domenica 13 luglio 2025

Quattrocento tonnellate di mappe segrete

Passeggiando per Riga, ci imbattiamo per caso in un negozio di mappe all’interno della ex galleria Berga Bazārs. A prima vista sembra semplicemente un buon negozio, con una solida offerta di mappe internazionali e guide turistiche.

Ma poi scopriamo lo scaffale delle mappe russe, che sembrano offrire dettagli di mondi quasi inesistenti. Birobidžan, la regione autonoma ebraica, l’“anti-Israele” di Stalin lungo l’Amur, dove oggi vive solo l’uno per cento di ebrei, eppure viene ancora pubblicato un giornale in yiddish e la lingua yiddish resta materia obbligatoria nelle scuole elementari. Una mappa per aggirare il lago Ladoga, dove arrivare sembra più difficile che andare sulla Luna. Un atlante per i residenti di Murmansk, anche se durante la Prima Guerra Mondiale gli ungheresi ci arrivavano facilmente con biglietti ferroviari gratuiti, dovevano solo costruire la ferrovia.

Prokudin-Gorsky: Prigionieri di guerra dall’Impero Austro-Ungarico nella costruzione della ferrovia di Murmansk (“Murmelbahn”)

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Il meglio arriva però dopo. Solo al momento del pagamento notiamo dietro il bancone le pile di fogli cartografici, dal pavimento al soffitto, e il cartello trilingue che indica che si tratta delle carte topografiche strettamente segrete dell’esercito sovietico.

Diamo un’occhiata. L’Ungheria è coperta da quattro fogli in scala 1:500.000, ma per le città più grandi ci sono anche fogli 1:25.000. Scritti in cirillico, i nomi delle città suonano esattamente come li sentivo dagli anziani veterani in tutta l’ex Unione Sovietica. Per curiosità cerco l’ex aeroporto militare sovietico di Mátyásföld, che conoscevo ancora nei giorni della sua attività, e che dopo il ritiro delle truppe si scoprì essere stato gestito da ufficiali georgiani. Tuttavia, la mappa dettagliata di Будапешт nasconde l’aeroporto anche al proprio personale: al suo posto sono segnati campi coltivati.

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Il ragazzo del negozio, divertito dal nostro entusiasmo, ci mostra anche la mappa dettagliata di Washington con il Pentagono e la Casa Bianca, dove ogni struttura è colorata in base alla sua funzione. Scopriamo così che l’esercito sovietico aveva realizzato e aggiornato mappe altrettanto dettagliate di tutte le zone del mondo che lo interessavano, almeno ogni dieci anni.

“Come avete ottenuto questo materiale?” chiedo, con poca tatto. Il ragazzo però risponde prontamente: il proprietario del negozio era impiegato civile nell’esercito sovietico in Lettonia nel 1992, durante il ritiro, e venne a sapere che il materiale top-secret doveva essere consegnato a una cartiera per essere distrutto. Iniziò subito a trattare con l’ufficiale responsabile per acquistare almeno i fogli più interessanti. L’esercito rifiutò inizialmente, poi dopo una settimana chiese 14.000 dollari per il materiale. L’uomo ottenne la somma – “non chiedete come,” aggiunge il ragazzo – e si recò al magazzino a ritirare la merce. I magazzinieri, però, erano troppo pigri per selezionare i fogli richiesti, e gli dissero di prendere tutto. Quattrocento tonnellate di fogli cartografici furono caricate su diversi vagoni ferroviari, e ancora oggi ce ne sono in abbondanza. Tranne quelli di San Francisco, aggiunge il ragazzo, perché qualcuno da lì scoprì il negozio e scrisse un articolo; i locali li comprarono tutti, e anche quelli di Washington oggi sono pochi.

A completare la scena, entra nel negozio un gruppo di sei-sette giovani americani. Cercano la mappa del South Carolina, la città di Greenville. Quando la ricevono, restano a bocca aperta. “Oh my God, qui c’è la nostra casa sul lago!”, urla una ragazza. “Qui c’è la nostra chiesa!” Comprano subito due copie. “Non dovrebbero essere quattro? Quante ne avete ancora?” “Altre settantuno.”

