giovedì 13 febbraio 2014

I moravi che hanno detto no alla Cecoslovacchia


Il nostro nuovo co-autore, Dániel Szávoszt-Vass, l’autore di due dei migliori blogs di geografia ungheresi, le Danubian Islands e Pangea, inizia ora una nuova serie sui territori staccati dalla Germania alla fine della prima guerra mondiale. Queste piccole regioni con la loro popolazione multietnica e con le loro storie particolari che piegano dal mainstream, si adattano bene alle storie simili del río Wang. (Studiolum)

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Le perdite territoriali della Germania dopo la prima guerra mondiale non erano affatto così grandi come quelle dell’Ungheria o della Turchia, ma avevano una maggiore influenza sulla storia del mondo. È vero che il paese è stato privato delle sue colonie, pari a circa quattro milioni di chilometri quadrati, ma il paese stesso ha perso solo il 13% del suo territorio nucleo. Tuttavia, quasi tutte queste perdite si sono realizzate nel modo più umiliante. A proposito di una serie di francobolli irredentista tedeschi, trovati in un album di famiglia, visiteremo uno per uno questi territori: Alsazia-Lorena, Danzica, Posen, Alta Silesia, Schleswig del Sud, la regione di Memel, Eupen-Malmedy, e una piccola, quasi sconosciuta regione: la zona di Hlučín (Hultschiner Ländchen). È quest’ultimo dove cominciamo.


Non è generalmente noto che dopo la prima guerra mondiale anche la neonata Cecoslovacchia – il cui nome è fuorviante, perché sulla base della proporzione dei suoi gruppi etnici avrebbe dovuto chiamarsi Cecotedescoslovaccoungarorutenia, dato che aveva almeno due volte più cittadini tedeschi che slovacchi – ha preso parte al taglio della Germania. Il territorio annesso da loro, il Hultschiner Ländchen, è abbastanza periferico nelle varie fonti, di solito non merita più di una semplice menzione, e si trovano poche immagini e testi su di esso.

I nuovi confini cechi e moravi correvano quasi senza interruzione attraverso aree di lingua tedesca. C’era solo una piccola zona al di fuori dei confini storici che non poteva sfuggire all’attenzione del nuovo governo. In Alta Silesia (prima della prima guerra mondiale parte integrante dell’impero tedesco), attorno alla città di Hultschin/Hlučín, viveva un gruppo slavo che parlava un vecchio dialetto moravo mescolato con tedesco. In questo paesaggio rustico, immerso nelle colline dei Sudeti orientali, fra Ostrava e Opava, la popolazione non ha raggiunto il 5000 neanche nella città più grande. Prima del 1918, il Territorio di Hlučín / Hultsciner Ländchen non esisteva né come un’entità geographica né come un’unità amministrativa: era semplicemente la parte meridionale del Kreis di Ratibor.

Nel senso dell’articolo 83 del trattato di Versailles, il Territorio di Hulčín – con una superficie incerta: i dati variano fra 286 e 316 chilometi quadrati – si è annesso alla Cecoslovacchia. Il territorio fu probabilmente assicurato dai cechi per se stessi già alla fine della guerra, perché il referendum tenutosi nell’Alta Silesia non si estendeva su questa piccola area. Così la popolazione locale non poteva decidere se volevano appartenere alla Germania, alla Cecoslovacchia, o (non è un errore!) alla Polonia.

