lunedì 4 aprile 2016

Shusha, la città delle meraviglie


«Quando i nostri antenati famosi, o Khan, vennero in questa terra, dove poi hanno acquistato grande e temuto nome, hanno esclamato: «Kara bak!» – «Guarda, c’è la neve!» Da allora questa terra si chiama Karabakh. Il suo vecchio nome era Siunik. Perché devi sapere, o Khan, che la nostra patria è molto vecchia e famosa. I karauli, gli spiriti oscuri vivono nelle nostre montagne, e custodiscono tesori incommensurabili. Nei nostri boschi ci sono pietre sacre, e fonti sacre si sorgono lì. Abbiamo tutto. Vai alla città, guardati intorno – c’è qualcuno che lavora? Quasi nessuno! C’è qualcuno triste? Nessuno! C’è qualcuno sobrio? Nessuno! Sarai stupito, mio giovane signore!

Ero davvero stupito di quanto grandi bugiardi queste persone erano. Non c’è favola che non avrebbero inventato per glorificare la loro patria. Proprio ieri un armeno corpulento ha cercato di convincermi che la chiesa cristiana di Maras a Shusha aveva cinque mila anni.

Shusha è la città delle meraviglie. Fu costruita nelle montagne, ad un’altezza di cinque mila metri, nell’abbraccio di foreste fiumi. Qui, armeni e musulmani vivono in pace fianco a fianco. Per secoli era un ponte tra i paesi del Caucaso, Persia e Turchia. La gente del posto preferisce, con esagerazione amabilmente infantile, di chiamare «palazzi» le loro piccole capanne di argilla. Non si annoiano mai di sedere davanti alla loro porte, fumando la pipa, e raccontando uno all’altro di nuovo e nuovo quante volte i generali di Karabakh hanno salvato l’impero russo e lo zar stesso, e che terribile destino li avrebbe colpiti, se avessero confidato a chiunque altro la propria protezione.»


Kurban Said: Ali e Nino, 1938. (Il romanzo azero, scritto
nell’esilio a Parigi, parla della Shusha prima del 1914)


Arriviamo nel tardo pomeriggio nella città di Shusha, in azero Şuşa, in armeno Shushi. Le capanne di argilla sono da tempo scomparse, e blocchi sovietici occupano i loro luoghi. Tra i palazzi, le case a due piani costruite in pietra scolpita nei secoli 18º e 19º, molti stanno ancora nella città vecchia. Ciò che hanno in comune è che stanno, completamente o in parte, senza tetto, e bruciate.

Salendo sulle strade ripide, capiamo perché Shusha era la chiave di Stepanakert nella guerra di Karabakh, perché l’artiglieria azera persisteva qui anche nel febbraio 1992, quando l’esercito armeno aveva già marciato nella vicina Khojaly, tagliandoli dal loro aeroporto e massacrando la popolazione azera della città, perché il quartiere generale armeno a Stepanakert si è intrapreso ad assediare e occupare la città di montagna a costo di una massiccia perdita di sangue, e perché la distruzione del 8-9 maggio, il Giorno della Vittoria, ha portato anche a loro la vittoria su Karabakh. Guardiamo giù dai resti della mura della città. Seicentro metri sotto di noi, a pochi chilometri di distanza, si trova la capitale di Karabakh, la quale, dal 10 gennaio in poi, è stata bombardata per quattro mesi dall’artiglieria azera, distruggendo quasi tutte le case e uccidendo circa duemila abitanti civili.

La ragione principale per la distruzione di Shusha non è stato tanto il breve assedio, ma piuttosto i civili armeni che, seguendo l’esercito, hanno saccheggiato e bruciato gli appartamenti della popolazione azera che aveva abbandonato la città. Ma questo non era la prima distruzione di Shusha in questo secolo. Dopo la prima guerra mondiale, durante il conflitto territoriale dei brevemente indipendenti stati armeno e azero, alla fine del marzo 1920, l’esercito dell’Azerbaigian e gli abitanti azeri di Shusha per quattro giorni hanno massacrato la popolazione armena della città e rovinato il quartiere armeno. Delle diciassette chiese decantate da Kurban Said, solo due sono rimaste, le quali, per mancanza di fedeli, hanno sopravvisuto il sistema sovietico essendo trasformate in magazzini. Dei 45 mila abitanti d’anteguerra sono rimasti cinque mila. Tanto che Osip Mandeľstam poteva scrivere queste righe ancora nel 1931, durante il suo viaggio caucasico:

…Так, в Нагорном Карабахе,
В хищном городе Шуше
Я изведал эти страхи,
Соприродные душе.

