mercoledì 25 marzo 2015

I vestiti nuovi del Sultano

Kemal Atatürk in uniforme gianizzero

Abbiamo recentemente scritto sulla sorte travagliata della traduzione in turco de Il Piccolo Principe. Parlando della scoperta dell’asteroide B-612 del Piccolo Principe, Saint-Exupéry illustra con la storia dell’astronomo turco, quanto i vestiti fanno l’uomo negli occhi degli adulti:

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»

Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il cui rispetto è richiesto dalla legge. Perciò i traduttori turchi si sono contorti qua e là per settant’anni al fine di eludere la formula trasgressore. A volte l’hanno tradotto come «il grande leader dei turchi», poi come «un leader turco perentorio», finché la nuova edizione è stata pubblicata in questo gennaio, al settantesimo anniversario della morte dell’autore, con la traduzione corretta. Questa però è stata censurata da nessuno meno che il sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza, che hanno richiesto la rimossa del libro che contiene la parola vietata dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma la storia non finisce qui.

La storia finisce qui. Sultano Mehmed VI Vahideddin lascia Costantinopoli, 1922

Il post è stato ripreso da río Wang da Dmitri Cernišev per il suo blog in russo Ответы на незаданные вопросы, citando naturalmente il testo di Saint-Exupéry dalla traduzione russa del libro:

«К счастью для репутации астероида В-612, турецкий султан велел своим подданным под страхом смерти носить европейское платье. В 1920 году тот астроном снова доложил о своем открытии. На этот раз он был одет по последней моде, – и все с ним согласились.»

«Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, il sultano turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito secondo l’ultima moda – e stavolta tutti erano d’accordo con lui.»


La traduzione fu fatta nel 1950 dalla bravissima Nora Gal (se vi ricordat, abbiamo visto la lapide commemorativa sul muro della sua casa natale durante la nostra tour in Odessa). Chissà perché abbiam sostituito «dittatore turco» con «sultano turco»? Forse per non ferire la sensibilità dei popoli turchi dell’Unione Sovietica? A quel tempo, intorno alla deportazione dei turchi di Meskheti e i tatari della Crimea, questo non era un aspetto rilevante. O per correggere l’errore di Saint-Exupéry? Infatti, nel 1920 il sultano era ancora al potere nell’Impero Ottomano. Ma se questo era il suo intento, ha piantato un nuovo errore nel testo, poiché il sultano non aveva alcun motivo per ordinare nel 1920 ciò, per cui Atatürk aveva molto di più nel 1925. Sarebbe stato più facile trasferire al 1925 la presentazione fittiva dell’astronomo fittivo. È vero che allora la traduzione sarebbe apertamente deviata dal testo originale.

A volte è superfluo rimuginare un problema irrisolvibile nascosto nel testo originale. Si deve semplicemente tradurre così com’è.

Piccoli principi

martedì 24 marzo 2015

Ceci n’est pas une pipe

…ceci est une korn.

“Bretagna. La pipa è buona solo se brucia bene.”. Collection Villard, Quimper. Timbro 5. 7. 1910

Le lingue celtiche raggiunsero la loro massima estensione geografica non nell’antichità, prima della conquista romana, ma, come lo scrive Peter Burke, nell’età delle grandi scoperte. All’inizio del Cinquecento nelle navi inglesi e francesi sull’Atlantico servivano principalmente marinai dalle coste celtiche, da Galles e Bretagna, e quindi il gallese e bretone erano la lingua franca dei marinai nella parte settentrionale dell’oceano, dalla Manica alle Caraibi.

I marinai bretoni raggiunsero sotto la bandiera francese anche la costa brasiliana, e hanno portato per la prima volta il tabacco nell’Europa, insieme con il suo originale nome indiano: betum. La parola fu trasferita dal bretone anche al francese: pétun, pétuner, ʻtabacco, fumare’. Tuttavia è diventata arcaica, e oggi solo la lingua bretone conserva l’originale parola indiana: butun, butunad. La parola tabacco e le sue variazioni nelle lingue europee moderne, che gli etimologisti spagnoli del Rinascimento volevano derivare dalle lingue indiane caraibiche, venne in realtà già nel Quattrocento dall’arabo medievale tabbaq, ʻerba medica’, e quindi raggiunse l’America per il percorso inverso. Come lo scrive Nicolás Monardes nel suo Joyful Newes Oute of the Newe Founde Worlde, tradotto in inglese da John Frampton nel 1577:

«Many haue giuen it [tobacco] the name, Petum, whiche is in deede the proper name of the Hearbe, as they whiche haue traueiled that countrey can tell.»