Perdite territoriali della Germania nel trattato di Versailles (di qua)

Il territorio interessato nel referendum dell’Alta Silesia (di qua)

Tuttavia, gli abitanti di Hultschin/Hlučín non si sono rassegnati alla decisione delle grandi potenze. Nel novembre 1919 una grande manifestazione anti-ceca si è svolta nella zona. E per quanto ai referendum, anche loro hanno tenuto il proprio sulla base dei principi wilsoniani, che non fu mai riconosciuto come ufficiale dalla parte del governo ceco. Lì, la stragrande maggioranza della popolazione locale, il 93,7% delle 48.466 persone hanno votato a favore della Germania, nonostante il fatto che solo il 15%, o 6.500 persone (nelle fonti ceche, il 10%, o 4.500 persone) erano di lingua tedesca. Nonostante il referendum, il 4 febbraio 1920 l’esercito ceco è entrato nel territorio. Dovevano essere molto sorpresi quando, invece dei fiori dovuti ai liberatori, le masse sulle strade hanno cantato «Deutschland, Deutschland über alles».

Soldati cechi sulla piazza principale di Hultschin, 1920. Dall’archivio di famiglia di Pavel Strada, di qua

«L’ingiustizia contro il Territorio di Hultschin”. La proporzione dei voti ai partiti tedeschi (in nero) e a quei cechi (in bianco); le scuole tedesche (triangoli neri), e la manipolazione dei distretti elettoriali nell’interesse di una maggioranza ceca. «Senza referendum e nonostante la protesta della popolazione, il 4 febbraio 1920, Cecoslovacchia ha sequestrato: una città e 37 comunità con 50.000 abitanti e 333 chilometri quadrati di terra feconda (produttiva), e due miniere di carbone. Con l’eccezione di quelle a Zauditz e Thröm, tutte le scuole di lingua tedesca sono state chiuse. L’istruzione tedesca è disponibile solo in 30 centri di insegnamento privati.» (di qua)

A causa della demarcazione incerta dei confini, la determinazione precisa del confine tedesco-ceco si è trascinato fino al 1924. L’assegnazione delle comunità tedesche di Sandau, Haatsch e Owschütz, così come delle fattorie di Rakowiec e Lichtenhof che si situavano nella «terra di nessuno», è stata infine decisa dal Consiglio di Ambasciatori nel 1923. Nel senso del memorandum, che era favorevole ai cechi, la Cecoslovacchia ha ricevuto Sandau e Haatsch, mentre le fattorie di Lichtenhof e Rakowiec si sono restituite alla Prussia. Nei due villaggi tedeschi occupati dall’esercito ceco i locali hanno strappato le pietre di confine e distrutto le garrite al nuovo confine. L’esercito cecoslovacco è riuscito di ristabilire l’ordine solo più tardi, con l’aiuto di cinque battaglioni di fanteria e un battaglione di artiglieria.

Hultschin. Dalla serie di cartoline sui territori strappati, pubblicata dal Deutsches Ostbund


L’inclusione del Territorio di Hlučín nel nuovo stato non è andato liscio. Il potere ceco ha chiuso le scuole tedesche e licenziato gli insegnanti. Al censimento solo le persone con nome tedesco erano considerati come tedeschi, il resto è stato automaticamente registrato come ceco. Chi ha protestato contro questo, come Alois Bitta, il parroco di Ludgerstal, era multato di 2.000 corone. I genitori che protestavano contro la chiusura delle scuole, e che non permettevano ai loro figli di andare alle nuove scuole ceche, sono stati anche multati. Le pene detentive erano abbastanza comuni a causa delle proteste continue, in modo che il carcere di Hlučín era semplicemente chiamato «la casa tedesca» dai locali. Cica 4-5000 persone sono fuggite in Germania dalla persecuzione e la disoccupazione.

Alle prime elezioni sotto sovranità cecoslovacca, i partiti tedeschi hanno ottenuto 76,5% tra la popolazione, che era «morava nel linguaggio, ma tedesco nel pensamento» * E nel 1935 – per quando chiunque avrebbe pensato che le acque agitate fossero calmate – il Partito Tedesco delle Sudete guidato da Heinlein ha vinto 65% (secondo altre fonti, 75%). Alla luce di questo è facile capire perché nel 1938 i moravi di Hlučín hanno ricevuto i soldati tedeschi con fiori come liberatori.

