Se a visitare i monasteri rinascimentali di Bucovina si sta viaggiando da Rădăuți a Siret, e la strada attraverso Dornești – nelle lingue dei suoi scomparsi abitanti ungheresi e tedeschi, Hadikfalva o Kriegsdorf – è in costruzione, si deve girare verso nord, a Măneuți, per raggiungere il confine ucraino.
La strada sterrata conduce attraverso larghi campi, la fertile pianura del fiume Sucieava. Nella distanza, non tanto lontano, si vede il bordo del piatto, da dove si è scesi, la montagna dei Carpazi. A destra, la linea serpeggiante della Sucieava, accompagnata da saliceti. Greggi pascolano sulla pianura alluvionale. Ai margini del villaggio, prima di raggiungere le prime case, un piccolo cimitero sulla destra. Ci fermiamo.
Le tombe si raggruppano in un modo strano in questo cimitero. In fondo, al lato più vicino al villaggio, dove c’è anche un secondo cancello, ci sono alcune file di lapidi con iscrizioni rumene. Parallelo alla strada, due o tre altre file di lapidi rumeni, abbastanza nuovi. La parte centrale, più larga, del cimitero è coperta con erba alta. Croci di cemento si emergono dall’erba. Su di loro, iscrizioni ungheresi.
Tutte le croci guardano verso la strada, voltando le spalle al villaggio. Le tombe rumene al lato opposto si affacciano sul villaggio. Sembra che i rumeni, che si stabilirono qui dopo la guerra, cominciarono a utilizzare il cimitero al lato opposto a quello degli abitanti prima della guerra. È questo ciò che salvò le croci dalla distruzione. Furono ricoperte di erba e macchia, e mentre quelle in legno certamente marcirono, la grande invenzione del villaggio, le croci in cemento armato gettate negli anni ’20 e ’30 sopravvissero. Negli anni ’90, quando hanno cominciato di utilizzare anche il lato del cimitero verso la strada, e hanno pulito tutto il territorio, erano già passati i tempi in cui era solito distruggere le tombe ungheresi, tedesche o polacche senza lasciare tracce. A differenza dei cimiteri degli altri quattro villaggio ungheresi in Bucovina, Józseffalva, Hadikfalva, Istensegíts e Fogadjisten, quello di Măneuți – Andrásfalva – è rimasto, come l’unico ricordo degli insediamenti di una volta dei Székelys di Bucovina.
Oggi duecentocinquanta due anni fa, il 7 del gennaio di 1764 l’esercito imperiale austriaco cominciò a sparare con cannoni ai székely ungheresi riuniti per una deliberazione a Madéfalva nella Transilvania dell’Est (oggi Siculeni, Rumenia), perché avevano rifiutato di aderire i recentemente costituiti reggimenti di frontiera. Duecento persone morirono, e migliaia fuggirono attraverso le montagne in Moldavia, dove hanno aumentato la popolazione degli insediamenti ungheresi nel Gyimes e dei csángó di Moldavia, o si sparsero fra i villaggi rumeni. Quando dieci anni dopo, nel 1774 l’Austria, in cambio della sua neutralità nella guerra russo-turca, ottenne la regione più settentrionale di Moldavia, vassallo della Turchia, il nuovo governatore di origine ungherese, Generale András Hadik notò il gran numero degli ungheresi viventi nella regione, e li raccolse in cinque villaggi fondati per loro.
Nella fertile pianura la popolazione dei villaggi crebbe rapidamente, e i circa diecimila giovani che sciamano da qui dal 1880 in poi, stabilirono una serie di nuovi insediamenti, non solo in Transilvania, ma anche in Canada e in Brasile. Tuttavia, il loro viaggio più grande cominciò nel 1941, quando il governo ungherese reinsediò quaso l’intera popolazione dei cinque villaggio nella fertile regione di Bácska, che nel 1941 era restituito dalla Jugoslavia all’Ungheria. Da lì nel 1944 dovettero fuggire dai partigiani serbi fino al comitato Zala in Transdanubia. Infine furono stabiliti nei comitati Tolna e Baranya, ironicamente nelle case dei tedeschi deportati. Il loro lungo viaggio è stato rappresentato nella pelliculaa due partiSír az út előttem (La strada sta piangendo davanti a me, 1987) da Sándor Sára.
