grande, su un grande pannello. Tolleranza, era lei ad accogliere cittadini e visitatori, che entravano a Rabati. Il quartiere più antico della città di Akhaltsikhe. Per entrare nel quartiere si deve attraversare una larga strada ed imboccare una angusta strada sotto il ponte della vecchia ferrovia. Due strade. Due forme di tolleranza. A sinistra la fortezza di Rabati, simbolo di tolleranza. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi. A destra, Rabati. Il quartiere. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi, pochi. Uomini fumano nervosamente le loro sigarette. Un marshrutka giallo, senza ruote, giace morente al lato della ferrovia. Salgo sul binario morto. Uomini armeni. Uomini georgiani. Uomini turchi. Tassisti armeni. Tassisti georgiani. Pullman turchi. Pullman georgiani. Automobili. Pattuglia di polizia. Altri taxi. Buste della spesa. Donne con bambini. Ragazzi armeni. Ragazzi georgiani. Ragazze armene. Ragazze georgiane. Turisti russi. Turisti polacchi. Coppie in moto. Ciclisti.


Turisti persi, in un luogo sperduto. Forse anch’io. Forse no. Gente sicura. Gente con lavori sicuri. Gente senza lavoro. Colletti bianchi, sicuri nella City. Colletti bianchi, insicuri, qui. Un prete ortodosso.

Guida alla mano: «Lonely planet». Informazioni. Tante informazioni, tante certezze. Qui, tante informazioni, poche certezze. Luoghi nascosti. Alberghi e musei sbagliati. Tassisti alla guida. «Guida?». Tassista guida. Sessantacinque lari. «Tassista, guida!»

«Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più
adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente»

Stazione. Donne che urlano. Marshrutka. Posti da assegnare, posti assegnati. «რამდენი?» «ლარად». Biglietti. Contratti sulla parola. Affari. «Affare!». Affari sulla pelle del turista. Nativi. Obiettivi. Osservatori. Osservati. Chi?
La città. Il quartiere. I quartieri. Binari e stazioni. Disordine e disordini. Fango e asfalto.


La città. La Regina Tamar. Una chiesa. «ვისოლი», «სმარტი», «გარფი», «ლუკოილი». Odore di benzina. Il dipartimento di giustizia. Passanti sulle strisce pedonali. Auto, camion, fermi. La stazione di polizia.
Fango e asfalto. Strade che si riempiono. Preti ortodossi. Ortodossia. Nuove e antiche ortodossie. «Altro che nuovo». Cemento. Nuovo e vecchio cemento. Monumento «1941-1945». Ortodossia. «C.C.C.P.». Guerra. Guerre. «La guerra è fredda»
Conflitti religiosi. Chiese. Chiese nuove, fioriscono. Chiese antiche, rifioriscono. Anticamente nuove. Nuovamente antiche: «La pace è calda»
Corpi consumati da segni di croce. Sguardi, anime, donati alla santità della chiesa.

«Gerusalemme Santa, Jerusalem
anela il cuore mio ad Anastasis per dolorosa via
ad un Sepolcro Santo che sepolcro non fu ma Santo è
per fede di fedeli in Grazia del Signore mio Dio
Signore Dio Bambino Carne di Ragazzina Vergine e Madre
a Lui io rendo Culto
Lui mi rapisce il cuore il Signore Dio mio»

Passanti religiosi. Religiosi passanti. Allarme! Sacro. სამება, la Trinità. Donare tempo, istanti, secondi. Preghiere. Anche quanto tempo non c’è. Anche quando si corre a fare la spesa. Al volante. A piedi.


akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1 akhaltsikhe1

Comunità. Umanità. Identità. Turisti, viaggiatori, commercianti, venditori, ambulanti, negozianti, imbonitori, autisti, studenti, operai, giocatori, disoccupati, sacerdoti, monaci, monache, suore, testimoni di Geova, apostolici. Giornalisti e telecamere. Macchina fotografica. Automobili, furgoni, camion. Ancora studenti, insegnanti. Cinesi, georgiani, armeni, ebrei, russi, turchi. Ancora georgiani. Pochi cinesi. Tanti armeni. Ebrei. Ritorni. Meskheti. Diaspore. Partenze. Italiani, polacchi, cristiani, ritorni. Musulmani, ritorni. Ebrei, partenti.

