lunedì 6 aprile 2015

La lunga strada per Ushguli


Risvegliandoci prima dell’alba nella pensione a Mestia vedo che ha nevicato durante la notte. Nell’aria immobile e nella luce nebbiosa ogni tetto, recinto e albero, fino al più piccolo ramoscello, è coperto con un folgorante e fragile rivestimento bianco. I fili elettrici che si inarcano da un polo all’altro sono diventati grossi nastri bianchi, con i fiocchi di neve che si sono depositati con lo spessore di un palmo, e il cui dentello sarà distrutta dal primo vento della mattina.

Partiamo a Ushguli in un furgone a trazione integrale, guidato dal padrone della nostra pensione. Le strade della città sono quasi tutte vuote a quest’ora dell’alba. La luce dei fari si rispecchia nelle pozze d’acqua che si sono formate nella strada, coprendo l’asfalto con un’abbagliante luce rosata. Lo brontolamento del motore del furgone spinge i cani pastori in una frenesia ringhiosa, che ci scacciano in campagna, abbaiando ai nostri pneumatici posteriori fino a quando sono sicuri che non torniamo più indietro.


Lasciando la città, continuiamo per una strada stretta e coperta di neve, che di tanto in tanto si dissolve in scure pozze di fango. Il sentiero tortuoso che segue la vallata del fiume Inguri è indicato solo dalle traccie delle macchine, di volta in volta rotte da torrenti casuali dell’acqua sciolta. Queste fosse e dossi a volte solo rallentano il progresso, e a volte ci fermano, mentre il conducente esamina la natura dell’ostacolo e il miglior metodo di superarlo. Poi, manovrando abilmente con la marcia e il volante, tragitta la macchina: una scossa, un dondolio, e andiamo avanti. In questo modo aspettiamo percorrere i 40 chilometri fino a Ushguli in tre o quattro ore. A volte, in punti specialmente brutti dobbiamo scendere e spingere la macchina, le nostre gambe si immergono nella neve bagnata, e i nostri muscoli si sforzano per aiutare ai pneumatici, che girano senza resistenza, come galassie di gomma in un universo di ghiaccio, finché addentrano in una superficie fresca e trovano trazione.


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Dopo una curva si vede davanti a noi un piccolo torrente che attraversa la strada, scavando un solco profondo nella superficie, e scorrendo intorno ad alcune pietre grezze. La macchina avanza con attenzione, l’abbiamo già quasi passato, e ora il conducente preme sul gas per saltare dal solco. Ma la ruota anteriore improvvisamente scivola dalla pietra, e dal carrello si sente un suono inquietante, lo scricchiolio dell’acciaio contro la pietra. Avanziamo ancora un paio di metri, e il motore si ferma. L’autista tenta ripetutamente di riavviarlo, ma in vano. Colpito dalla pietra, il tubo del carburante si è pressato

Telefona al prossimo villaggio, e in pochi minuti un altro veicolo arriva con tre uomini, seguiti da un quarto sopra un cavallo marrone. Dopo molta discussione e scosse di testa sopra il cofano aperto, il conducente finalmente striscia sotto la macchina per ispezionare il danno.


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Un’altra chiamata, stavolta al nipote del conducente a Mestia, che venga e ci porti a Ushguli. Nel frattempo possiamo ammirare lo spettacolo del nostro veicolo rotto essere trainato da quattro buoi per la strada di montagna al prossimo villaggio, Kala, dove incontreremo il secondo autista.

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Camminiamo davanti ai buoi. Passiamo davanti a alcune case abbandonate, relitti sbadiglianti con persiane di traverso e intonaco fatiscente. Gli abitanti seguirono il richiamo della vita moderna, e si scesero nelle valli in cerca di migliori condizioni di vita. Non è difficile immaginare come può essere l’isolamento dell’inverno, la prigionia della neve in un luogo così inaccessibile. Nel muro di una casa abbandonata qualcuno ha graffiato con la mano esperta, per accomiatarsi, il volto di Stalin.

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Fra poco diciamo addio al primo conducente, e saliamo sulla jeep del secondo. Come se un nuovo capitolo si cominciasse in quest’avventura, dopo alcune curve si cambia anche il carattere della strada, diventa ancora più stretta, più incompiuta, più insidiosa. È meno calpestata che fino allora, ed è limitata da una scogliera grezza a sinistra, e una profondità vertiginosa a destra. Quando di tanto in tanto esce il sole dal dietro le spesse nuvole, un panorama ultraterreno si apre davanti a noi: montagne coperte dal sudario spettrale di neve, irte di alberi neri, contro il cielo del blu più profondo.




Arriviamo nel tardo pomeriggio a Ushguli, nell’alta valle, irraggiungibile per qualsiasi strada fino agli anni 1930, e apparentemente tuttora fuori del flusso del tempo. Il villaggio triplo è circondata da dolci colline con prati ora sotto neve, che gradualmente si avanzano verso le vette che fiancheggiano la valle. Abbiamo appena un’ora fino al buio per scoprire le torri fortificate degli Svan ed esplorare la struttura di questo villaggio straordinario. Patrimonio dell’Umanità, il luogo è l’insediamento più alto dell’Europa.