E le loro antiche case in Bucovina furono occupate dai profughi rumeni dalla Bessarabia, annessa nel 1940 dall’Unione Sovietica. Le loro chiese cattoliche furono trasformate in ortodosse. Solo pochi ungheresi sono rimasti nei cinque villaggi. I discendenti dei székely di Bucovina che vivono in Tolna, e che di tanto in tanto vengono qui per prendere cura delle tombe ungheresi, si sono incontrati con loro per l’ultima volta negli anni ’90.
Due lamenti dal Gyimes (Péter Hámori, Zsófia Lázár, 2006)
«Nella nevrotica e travagliata Europa il Portogallo è rimasto un angolo di attrazione e fascino. […] L’umanesimo dei portoghesi […] convive in armonia con la loro tradizione cristiana e la loro tolleranza. In generale l’eleganza del loro modo di pensare ed esprimersi – a prescindere dalla classa sociale –, che può essere ben descritto solo con la parola «generoso», evidenzia chiaramente questa fortunata differenza dalle società ribelli e brutali di altri paesi.»
Questi re portoghesi erano figure molto strane. Come potrebbe essere differente, se già il primoera ungherese. Ad esempio, erano capaci di tali cose insolite a cavallo dei secoli 13º e 14º, come la lettura, e uno di loro è andato anche oltre. Don Dinis ha anche imparato a scrivere, che era abbastanza disprezzato nell’epoca. Scrisse meravigliosi canzoni cavallereschi e d’amore, cantigas nell’antico portoghese, ha tradotto da altre lingue, e ha composto le gesta del suo nonno, Alfonso el Sabio, il saggio re di Castiglia. Anche Alfonso era una strana figura. Anche re di Germania prima ed insieme a Rodolfo d’Asburgo, iniziò a standardizzare il dialetto castigliano.
E il nipote di Don Dinis, uno degli eroi della nostra storia, Pedro, amava. Amava e tuttora ama – il tempo presente non è un errore, come lo vedranno – una donna, come nessun’ altro in questo mondo, e questo amore lo spinse a tali cose, lo elevò tanto in alto e lo lasciò cadere tanto in basso, come forse nessun’ altro in questo mondo. La vera storia di questo amore, come se fosse un dramma di Shakespeare, mostra nello stesso tempo le meraviglie, la bontà e le oscure profondità del cuore umano, ed è ancora presente nello spirito, metafore e parlare quotidiano portoghese.
Il cielo di primavera del Portogallo è meravigliosamente blu. Non potrà essere stato altrimenti neanche nel 1340, quando un nuovo, attentamente disegnato matrimonio dinastico fu preparato tra Pedro, il principe ereditario del Portogallo, e la principessa castigliana Constança. Il primo matrimonio del principe ereditario non ebbe successo. In mancanza di un successore tanto atteso, Pedro divorziò dalla moglie, la principessa castigliana e aragonese Branca. La nuova scelta, la principessa Costança sembrava un partito perfetto da ogni aspetto personale e politico.
Nella delegazione c’era anche Inês de Castro, una nobile damigella d’onore castigliana, che secondo le rimembranze contemporanee era una persona deliziosamente bella e attraente, quindi il cielo azzurro non dovette aiutare molto affinché il principe ereditario cadesse in un amore folle di lei, e i suoi sentimenti fossero ricambiati. Il matrimonio con Constança fu concluso nell’agosto. Anche Inês rimase alla corte.
Inês de Castro. La spagnola che regnò dopo la morte, 1944. Regia di Leitão de Barros. Protagonisti Alicia Palacios, Antonio Vilar e María Pradera
A quel tempo l’istituzione degli amanti reali e principesche era comune, anzi nelle epoche successive era un onore essere la concubina del re. Fu tuttavia abbastanza raro che due persone si amassero tanto, allo stupore, gelosia, invidia e rabbia del loro ambiente. Il re Alfonso presto bandì Inês dalla corte, ma il rapporto della coppia non fu interrotto.