Hultschin, il Ring. Con un timbro di festa: «Dopo 20 anni di servitù, la Hultschin liberata saluta il suo Führer. 8 ottobre 1938.» La cartolina è stata inviata una settimana più tardi.


Un giorno prima alla frontiera di Machendorf/Machnín, in attesa all’esercito tedesco.

L’esercito tedesco marcia in Asch/Aš.

La sinagoga di Hultschin/Hlučín. Costruita nel 1840-43, distrutta il 9 November 1938, nella Kristallnacht, un mese dopo la marcia dell’esercito tedesco nella Sudetenland.

L’annessione del Territorio di Hultschin era umiliante per la Germania non a causa delle sue dimensioni, ma piuttosto a causa del suo principio. Mentre la Cecoslovacchia, con il sostegno delle grandi potenze e con riferimento all’autodeterminazione dei popoli, era in grado di negoziare un nuovo confine per le circa 40 mila moravi in Germania (che non avevano nessun’intenzione di unirsi con la Cecoslovacchia), i 3,5 milioni di tedeschi sull’altro lato del confine aspettavano in vano allo stesso sul principio della reciprocità e dell’autodeterminazione.


mercoledì 12 febbraio 2014

Meraviglie della notte



Bach, Goldberg Variations, BWV 988, Aria & Variation 1 – Fretwork

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domenica 9 febbraio 2014

30,000 chilometri

Porto di Nueva York, anni 1930

Negli anni 1930, un prete cecco di nome Josef Baťka (Pilsen, 1901 – 1979, Sušice) è arrivato al bordo della nave a vapore Normandie a ciò che il suo connazionale Antonín Dvořák ha chiamato non appena una generazione prima il «nuovo mondo». Baťka ha studiato nel Vaticano, e ha viaggiato largamente in Europa e nel Vicino Oriente in qualità di nuncio papale. Inoltre era anche un appassionato e dotato fotografo, che, utilizzando una camera del medio formato che ha reso negativi quadrati di 60 millimetri, ha lasciato una miniera di piccole immagini quadrate, ordinatamente depositate nelle caselle in cui sono state consegnate dallo studio di fotografia.

Queste fotografie dimostrano che, a parte delle sue doti sacerdotali, lui aveva anche un occhio sensibile per l’equilibrio e la forma, che sembra in qualche modo sorprendente nel contesto della fotografia amatoriale. Le sue immagini spesso mostrano un’integrità compositiva che merita la nostra attenzione anche al di là dei meriti del loro contenuto.


Dal punto di vista del contenuto, le immagini di Baťka mostrano il suo fascino con il paesaggio, la natura umana, la tecnologia moderna e la società, e rivelano per noi, con una chiarezza e un senso di straniamento, le traiettorie dei tempi in cambio rapido di quasi un secolo fa, osservate attentamente e con la relativa obiettività di uno straniero. Ma Baťka ha afferrato il senso e la qualità di un tempo scomparso non solo con il suo lavoro fotografico. Le immagini vengono accompagnate da un lungo manoscritto che registra le sue impressioni durante il viaggio in America.

Alcune delle foto mostrano Baťka, un uomo studioso dall’aspetto un po’ grassoccio, calvo, che si avvicina alla mezza età, con le orecchie a sventola e occhiali di gufo. Il suo manoscritto mostra una mano ordinata, con correzioni e vari contrassegni colorati che suggeriscono che forse lo ha preparato per la pubblicazione. In ogni caso, ha preso sul serio la registrazione delle sue osservazioni durante il viaggio.

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Molte fotografie semplicemente registrano quello che doveva essere novità per lui: grandi automobili lucide, aerei, la Luna Park di Nuova York, la Queen Mary, un vero e proprio indiano pellirossa!