«Molti chiamano [il tabacco] petum, che è in realtà il nome originale di quest’erba, come chiunque lo può dire, che ha già viaggiato in quel continente.»


L’uso del tabacco è documentato per la prima volta nel 1525 nella Bretagna, e in tutta l’Europa. La prima manifattura di tabacco fu fondata qui, nel porto di Morlaix, dove le foglie di tabacco, importate dal nuovo continente e usate come erba medicinale, erano essiccate, e poi attorcigliate in bastoni a forma di carota – carotte, nel bretone karot. La «carota», che è ancora visible nelle insegne dei negozi di tabacco nella Bretagna, poi era tagliato con il coltello a necessità per la pipa o per essere masticata. La pipa era fatta originalmente dal corno di pecora, ed era chiamata in bretone korn per la sua forma di cono (cornet).

«Non ti disturbo?» – «No.» – «Passami per favore la mia carota di tobacco [tabac en carotte], lasciami riempirmi la pipa.» Donna fumante a Morlaix. Artaud et Nozais, Nantes

Mentre in molte parti dell’Europa del Rinascimento e Barocco il fumare fu «genderizzato», diventando un passatempo maschio, nella Bretagna rimase il mezzo per dissipare la stanchezza e la fame per tutt’e due generi, come nella sua patria originaria. I fotografi francesi, che alla fine dell’Ottocento percorrevano il paese per fare delle foto etnografiche, erano stupefatti alla vista delle vecchie bretoni che fumavano la pipa, e che quindi sono diventate figure di tipi per le serie di cartoline La Brettagne Pittoresque o Types Bretons. Una bella selezione di esse è stata pubblicata da philaevrard dalla sua collezione al foro Cparama, dedicato alle vecchie cartoline francesi.


Klervi Rivière – Marie-Aline Lagadic: Labousig ar hoad. Una gwerz – ballada – in lingua bretone su un marinaio che invita una ragazza a passare a nave insieme a lui nell’Inghilterra, ma la ragazza dice di no. Dal CD Femmes de Bretagne (Le donne della Bretagna, 1996).

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Le cartoline con luogo identificabile sulla mappa della Bretagna

domenica 22 marzo 2015

Noruz alla Kotti


Noruz, 21 marzo, Capodanno in Persia e nei paesi limitrofi:
Happy New Year, Persia
Noruz nel centro storico di Baku
A rich Noruz table
Equinox
Children’s paintings for Noruz
The return of Noruz
La Kottbusser Tor è il centro dei quasi centomila curdi che vivono a Berlino. Qui c’è il centro culturale curda e la la loro società di mutuo soccorso, nonché la biblioteca curda, e i grattacieli di forma surreale intorno alla piazza sono abitati da un numero significativo di curdi, i cui attivisti protestano contro gli alti affitti nella cabina di legno allestita nella piazza. È chiaro quindi, che si organizza qui anche la festa di Noruz, con danza e con un falò domato alle condizioni di Berlino.

Secondo il cartellone affisso nel ristorante curdo Şehr-i Simit, cioè Città della Ciambella, il festeggiamento s’inizia alle cinque, ma già alle quattro c’è molta gente nella piazza. Si riscaldano sotto la pioviggina con il tè offerto dagli attivisti, e si sono impegnati in vita sociale. Poi intorno alle quattro e mezzo qualcuno va al laptop sul diffusore composto da un bidone di petrolio, e inizia il tracklist precedentemente compilato. Una martellante musica curda riempie la piazza. I gruppi si sciolgono, le persone stanno in un cerchio. Comincia la danza, che si continuerà fino a tarda sera.


Sedigh Tarif & Kamkars Ensemble: Golah golah. Dal CD Kordaneh (2011).

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sabato 21 marzo 2015

L’odore di Noruz


Noruz, 21 marzo, Capodanno in Persia e nei paesi limitrofi:
Happy New Year, Persia
A rich Noruz table
Equinox
Children’s paintings for Noruz
The return of Noruz
Le grandi feste dell’infanzia hanno odori particolari, che sono capaci di riassumere, e, anche dopo tanti anni, estrarre in dettaglio le immagini della festa. Natale ha l’odore della resina e dei sparklers bruciati, Pasqua il profumo di gelsomino e dell’incenso mescolato con l’odore della pioggerella e della terra bagnata. Ma qual’è l’odore delle feste in cui non si è mai participati da bambino? Qual’è l’odore di Noruz?