Nel 1345 Ferdinando, il futuro Don Fernando fu nato, e la princessa Constança morì molto giovane, all’età di venticinque o trenta. Pedro fece riportare la sua fidanzata. La mise nel convento di Santa Clara di Coimbra, e continuarono di vivere insieme apertamente e felici. Ebbero tre figli e una figlia. Nel 1345 probabilmente anche la sposò in segreto.
Alcobaça, gennaio 2015
La loro felicità tuttavia non poteva essere compiuta in questo mondo. Innumerevoli varianti si possono leggere su che cosa intensificò l’odio contro la coppia, dal rafforzamento dell’influenza castigliana al ribaltamento dell’ordine di successione al trono. Io penso che l’odio era il motore principale: la corte non poteva sopportare l’armonia di due persone felici. Questo odio portò i suoi frutti. Don Alfonso accettò la – falsa – accusa di altro tradimento contro Inês, e la condannò a morte. Pedro, che era ben consapevole della portata dell’odio, in modo abbastanza inspiegabile non prese nessuna preoccupazione, neanche dopo essere stato avvertito del pericolo. Così il 7 gennaio 1355, oggi 661 anni fa, quando Pedro andò a caccia, era facile per tre signori «nobili», Pêro Coelho, Álvaro Gonçalves e Diogo Lopes Pacheco, a rapire il trentenne Inês, e di ucciderla a Coimbra, nel Giardino delle Lacrime, in presenza di Don Alfonso.
Eugénie Servières: Inês de Castro chiede pietà al re Alfonso, 1822
Karl Briullov: La morte di Inês de Castro, 1834
Ciò che Pedro deve aver sentito alla notizia, risulta dalle sue successive opere. Quasi scatenò una guerra civile contro il padre, e solo grazie all’intervento dell’arcivescovo di Braga si riconciliò con Don Alonso, che era già probabilmente gravemente malato, e morì nel 1357. Don Pedro salì al trono, e da allora possiamo riconoscere in ogni suo atto la vendetta di un uomo che aeva quasi perso la mente di dolore.
I tre assassini intuirono il pericolo in tempo, e fuggirono in Castiglia. Pedrò però raggiunse nel 1361 che il monarca castigliano gli restituisse due di loro, Coelho e Gonçalves. Un terribile destino li attendeva.
Dettaglio del film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros
Il re annunciò il suo matrimonio segreto con Inês, e successivamente la dichiarò Regina del Portogallo. Fece esumare il suo cadavere, lo vestì di insegne reali, e la fece sedere sul trono.
Dettaglio dal film Inês de Castro, 1944. Regia di Leitão de Barros. Nel ruolo di Don Pedro, Antonio Vilar
Gli assassini dovettero comparire davanti allo scheletro, piegare ginocchio, e baciarle le mani. Poi Pedro li fece portare a Porto, dove pubblicamente gli fece strappare fuori il cuore.
Pierre-Charles Comte, L’incoronazione della defunta Inês de Castro, 1849
Durante il suo regno Pedro prese cura del suo paese, e gettò le basi di tutto quello che qualche anni più tardi significava la secolare potenza marittima e mondiale del Portogallo. Tuttavia, compensò l’orrore con altri orrori, crudeltà, violazioni di diritti e violenza, e secondo le rimembranze, spesso trovò rifugio in feste sfrenate e orgie.