«storpie atmosfere terse e sterili bazaar
taxisti nomadi cammellieri autisti ascoltano la radio
e sanno che tempo fa
al principio era il verbo
al principio era «Pravda»
parola-verità parola-verità»

CCCP – «Radio Kabul»


Ragazzi, bambini, anziani. Cammino. Bar di turisti. Sigarette. Gli stessi uomini di prima, «რაბათი?» «აქედან». Sono nel quartiere. Un ragazzo esce da un negozio. Mi guarda. Mi guardano. Case di tufo. Case stanche. Case antiche. Una Mercedes. Panni stesi. Rottami, legna e copertoni. «Immane frana», Rabati. Rabati, è. Rabati, sono. Perduto. Donne anziane, armene. «ԲարևՁեզ ქალბატონო, ექლესია, სად არის?», «იქააა», con musicalità.

Georgiani, meskheti, armeni, ebrei, turchi, ottomani, russi. Una volta. Paskevich, Pushkin. Un taxi mi supera a forte velocità.

«è un percorso laterale una fluida divinità
una convergenza stilistica con il primitivo preistorico
è l’attualità è l’attualità
noia normale
noia mortale»

Quartiere/i. Tolleranza? «ԲարևՁեզ, სინაგოგი სადა?» «ნახე, იქ», «մերսի».


Non più turisti. Non più viaggiatori. Sinagoghe. Moschee. Chiese. Una volta. Ora diaspore. Resistenze. Ritorni e partenze. Piccola Gerusalemme?

«sgravidano ossessioni
sulle città splendenti
di passate razzie
di futuri spettacoli
i viaggi solitari
i percorsi arroganti
sono finiti male
senza proclami
senza giubilei
nelle piccole storie
delle teste pensanti»

Case. Cani. Una donna con la figlia. Non mi guardano. Straniero. «È l’attualità è l’attualità».
Rovine.
Per la strada. Quasi nessuno. Non è la città, è Rabati. Il quartiere. Storie. Frontiere. Identità in gioco.
La campana non suona. Il minareto non canta. Silenzio.

«Girano i Sufi in tondo nello spazio
Nel tempo
Salgono i verticali i monaci in clausura
Immobili
Viaggiano l’alto il basso senza abbellimenti
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Mi arrampico si ciò che resta delle strade. La vecchia sinagoga. Vuota. Passato sovietico. Vuoto. Una casa in rovina. Fango. Un bambino alla finestra. Galline. Un’altra sinagoga. Un lucchetto. Ancora case.

«svanisce la città sfuma il traffico
sfuma
s’impone la poesia: s’alza la luna
e sale
decolla.»

Խաչքար. Croci. Stelle di David. Passati biblici. Passati evangelici. Nuovi e Antichi Testamenti. Passati coranici. Passati imperialistici. Passati socialisti. Presenti biblici. Presenti evangelici. Presenti coranici. Presenti imperialistici. Presenti socialisti: «l’atmosphère n’est plus la même».
Una collina. Nessun albero. Una vecchia baracca. Un disegno: Mickey Mouse. Tombe emerse. Erba alta. Nomi morti. Armeni.
Più in là. Un muro. Un lucchetto. Tombe emerse. Nomi morti. Ebrei.

«Semina, semina – sia pure lontano dai confini,
come le stelle, come le onde, semina.
Che importa se i passeri devastano i tuoi chicchi –
Dio al loro posto seminerà delle perle.»


«Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…»


Tutti le citazioni virgolettate e in corsivo presenti nell’articolo, eccetto la penultima citazione, tratta dalla poesia «Semina» di Daniel Varujan (trad. it. dall’armeno di A. Arslan), sono canzoni dei «CCCP – Fedeli alla linea» e «C.S.I.», i titoli, in ordine di citazione sono: CCCP, «Depressione caspica»; C.S.I. «In viaggio»; CCCP, «C.C.C.P.»; CCCP, «Guerra e Pace»; CCCP, «Paxo de Jerusalem»; CCCP, «Radio Kabul»; C.S.I. «Depressione caspica»; CCCP, «Noia»; CCCP, «B.B.B.»; CCCP, «Noia»; C.S.I., «In viaggio»; CCCP, «Campestre»; CCCP, «Inch’allah – ça va»; C.S.I., «In viaggio».



lunedì 7 luglio 2014

Il mare ceco


Lahvová pošta, messaggio in a bottiglia. Sembra quasi assurdo che tale termine sia stato creato anche in una lingua, nella quale è impossibile incontrare una cosa del genere. La natura ha rifiutato il mare alla Cechia. Era dunque il compito della letteratura di regalarle uno, come lo fa Shakespeare nel Racconto d’inverno, e Radek Malý nelle sue recentemente pubblicate poesie per bambini, Moře slané vody, Mare di acqua salata.