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Altri dimostrano una sottile geometria e equilibrio: le montagne dell’ovest, un albero di iucca, le linee moderne del grande Boulder (ora Hoover) Dam, il Grand Canyon, la Monument Valley, Yellowstone. Anche se alcuni di questi sono soggetti popolari dei turisti, nelle mani di Baťka rilevano un’attenta quadratura e una raffinata composizione che prestano alle sue immagini chiarezza formale e atemporaneità.

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Alcune delle sue immagini registrano – sia per abilità o per semplice fortuna – una serie di momenti apparentemente insignificanti, che comunque risuonano fortemente con l’osservatore moderno. Questi quadri perpetuano una realtà e delle situazioni ormai irrimediabilmente perdute. Entriamo nel mondo americano degli 1930 attraverso le immagini realizzate da un visitatore proveniente da un paese lontano, la Cecoslovacchia, che molte delle persone nelle sue immagini potevano né pronunciare né immaginare.

Baťka si rivela di essere anche un antropologo laico. Ci mostra relazioni familiari e professionali tra le persone, codificate nei gesti e ragruppamenti umani messi in scena sul palcoscenico della vita reale. Come i fotografi di strada di più tardi, sapeva come organizzare le scene, con la luce del sole da un angolo fortuito, e quando rilasciare l’otturatore.

batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 batka4 La maggioranza delle persone nelle foto sono membri delle communità degli immigranti cecchi della Nebraska orientale

Anche i quadri più prosaici si possono essere studiate in cerca di una verità oggettiva, la (problematica) verità del documentario. Ma in altri troviamo anche un senso visivo che eleva alcune di queste immagini amatoriali a un livello più vicino al sublime.

Dopo il suo ritorno in Boemia, Msgr. Baťka ha insegnato teologia nel liceo di Nymburk. Durante l’occupazione tedesca riuscì a fuggire di prigione. Dopo la guerra, il colpo di stato comunista e con la messa da parte e impoverimento della Chiesa, si ritirò nella sua casa di famiglia, dove ha servito come sacerdote in una parrocchia remota, nella vicinanza di Klatovy, nelle montagne della Šumava.

El Paso, Texas o Ciudad Juarez, Mexico, anni 1930

Baťka ha passato la seconda metà della sua vita insieme alla sua sorella molto più giovane, Maria, nella piccola città di Kolinec, nel sud-ovest della Boemia. È morto nel 1979, e sua sorella, che lo aveva curato nella sua vecchiaia, lo seguì nel 2004, lasciando la casa e tutti i loro beni alla chiesa. Durante l’ispezione della proprietà si sono trovate varie scatole contenenti diapositive e negativi di vetro, e stampe fotografiche, insieme al lungo manoscritto sul suo viaggio nel nuovo mondo, che si intitola 30.000 chilometri in treno, nave e automobile.


Per fortuna, tutti questi materiali sono stati salvati, e nel 2008 erano oggetto di una mostra multimediale intitolato «E per questo motivo…» nella Galleria Školská 28 di Praga.

Clicca per il catalogo completo (pdf)

L’autore ringrazia a Miloš Vojtěchovský e Dana Recmanová per le loro ricerche primarie su Josef Baťka, e a Jan Bartoš per le fotografie delle scatole di Baťka. Il catalogo della mostra Baťka è stato progettato dall’autore

sabato 8 febbraio 2014

Transizione: Il pianeta dei gatti


Con la velocità di una palla di filati schiaffeggiata da gatti si sta diffondendo il grafico di sopra sulla rete, rendendo visivamente chiara l’assunzione del potere di una nuova razza dominante sul nostro pianeta. Troppo tardi per lamentarsi. Si dovrebbe aver preso atto del primo avviso di centosettanta anni fa. Come apparivano innocenti a quel tempo!

Heinrich Berghaus: Verbreitung des Katzen-Geschlechts, Genus-Felis (La diffusione del genere dei gatti, Genus Felis). Justus Perthes, Gotha, 1845


Sándor Weöres – Ferenc Sebő, Marcia dei Gatti


venerdì 7 febbraio 2014

Dietro alte mura


Alla vigilia della mia partenza da Iran lo scorso agosto, eravamo a pranzo con un ricco mercante di tessuti da qualche parte sulle alture del nord di Teheran.