Сорок тысяч мертвых окон
Там видны со всех сторон
И труда бездушный кокон
На горах похоронен.
...E in Nagorno-Karabagh,
nella città destrutta di Shusha,
ho visto cose che erano
altrettanto terribile all’anima.

Quaranta mila finestre morte
sbadigliano dappertutto
e il bozzolo vuoto del lavoro
come cimitero giace sul monte

Shusha, rovine del quartiere armeno, c. 1920

Oggi la situazione è invertita. La cattedrale armena fu restaurata, così come diverse case attorno ad essa. Qui vivono i quattro mila abitanti della città – che prima del 1992 ne aveva quindici mila –, soprattutto armeni fuggiti dall’Azerbaigian. Oggi è il quartiere azero che è morto.

Arrivando nell’ex piazza del mercato si sente come se avessimo lasciato la città. L’asfalto finisce, e stiamo inciampando nel fango, tra le profonde pozze di neve che si scioglie. Le finestre dei blocchi sovietici sbadigliano nere e vuote. Alla casa della cultura sovietica è rimasta solo la facciata, con il timpano in stile «barrocco stalinista». Alla fine della piazza ci sta ancora la Moschea superiore, costruita nel 1787. La lapide nera di fronte ad essa annuncia che sta sotto la protezione dello Stato. Infatti, il piccolo cimitero azero nel suo giardino non è stato devastato, in contrasto al cimitero di Julfa. Ma la protezione dello Stato non protegge contro il tempo, che sta lentamente consumando il rivestito a mosaico dei minareti, e gli archi e facciate di mattone della moschea. Su fotografie del 2007, i minareti hanno ancora il tetto. Oggi vediamo solo una strana struttura nel loro luogo, la quale probabilmente serviva per abbassare i tetti quando erano a rischio di caduta di propria iniziativa.

Shusha, Moschea superiore, 1988

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Sotto la piazza del mercato, dietro l’ex casa della cultura, si trova la Moschea inferiore, costruita nel 1874, oggi in condizioni simili. Bambini giocano nel cortile. Quando intravedono di noi, si rivolgono a noi con piena fiducia, mostrandoci l’armeria che hanno raccolto da sotto le rovine vicine. «Azeri. Sono stati lasciati qui dagli azeri.» «E loro dove sono andati?» «Sono tornati in Azerbaigian.» «E voi siete venuti da lì?» «No. Noi siamo di Shushi. Non siamo bezhentsy, rifugiati, noi!»

Ci mostrano le scale segrete ai minareti, e sopra le cupole. Gli archi dell’edificio sono ancora intatti visti dal basso, ma dall’alto si può vedere che tra le cupole senza tetto già ci crescono alberelli, che con il tempo sbadiranno le volte in mattoni.


I nostri compagni ci seguono, vogliono farci vedere tutto. «Queste erano case persiane.» «Non azere?» «No, no. Gli azeri abitavano lì. Qui vivevano i persiani.» «E che cosa è successo a loro?» «Sono andati via anche loro.» «E qui c’era la prigione», puntano alla cantina in rovina della casa della cultura. Non chiediamo chi era detenuto da chi lì.

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Mentre torniamo sulla strada principale, controlliamo, seguendo il consiglio di Mustafa Agha, se qualcuno sta lavorando. Siamo lieti di vedere che c’è qualche lavoro in corso sotto quasi ogni portone, si imballaggia l’asino, si taglia la carne, si cucisce e si fa pentole, e un fotografo sta catturando nel suo studio, com’era quando a Shusha armeni e musulmani vivevano in pace fianco a fianco.