Passeggiamo fra le strutture millenarie – alcune del secolo VIII – del sobborgo inferiore, a volte incontrando una mucca magra o un cavallo triste, ma nessun uomo. Girelliamo nel labirinto di mura erette di pietre piatte e grigie irregolari, che ospitano licheni arancione e ciuffi di erbe secchi. Il silenzio è interrotto solo di tanto in tanto dal canto di un gallo, l’abbaio di un cane, o il muggito scontento di una mucca. Un gruppo di cani pastore semi-selvaggi, di aspetto affamato scopre la nostra presenza, e noi dobbiamo ritirarsi, alzando i pali strappati dal recinto, mentre cerchiamo di fare quanto più foto nella luce calente.


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Tornando alla strada principale, incontriamo il conducente che ci sta aspettando sulla piccola piazza centrale in mezzo ai tre sobborghi del villaggio. Abbiamo freddo e fame, essendo per noi la colazione l’ultimo pasto che abbiamo preso in fretta in quel giorno. Lui ci propone di andare da una casa di conoscenti, e noi percorriamo il sentiero rozzamente coperto di pietre che sarebbe una strada del villaggio. Lungo la strada incontriamo un piccolo gruppo di bambini che vanno a casa dalla scuola, accompagnati da un grande cane pastore caucasico. Ci salutano con orgoglio in inglese. Rispondiamo al saluto, congratulandoci, e loro con un sorriso corrono giù verso la parte bassa del villaggio.

Arriviamo alla casa, una donna ci apre la porta, avendoci prima ispezionato dalla finestra. Ci invita nella cucina calda, dove sta già preparando il khachapuri per la cena della famiglia. Ci offre posti attorno alla tavola.


Suo suocero di settanta anni entra nella cucina al suono degli ospiti («L’ospite è un dono di Dio», dice il vecchio proverbio georgiano) con una bottiglia di brandy fatto a casa. Ci racconta che nell’epoca sovietica era pilota militare a Kiev, oggi insegna russo ai bambini della scuola locale. Durante la cena dice brindisi tre volte, secondo il costume georgiano, alla famiglia, all’amicizia, e che non ci sia la guerra a Donetsk, nell’Abkhazia e nell’Ossezia del Sud.


A tarda notte incontriamo di nuovo il nostro primo conducente e padrone di casa nella pensione di Mestia. Le donne della casa ci servono una cena veramente deliziosa, accompagnata da vino bianco raffreddato. Fra i bicchieri svuotate, e i brindisi inevitabili, ma affettuosi ci dice con orgoglio: «Che fortuna che c’era questo incidente. Così almeno potete vedere come mi rispettano nei dintorni, e come sono disponibili ad aiutarmi quando mi serve.»

domenica 5 aprile 2015

Pasqua bianca

Felice Pasqua! («Pasqua bianca nella Russia», 1942. Dalla collezione di János Fellner)

venerdì 3 aprile 2015

La terra delle canzoni dimenticate


Cavalieri in paesaggi da sogno, uomini che conducono un toro al cancello della chiesa, con candele accese sulle corna, ragazze cantando canzoni antiche con sguardo introspettivo. E torri ovunque, in gruppi o da sole, torre chiuse e scure. Aaron Huey sta tornando da sedici anni a Svaneti, da tredici anni sta fotografando questa regione. Dieci delle sue foto sono state pubblicate nel numero di ottobre 2014 di National Geographic come illustrazioni al bellissimo saggio di Brook Larmer su Svaneti, ma nel suo portafoglio ha cinque volte di più.


Chanters of St. Panteleimon: Aslanuri Mravaljmier. Canzone di saluto

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«Nel corso della storia gli eserciti di alcuni tra i più potenti imperi – arabi, mongoli, persiani, ottomani – hanno invaso la Georgia, terra di confine tra Europa e Asia. Nessuno però è riuscito a conquistare quel fazzoletto di terra nascosto tra le gole del Caucaso che costituisce la patria degli Svan, almeno fino all’arrivo dei russi a metà dell’Ottocento. Ed è proprio attorno a questo isolamento che la Svanezia ha forgiato la propria identità culturale e storica. Nei momenti di pericolo, i georgiani delle pianure sottostanti portavano i loro oggetti più preziosi – icone, gioielli, manoscritti – al sicuro nelle piccole chiese di montagna e nelle torri della Svanezia, che divenne così depositaria dell’antica cultura georgiana.

Ma nella roccaforte inespugnabile delle loro montagne gli abitanti della Svanezia hanno anche saputo preservare la loro cultura, che è ancora più antica. Nel I secolo a.C. gli Svan, che secondo alcuni erano discendenti di schiavi sumeri, erano considerati spietati guerrieri dal geografo greco Strabone. Attorno al VI secolo, quando arrivò il cristianesimo, avevano già una cultura radicata, con una lingua propria, articolate musiche tradizionali e complessi codici in materia di cavalleria, giustizia comunitaria e vendette.