Noruz ha l’odore pungente di fumo, il fumo delle rosticcerie e il fumo dei falò realizzati nelle piazze e nei cortili per il salto del fuoco notturno. L’odore fresco delle cantine, mentre attraversiamo le viuzze del centro antico di Baku in via per la cena della festa. L’odore di miele, zafferano e uva passa.


Habil Aliyev (kamanche): Bayati Shiraz. Dal CD Kaman Möcüzesi (2002)

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mercoledì 18 marzo 2015

Disgelo


Ieri, quando mi sono svegliato, ho sentito il grido della prima rondine. Mi sono affrettato ad aprire la finestra, ma se ne era già andato. Non l’ho sentito di nuovo, ma questo significa, che da ora in qualsiasi momento il cielo sarà riempito dei loro gridi e zigzag. In Islanda, non lontano da questo lago, ci siamo imbattuti in una spiaggia, dove migliaia di sterne artiche hanno posto il nido. Questi uccelli vanno e vengono da un circolo polare all’altro. È l’animale più itinerante della Terra. Di solito vola 80 mila chilometri all’anno.

Le rondini e sterne sono occupate di un continuo gridio, esse chiacchierano come se avessero molte cose urgente da dirsi. I viaggiatori hanno sempre molto da dire. Se no, non hanno viaggiato. L’ambasciatore olandese ha passato diverse sere raccontando al re di Siam delle meraviglie del suo lontano paese, abbondantemente adornando la sua storia su com’è quel paese, tanto piatto e tanto vessato dal mare, come si costruiscono le loro case, come preparano i loro tessuti, come si tingono i loro abiti, sulle cerimonie sociali e riti religiosi. Gli ha anche detto che «nel suo paese l’acqua diventa tanto dura a volte, nella stagione fredda, che la gente camimna su di essa, e potrebbe tenere anche un elefante, se ce ne fosse uno. Al che il re rispose: ʻFinora ho creduto le cose strane che mi hai detto, perché ti ho considerato un uomo sobrio e onesto, ma ora sono sicuro che mi menti.’» *

I viaggiatori devono essere molto attenti a non mentire quando parlano di ciò che hanno visto.


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Le foto sono state scattate alla foce del ghiacciaio Breiðamerkurjökull, al lago Jökulsárlón, Islanda

martedì 17 marzo 2015

Lettere a San Pietro dalla Rutenia


Nel trattato Modus epistolandi, cioè L’arte di scrivere lettere (1488), che era molto popolare nell’Europa del Rinascimento, Francesco Nigro ha dato istruzioni retoriche precise e dettagliate per la scrittura di non meno di venti tipi di lettere. Il primo era il commendatitium o lettera di raccomandazione, che era diviso in due sottotipi, e ciascuno di essi in quattro parti obbligatorie. In seguito molti altri umanisti hanno aggiunto i loro due centesimi a queste norme retoriche, raccogliendo e adattando le idee e gli esercizi dell’antica progymnasmata. Non solo Erasmo, Vives e Lipsio, l’elenco è molto più lungo: Gasparino Barzizza, Juan Lorenzo Palmireno, Giulio Cesare Capaccio, Bartolomé Bravo, Juan Vicente Peliger, Badio Ascensio, Sulpizio di Verola, Gaspar de Tejeda, Henri Estienne, Basin de Sendacourt, Heinrich Bebel, Valentinus Erythraeus, Pietro Bembo, Tomás Gracián Dantisco, Espinosa de Santayana, Moravus de Olomouc, e così via. E benché nessuno di questi autori ci abbia offerto un’istruzione per scrivere lettere di raccomandazione all’Aldilà, tuttavia tali lettere esistevano, erano regolarmente scritte seguendo formule controllate, cosparse con il polverino, sigillate, e indirizzate a non meno che allo stesso San Pietro, nelle sue proprie mani.