Eppure alla fine della sua vita rovinata fece due cose che non possono essere raccontate senza commozione. Il terzo assassino fuggito, Diogo Lopes Pacheco chiese pietà. Deve essere stato torturato da quel saúdade, che scaccia coloro che abitano in Portogallo, e richiama coloro che vivono lontani dal paese. E Pedro gli perdonò. Nel 1365 a Diogo Lopes fu permesso di tornare in Portogallo. Vivrà ancora trenta anni, sopravvivendo a tutti gli attori di questa storia. Sarà un diplomatico nel servizio di Don Fernando, interviene ancora una volta nel matrimonio del re, dovrà di nuovo emigrare, si è ancora perdonato, può ritornare di nuovo…
Tomba di Inês de Castro, Alcobaça
Per i portoghesi è naturale che il corpo risorgerà. Non si può guardare senza commozione nelle cripte, accanto alle bare gli oggetti pratici o amati di tutti i giorni, che erano importanti per il defunto, e che certamente gli serviranno alla risurrezione. All’età di soli 47 anni Pedro, sentendo la fine della sua vita terrena, ordinò il suo luogo di riposo essere nel Monasterio di Alcobaça, che era stato in costruzione dal 1178. Voleva riposare di fronte alla sua fidanzata, «fiché ci sarà il mondo», in modo che alla risurrezione fosse lei, Inês de Castro che intravede il primo.
La sua volontà fu soddisfatta, e i due sarcofagi stanno uno di fronte all’altro immobili da circa 650 anni, come uno dei monumenti più importanti di questo paese, dove non c’è stata alcuna guerra seria per circa mille anni, e dove milioni e milioni di monumenti materiali e spirituali collegano il presente vivo con il passato vivo. Finché ci sarà il mondo.
A gennaio sono stato per la prima volta nel monastero, già conoscendo la storia della coppia. Splendeva il sole, il cielo era incredibilmente profondo blu, e già fiorivano i primi fiori.
Si stava ancora celebrando la messa nel monasterio, così abbiamo dovuto aspettare un’ora per poter entrare ai due sarcofagi dietro l’altare. Tutto si rianimò, e ho subito capito e sentito come Pedro amava e tuttora ama questa donna. Le barriere non mi permettevano vicino, ma nel pensiero ho accarezzato i due sarcofagi. Sia dunque così: le due bare si apriranno, e la coppia felice si vedrà di nuovo, poiché si amano incessantemente da allora – finché ci sarà il mondo…
Jacopo Miglioranzi svolge ricerca di antropologia della religione nella città di Akhaltsikhe nella Georgia del Sud fra gli armeni e georgiani locali. Degli ebrei della città ha già scritto in río Wang. Suoi ulteriori saggi si leggono qui.
«ecco che muove sgretola dilaga ecco che muove sgretola dilaga uno si dichiara indipendente e se ne va uno si raccoglie nella propria intimità l’ultimo proclama una totale estraneità»
Tolleranza. Parola nuova. Fino a qualche tempo fa, la si poteva ammirare, scritta in grande, su un grande pannello. Tolleranza, era lei ad accogliere cittadini e visitatori, che entravano a Rabati. Il quartiere più antico della città di Akhaltsikhe. Per entrare nel quartiere si deve attraversare una larga strada ed imboccare una angusta strada sotto il ponte della vecchia ferrovia. Due strade. Due forme di tolleranza. A sinistra la fortezza di Rabati, simbolo di tolleranza. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi. A destra, Rabati. Il quartiere. Turisti, viaggiatori, backpackers, frontalieri. Giovani intenti a scattare e a scattarsi fotografie. Spose in abiti bianchi, pochi. Uomini fumano nervosamente le loro sigarette. Un marshrutka giallo, senza ruote, giace morente al lato della ferrovia. Salgo sul binario morto. Uomini armeni. Uomini georgiani. Uomini turchi. Tassisti armeni. Tassisti georgiani. Pullman turchi. Pullman georgiani. Automobili. Pattuglia di polizia. Altri taxi. Buste della spesa. Donne con bambini. Ragazzi armeni. Ragazzi georgiani. Ragazze armene. Ragazze georgiane. Turisti russi. Turisti polacchi. Coppie in moto. Ciclisti.
Turisti persi, in un luogo sperduto. Forse anch’io. Forse no. Gente sicura. Gente con lavori sicuri. Gente senza lavoro. Colletti bianchi, sicuri nella City. Colletti bianchi, insicuri, qui. Un prete ortodosso.