Sua figlia, una violoncellista, amica di un amico, ci aveva raccontato sul mondo musicale a Teheran, un mondo tra la musica classica occidentale e orientale, tra il jazz e il canto tradizionale, tra voci maschili e femminili – e tra concerti pubblici e incontri clandestini.

Nella sua macchina, mentre stavamo lentamente avanzando attraverso il solito ingorgo di sera, abbiamo ascoltato alcune delle sue musiche preferite finché siamo arrivati al piede del palazzo, di aspetto molto parigino, con mansarda grigia e persiane bianche, piantato nel mezzo di un giardino verde smeraldo, con un cancello in ferro battuto degno di Versailles. Al piano superiore, in un ampio soggiorno con persiane chiuse e le tende tirate, nella più completa oscurità, abbiamo avuto due chiacchiere con la giovane donna e sua madre, ciascuna di noi seduta a metri l’una dall’altra. Poi abbiamo cenato con il capo della famiglia, abbiamo avuto ancora una volta due chiacchiere, seduti di nuovo a metri l’uno dall’altro intorno all’enorme tavolo.

La scena era spettrale – nessun oggetto personale, nessun segno di vita interiore nelle stanze, solo il vuoto. Mobili chiusi su di se stesso. Il suono lontano di un canale di TV di Qatar – l’erede della casa di commercio, un maestro di sci nel tempo libero, attendeva il ritorno della neve.

Più tardi, mentre stavo per lasciare, il commerciante voleva che io ammiri la sua collezione di tappeti – i migliori tappeti di Isfahan, della moda più delicata, setosa e liscia. La più delicata, in fatti. Dozzine di tappeti, quasi tutti identici, bianchi e cremosi.

Ha insistito sulla loro delicatezza, il numero e la qualità dei nodi, la loro regolarità – niente come i tappeti di Tabriz, ha detto con disprezzo. Lì lavorano con ganci metallici. Ma questi tappeti sono completamente annodati a mano – ma per questo, devi avere delle dita molto sottili, i più sottili dita possibili, affinché non ci siano irregolarità. Si è fermato e ha fatto un gesto con la mano, disegnando una piccola mano nell’aria, e poi accarezzò una piccola testa invisibile, seduta molto bassa sotto di noi.

Alta come quella.


Kayhan Kalhor & Madjid Khaladj, Endless Endearments (Har Saayeh, Khaasti…). Dal CD Voices of the Shades (2011)

Qui ero di nuovo in un mondo strano.


Uno o uno e mezzo secolo fa, al tempo dei Qajar (1785-1925), i ricchi mercanti persiani o armeni avevano costruite case sontuose come palazzi. Indubbiamente anche loro hanno fatto tacere loro mogli, figli e figlie, quando, seduti sui loro bei tappeti, hanno intrattenuto i loro ospiti provenienti da paesi lontani.

Ma i loro palazzi non avevano cancelli in ferro battuto, e i loro giardini non erano in mostra per i passanti. A Kashan, Isfahan o Shiraz, queste case orgogliose stanno ancora nascoste dietro alte mura. A Kashan, le mura sono inaspettatamente basse e senza finestre, come se le case fosser semplici cubi di argilla, a diversi livelli di profondità intorno al vacuo dei loro cortili, sempre più basse verso l’acqua che si rivela là. A Shiraz, le pareti più alte permettono di vedere solo le cime degli alberi nei meravigliosi giardini.

A Kashan la Casa Abbasi è la più grande fra le case tradizionali, questi edifici storici risalenti al periodo Qajar, che stanno tutte nello stesso quartiere, a pochi metri dalla Moschea Âghâ Bozorg con la cupola di argilla e corte affondata.