Zavřete oči.
Slyšíte, jak šumí?
Nadechnĕte se té vůnĕ.
Zašeptejte:
Čechy leží u moře.
Chiudi gli occhi.
Senti, come mormora?
Inspira il suo profumo.
Sussurra: La Boemia
giace sul mare.


Come nativo di un altro paese senza sbocco sul mare, capisco appieno il desiderio verso il mare, come si cerca di immaginare sul modello del cielo azzurro quell’altro infinito, come si sogna conchiglie, navi, isole, come si prepara in Kőbánya a diventare un marinaio, e, infine, il primo incontro.

První vzpomínka

Oči
mám plné
veliké slané vody

Objala zemi kolem pasu

Plujeme
La prima memoria

Gli occhi
mi sono pieni
della grande acqua salata

Essa si cinge la vita con la terra

Nuotiamo


Blessed shore, dice Shakespeare della costa ceca, e così è davvero. Ma anche aggiunge: unpathed waters, undreamed shores, il che non può essere vero, poiché appare così spesso nei sogni, se la percorre tante volte.

O cestĕ

Zeptej se moře na cestu
Řekne ti: všechny cesty jsou tu
Vítr tĕ vezme do všech koutů
a není snadné nalézt tu
jednu
která
nevede ke dnu
nekončí včera
nevede k zemi lidožroutů

Ale já ji najdu, tati
najdu ji, a pak se vrátím
Sulla via

Chiedi il mare sulla via
ti dirà: qui sono tutte le vie
il vento ti porta a ogni angolo
ma non è facile trovare
quell’unica
la quale
non ti porta nel profondo
non finisce ieri
non ti porta nel paese dei mangiatori di uomini

Ma, papà, io la troverò!
La troverò, e poi ritornerò


Ciò che è bello in queste poesie per bambini, è che esse non sono banali, o artificiali, o penosamente divertenti, come la maggioranza delle poesie scritte da adulti per bambini. Esse sono spaziose e personali e da proseguire, come il mare, come il sogno. E questi due si fondono sulla costa ceca.

Velrybo velrybičko

Vidĕl jsem velrybu
bylo to ve snu
byla jak ostrov Byla noc

Dlouze se dívala
až na dno klesnu
pak připlula mi na pomoc

Dokud jsou velryby
nebudem sami
na moři ani za noci

Ale až nebudou
co bude s námi?
Kdo připluje nám pomoc?
Balena, balenina

Ho visto una balena
era in sogno
era come un’isola. Era notte

guardava a lungo
nelle profondità
poi ha nuotato per salvarmi

Finché ci sono le balene
non saremo soli
sul mare, né nella notte

Ma una volta non ci saranno più
che sarà con noi?
Chi nuoterà per salvarci?


Anche le illustrazioni, da Pavel Čech, sono come dei sogni. Come i sogni dei bambini: un po’ di sale, un po’ di inchiostro, un bacino d’acqua – l’infinito mare. E come i sogni cechi. Di fronte al muro scrostato, al telaio logoro, chi non riconoscerebbe il bacino di Josef Sudek, e da ora in poi, chi non vedrà nel bacino e nei bicchieri di Sudek il mare di Pavel Čech?







venerdì 20 dicembre 2013

Altra città



Konstantinos Kavafis: Η Πόλις (La Città). Musica di K. G. Eklektos

Η Πόλις

Είπες· «Θα πάγω σ' άλλη γή, θα πάγω σ' άλλη θάλασσα,
Μια πόλις άλλη θα βρεθεί καλλίτερη από αυτή.
Κάθε προσπάθεια μου μια καταδίκη είναι γραφτή·
κ' είν' η καρδιά μου -- σαν νεκρός -- θαμένη.
Ο νους μου ως πότε μες στον μαρασμό αυτόν θα μένει.
Οπου το μάτι μου γυρίσω, όπου κι αν δω
ερείπια μαύρα της ζωής μου βλέπω εδώ,
που τόσα χρόνια πέρασα και ρήμαξα και χάλασα».