Guida alla mano: «Lonely planet». Informazioni. Tante informazioni, tante certezze. Qui, tante informazioni, poche certezze. Luoghi nascosti. Alberghi e musei sbagliati. Tassisti alla guida. «Guida?». Tassista guida. Sessantacinque lari. «Tassista, guida!»
«Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti Viaggia la polvere viaggia il vento viaggia l’acqua sorgente»
Stazione. Donne che urlano. Marshrutka. Posti da assegnare, posti assegnati. «რამდენი?» «ლარად». Biglietti. Contratti sulla parola. Affari. «Affare!». Affari sulla pelle del turista. Nativi. Obiettivi. Osservatori. Osservati. Chi?
La città. Il quartiere. I quartieri. Binari e stazioni. Disordine e disordini. Fango e asfalto.
La città. La Regina Tamar. Una chiesa. «ვისოლი», «სმარტი», «გარფი», «ლუკოილი». Odore di benzina. Il dipartimento di giustizia. Passanti sulle strisce pedonali. Auto, camion, fermi. La stazione di polizia.
Fango e asfalto. Strade che si riempiono. Preti ortodossi. Ortodossia. Nuove e antiche ortodossie. «Altro che nuovo». Cemento. Nuovo e vecchio cemento. Monumento «1941-1945». Ortodossia. «C.C.C.P.». Guerra. Guerre. «La guerra è fredda»
Conflitti religiosi. Chiese. Chiese nuove, fioriscono. Chiese antiche, rifioriscono. Anticamente nuove. Nuovamente antiche: «La pace è calda»
Corpi consumati da segni di croce. Sguardi, anime, donati alla santità della chiesa.
«Gerusalemme Santa, Jerusalem anela il cuore mio ad Anastasis per dolorosa via ad un Sepolcro Santo che sepolcro non fu ma Santo è per fede di fedeli in Grazia del Signore mio Dio Signore Dio Bambino Carne di Ragazzina Vergine e Madre a Lui io rendo Culto Lui mi rapisce il cuore il Signore Dio mio»
Passanti religiosi. Religiosi passanti. Allarme! Sacro. სამება, la Trinità. Donare tempo, istanti, secondi. Preghiere. Anche quanto tempo non c’è. Anche quando si corre a fare la spesa. Al volante. A piedi.
Comunità. Umanità. Identità. Turisti, viaggiatori, commercianti, venditori, ambulanti, negozianti, imbonitori, autisti, studenti, operai, giocatori, disoccupati, sacerdoti, monaci, monache, suore, testimoni di Geova, apostolici. Giornalisti e telecamere. Macchina fotografica. Automobili, furgoni, camion. Ancora studenti, insegnanti. Cinesi, georgiani, armeni, ebrei, russi, turchi. Ancora georgiani. Pochi cinesi. Tanti armeni. Ebrei. Ritorni. Meskheti. Diaspore. Partenze. Italiani, polacchi, cristiani, ritorni. Musulmani, ritorni. Ebrei, partenti.
«storpie atmosfere terse e sterili bazaar taxisti nomadi cammellieri autisti ascoltano la radio e sanno che tempo fa al principio era il verbo al principio era «Pravda» parola-verità parola-verità» CCCP – «Radio Kabul»
Ragazzi, bambini, anziani. Cammino. Bar di turisti. Sigarette. Gli stessi uomini di prima, «რაბათი?» «აქედან». Sono nel quartiere. Un ragazzo esce da un negozio. Mi guarda. Mi guardano. Case di tufo. Case stanche. Case antiche. Una Mercedes. Panni stesi. Rottami, legna e copertoni. «Immane frana», Rabati. Rabati, è. Rabati, sono. Perduto. Donne anziane, armene. «ԲարևՁեզ ქალბატონო, ექლესია, სად არის?», «იქააა», con musicalità.
Georgiani, meskheti, armeni, ebrei, turchi, ottomani, russi. Una volta. Paskevich, Pushkin. Un taxi mi supera a forte velocità.
«è un percorso laterale una fluida divinità una convergenza stilistica con il primitivo preistorico è l’attualità è l’attualità noia normale noia mortale»
Non più turisti. Non più viaggiatori. Sinagoghe. Moschee. Chiese. Una volta. Ora diaspore. Resistenze. Ritorni e partenze. Piccola Gerusalemme?