Ancora oggi gli abitanti dell’Alta Svanezia, dove si trovano alcuni tra i più elevati e isolati villaggi del Caucaso, osservano fedelmente le tradizioni nel canto, nel lutto, nelle feste tradizionali e nella strenua difesa dell’onore familiare. ʻLa Svanezia è un museo etnografico a cielo aperto’, dice l’accademico norvegese Richard Bærug, che si sta impegnando per salvare la lingua svan, un idioma che si tramanda in gran parte oralmente e che a detta di molti studiosi sarebbe più antico del georgiano. ʻNon esiste altro luogo al mondo’, aggiunge il ricercatore, ʻche abbia mantenuto in vita i costumi e i rituali del Medio Evo europeo.’»



Zedashe Ensemble: Raidio. Canzone per il sacrificio del toro


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«Preso dal lavoro quotidiano, con indosso il tradizionale berretto di lana, Kaldani incarna sia la continuità della cultura svan che i pericoli che la minacciano. È tra i pochi che ancora parlano correntemente la lingua svan, ed è anche uno degli ultimi mediatori, figure che da secoli vengono chiamate a dirimere le controversie tra gli abitanti dei villaggi, dai furtarelli fino alle faide che si trascinano per generazioni. Oggi questa tradizione non è più così forte, ma nell’antica società svan il numero degli omicidi commessi in nome dell’onore familiare era così alto che, secondo alcuni studiosi, le torri non servivano solo a difendersi dagli invasori e dalle valanghe, ma anche dai compaesani stessi.

Nel caos seguito al tracollo dell’Unione Sovietica le faide riemersero con rinnovato vigore. ʻNon trovavo mai un attimo di riposo’, ricorda Kaldani. A volte, dopo aver negoziato un ʻriscatto di sangue’ (in genere 20 vacche a titolo di risarcimento per un omicidio), il mediatore convocava le famiglie coinvolte in una chiesa per pronunciare un giuramento e celebrare un battesimo reciproco. Grazie a questo rituale, assicura Kaldani, ʻle famiglie si asterranno dalla vendetta per 12 generazioni.’»



Mzetamze Ensemble: Iavnana. Canzone di guarigione


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«Il canto d’amore e di vendetta inizia dolcemente, con una linea melodica antica, affidata a una voce solista. Poi attacca il controcanto, con le altre voci che si sovrappongono in una fitta progressione di armonie, in un crescendo incalzante, fino a sfociare su un’unica nota di risonante chiarezza. Il complesso musicale si è riunito in uno stanzone privo di riscaldamento affacciato sulla piazza principale di Mestia. Questi canti, tra i più antichi esempi di musica polifonica, risalgono a diversi secoli prima dell’avvento del cristianesimo in Georgia.

Finita la prova i giovani musicisti escono alla spicciolata sulla piazza, chiacchierando tra loro, ridendo, lanciandosi baci in segno di saluto e smanettando sui cellulari. ʻSiamo tutti su Facebook, ma non per questo dimentichiamo il nostro patrimonio culturale’, dice la quattordicenne Mariam Arghvliani, che nel complesso giovanlie Lagusheda suona tre antichi strumenti a corde, tra cui un’arpa in legno a forma di L originaria della Svanezia. Eppure il suo talento avrebbe rischiato di svanire, assieme alle tradizioni musicali della sua terra, senza il programma giovanile avviato 13 anni fa da padre Giorgi Chartolani, crociato della cultura svan.

Seduto su un muretto del cimitero della sua chiesa, padre Giorgi ricorda il tumultuoso periodo post-sovietico, con i gravi rischi che ha comportato per una cultura già provata da quasi 70 anni di oppressione comunista. ʻFu un periodo di grande brutalità’, dice accarezzandosi la lunga barba e accennando ai volti giovanili raffigurati su numerose lapidi, tra cui molti ragazzi uccisi nelle faide. ʻI villaggi si svuotavano, la nostra cultura rischiava di scomparire’, dice. ʻSi doveva fare qualcosa.’ Grazie al suo programma, ʻuna luce nell’oscurità’, come lo definisce, centinaia di giovani studenti come Mariam hanno potuto apprendere le musiche e le danze tradizionali della loro terra.»


Il complesso Lagusheda a Stary Sącz, Polonia, il 1° giugno 2014

Nel video composto dal National Geographic, Aaron Huey parla di come è arrivato a Svaneti come studente, zaino in spalla, come è rimasto con una famiglia che l’ha «adottato», e come si innamorò di questa terra e questa gente, che lo ha inabilitato di rendere immagini così intime di loro.


«La prima volta che sono andato a Svaneti, non avevo intenzione di andare a Svaneti. Non ero ancora un fotografo, ero un backpacker. Ma questa era la storia che mi ha fatto un fotografo. Ho incontrato un linguista tedesco che mi ha parlato di un luogo dove le persone ancora parlavano una lingua che non era mai stata scritta, e che era circondato da vette alte 4-5 mila metri. Il linguista tedesco mi ha disegnato una mappa su un tovagliolo, che ho copiato nel mio diario, e sono partito il giorno dopo. Durante il viaggio in autobus in montagna dopo due ore una donna si girò e mi ha chiesto: ʻDove vai?’ Le ho detto che campeggio dove l’autobus si ferma alla fine della strada. Lei mi guardò e mi disse: ʻNo, figlio mio. Per favore, non farlo.’ E mi ha preso con lei, e mi ha portato a un matrimonio.