Καινούριους τόπους δεν θα βρεις, δεν θάβρεις άλλες θάλασσες.
Η πόλις θα σε ακολουθεί. Στους δρόμους θα γυρνάς
τους ίδιους. Και στες γειτονιές τες ίδιες θα γερνάς·
και μες στα ίδια σπίτια αυτά θ' ασπρίζεις.
Πάντα στην πόλι αυτή θα φθάνεις. Για τα αλλού -- μη ελπίζεις --
δεν έχει πλοίο για σε, δεν έχει οδό.
Ετσι που τη ζωή σου ρήμαξες εδώ
στην κώχη τούτη την μικρή, σ' όλην την γή την χάλασες.
La Città

Hai detto: Per altra terra andrò, per altro mare,
altra città trovo, più bella di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore, come un morto, sta sepolto.
Fino a quando deve rimanere mio spirito
in questa palude? Dove pure guardo,
non vedo che le ruine nere della mia vita
qui, dove tanti anni ho spento, sprecato e rovinato.

Altri posti, altro mare non troverai.
La città ti seguirà. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai
negli stessi quartieri. Imbiancherai
nella stessa casa. Nella stessa città
ritornerai sempre. In altre terre, non sperare,
non c’è nave per te, non c’è strada. Perché
rovinando la tua vita in quest’angolo
discreto, l’hai rovinata su tutta la terra.

kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity kavafiscity

giovedì 7 marzo 2013

Un cacciatore di lingue e leggende

Come al solito, stavo cercando qualcosa di diverso nello scaffale quando ho ritrovato il mio lacero tascabile «Racconti e leggende del Sistan» del 1981, una pubblicazione annotata dell’Accademia Sovietica – e sono rimasto sorpreso di scoprire che potevo ancora recitare a memoria alcuni versi della bellissima traduzione russa, e che ricordavo ancora come è nato il progetto del libro, dopo la scoperta sorprendente di un cantastorie di Sistan che viveva da molti anni in una piccola cittadina di Turkmenistan. Tuttavia, i dettagli erano già scomparsi, e perciò mi sono riletto le notizie sul linguista e poeta che ha registrato e tradotto queste storie, alcune delle quali erano leggende canoniche di Rustam dal Shahnameh, il Libro dei Re, altre erano leggende fino a quel momento sconosciute, ma recitate come resoconti storici, e altre ancora erano raccontate come fiabe popolari.

A. L. Gruenberg-Cvetinovic
(conosciuto nella traslitterazione occidentale anche come Aleksandr Griunberg)
Aleksandr Gruenberg-Cvetinovic si è rivelata una figura affascinante, un iranista e un ossessivo ricercatore sul campo, che ha documentato innumerevoli piccole lingue nelle valli più remote del Caucaso e dell’Asia centrale, e che ha salvato e tradotto moltissime leggende e poesie popolari.

A 22 anni si è laureato presso l’Università di Leningrado in linguistica iraniana. Nel 1953 ha cominciato i suoi studi nell’Istituto di Linguistica. Nel suo progetto Ph.D. ha studiato le lingue dei Tat delle montagne dell’Azerbaigian del Nord, che vivevano in una schiera di villaggi semi-isolati (a differenze dei più numerosi Tat di Dagestan, i cosiddetti «ebrei di monte», una parte dei Tat di Azerbaigian erano musulmani sciiti, e alcuni cristiani armeni; un gruppo, i famosi fabbri di rame di Lahigi ancora si considerano di origine persiana, anche se dai tempi leggendari di un re del Shahnameh, Kai Khosrow.)