«sgravidano ossessioni sulle città splendenti di passate razzie di futuri spettacoli i viaggi solitari i percorsi arroganti sono finiti male senza proclami senza giubilei nelle piccole storie delle teste pensanti»
Case. Cani. Una donna con la figlia. Non mi guardano. Straniero. «È l’attualità è l’attualità».
Rovine.
Per la strada. Quasi nessuno. Non è la città, è Rabati. Il quartiere. Storie. Frontiere. Identità in gioco.
La campana non suona. Il minareto non canta. Silenzio.
«Girano i Sufi in tondo nello spazio Nel tempo Salgono i verticali i monaci in clausura Immobili Viaggiano l’alto il basso senza abbellimenti Cadono di vertigine… Cadono di vertigine…»
Mi arrampico si ciò che resta delle strade. La vecchia sinagoga. Vuota. Passato sovietico. Vuoto. Una casa in rovina. Fango. Un bambino alla finestra. Galline. Un’altra sinagoga. Un lucchetto. Ancora case.
«svanisce la città sfuma il traffico sfuma s’impone la poesia: s’alza la luna e sale decolla.»
Խաչքար. Croci. Stelle di David. Passati biblici. Passati evangelici. Nuovi e Antichi Testamenti. Passati coranici. Passati imperialistici. Passati socialisti. Presenti biblici. Presenti evangelici. Presenti coranici. Presenti imperialistici. Presenti socialisti: «l’atmosphère n’est plus la même».
Una collina. Nessun albero. Una vecchia baracca. Un disegno: Mickey Mouse. Tombe emerse. Erba alta. Nomi morti. Armeni.
Più in là. Un muro. Un lucchetto. Tombe emerse. Nomi morti. Ebrei.
«Semina, semina – sia pure lontano dai confini,
come le stelle, come le onde, semina.
Che importa se i passeri devastano i tuoi chicchi –
Dio al loro posto seminerà delle perle.»
«Cadono di vertigine… Cadono di vertigine… Cadono di vertigine… Cadono di vertigine…»
Tutti le citazioni virgolettate e in corsivo presenti nell’articolo, eccetto la penultima citazione, tratta dalla poesia «Semina» di Daniel Varujan (trad. it. dall’armeno di A. Arslan), sono canzoni dei «CCCP – Fedeli alla linea» e «C.S.I.», i titoli, in ordine di citazione sono: CCCP, «Depressione caspica»; C.S.I. «In viaggio»; CCCP, «C.C.C.P.»; CCCP, «Guerra e Pace»; CCCP, «Paxo de Jerusalem»; CCCP, «Radio Kabul»; C.S.I. «Depressione caspica»; CCCP, «Noia»; CCCP, «B.B.B.»; CCCP, «Noia»; C.S.I., «In viaggio»; CCCP, «Campestre»; CCCP, «Inch’allah – ça va»; C.S.I., «In viaggio».
Anzi due volte allo stesso tempo. Questa scoperta sensazionale è stata fatta dal blogger russo alexiiru. È a suo merito che studiando la foto d’archivio che abbiamo presentato nel post precedente, che tanti altri avevano visto e trascurato, ha avvistato alcune piccole anomalie. Partendo da queste, ha raggiunto delle conclusioni tanto importante, che cambieranno a fondo la storia della Russia nel 20º secolo.
In questa foto alla prima vista non c’è niente di speciale. Lenin nel 1925, vestito in abiti di donna, insieme alla figlia Natasha, è in viaggio verso il confine con la Finlandia. Conosciamo lo stato mentale critico del vecchio Lenin, dunque possiamo capire la sua passione morbosa per gli abiti femminili, così come il suo desiderio di vedere ancora una volta prima della morte, e mostrare anche alla sua piccola figlia, la scena nostalgica della sua giovinezza, dove aveva incontrato il suo amico Stalin.