Queste storie non trattano solo di fare delle belle foto. Noi raccontiamo le storie di un intero popolo. Quindi, se raccontiamo bene la storia, conserviamo queste cose. È questo il nostro lavoro. Conservarre questa poesia. Ci sono tante persone che non hanno mai sentito parlare di Svanetia, questa regione della Georgia, e questo popolo, i svan, e chissà questo sia l’unica cosa che mai leggeranno su questo popolo. E io penso che è questo che ora cerco in tutti i miei progetti.”


giovedì 2 aprile 2015

Tra rito e teatro: la berikaoba

Keenoba/berikaoba, organizzata tradizionalmente nella prima giornata della Settimana Santa, nella città di Suram. Cartolina dall’inizio del secolo dalla Georgia

Durante il viaggio compiuto nel mese di febbraio in Georgia, la macchina dei due esploratori di río Wang fu fermato ad un certo punto del loro percorso in Kakheti, nelle vicinanze del fiume Alazani, da delle strane figure con abiti e maschere variopinti. Si trattava di alcuni figuranti che mettevano in scena una delle più famose ed antiche tradizioni popolari georgiane: la berikaoba (ბერიკაობა).

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Il nome deriva dalla radice kartvelica ber (ბერ), che significa «bambino», e direttamente da berika (ბერიკა), il termine per un attore del georgiano masque teatro popolare, e -oba (ობა), a suffisso che significa «azione». Si tratta di una forma teatrale, caratterizzata dalle maschere e dall’improvvisazione. La sua genesi risale alle festività agresti della fertilità, della rinascita, ed al culto degli dei pagani Kviria e Telef. Le scene e i temi berikaoba vanno da quelli di esplicitamente erotica natura di satira politica e di protesta sociale.

Tradizione simile, keenoba (ყეენობა, da «khan»), satira sugli invasori stranieri in Georgia, e sulla burocrazia imperiale russa, tematiche che godevano di particolare popolarità nella Tbilisi di fine Ottocento.

Keenoba nella Meidan di Tbilisi. Dal Летопись Грузии (Выпуск 1), ed. di B. Esadze, 1913

Lado Gudiashvili: Keenoba, 1937, nella stessa Meidan

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Rappresentazioni di keenoba del pittore naivo armeno della vecchia Tbilisi, Vagharshak Elibekyan

Keenoba all’inizio del Novecento a Tbilisi, in viale Golovin (oggi Rustaveli)

Alla base del lavoro degli artisti della berikaoba, detti berikas, vi sono giochi (di cui un centinaio sono giunti a noi in forma scritta) che sono stati sviluppati nel corso di molte generazioni. Le prestazioni berikaoba erano anticlericali e contro servitù della gleba. Le maschere tipiche della berikaoba, sono uno sposo, sposa, un sensale, un giudice, un medico, un sacerdote, un maiale, una capra, un orso, e così via.

«Mediante il processo stesso della performance, ciò che in condizioni normali è sigillato ermeticamente, inaccessibile all’osservazione e al ragionamento quotidiani, sepolto nelle profondità della vita socioculturale, è tratto alla luce: Dilthey usa il termine Ausdruck, ‘espressione’, da ausdrücken, letteralmente ‘premere o spremere fuori’. […] Un’esperienza vissuta è già in se stessa un processo che ‘preme fuori’ verso un’ ‘espressione’ che la completi.» (Turner * 1986:36)

Il travestirsi permette di avventurarsi in quel gioco delle identità, che indaga, proprio attraverso il costume, la possibilità di indossare non una, ma più identità.

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Lado Gudiashvili: Illustrazioni al libro Berikaoba di D. Rukhadze, 1966




Berikaoba vede la presenza di numerosi attori, esclusivamente maschi. La maggior parte utilizza maschere che rappresentano figure animali. I costumi e le maschere della berikaoba vengono prodotti e realizzati con pelle animale. Vengono utilizzati anche teschi di animali, le code, le piume, le corna, zucche. A questi, si aggiungono, come decorazioni nastri e campanelli, per aumentare l’impatto visivo della scena. La festa inizia con la riunione degli abitanti del villaggio che scelgono fra di loro gli attori. La processione dei berikas – accompagnata dal suono di cornamuse, chiamate stviri (სტვირი) – si sposta da porta a porta per raccogliere il vino, il miele, la farina, la carne e altri viveri offerti dai padroni di casa. I personaggi principali del corteo sono una «sposa» chiamata Kekela (კეკელა) e uno sposo che, dopo una serie di tentativi, persuade Kekela a sposarla. Il matrimonio viene interrotto da un «tataro», chiaro riferimento ai secoli di invasioni subite dalla Georgia, da parte dei ben più potenti vicini musulmani. Lo sposo viene ucciso e i gli invitati cercano di consolare Kekela, facendo promessa di trovarle un marito migliore. Intanto i berikas cercano di resuscitare lo sposo con l’aiuto di acqua curativa, erbe e minerali, la notizia del rapimento di Kekela si diffonde. I medicamenti hanno effetto e riescono a riportare lo sposo in vita. Egli insegue i rapitori e consola la sua sposa. Lo spettacolo si conclude con una festa lunga, la tradizionale supra.