Il capogruppo spiega che aiutano in un campo scout locale in Lettonia; gli altri sono alla prima esperienza, lui ci è già stato più volte. “E come avete scoperto questo negozio?” “Un amico era stato qui e mi ha detto che dovevo assolutamente venire – perché, OMG, che materiale!”

È davvero incredibile, bizzarro e un po’ opprimente vedere con quanta avidità l’esercito sovietico – e lo Stato che lo controllava – teneva sotto osservazione le parti del mondo a loro interesse. Un piccolo dettaglio psicologico del moderno insaziabile appetito informativo dello Stato russo.

Solo per souvenir, compriamo il foglio ungherese del 1989 che include Budapest (sì, anche poco prima del ritiro era ancora aggiornato!), insieme a una buona bibliografia: The Red Atlas: How the Soviet Union secretly mapped the world, 2017. Solo uscendo dal negozio mi accorgo che non ho mai controllato come venissero rappresentati, se lo erano, il quartiere militare sovietico di Hajmáskér e il poligono circostante nei monti Bakony, dove ho fatto addestramento con i carri armati. Devo tornarci.

venerdì 23 dicembre 2016

Tusheti. Su un’altro tetto del mondo


Stiamo guidando in salita sulla strada scavata nella roccia. Cascate precipitano sulle pareti verticali, corrono attraverso la strada di fronte a noi, e al bordo della scogliera cadono giù nell’abisso vertiginoso. A volte guidiamo fino agli assali nel torrente che inonda la strada. La striscia sottile della strada corre lungo il bordo della valle come una linea di livello, alla testa della valle gira bruscamente indietro, e sale verso il prossimo passo. Il fiume Stori ruggisce sempre più in profondità sotto di noi, le cime del Gran Caucaso sono sempre più ripide, e le nuvole, come grandi uccelli rapaci grigi, scendono sempre più in basso sopra le nostre teste.



Vai via di nuovo. Dall’album di musica popolare georgiana Idjassi (2005)

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È fine giugno. La neve si è sciolta poco tempo fa sul Passo Abano, alto 2900 metri. I muri di neve con i loro strati colorati stanno lungo la strada come sezioni di minerali venosi. Siamo allo spartiacque del Caucaso, da qui i fiumi scorrono verso nord, attraverso la valle di Tusheti, oltre il confine di Daghestan. Sotto di noi, le montagne verdi di Tusheti. Dal passo si possono ancora vedere, al di là di esse, le creste innevate della Pirikita, la montagna di confine cecena, che poi a poco a poco si affonda, per riapparire in modo spettacolare quando siamo in Tusheti.

Tusheti e la valle del fiume Alazani sul lato nord e sud del Gran Caucaso. La strada sterrata di 70 km, percorribile solo con fuoristrada o a piedi, conduce da Pshaveli attraverso il Passo Abano a Omalo. Tusheti è segnata in rosso sulla piccola mappa inserita della Georgia. (Ingrandire!)

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È piovuto per giorni. Poco prima di Tusheti, la collina è franata nel fiume, bloccando la strada. Un bulldozer solitario sta pulendo la colata di fango, la lotta impari apparentemente durerà per diversi giorni. Dobbiamo camminare poche centinaia di metri in cima della terra ancora in movimento, per poi prendere i fuoristrada inviati per noi dai villaggi di Tusheti. Ancora un paio di scogliere solitarie, alcune anse del fiume sotto di noi, e in alto, sul fianco della montagna appare il primo villaggio solitario. Dopo Ushguli, Xinaliq e Masouleh, siamo di nuovo su uno dei tetti del mondo.