Un calderaio di Lahigi al lavoro, da un diario di viaggio del 2011

Ma l’avventura più esotica del giovane studente laureato è avvenuta nel 1958, tra le montagne di Badakhshan, Tagikistan, con la «spedizione Yeti» dell’Accademia delle Scienze, la quale presto si è trasformata in una ricerca delle lingue e del folklore dei montanari di Badakhshan. Benché verso il 1955-56 il mondo occidentale avesse già in gran parte superato la mania dello Yeti dopo la conquista dell’Everest, la Russia era, al solito, in ritardo di qualche anno. Vladimir Obruciev, un patriarca novantenne della geologia russa, prima della sua morte nel 1956 aveva raccolto qualche supporto per una ipotesi dell’esistenza dello Yeti nelle montagne del Pamir, il “Tetto del Mondo”, come era nominato con orgoglio. Kirill Staniukovich, un noto geobotanista e scrittore scifi, aveva riferito che la gente del posto gli aveva parlato di un «uomo selvaggio», noto a loro come golub-yavan o forse gul-bayavan. E nel1958 Staniukovich fu incaricato di una spedizione, la quale, incidentalmente, non ha incluso nessun ricercatore di primatologia – bensì due iranisti.

Lago Sarez, il presunto habitat del golub-yavan secondo Kirill Staniukovich
Aleksandr Gruenberg aderì al gruppo della Spedizione del Pamir di Anna Rozenfeld, anche lei nativa di St. Petersburg, ma più vecchia di una generazione, anche lei iranista, dialettologa e folklorista, e anche traduttrice di racconti popolari. Anna Rozenfeld era scettica sull’esistenza dell’«uomo della neve», e affrontò la questione dello Yeti come un’esercizio di raccolta di folklore. Il gruppo comprendeva anche due membri che non avevano alcun background di Iranistica: una giovane giornalista, Valentina Bianchi, nipote del famoso autore di libri per bambini Vitali Bianchi, e lo storico e sociologo di 55 anni Boris Porshnev, a quel tempo cattedratico del Dipartimento della Storia Occidentale nel prestigioso Istituto Storico, ma più noto ai posteri per il suo entusiasmo allo yeti. Ciascun membro del gruppo ha pubblicato il proprio resoconto delle loro avventure nel Pamir, ma sono stati i volumi di Porshnev che le hanno veramente immortalate. Naturalmente Staniukovich finì per pubblicare storie fittizie sull’«uomo della neve», e alla fine non è chiaro quanto ebbe incorporato dei risultati della spedizione, e quanto fu un’invenzione – come nei veri racconti popolari. Il gruppo Rozenfeld ricercò le lingue del Pamir, come Vakhan, Shugnan, Rushan e Ishkashim, ma ha anche scoperto che alcune tribù del Chitral dalle pendici meridionali del Hindu Kush vivevano in Badakhshan, come discendenti isolati di schiavi rapiti nell’Ottocento dai famigerati mercanti di schiavi dell’Asia Centrale.

Le stesse montagne e i villaggi di Badakhshan, da un diario di viaggio del 2012


L’attenzione di Gruenberg si è così rivolta alle migrazioni isolate di vari gruppi etnici, il cui territorio originale era a sud del confine sovietico, ma che potevano essere studiati all’interno degli stessi confini. Fra il 1958 e il 1960 ha scoperto e documentato le popolazioni Teymuri, Jamshidi e Sistani in Saraghs e Kushka, nel sud del Turkmenistan. Poi ottenne un’opportunità unica: quella di studiare le lingue rare delle valli del Hindu Kush, tramite l’incarico di traduttore del Ministerio Afgano dell’industria mineraria. Fra il 1963 e il 1968 realizzò un’ampia ricerca in loco nel remoto Nuristan, il rifugio leggendario delle truppe di Alessandro Magno, documentando per la prima volta le lingue Munjani, Glangali e Kati. Purtroppo, gran parte del suo materiale del campo era ancora in attesa di elaborazione al momento della sua morte improvvisa nel 1995. Un altro suo progetto non finito era lo sviluppo, in collaborazione con l’Accademia delle Scienze dell’Afghanistan, di un sistema d’alfabeto basato sulla Dari per le lingue Balochi, Kafiristani, Pamiri e Pashai.