Attori tradizionali di keenoba/berikaoba. Foto di A. Ajvazov, 1890, di qui

Anche Principe Ilia Chavchavadze, il «padre fondatore» della Georgia moderna, partecipò a una keenoba nel 1894.

Descrizioni accurate della berikaoba si trovano in opere letterarie del XVII secolo. Spettacoli Berikaoba si tengono per la Pasqua, durante le altre feste religiose, in occasione di matrimoni, e così via. L’unica regola di questa festività, riguarda i ruoli, tutti interpretati da uomini. Le canzoni e le melodie eseguite durante i giochi berikaoba vengono chiamati berikuli (ბერიკული). Questa tradizione durò sino alla fine del XIX secolo.

Nonostante questo, come hanno potuto scoprire i nostri due esploratori, la tradizione ancora si mantiene tra la gente, specie tra i ragazzi, in una continua ricerca di quel «tempo altro», di una nuova identità, o più semplicemente in una forma di divertimento.

Scena di berikaoba medievale nella fortezza di Gremi, da un vecchio film georgiano. Per la berikaoba come costume contemporaneo, si veda questo video.

mercoledì 1 aprile 2015

Mussa Dagh: montagna della resistenza


Aprile 1915, cento anni fa. Cinquemila armeni, perseguitati dai turchi cercano rifugio sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia d’Antiochia. Il brano che segue è tratto dal romanzo storico I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) di Franz Werfel, dove vengono narrate le vicende di questa resistenza armena durante il «Grande crimine», Medz Yeghern in armeno. In questo breve brano l’armeno Gabriele Bagradiàn è alle prese con i preparativi della difesa del Mussa Dagh, un’«isola» di salvezza per 5000 armeni. Vi è una ricerca della precisione in ogni gesto. Dal censimento degli armeni della regione, alla cartografia del territorio e di conseguenza l’analisi del monte stesso, essenziale per la difesa, nonostante le scarse risorse militari. Solo una attenta preparazione ed una profonda conoscenza del territorio, non dimentichiamo che sino al 1915 la regione era prevalentemente abitata da armeni, il piccolo gruppo di armeni è riuscito a sfuggire all’immane tragedia che si stava compiendo in quel momento.

«Al posto delle ore di lezione con Stefano, Samuele Avakiàn ricevette un nuovo lavoro di tutt’altro genere. Gabriele gli consegnò tutte le annotazioni sciolte, raccolte da lui nelle ultime settimane. Lo studente doveva coordinarle in diverse tabelle, in modo da formare un grande quadro statistico. Quale fosse lo scopo di questo lavoro, non fu rivelato ad Avakiàn.

Innanzi tutto si trattò di stabilire secondo determinati criteri la popolazione complessiva dei villaggi, da quello dei pizzi di Vakéf al sud, a quello delle api di Kebussijé al nord. I dati, che Bagradiàn aveva riportati dallo scrivano comunale di Yoghonolùk e dagli altri sei seniori, dovevano essere ordinati e riesaminati. Già il giorno dopo Avakiàn poté consegnare a Gabriele la seguente lista precisa. […]

In questo censimento era compresa anche la famiglia Bagradiàn con la servitù. Ma oltre a queste liste sommarie ne furono redatte anche di più minuziose, secondo il numero di famiglie dei singoli villaggi, secondo la professione e la occupazione, insomma da tutti i punti di vista importanti.

Ma non si trattava soltanto degli uomini. Gabriele aveva cercato di stabilire anche il numero del bestiame del distretto. Non era stata un’impresa facile e non era riuscita che in minima parte, poiché neppure i mukhtàr avevano esatte informazioni in proposito. Una cosa era sicura. Bestiame grosso, buoi e cavalli non ce n’erano. Ogni famiglia in buone condizioni possedeva invece qualche capra e un asino o un mulo per il trasporto dei carichi e per cavalcare. I grandi greggi di pecore dei singoli allevatori di bestiame o dei comuni venivano mandati, secondo l’uso del popolo montanaro, sulle pasture e sulle alte praterie solitarie, dove rimanevano da una tosatura all’altra sotto la sorveglianza di pastori e di piccoli guardiani. Stabilire anche solo approssimativamente il numero dei capi che costituivano questi greggi si dimostrò impossibile.