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Costruita nel tardo Settecento, la Casa Abbasi è un magnifico esempio della residenza tradizionale persiana. Un enorme labirinto con numerosi cortili, tutti molto simili uno all’altro, eppure tutti diversi. La casa è stata costruita per una famiglia di clerici, ma sembra abbastanza grande per ospitare decine di persone. Una casa fortificata, completamente chiusa su di se stessa dietro le sue alte mura, si dice che abbia avuto diversi passaggi segreti che hanno permesso di fuggire dalla città in caso di un attacco.

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Come la maggioranza di queste case, ha un soffitto coperto di frammenti di specchi, per trasmettere di notte, al lume di candela, la sensanzione di essere sotto un cielo pieno di stelle.


Kayhan Kalhor & Madjid Khaladj, Separating Shades (Saayeh-Roshan). Dal CD Voices of the Shades (2011)

La Casa Tabâtabâei

La Casa Abbasi è la più antica e indubbiamente la più bella, ma probabilmente non la più sorprendente fra le case storiche di Kashan. Tre di queste case sono state costruite alla fine dell’Ottocento dallo stesso architetto, Ustad Ali Maryam: la Casa Tabâtabâei intorno al 1840, l’imponente Casa Borujerdi nel 1857, e la Timcheh-ye Amin od-Dowleh nel 1863.

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La prima, la Casa Tabâtabâei (Khâneh-ye Tabâtabâeihâ) è stata costruita nel 1840 per una famiglia di mercanti di tappeti ricchi, che erano attive lungo tutta la Via della Seta. La casa, di grande bellezza e armonia, è stato costruito attorno a quattro cortili. Le pareti sono state dipinte e scolpite, le finestre sono di vetro colorato. La casa è organizzata simmetricamente intorno al cortile centrale e la sua lunga piscina. Il pater familias e padrone di casa ha ricevuto i suoi ospiti nel padiglione centrale, all’intersezione dei quattro cortili, da cui poteva osservare le attività in tutta la casa – tanto più, che i suoi figli vivevano negli edifici laterali.


Kayhan Kalhor & Madjid Khaladj, Devotion of the Unveiled (Paaybandi-e Oryaan). Dal CD Voices of the Shades (2011)

La Casa Borujerdi

La Casa Borujerdi (Khâneh-ye Borujerdi) è un’altra casa storica di Kashan, e forse la più sorprendente fra di tutte. La casa è stata offerta nel 1857 come regalo di nozze da un ricco mercante, Haji Mehdi Borujerdi, a sua moglie. La sposa era dalla famiglia Tabâtabâei, per la quale Ustad Ali aveva costruito solo pochi anni prima la casa presentata sopra.

La casa è organizzata intorno ad un unico lungo cortile. Le sale principali sono state decorate con dipinti da Kamal al-Molk. Tre badgir (torri di vento) alte 40 metri aiutano a raffreddare la casa nelle giornate calde. Si tratta di un sistema di aria condizionata naturale, che gioca con la differenza tra la temperatura interna ed esterna. La decorazione e il design della casa sono caratteristiche dell’architettura tradizionale persiana: rilievi in stucco sulla facciata; i tre ingressi organizzati in modo che costringono la gente a cambiare direzione quando entrano dall’esterno (biruni) nello spazio orientato verso la Mecca; l’edificio organizzato attorno a questo asse materializzato dalla piscina centrale in un cortile animato da melograni e fichi.

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Ma la parte più strana del palazzo non è visibile dall’esterno. Si deve salire sul tetto del hammam adiacente per scoprire le cupole stupende della Casa Borujerdi.

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A Shiraz, l’architettura è molto diversa – più ricca, se non più originale. Queste due belle case stanno di fronte una all’altra in una strada stretta, gialla e secca ad est del Bazaar del Reggente. Sopra le alte mura si può vedere solo la corona di palme svolazzanti al vento. Dietro le mura, il Bagh-e Eram, o Giardino del Paradiso è stato progettato alla fine dell’Ottocento come imitazione dei giardini persiani creati dai Selgiuchidi sette o ottocento anni prima.