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«Oh Khan», ha detto Mustafa Agha. «I tuoi antenati hanno intrapreso guerre, ma tu sedevi nella Casa della Sapienza, e sei un uomo educato. Avrai dunque sentito delle arti. I persiani sono fieri di Saʿadi, Hafez e Firdausi, i russi di Pushkin, e nell’Occidente lontano c’era un poeta chiamato Goethe, che ha scritto un poesia sul diavolo.»

«Anche tutti questi poeti sono da Karabakh?» gli ho chiesto.

«No, mio signore nobile, ma i nostri poeti sono migliori, anche se non sono disposti a chiudere le loro parole nella prigione di lettere morte. Essi sono troppo orgogliosi a scrivere le loro poesie. Invece, le cantano.»



Qubanin ag almasi (Mele bianche di Quba), nel modus del mugham Bayati Shiraz, cantato da Miralan Miralanov. Dall’album Canzoni d’amore di Azerbaigian. Karabakh, e in particolare Şuşa erano considerati il centro della tradizionale musica del mugham azero.

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giovedì 31 marzo 2016

Domenica di Pasqua in Sardegna


A Oliena, il tono della Domenica di Pasqua è dato dagli uomini giovani – e di recente anche dalle donne –, i nipoti e pronipoti degli antichi banditi, che dal primo mattino stanno continuamente sparano dai tetti. Ovunque andiamo laggiù, il piombo, i pallini e i bossoli della cartuccia ci stanno continuamente cadendo sulla testa.


Oliena, Wild West. Registrazione di Lloyd Dunn, 27 marzo 2016


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Una processione parte dalla chiesa di San Francesco con la statua della Vergine Maria, che si aggira per le vie del centro storico alla ricerca di suo figlio. Nel frattempo, nella chiesa di Santa Croce, fra polifonici canti sardi, si decora la statua del Cristo risorto, e poi anche un’altra processione parte dalla porta della chiesa verso la piazza principale.


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Ritorno alla chiesa di Santa Croce per una foto della piazza vuota. Una donna giovane in grembiule sta all’angolo, guardando con ansia avanti e indietro. «Ha già passato il Cristo?» «Cinque minuti fa.» «Oh, Madonna. Ogni anno sono in ritardo.»


Sulla piazza principale, lungo un percorso coperto con rami di rosmarino, le due processioni si avvicinano una all’alltra. Si svolge l’incontro, s’incontru, che dà il nome a tutto il festival. Cristo s’inchina davanti a sua madre, gli uomini sardi davanti alle donne sarde che la portano. Poi tutti i partecipanti e l’intero pubblico, vestiti in costume tradizionale, si ritirano in doppia fila alla chiesa di Sant’Ignazio per la messa di Pasqua. Lungo la via principale, ogni bar ha già messo fuori i tavoli e le sedie. La gente locale – e con loro anche noi – vanno da luogo a luogo, degustando i dolci di mandorla offerti gratuitamente in questo giorno in ogni bar. Amici si incontrano, i gruppi si condensano e si disperdono, come stormi colorati di uccelli si turbinano nel labirinto della voliera della città.


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mercoledì 30 marzo 2016

Sabato Santo in Sardegna


Il Sabato Santo, il tempo si ferma in Sardegna, come il pallone da calcio nell’aria. Nella valle di Ogliastra, nelle cittadine di Gàiro, Ulassai, Osini, dalla Deposizione dalla Croce il venerdì sera fino alla messa della Risurrezione di domenica mattina, le chiese sono vuote, le strade deserte, solo qualche vecchia passa con un orcio di acqua dal pozzo pubblico. Una pesante, sonnolenta luce di sole scorre lungo il lato della valle, si mescola al profumo dell’erba fresco verde, del rosmarino e del timo selvatico, lucertole e vecchi uomini si crogiolano in essa. Se nel tardo pomeriggio le nuvole non si alzassero in volo dal mare per tirar la tenda davanti al sole, come il lenzuolo viola davanti ai crocifissi denudati nei santuari, questo giorno non avrebbe fine mai.