Lo zelante Avakiàn, per il quale ogni genere di lavoro era benvenuto, correva attivamente in giro per il villaggi e aveva già impiantato nello studio di Bagradiàn un vero e proprio studio di catasto. Di nascosto però alzava le spalle su questi giochi di pazienza escogitati da un uomo facoltoso per occupare laboriosamente un periodo d’attesa tutt’altro che sicuro. A quel viziato pedante di un Bagradiàn, che probabilmente aveva un testa di scrivere un’opera sulla vita del popolo del Mussa Dagh, nulla appariva troppo secondario per non essere annotato. Egli voleva sapere quanti tonìr - sono madie murate nella terra - si trovassero nel villaggio. S’informava del raccolto del grano ed appariva preoccupato che gli abitanti della montagna facessero venire il granoturco ed il rossiccio grano siriaco dai maomettani della pianura. Non poco pensiero gli dava visibilmente il fatto che né a Yoghonolùk né a Bitias né altrove funzionasse un mulino armeno. Osò recarsi perfino da farmacista Krikòr, per informarsi dei medicinali che aveva in magazzino. Krikòr, il quale si era aspettato una visita alla sua biblioteca e non alla sua farmacia, indicò con un gesto deluso tutto intorno alla bottega. Su due piccole file di assi stavano vasi e vasetti di ogni genere, sui quali erano dipinti caratteri strani. Questo era tutto ciò che poteva far pensare ad una farmacia. Tre grandi latte di petrolio nell’angolo un sacco di sale, un paio di balle di tabacco da cibùk e una partita di scope indicavano la parte più viva dell’azienda. Krikòr batté il suo indice nodoso su uno dei mistici vasi, e disse con sussiego:

– Tutti i rimedi risalgono, come dice già Giovanni Crisostomo, a sette elementi fondamentali, calce, zolfo, salnitro, iodio, papavero, resina di salcio e succo di lauro. In cento forme è sempre la stessa cosa. - Fece risonare dolcemente il vasetto, per mostrare che era provvisto di queste sostanze farmaceutiche fondamentali di Giovanni Crisostomo. Dopo un simile ammaestramento nella farmaceutica contemporanea, Gabriele non indagò oltre. Per fortuna possedeva egli stesso una farmacia domestica assai ben fornita.

Ma più importante di tutto il resto era senza dubbio la questione delle armi. L’amico Ciausch Nurhàn aveva già fatto oscure allusioni in proposito. Ma appena Gabriele interpellava su tal questione i diversi seniori dei comuni, questi se la svignavano. Un giorno però egli sorprese il mukhtàr Kebussiàn di Yoghonolùk nel suo salotto e lo trattenne:

– Sii sincero con me, Tomaso Kebussiàn! Quanti fucili e che sorta di fucili possedete?

Il mukhtàr cominciò a guardare terribilmente losco e a dondolare la sua testa calva:

– Gesù Cristo! Vuoi precipitarci nella rovina, Effendì?

– Perché proprio io non sono degno della vostra fiducia?

– Mia moglie non lo sa, i miei figli non lo sanno, neppure i maestri lo sanno. Nessuno!

– Mio fratello Avetìs lo sapeva?

– Tuo fratello Avetìs, pace all’anima sua, lo sapeva. Ma egli non parlava ad anima viva.

– Ho io l’apparenza di non saper tacere?

– Se la cosa viene fuori, siamo tutti uccisi.

Ma poiché Kebussiàn, ad onta del suo parlar losco e del suo dondolar la testa, non poteva sfuggire all’ospite, finì per chiudere a doppio giro di chiave la porta della stanza. Con un fil di voce e tremando di paura, confessò la verità. Nell’anno 1908, quando Ittihàd era passato alla rivoluzione contro Abdùl Hamìd, gli emissari dei Giovani Turchi avevano fornito di armi tutti i distretti e i comuni dell’imper; fra cui specialmente gli armeni, che erano scelti come principale sostegno di quella sommossa. Enver Pascià naturalmente sapeva questo ed appena scoppiata la guerra mondiale si era affrettato a ordinare l’immediato disarmo della popolazione civile armena. Si capisce che l’applicazione di questo decreto variasse a seconda del carattere e dei sentimenti dei funzionari governativi in carica. Se nei vilaiét governavano le teste calde degli Ittihàd di provinciam come in Erzerùm o Sivàs, poteva avvenire che gente priva di armi comprasse fucili dai gendarmi, solo per poterli riconsegnare secondo l’ordine del governo. In tali località infatti il non possedere armi equivaleva a rifiutarsi di consegnarle mediante astuti sotterfugi.

Nel vilaiét di Gelàl Bey le cose andarono, come si può immaginare, molto più comodamente. L’eccellente governatore, la cui umanità si ribellava ai provvedimenti dello splendido dio della guerra di Stambul, quando non poteva far scomparire del tutto simili ordini nel cestino della carta straccia, li eseguiva con grande moderazione. Questa mitezza si rispecchiò poi nel contegno della maggior parte dei sottoreggenti, ad eccezione dell’accanito Mutessarìf di Maràsch. Anche a Yoghonolùk il Müdir dai capelli rossi era comparso in una giornata di gennaio insieme col capitano di polizia di Antiochia per la questione della consegna delle armi e, avute sorridenti assicurazioni lì che non erano mai stati ricevuti fucili, se n’era tranquillamente ripartito. Per fortuna il mukhtàr a suo tempo non aveva effettivamente rilasciato alcuna ricevuta al nesso del Comitato.