Tuttavia, sottolinea il blogger, Lenin, come è attestato dalla sua lettera secreta scritta al CC del Partito, non ha più considerato Stalin un amico a quell’epoca. E se questo da solo non fosse un argumento abbastanza convincente: alla nostra conoscenza non aveva nessuna figlia. Per di più, nel 1925 era già morto da un anno. Allora che cos’è questo enigma sconvolgente?
Il blogger ha indovinato con un senso istintivo, che la chiave per la soluzione sta nelle iniziali del nome di Lenin. La didascalia lo chiama S. I. Uljanov. Tuttavia, il nostro Lenin era V. I. Questo nonè quindi il nostro Lenin. Questo è un altro Lenin, che è l’immagine sputata di lui. Ma chi è?
Questa domanda non ha lasciato di riposare il blogger. Ha iniziato un lungo lavoro di ricerca, nel corso del quale, come i pezzi di un puzzle, le immagini di un album familiare che era ritenuto perduto sono state ritrovate nelle varie parti del mondo. E come al solito, la ricerca persistente è stata finalmente coronata con una scoperta sensazionale. Il blogger ha trovato sul sito del pittore russo Rinat Voligamsi ventiquattro foto che indubbiamente appartenevano all’album perduto, e che illuminano, come un fascio di luce, l’oscurità del mistero storico. Con l’aiuto di questi, così come dei documenti dagli archivi del KGB, è riuscito a ricostruire una storia mozzafiato, che Stalin e i suoi scagnozzi credevano di aver consegnato all’oblio eterno.
Le foto e i documenti mostrano chiaramente, che Vladimir Iľič Uljanov, il futuro Lenin, aveva un fratello gemello, Sergei. I due bambini si vedono insieme nell’originale foto familiare dei Uljanov, dalle cui copie pubbliche Sergei, seduto ai piedi di sua madre, fu successivamente eliminato, secondo il metodo ben noto di Stalin.
La famiglia Uljanov, 1879
Le prime foto del frammento dell’album superstite al sito di Voligamsi rivelano l’infanzia condivisa e i sentieri divergenti dei due ragazzi. Mentre Volodia seguì la sua vocazione rivoluzionaria, Serjozha si stabilì nel governorato di Ufa. Iniziò di negoziare di cera, sposò una ragazza del luogo, e si convertì all’islam.
Dopo la caduta della rivoluzione del 1905, tempi duri succedettero al giovane partito comunista. In questa situazione critica, nel febbraio del 1906 Vladimir Iľič scrisse la famosa lettera a suo fratello, il mercante ricco: «In mancanza di mezzi finanziari, la rivoluzione muore.» In risposta alla chiamata di suo fratello, Sergei vendette il suo negozio di cera, e con i soldi guadagnati si recò a San Pietroburgo, dove si dedicò completamente alla causa rivoluzionaria.
S. I. Uljanov portando i soldi, 1906
Dopo la morte di Lenin, Stalin lanciò una caccia per tutti i parenti e compagni d’armi del leader del comunismo. Nella lista sanguinosa nel primo luogo era Sergei Iľič, che perciò decidette di emigrare. Come si vede nella prima foto, riuscì ad attraversare il confine finlandese travestito con la figlia. Poi ebbe inizio una lunga odissea. Fuggì in Lituania, da lì nella Romania reale, e poi, seguendo il percorso degli esuli russi, in Svizzera. «Temo solo che mi taceranno e non potrò più servire il mio paese, e continuare l’opera di mio frattello», scrisse nel suo diario. Alla ricerca di alleati girò in tutto il mondo avanzato, dal Messico attraverso Bagdad e Kabul a Cuba.
S. I. Uljanov nel suo antiquariato a Zurigo, 1937
Qui, in Cuba si concluse il percorso del rivoluzionario impegnato per la causa dell’internazionalismo fino alla morte. Morì nel 1965 sotto il colp del crollo di Krusciov, con il quale ha forgiato un piano comune per rovesciare la cittadella dell’imperialismo, gli Stati Uniti. Se Krusciov fosse rimasto al potere solo un poco più lungo, l’intero filo della storia del 20º secolo sarebbe stato diverso.