A fizzu meu so coro (Il cuore al figlio mio). Canto religioso della Barbagia nell’adattamento della grande cantatrice sarda Maria Carta, 1984

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sabato 26 marzo 2016

Venerdì Santo in Sardegna


La chiesa di Sant’Ignazio è coperta di tenebre, solo le lanterne dei e delle ministranti risplendono, mentre la processione parte dal santuario attraverso la nave, per le strade medievali di Oliena. Si visitano sette chiese in memoria dei sette dolori di Maria, si fa spalliera davanti alle loro porte con le lanterne, mentre i membri delle confraternite locali – le associazioni religiose che organizzano un momento dei riti della Settimana Santa ciascuna – ne escono in fila e si associano a loro. La processione, cresciuta in una grande folla, torna in un’ora nella chiesa di Sant’Ignazio. Qui, nel santuario si ha già impostato il monumentale crocefisso medievale con bracci mobili, e il coro, vestito in costume barocco, recita canti polifonici. È l’inizio de s’iscravamentu, la tradizione della Deposizione dalla Croce, conservata dal Medioevo.


Tenores di Bitti: Deus te salvet, Maria

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mercoledì 16 marzo 2016

Transizione: Da mare a mare

Uccello in cornice ornamentale bizantina. Venezia, Piazza San Marco, 12-13º secolo

Uccello in cornice ornamentale armena. Venezia, Isola San Lazzaro, monastero armeno, MS 1159, 12-13º secolo

mercoledì 27 gennaio 2016

Lo sfratto, parola dolce a Pitigliano


Detto così pare impossibile. E così non fu per gli ebrei che nel sec. XVII vivevano in Maremma, espulsi dallo Stato della Chiesa nel XVI secolo, nella zona compresa tra Sovana e Sorano. Cacciati dalle loro case dall’editto del 1619 di Cosimo II de’ Medici, furono obbligati a vivere nel ghetto di Pitigliano, a ridosso della sinagoga. L’avviso di lasciare le loro case venne dato con un bastone battuto sulle porte e cento anni più tardi gli ebrei di Pitigliano vollero ricordare questo evento con un dolce, fatto da un impasto di miele e noci, scorzette di arancia e anice, rivestito da una sottile cialda dal colore del pane.


Pitigliano, città del tufo di origini etrusche, è uno dei più belli borghi d’Italia. A cavallo tra la Maremma Toscana e il Lazio, venne chiamato “La piccola Gerusalemme” a causa dell’importanza della numerosa comunità ebraica che vi si stabilì a partire dalla metà del  XVI secolo. Si trattava per lo più di ebrei sefarditi spinti in quell’angolo di Toscana dalla Bolla di Papa Paolo IV del 1555 con cui venne imposto agli ebrei di vivere in un certo numero di vie dove non fosse possibile il contatto con i cristiani, di fatto istituzionalizzando il ghetto, e di indossare abiti che ne rendessero immediato il riconoscimento. A queste direttive si uniformò anche Cosimo II de’ Medici e gli ebrei del Granducato di Toscana, anche quelli provenienti da Sorano e Sovana,  che non vollero accettare questa politica persecutoria emigrarono nella contea di Pitigliano, governata dagli Orsini, ben felice di ospitare la comunità ebraica, colta e a cui spesso venivano assegnate terre paludose e infestate dalla malaria.