– Benissimo – approvò Gabriele, – e valgono qualcosa codesti fucili?

– Cinquanta fucili Mauser e duecentocinquata fucili karà, greci Per ciascuno trenta caricatori, quindi centocinquanta tiri. Gabriele Bagradiàn meditò fra sé. Era una quantità davvero trascurabile. Ma gli abitanti non possedevano altre armi da fuoco? Kebussiàn esitò di nuovo:

– Questo è affar loro. A caccia ci vanno molti. Ma che valore hanno poche centinaia di vecchi schioppi col meccanismo della pietra focaia?

Gabriele si alzò e porse la mano al mukhtàr:

– Ti ringrazio, Tomaso Kebussiàn, della tua fiducia! Ma ora che mi hai detto tutto, vorrei ancora sapere dove avete messo codesta roba.

– Devi proprio saperlo Effendì?

– No! Ma sono curioso e non vedo perché tu mi voglia tacere quest’ultima cosa.

Il mukhtàr si torceva in una lotta intima. Quest’ultima cosa, all’infuori dei suoi colleghi, di Ter Haigazùn e del custode, non la sapeva proprio anima viva. Ma in Gabriele c’era una forza, a cui Kebussiàn non poteva resistere. Perciò dopo disperati scongiuri rivelò il suo segreto. Le casse dei fucili e delle munizioni erano sepolte nel cimitero di Yoghonolùk in tombe regolari, che portavano nomi inventati:

– Ecco, ora ho messo la mia vita nelle tue mani, Effendì – sospirò il mukhtàr, mentre apriva la porta per lasciar uscire l’ospite. Ma questi disse senza più voltarsi:

– Forse ce l’hai messa davvero, Tomaso Kebussiàn!

Pensieri, di cui egli stesso si spaventava, occupavano incessantemente lo spirito di Bagradiàn; lo agitavano con tanta forza, ch’egli non riusciva a liberarsene in nessun’ora del giorno e della notte. E questi pensieri, non ostante l’attività pedantesca delle indagini, erano immersi in una specie di atmosfera di sogni, come tutta la vita in piedi dell’alpe verde Gabriele non vedeva dinanzi a sé che un inizio, il crocicchio dove le vie si dividevano. Cinque passi più avanti tutta era nebbia e tenebra. Ma avviene in ogni vita così: prima della decisione nulla è più irreale che la mèta.

E nondimeno era comprensibile che Gabriele, con tutta la sua eccitata energia, si muovesse solo in quella valle angusta ed evitasse ogni scappatoia, forse anche aperta? Dove era la voce che diceva:

Perché esiti Bagradiàn? Perché lasci passare un giorno dopo l’altro? Hai un buon nome, hai un patrimonio. Getta l’uno e l’altro sul piatto della bilancia! Se anche ti si presentano pericoli e le più gravi difficoltà, tenta tuttavia di farti strada con Giulietta e Stefano fino ad Aleppo. Aleppo in fin dei conti è una grande città. Là hai relazioni. Puoi metter per lo meno la moglie e il figlio sotto la tutela del console. E’ vero che dappertutto i notabili sono stati arrestati, deportati, torturati, impiccati. Senza dubbio il viaggio è un rischio terribile. Ma è un rischio minore rimanere? Non aspettare più a lungo, fa un tentativo di salvezza, prima che sia troppo tardi.

Non sempre questa voce taceva. Ma sonava velata. Il Mussa Dagh conservava la sua pace. Nulla si mutava. Il mondo lì pareva dar ragione all’Agha Rifaàt Berekèt. Non un soffio degli avvenimenti penetrava nella valle. La terra natìa, che a Bagradiàn talvolta appariva ancora come una remota leggenda d’infanzia, lo assorbiva invece profondamente. Giulietta perdeva per lui di chiarezza. Anche s’egli avesse voluto, forse non sarebbe più riuscito a liberarsi dal Mussa Dagh.

Gabriele mantenne fedelmente la sua solenne promessa di tacere sulla questione delle armi. Anche Avakiàn non ne udì una parola. Invece ricevette a un tratto nuovi incarichi. Fu nominato cartografo. Quello schizzo del Damlagìk, che Stefano già in marzo aveva iniziato per desiderio del padre, a tratti inesperti, acquistò importanza. Avakiàn doveva tracciare di tutta la montagna una carta esattissima su grande scala, in tre esemplari. «La valle con gli uomini e il bestiame è esaurita» pensò lo studente, «ora è la volta della configurazione della montagna.»