La notizia di queste lettere venne alla Spagna dalla Rutenia, come l’umanista, numismatico, arcivescovo di Tarragona, e straordinariamente curioso uomo, don Antonio Agustín (1517-1586) l’ha notato nel suo taccuino manoscritto. A folio 23 di questo libretto, chiamato Alveolus, e scritto attorno a 1555, troviamo questa relazione sulla tradizione della «chiesa rutena»”: *


“Rutheni populi Moschouitarum sunt Polonis contigui, quorum regem adgnoscunt; et in religione Patriarcham Constantinopolitanum, cuius ritum, ceremonias et instituta sequuntur. Eorum prouincia nunc Russia nuncupatur. Lingua Dalmatica loquuntur, cuius per uniuersum orientem magnus usus est; characteres mixti Grecis atque Barbaris Sclauonicis quos appellant. Hi populi ridiculam consuetudinem exequiarum obseruant. Mortuorum enim parentes affines propinquí et amici, litteras ab Archiepiscopo prouintiae suae accipiunt, et sigillo et subscriptione firmatas: quibus Archiepiscopus sancto Petro scribit, mortuum propinquum et amicum commendans; rogans mortuo liceat in consortium coelitum adscribi. Quae littere mortui manui inseruntur; unaque cum iis, tamquam eas diuo Petro Vitae Innocentiaeque suae testes redditurus, sepelitur. Emuntur autem magno tales littere; neque cuiquam nisi soluenti pecuniam conceduntur. Quo fit, ut pauperes eas non accipiant, scribuntur lingua Dalmatica. Earum formulam, ex ea lingua translatam in Latinam a Georgio Ticinensi Lithphano, infra suscribi iussimus:

«MACARIVS Dei gratia Ecclesiarum Domini Dei nostri in hoc corruptibili mundo uicarius, tibi Petro qui olim summus Christi in terris uicarius extitisti, notificamus: quod nuper non sine ingenii moerore, Dilecti filii Ecclesiae Dei, nobis rettulerunt; quendam Nicolaum Gregorii Filium, hanc miseriis plenam uitam reliquisse; in aliumque felicem ac deliciis plenum mundum commigrasse. In quo fidelium omnium animulae, omnibus desiderato Domini nostri Jesuchristi, eiusque matris incorruptae intuitu frui ac gaudere numquam cessant. Quas opera tua in regnum coelorum, cuius ianitor et clauiger existis, esse admissas receptasque nemo ambigit. Nam eam clauium potestatem, ipse humani generis restauratos, tibi iam in coelis uero in terris indubie concessit, quos suarum Ecclesiarum in hoc mundo presides esse uoluit.

Cum igitur officii nostri sit ad te, de conuersatione eorum qui relicto hoc mundo istuc commigrant, rescribere, ideo, indubiam tibi litteris his nostris fidem facimus Nicolaum Gregorii Filium, toto tempore uitae suae pie ac christiane uixisse, neminem offendisse, ac omnia Ecclesiarum Dei praecepta, diligenter obseruasse. Quem, prius quam deo conditori suo spiritum commodaticium reddidisset, ab omnibus suis peccatis, quibus diuinam Maiestatem aliquando offendit, absoluimus. Et, propterea iustum esse censemus, quod in conspectum Domini Dei conditoris nostri admittatur; electorumque Dei numero tuis meritis precibusque adiutus, adscribatur. Quod ut pro more officioque tuo facias, supplices petimus. Datum, etc. Sub manu, et sigillo nostro.»” (Alveolus. Manuscrito escurialense S-II-18, Madrid, FUE, 1982, 33-35.)


«I ruteni sono un popolo moscovita nella vicinanza dei polacchi, il cui re riconoscono come loro signore. In materia religiosa riconosconon il Patriarca di Costantinopoli, e seguono i suoi riti, cerimonie e istituzioni. La loro regione è ora chiamata la Terra dei Russi. Parlano la lingua dalmata [slavo ecclesiastico], che è abbastanza diffusa in tutto l’Oriente. La loro scrittura è un misto del greco e delle lettere della barbara lingua slava, come la chiamano. Questi popoli hanno un ridicoloso rito funerale. I parenti e gli amici stretti del defunto ricevono una lettera sigillata e firmata dall’arcivescovo della diocesi, il quale la indirizza a San Pietro, raccomandando il defunto nella sua amicizia e compagnia. Mettono questa lettera nelle mani del defunto, e lo seppelliscono con essa, come testimonianza della sua vita e innocenza. Queste lettere hanno un prezzo elevato, e non si concedono a nessuno a meno che non paga per loro. Così i poveri non le possono avere. Sono scritte in lingua dalmata. Il loro testo, tradotto da Giorgio di Pavia da questa lingua, è come segue:

ʻMakarios, per grazia di Dio vicario della Chiesa di Dio nostro Signore in questo mondo corruttibile, comunichiamo a te, o Pietro, che una volta eri il vicario supremo di Cristo in questa terra, che di recente siamo stati visitati da alcuni amati figli della Chiesa di Dio, che avevano raccontato con grande dolore, che un certo Nicola, figlio di Gregorio ha lasciato questa vita piena di miserie, e si era trasferito a quella felice, piena di gioia, in cui le animule di tutti i credenti non smettono di gioire e godere della visione, desiderata da tutti noi, del nostro Signore Gesù Cristo e della sua Madre incorrotta. Alla quale senza dubbio sei tu che le ricevi e le permetti di entrare, essendo tu il guardaportone del regno dei cieli, poiché nella tua mano depositò il potere delle chiavi il Rinnovatore della razza umana, che voleva che tu sia il superiore della Sua Chiesa in questo mondo.

Essendo quindi nostro dovere riferirti della condotta di coloro che si trasferiscono di questo mondo a quello, ti facciamo sapere senza dubbio e testimoniamo con fede, che Nicola, figlio di Gregorio ha vissuto in modo pio e cristiano per tutto il tempo della sua vita, non facendo male a nessuno, e diligentemente osservando tutti i comandamenti della Chiesa di Dio. E prima di consegnare la sua anima a Dio, suo Creatore, lo abbiamo assolto da tutti i peccati, con cui aveva mai offeso Sua Divina Maestà. Riteniamo pertanto giusto permettergli di essere ammesso alla presenza di Dio, nostro Signore, e iscritto tra il numero degli eletti, con l’aiuto dei tuoi meriti e preghiere. Ti preghiamo di concederlo e farlo per la tua solita misericordia e condiscendenza. Data ecc. Dalla nostra mano e sigillo.’»


La nostra immaginazione è infiammata dal prezzo elevato che si doveva pagare all’arcivescovo per queste lettre, e che li ha resi inaccessibili ai poveri. Come poteva essere il mercato nero di queste lettere, le violazioni dei sepolcri, l’eliminazione del nome del defunto nella lettera, e la loro disposizione nella mano di un altro, meno ricco defunto, le raffinate tecniche dei falsari specializzati di firme e sigilli, con i quali erano in grado di ingannare lo stesso guardaportone del Paradiso… O forse questa idea è del tutto inconcepibile per un ruteno, e può sorgere solo nella picaresca fantasia iberica?

Ma se è così, come ha potuto una di queste lettere finire nelle mani di Don Antonio?


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Le nostre illustrazioni sono bandiere processionali dei villaggi ruteni nella collezione del Museo dell’Icona di Leopoli/Lviv/Lwów/Lemberg


domenica 15 marzo 2015

Sette giorni nella Georgia


Non si può arrivare a conoscere un paese in sette giorni. Non è questo che cerchiamo di ottenere durante il nostro primo tour georgiano. Vorremmo piuttosto avere un assaggio di tutte le regioni tipiche del paese, dalle valli innevate della Svaneti alle maestose catene di montagne brulle di Javakheti, dalle vette nebbiose della strada militare georgiana ai vigneti di Kakheti. E visitare i più importanti monumenti storici della Georgia: i monasteri di Gelati, Ananuri e Alaverdi, la cattedrale di Mtskheta, la città vecchia di Tbilisi e Kutaisi, i monasteri rupestri di Vardzia, la fortezza di Akhaltsikhe, le torri medievali dei villaggi di Svaneti.

Abbiamo già pubblicato un primo riassunto del tour. Di seguito delineamo il percorso e il programma dei sette giorni di esso, in modo che coloro che si sono già registrati per esso, possano scrutinarlo nella poltrona e prepararsi per esso, e quelli che non l’hanno ancora fatto, siano allettati per allinearsi ora.

Le carte possono essere ingrandite a schermo intero cliccando sul link «More options» nell’angolo in alto a sinistra. Abbiamo indicato solo le tappe più importanti, ma ci fermeremo anche in molti altri siti belle viste e siti storici. Se le mappe vi suggeriscono qualche idea, fatecela sapere.

I luoghi da visitare saranno gradualmente presentati su río Wang. Vale quindi la pena di tenere d’occhio il blog, e il l’indice dei nostri posts sul Caucaso.