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Tusheti è la seconda più alta regione popolata della Georgia, dopo Svaneti nel nord-ovest, ma è molto più isolata di quella. Una sola strada porta fino a qui, la stessa strada sterrata lunga settanta chilometri, che abbiamo appena percorso. Essa è praticabile solo tra inizio giugno e fine settembre, perché il passo è coperto di neve nel resto dell’anno. In questo periodo il paesaggio diventa verde, e le piante iniziano una fioritura spettacolare per sfruttare la breve estate. E in questo periodo anche gli abitanti di Tusheti salgono dai loro villaggi nel sud, lungo il fiume Alazani, dove si erano trasferiti negli ultimi decenni, per riparare le loro case, per assumere la cura delle pecore e mucche dai pochi vecchi che prendono cura di tutti gli animali del villaggio durante l’inverno, e per offrire alloggio ai turisti, che appaiono, anche se non in massa, ma sempre con più coraggio, in questa regione arcaica della Georgia.



Canto d’amore di Tusheti. Dall’album Idjassi (2005)

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Gli abitanti di Tusheti sono per lo più georgiani kakhetiani, che parlano un antico dialetto georgiano, e che, secondo la propria tradizione, fuggì qui, al nord dalla cristianizzazione della Georgia intorno al 4º secolo. L’altra parte, la tribù dei Bats, che parlano un linguaggio relativo al ceceno e inguscio, fuggì qui, al sud dall’islamizzazione del lato settentrionale del Caucaso nel 16º secolo. Oggi entrambi i popoli sono nominalmente cristiani ortodosso, ma la prima chiesa si è aperto da poco nella valle, e le tradizioni religiose animistiche pre-cristiane sono ancora molto vivide. I confini delle zone abitate sono indicate con sacre colonne del corno di ariete, e intorno a ogni villaggio ci sono dei prati recintati, dove gli uomini si riuniscono per rituali di fertilità. Nell’estate è il compito dei bambini che giocano vicino a questi prati avvertire le turiste di non entrare nella zona sacra, perché la presenza di donne romperebbe il suo potere.


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Il villaggio centrale della valle è Omalo, un insieme sciolto di cascine secolari intorno al castello a cinque torri di Keselo. La fortezza, che sorge imponente sotto la cresta bianca delle montagne di confine del Daghestan, aveva persino resistito l’assalto dell’esercito mongolo.


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L’altro centro di Tusheti, il villaggio medievale di Dartlo, è di quindici chilometri di distanza, e cerca un’ora con fuoristrada, a ovest dell’Omalo nella valle del fiume Pirikita Alazani. Sopra il villaggio si erge il Monte Dartlo di 4300 metri di altezza, sulla cui vetta s’incontrano le frontiere triple di Cecenia, Dagestan e Georgia, e attraverso cui passi i ladri del Daghestan avevano invaso la Georgia per secoli. Contro di loro si costruirono la fortezza di Dartlo e le torri di guardia delle case del paese, che imitano piuttosto lo stile del nemico, le coniche torri di guardia cecene e inguscie sul lato del nord del Caucaso, che non le torri a pareti dritte della Svaneti. Accanto al villaggio, al di là del torrente, affinché i morti non si mescolino con i vivi, si trova il cimitero, dove le tombe sono marcate con semplici pietre senza iscrizione, secondo l’antico costume del Caucaso. Le case sono state splendidamente restaurate, e anche un pub elegante si è costruito in stile antico della Tusheti. I tushetiani, benché si fossero trasferiti nelle valli, e passano qui solo l’estate, apparentemente considerano il villaggio ancestrale la loro vera patria.


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Il prossimo estate portiamo di nuovo un gruppo a Tusheti e alle vicine regioni della Georgia. Se volete venire con noi, scriveteci a wang@studiolum.com.


venerdì 16 dicembre 2016

Il falso amico


I timbri postali spesso si associano con storie sorprendenti. Tuttavia, una storia più sorprendente del seguente non leggeranno oggi. L’oggetto seguente è apparso oggi su un sito di aste:

«Timbro postale con l’iscrizione Poštovní úřad Ilnice in ceco e serbo, dal villaggio albanese di Ilnice / ca 1910 Albania, Ilnice, Czech postal station seal maker 36 mm»

Ha dovuto essere infatti un momento storico, il culmine del multiculturalismo dei «tempi felici di pace», quando il primo ufficio postale fu aperto nel villaggio di montagna albanese di Ilnicë, tra le pittoresche montagne dei Balcani, non lontano dal confine macedone di oggi. E che ufficio postale! Con il timbro bilingue, in ceco e serbo, e con il leone a due code al posto dell’aquila a due teste dell’impero austriaco o del regno albanese. E questo nel 1910, quattro anni prima della Grande Guerra, e otto anni prima dei grandi cambiamenti di confine dell’Europa centrale. Che bell’armonia delle nazioni dell’Europa centrale! Oh, se fosse rimasto così!