A Pitigliano gli ebrei vissero ben inserendosi nella comunità locale, godettero di libertà altrove non concesse e sviluppare il commercio e l’artigianato. Nel 1571 fu autorizzata l’apertura di un banco di prestito e agli ebrei che vi lavorano fu concesso di non esibire il contrassegno di riconoscimento e il diritto di difesa. Nel 1598 fu eretta la sinagoga. Con l’annessione dei territori al Granducato di Toscana si eresse il ghetto, furono limitate le attività commerciali e gli ebrei furono costretti ad indossare il distintivo giallo. Si chiuse il banco di prestito e le condizioni economiche degli abitanti del ghetto lentamente peggiorarono. Tra il XVII e il XVIII secolo giunsero a Pitigliano anche gli ebrei in fuga da Castro, e di fatto quella di Pitigliano rimase la sola comunità ebraica della Maremma. Con l’avvento degli Asburgo Lorena, 1765, la comunità tornò a godere dei propri diritti e si realizzò il suo pieno inserimento in quella cristiana locale, tanto che furono proprio i cattolici ad impedire la distruzione del ghetto ad opera dei Viva Maria, truppe antifrancesi. Nel XIX secolo la comunità raggiunse la sua massima espansione: venne istituita una scuola per l’insegnamento ad ebrei e cristiani, una biblioteca e un istituto per l’assistenza agli ebrei poveri. Personaggi fondamentali per l’ebraismo italiano nacquero a Pitigliano: tra loro i fratelli Servi, fondatori della rivista Vessillo Israelitico, e Dante Lattes, fondatore della casa editrice con lo stesso nome, benemerita per la diffusione della cultura ebraica in Italia, e uno dei rappresentati di spicco del sionismo italiano.

La progressiva normalizazione della comunità ebraica pitiglianese fu probabilmente anche la causa della sua dispersione: si passa da 400 unità alle 70 del 1931, aggregate alla comunità ebraica di Livorno. Non risparmiarono nessuno le leggi razziali del ’38 e ad oggi gli ebrei rimasti a Pitigliano sono 5.

Ciò non ha impedito di procedere al recupero e alla valorizzazione dell’antico ghetto ebraico, oggi visitabile. Le stanze ad oggi aperte al pubblico sono il bagno rituale femminile, che probabilmente usufruiva delle acque curative  già sfruttate dagli etruschi e oggetto di culto, la cantina, il macello kasher, il forno degli azzimi, la tintoria, la cisterna, e non ultima la sinagoga. Costruita nel 1598, fu restaurata nel ‘700, nell’800 e nel 1931 la facciata è stata arricchita con stucchi rococò. Al momento della sua chiusura nel 1956 l’aron è stato trasferito nella sinagoga di Karmiel, in Israele.  Il restauro definitivo è stato fatto nel 1995 ad opera del Comune di Pitigliano e oggi vi si svolgono i riti.

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Della gestione del patrimonio ebraico si occupa l’Associazione Piccola Gerusalemme, insieme alla piccola mostra permanente sulla cultura ebraica. Ad oggi è attiva una raccolta fondi per il restauro del cimitero ebraico, che si trova sotto lo sperone di tufo del paese. Contiene circa 280 tombe. Un piccolo negozio all’entrata del ghetto vende prodotti kasher. Tra questi lo sopraddetto sfratto, tipico dolce di Pitigliano.

Sfratto. Ingredienti per 4 persone:
200 gr. di farina, 100 gr. di zucchero, una punta di sale, 1 dl. di vino bianco, 6 cucchiai di olio ExV, 4 chiodi di garofano, 150 gr. di miele di maremma, cannella, noce moscata, 200 gr di noci frantumate, semi d’anice, la scorza di una arancia a striscioline, vaniglia, un uovo.

Preparazione:
• Mezz’ora prima di preparare la sfoglia mettere il miele al fuoco basso e scaldare lentamente
• unire la buccia d’arancia, i semi d’anice, le noci, la cannella e la noce moscata.
• Preparare una sfoglia impastando farina, olio, vino, zucchero, vaniglia e il torlo di un uovo
• spianarla e ricavarne delle strisce sottili lunghe circa 25 cm larghe circa 6/7 cm.
• Riempire con l’impasto di miele etc… che nel mentre s’è raffreddato.
• Arrotolate le strisce, che risulteranno dei bastoncini (sfratti). Mettere gli sfratti in forno a 170 gradi per 15 minuti




Minime tracce di presenza ebraica rimangono a Sorano: la via del Ghetto, il frantoio, sui battenti delle porte d’ingresso dell’edificio che ospita la Locanda Aldobrandeschi, a fianco del quale esiste ancora un’antica struttura che veniva utilizzata per lo stoccaggio del grano dato a garanzia nel cosiddetto «prestito a grano». L’antica sinagoga è stata convertita in sala per rassegne culturali.