Dopo questo primo tour progettiamo anche altri viaggi, dove penetriamo più profondamente in alcune regioni particolarmente belle e arcaiche della Georgia: i villaggi di montagna di Svaneti, gli antichi insediamenti appartati di Tusheti, le chiese medievali dipinte di Racha, i monasteri-fortezza di Kakheti, o la lunga catena di monasteri rupestri di David Gareja lungo il confine azero. I vostri suggerimenti basati sulle impressioni di questo primo tour ci aiuteranno a decidere, quale organizzare prima.


1. Kutaisi e i monasteri vicini: Gelati, Motsameta

Il nostro aereo arriva all’alba a Kutaisi, in modo che meritiamo qualche ore di sonno in più nell’albergo. Colazione alle dieci, si parte alle undici con l’autobus ai vicini monasteri medievali di Gelati e Motsameta (Patrimonio Mondiale dell’Umanità). Nel pomeriggio facciamo il giro del centro storico di Kutaisi. Cena nell’albergo, dove sono anche riuscito di invitare un gruppo di musica popolare georgiana.




2. Da Kutaisi a Svaneti

Dopo la colazione si parte a Svaneti, una delle regioni montuose più arcaiche della Georgia. Dopo Zugdidi, dove la strada comincia a salire, ci fermiamo ripetutamente nella valle dell’Inguri, vicino al bacino idrico, alle chiese medievali dipinte, ai villaggi con le torri residenziali. Sulla tortuosa strada di montagna arriviamo nel pomeriggio al nostro alloggio a Mestia. Ci guardiamo intorno nel centro storico con le antiche torri residenziali, e visitiamo il ricco museo etnografico. Tradizionale cena georgiana nell’agriturismo familiare.




3. Nelle montagne di Svaneti: da Mestia a Ushguli

Escursione di un’intera giornata nelle montagne, all’insediamento più altamente situato (2100 m) dell’Europa, Ushguli, la terra delle torri residenziali medievali. Con il nostro minibus fuoristrada copriremo la distanza di 45 km in 3-4 ore, mentre si goderà un panorama mozzafiato. Una passeggiata nelle tre parti del villaggio di Ushguli, pranzo tradizionale georgiano. Si torna a Mestia, cena casalinga.




4. Da Mestia a Tbilisi

La strada più lunga del nostro viaggio in un fiato: in sette ore scendiamo giù dalla montagna nella valle del fiume Mtkvari/Kura, e lungo il fiume alla capitale. Lungo la strada ci fermiamo più volte per riposarci e per la visita di alcuni monumenti, ma cerchiamo di raggiungere Tbilisi il più presto possibile, perché questo è il pomeriggio che dedichiamo alla visita della città insieme. Dato che il nostro hotel sarà al centro della città vecchia, nelle prossime due sere che passiamo a Tbilisi si potrà esplorare la città da soli. In serata, cena tradizionale in un ottimo ristorante georgiano nel quartiere ebraico.




5. Mtskheta e la strada militare georgiana

Cominciamo la giornata nell’antica capitale georgiana, Mtskheta, non lontano da Tbilisi, che è tuttora il centro della chiesa georgiana. Dopo la visita della cattedrale e la chiesa di Jvari (Santa Croce) – la prima chiesa cristiana della Georgia – sulla collina all’altra sponda del fiume, intraprendiamo l’ex strada militare georgiana, che porta via serpentine mozzafiato e passa attraverso la cresta del Caucaso Maggiore fino al confine russo. Su metà strada ci fermeremo al monastero-fortezza Ananuri, uno dei più bei monasteri georgiani. Si torna a Tbilisi relativamente tardi, solo per la cena.




6. La valle di Kakheti

Percorriamo una regione montuosa più delicata, la valle di Kaketi, la regione del vino georgiano. Visitiamo alcuni monasteri-fortezza di importanza storica – Ikalto, Alaverdi e Gremi, e attorno a quest’ultimo le rovine della ex capitale del Regno di Kakheti –, la città di montagna bizantina di Sighnaghi con un panorame affascinante, e accanto ad essa il monastero di San Nino, la missionaria della Georgia nel quarto secolo.