Ma non è rimasto così. E forse così non era mai. Infatti, che è la fonte di questa localizzaione? Il fatto che, se si cerca «Ilnice», Google punta al villaggio albanese. Non c’è altro risultato. Se invece con un minimo di buon senso si pensa a dove e quando si usava contemporaneamente iscrizioni ufficiali in ceco e in cirillico sotto gli auspici del leone a due code, si rende conto che non poteva essere che nell’angolo diametralmente opposto dell’ex monarchia austro-ungarica, in Rusinsko, annesso dall’Ungheria alla Cecoslovacchia nel 1920. E poi è già facile da trovare, non lontano da Nagyszőlős/Vinogradov, lungo il torrente Ilnicka, il villaggio di Ilonca (in ceco Ilnice, in rusino Ильниця, in rumeno Ilniţa, nel moderno nome ufficiale ucraino Ільниця), del quale nessun nome storico, come quelli sul timbro, sono noti da Google.

Nella linguistica un “faux-ami”, falso amico è una parola che suona in modo simile in due lingue, ma ha un significato diverso in ciascuno. Come il ceco Ilnice e l’albanese Ilnicë. La descrizione d’asta di sopra anche dimostra, che senza la dovuta attenzione e critica delle fonti, anche Google può essere il tuo falso amigo.

Non siamo riusciti di trovare alcuna cartolina contemporanea di Ilonca. Questa è dalla vicina Ilosva, che si trovava più vicino alla strada principale e la ferrovia, e così poteva contare su più clienti di cartolina. In ogni modo è più vicino a Ilonca che l’albanese Ilnicë.

martedì 13 dicembre 2016

Musica d’inverno


Lasciando la città di Alaverdi, che da tempi immemorabili ha fornito tutta la regione con rame dalle sue ricche miniere, e atraversando il ponte del 12º secolo, sulle cui balustrade quattro gatti di pietra languiscono sotto il sole, il ripido sentiero di monte finalmente ci porta al monasterio di Sanahin. Dall’altra parte della valle è anche visibile il monastero di Haghpat, i due stanno su lati opposti di un abisso lato del fiume Debet, che scorre attraverso Lori, la provincia settentrionale dell’Armenia. Secondo Wikipedia, «sanahin» significa «questo è più vecchio di quello», con apparente riferimento al suo vicino rivale.

È passato quasi un anno da quando ero lì la prima volta, poche ore dopo una nevicata di tardo inverno. L’aria era fresca, e nel sole del pomeriggio l’acqua gocciolava abbondantemente dai rami degli alberi, ancora fortemente piegati dal peso che si stava rapidamente disintegrando. Come lo faccio spesso quando visito luoghi sconosciuti, ho prima fatto una registrazione audio di quell’atmosfera.

Sono lieto di annunciare, che la registrazione è stata inclusa nella lista delle «Best Winter Music del 2016» del sito A Closer Listen:

«I filecasts di nula sono tra i più misteriosi che si trovano online. Regolarmente pubblica registrazioni del campo, che evocano tempi e luoghi. Questo deriva dal monastero Sanahin dell’Armenia, dove «la neve del tardo inverno è bagnato e pesante, grondante abbondantemente sotto il sole pomeridiano». La registrazione ci rammenta che il cambiamento delle stagioni può anche riflettere un cambiamento spirituale, quando i fardelli pesanti diventano più leggeri, i cuori si sciogliono, gli occhi si volgono di nuovo verso il sole. È anche d’interesse l’ultima composizione di nula: cold fire


Musica dell’inverno a Sanahin. Registrazione di Lloyd Dunn, febbraio 2016 (11'10")

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Vedi anche il post originale sul mio sito web.