Il Damlagìk è, come si sa, il vero nucleo del Mussa Dagh. Mentre il massicio montuoso si sparpaglia a nord in parecchie braccia, che si perdono verso la valle di Beilan, svagate in sognanti rocche e terrazze naturali, mentre a sud precipita disordinato e quasi incompiuto nella pianura dove sfocia l’Oronte, nel centro sotto il nome di Damlagìk esso raccoglie tutta la sua forza e la sua attenzione. Qui si tira sul petto con forti pugni di roccia la valle dei sette villaggi come una coperta drappeggiata. Qui si elevano anche abbastanza a perpendicolo sopra Yoghonolùk e Hagì Habiblì le sue due cime più alte, gli unici punti senz’alberi, coperti da prati dall’erba breve. Il dorso del Damlagìk forma un altipiano alquanto spazioso; nel punto più vasto, fra la discesa della gola dei lecci e le pareti dirupate della costa, la linea d’aria raggiunge (secondo il calcolo di Avakiàn) più di tre chilometri. Ma ciò che più richiamava l’attenzione di Gabriele erano i confini singolarmente netti, posti dalla natura a questa superficie montuosa. Innanzi tutto l’incurvatura a nord, un passo angusto e una sella stretta, a cui conduceva dalla valle una vecchia mulattiera, che però si estingueva fra la sterpaglia, perché qui non c’era alcuna possibilità di arrivare al mare per la parete di roccia. A sud invece, dove il monte si troncava, s’innalzava sopra un incolto, quasi brullo semicerchio di balze sassose una torre di roccia massiccia, dell’altezza di cinquanta piedi. Da questo bastione naturale lo sguardo dominava una parte del mare e tutta la pianura dell’Oronte coi suoi villaggi turchi fin oltre le cime del nudo Gebèl Akrà. Si vedevano le imponenti rovine del tempio e dell’acquedotto di Seleucia contorcersi nel groviglio dei verdi rampicanti, si vedeva ogni solco di carro sull’importante strada provinciale da Antiochia ad El Eskèl e a Suedia. I bianchi dadi di queste cittadine rilucevano e spiccava al asole la grande fabbrica di spirito sulla riva destra dell’Oronte, in prossimità del mare.

Ogni intelletto militare doveva subito essere colpito dall’ideale posizione di difesa del Damlagìk. Se si prescindeva dalla parte della valle, donde la salita all’alpe era così incomoda, faticosa e maltracciata da rendere esausti anche dei passeggiatori oziosi, c’era un unico reale punto d’attacco, la stretta sella del nord. Ma qui appunto la località offriva al difensore cento vantaggi, non ultimo la circostanza che i pendii senza boschi dell’incavatura, cosparsi di alberi nani, di bassi pinastri, di prunaie e di vegetazione selvatica d’ogni genere, costituivano ostacoli naturali di terreno insuperabili. L’attività cartografica di Avakiàn stentò molto a soddisfare Gabriele. Egli copriva continuamente nuove deficienze e nuovi errori. Lo studente temeva che la chimera del suo padrone si trasformasse a poco a poco in una manìa. Non intuiva ancora nulla. Essi passavano ormai giornate intere sul Damlagìk. Bagradiàn, l’ufficiale d’artiglieria della guerra balcanica, possedeva ancora cannocchiali da campagna, pertica per misurare il terreno, bussola e simili arnesi per la determinazione dell’area; tutto ciò ritornava in onore. Con zelo ostinato egli pretendeva che negli schizzi fosse segnato il corso di ogni sorgente, ogni albero alto, ogni grosso masso. Ma il lavoro non si limitava a tracciare linee rosse, verdi e azzurre; ad esse si aggiungevano strane parole e cifre.

Fra le alte cime e la sella settentrionale c’era un avvallamento molto grande e piano. Essendo coperto di magnifica erba, vi s’incontravano sempre le gregge di pecore bianche e nere, e i pastori, che simili a figure dell’antichità, avvolti nelle loro pellicce, d’inverno e d’estate passavano i giorni dormendo. Gabriele ed Avakiàn misurarono esattamente i confini del pascolo, contando i passi. Bagradiàn indicò due sorgive, che si facevano largo nel fitto delle felci al margine superiore del prato: - Questa è una gran fortuna - disse; - scriva sopra con la matita rossa: Conca della città.

Queste misteriose denominazioni non avevano fine. Gabriele parve cercare con particolar insistenza un punto, che scelse forse per la sua mite e fresca bellezza. Anch’esso era situato presso una fonte, ma più avanti verso il mare, dove fra l’altipiano e le pareti scoscese correva una cintura verde cupa di cespugli di mirto e di rododendro: - Faccia il rilievo di questo, Avakiàn, e scriva sopra con la matita rossa: «piazza delle Tre Tende».

Avakiàn non poté fare a meno di domandare:

– Che significa piazza delle Tre Tende?

Ma Gabriele era già andato avanti e non udì. «Devo aiutar un sognatore a sognare» pensò lo studente. Ma proprio il significato di quella piazza delle Tre Tende doveva essergli rivelato già due giorni dopo.»



La montagna di Mussa Dagh vista dal mare, e dalla terraferma con il villaggio di Yoghonolùk. Dal blog di Georg Pfarl, scritto sulla visita del sito nel 2011. Sotto: Mussa Dagh indicato con blu sulla carta dei massacri e deportazioni del 1915