7. La fortezza di Akhaltsikhe e i monasteri rupestri di Vardzia

La strada più lunga del nostro viaggio, ma anche della migliore qualità, in modo che copriremo la maggior parte di essa fino a mezzogiorno. A quell’ora si arriva alla città di Akhaltsikhe lungo il confine con la Turchia, il centro degli armeni ed ebrei georgiani, dove visitiamo l’ex fortezza e caravanserai e facciamo il giro della città vecchia. Poi usciamo al complesso dei monasteri rupestri di Vardzia, nella valle del tratto superiore del fiume Mtkvari/Kura. Arriviamo per la cena a Kutaisi, e la mattina presto partiamo per l’aeroporto.




Il costume europeo


Uno dei migliori libri di lingua al mondo è Il piccolo principe. È stato tradotto anche alle lingue più piccole, e quasi tutte hanno anche una versione audio. Nella struttura, come se fosse stato realmente inteso per un libro di lingua, si muove dal semplice verso il complesso. Nell’esercito, per ammazzare il tempo che camminava a passi di lumaca, ho imparato il francese da esso, e tuttora so a memoria i suoi primi capitoli. Più tardi l’ho usato per imparare il cinese, per praticare il persiano, nella bella traduzione e presentazione del grande poeta moderno Ahmad Shamlou, e per insegnare l’italiano. L’ho in diverse traduzioni, tra cui il dialetto viennese, il basco, l’accento romanesco e la versione assira. Ma in qualche modo non l’ho mai avuto in turco. Non che sarebbe difficile da ottenere. Alla fine dell’anno scorso è scaduto il diritto d’autore delle opere di Saint-Exupéry, che sparì nel 1944, e nei primi giorni di gennaio trenta editori turchi hanno pubblicato il libro in nuove traduzioni, in più di 130 mila copie. L’edizione più economica si offre per 1 lira, a meno di mezzo euro.


Se qualcuno ha bisogno di un Küçük Prens in turco, lo compri ora. E non solo per il prezzo, ma anche perché – come Kaya Genç sottolinea nel suo blog – questa è la prima edizione che finalmente risolve un errore di traduzione radicato per settant’anni. L’errore è accidentalmente appunto in quel capitolo, dove l’autore parla dei turchi, come segue:


«Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe è l’asteroide B 612. Questo asteroide è stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco, nel 1909.

Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d’Astronomia. Ma in costume com’era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti così.

Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612, un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea. L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante. E questa volta tutto il mondo fu con lui.»



Il «dittatore turco» è naturalmente Kemal Atatürk, il creatore dello Stato laico della Turchia, che nella sua «Legge del Cappello» del 1925 vietò l’uso del fez, del velo e di altri indumenti tradizionali. Tuttavia i dittatori hanno la strana abitudine di non amare di essere chiamati dittatori. Nella Turchia esiste ancora la legge, che punisce l’offesa contro Atatürk con carcere fino a tre anni. È comprensibile, quindi, se i traduttori hanno finora evitato questo termine.

Ahmet Muhip Dıranas, il traduttore turco di Baudelaire, che nel 1953 per primo tradusse Il piccolo principe per la rivista Çocuk ve Yuva (Bambino e Casa), fondata per sostenere i bambini orfani dei soldati della prima guerra mondiale, cercò di prevenire il dispiacere degli orfani, che a quel tempo erano già oltre quaranta, nel modo seguente:

«Fortunatamente i turchi hanno cominciato di vestirsi come gli europei, in seguito alle direttive di un grande leader…»

La traduzione prossima, preparata nel 1995 da Tomris Uyar e Cemal Süreya, lo formula in una maniera leggermente diversa:

«Un giorno, un leader turco perentorio ha pubblicato una legge: d’ora in poi tutti devono vestirsi da europei, e gli altri condannati a morte.»

La traduzione del 2015, scrive Kaya Genç, già rende esattamente la frase originale franceses. «Nessuna denuncia si è ancora registrata», conclude il suo post. Tuttavia, nella realtà non è esattamente così.


Una protesta ufficiale è stata fatta contro il libro, e non dall’esercito chiaramente laico, neanche da qualche impegnato fan club di Atatürk. Il sito del sindacato turco dei lavoratori d’istruzione e scienza ha pubblicato la richiesta di rimuovere il libro, che contiene la parola vietata, dalla lista dei libri consigliati per la scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione.

I dittatori hanno la mano lunga, e cercano anche da lontano di prevenire che le cose siano chiamati ciò che sono. È appunto così che si rivelano di essere ciò che sono.

Vignetta di Selçuk Erdem

Continuazione…