Mausoleo di Saraghs-Baba, Turkmenistan, 1024
Le registrazioni su nastro portatile hanno rivoluzionato la raccolta di folklore, e nel 1975 Gruenberg è tornato a Saraghs per registrare i racconti epici del suo informatore sistani, Ismail Jarmamedov. Ismail, nato nel 1915, apparteneva alla prima generazione dei sistani in Saraghs. Le traduzioni poetiche russe di Gruenberg dei racconti di Jarmamedov sono il materiale del mio amato libro del 1981. Il ciclo di Rustam delle leggende sistani è insolito, in quanto è costituito di prosa parzialmente ritmata, con intarsi di versi. Il vocabolario arcaico e le uniche formule verbali ricorrenti suggeriscono che il ciclo segua una vecchia tradizione epica orale, ben distinta dal Shahname di Ferdowsi. Dal momento che Rustam è un eroe leggendario di Sistan, e dato che molti nomi e toponimi suonano in modo diverso nella versione sistani, Gruenberg ammetteva che questo ciclo di leggende risalisse a un ciclo epico indigeno pre-Ferdowsi.

Apparentemente un arido studio accademico, il libro dei Racconti e Leggende di Sistan è diventato così meravigliosamente poetico che ha raggiunto 75.000 copie di stampa, ed è diventato estremamente popolare. Aleksandr Gruenberg ha anche collaborato in molte altre traduzioni di leggende e racconti popolari dell’Asia Centrale, spesso traducendo i loro inserti poetici. Ha preso parte nella traduzione di leggende tat, turche e pamiri, e «racconti anonimi» iraniani, con centinaia di versi meravigliosamente interpretati. La mia ri-traduzione non può renderlo bene, ma tuttavia, per un piccolo assaggio delle parole di Gruenberg, ecco una prefazione canonica usata per i capitoli del Shahnameh, così come per le altre storie epiche di Sistan:

Голос донесся с бескрайних небес,
с синего купола дальних небес:
«Мудрый рассказчик, дервиш-острослов
не надевает на слово оков;
страстным влюбленным, тоской обуянным,
мчится оно фарсанг за фарсангом,
ловко, как заяц, и сладко, как мед...».
Шайтан приказал нам посеять табак,
куришь — погибнешь, погибнешь и так!
Курит Аббас, что в Иране царем,
пусть себе курит, да дело не в нем...
Слова — это шерсть, я же войлок валяю;
слова — молоко, я же масло сбиваю.
Ложь безграничная — вот мой рассказ.
Верблюд на блохе едет в город Шираз.
Ива и тополь, сосна и чинар
 сладких плодов не приносят нам в дар;
гранат и айва, померанец и тут
сочные щедро плоды нам дают.
Хлебом пусть станет вершина Ходжа,
в мясную шурпу Хильменд превратится.
Явился старик, чтоб шурпой подкрепиться.
«Много не съесть мне,— старик говорит.—
Стар я, устал я, и почка болит.
Съел я три сотни бараньих голов,
ножек без счета — а все же не сыт!»
Una voce si sente dal cielo sconfinato,
dalla cupola blu dell’altissimo cielo:
«Cantastorie saggio, dervish delle parole acute
lascia la tua parola volare liberamente,
correre avanti come un’amante desideroso,
che copra distanze di molti parasang,
veloce come la lepre, e fluido come il miele!
Il diavolo ci ha mostrato come usare tabacco,
se fumi – muori; ma morirai comunque.
Abbas, il shah di Iran ha anche fumato,
ma lasciamolo fumare, non parliamo di lui…
Le parole – come la lana, ne faccio feltri;
le parole – come latte, ne batto burro.
Di menzogne impossibili è fatta la mia storia.
Un cammello cavalca su una mosca a Shiraz.
Pioppo e salice, cipresso e pino
non daranno i loro frutti a noi da assaggiare,
il melone, melo cotogno e gelso offrono
il loro frutto al piacere di tutti.
Diventi il monte Hojja un monte di pane,
il fiume Helmand una zuppa ricca di agnello!
Un vecchio è venuto cavalcando per la zuppa.
Non posso mangiare molto, dice, sono
stanco e fragile, e gli intestini fanno male.
Ho mangiato pile intere di gambe di agnello,
trecento teste di agnello – e voglio di più!»


Negli ultimi anni il Hozeye Honari Musical Center a Teheran ha pubblicato in trentadue CD una raccolta completa della viva tradizione epica e del Shahnameh dalle varie provincie dell’Iran. Noi abbiamo solo sei dei trentadue, e il CD di Sistan non è tra questi. Ascoltiamo invece questa versione locale del Shahnameh da un cantastorie di Lorestano (Iran occidentale, monte Zagros).

Un vecchio cantastorie del Shahnameh, Iran