Alla fine di questo giardino si erge la Casa Qavam, o piuttosto un piccolo palazzo, costruito tra il 1879 e il 1886 da Mirza Ibrahim Khan. La famiglia Qavam erano mercanti di Qazvin, venuti a Shiraz nel Settencento, dopo la fondazione della dinastia locale dei Zand, e hanno aderito ad alti uffici. Mirza Ibrahim Khan era governatore della regione di Fars. La Casa Qavam era solo una parte della residenza Qavam, l’edificio progettato per accogliere gli ospiti, così è una casa rivolta verso l’esterno (biruni).

Sull’altro lato della strada, ma collegata alla prima casa da un passaggio sotterraneo, sta la Casa Zinat al-Mulk, una casa progettata pea home designed for family life, and thus turned inward (andaruni).
Sull'altro lato della strada , ma collegata alla prima casa da un passaggio sotterraneo , si trova la casa Zinat al- Mulk , una casa progettata per la vita familiare , e quindi rivolta verso l'interno ( andaruni ) .

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lunedì 3 febbraio 2014

Crocevia


La guerra è su di noi, o almeno il suo centenario. Tra il gran numero di mostre, eventi e progetti ne spicca uno: il progetto Europeana 1914-1918, con sede a Berlino, nato dalla collaborazione di una dozzina di importanti collezioni pubbliche europee, che ha raccolto e organizzato, e sta ora pubblicando sull’internet centinaiai di migliaia di documenti, foto, filmati e ricordanze. Fanno parte della collezione anche 650 ore di filmati, che includono tali rarità come il film lungo più di mezz’ora sulla grande offensiva palestinese delle truppe del generale inglese Allenby nel settembre 1918.

Le foto di apertura iniziano con un panorama di Nazareth, occupata il 20 settembre, poi vediamo i soldati del 4° Reggimento di Cavalleria Leggera Australiana entrare il 25 settembre nella pittoresca città di Tiberiade sulla riva occidentale del lago di Galilea, una delle quattro città sante degli ebrei di Palestina. I cavalieri australiani che marciano in file interminabili sono accompagnati dallo sguardo curioso della popolazione locale, tra cui gli ebrei in caftani e shtreimels (2:04 – 2:42).

Poi, a 3:50, appare un cartello.


Sopra, più modestamente, in arabo, sotto, a lettere grandi, ben visibili, in tedesco, mostra la strada per il nord: Nach Damaskus. Ovviamente, chi ha già raggiunto la città santa di Tiberiade, avrà bisogno di sapere quale è la metropoli più vicina della stessa gamma. Ma vediamo anche qual’è l’altro luogo – certamente di simile importanza – verso cui il cartello appunta nella direzione opposta.


Samach. In vano cercheremmo questa città sulla mappa dell’Israele moderno. Nel marzo 1948 è stata abbandonata, dopo che i suoi circa 3.300 residenti arabi ne sono fuggiti dai soldati invasori della Haganah ebraica. Sul suo territorio ora troviamo il kibbutz Degania Alef, che gradualmente è cresciuto su di esso. Tuttavia, nel 1918 era ancora un centro importante sulla riva meridionale del lago di Galilea, con un’importante stazione nella Valle di Jezreel, lungo la linea di ferrovia che collegava la ferrovia dell’Hejaz con Haifa. Inoltre, durante la prima guerra mondiale aveva anche una base militare tedesca con un aeroporto, e il 25 settembre 1918 qui ha avuto luogo una delle battaglie più disasperate dell’offensiva di Allenby. Quindi merita giustamente il proprio cartello.

Ma che cosa può essere la terza metropoli del Medio Oriente, il cui nome troviamo sotto Samach?


Non è facile da leggere, le lettere sono più piccole e più sbavate. E c’è anche un numero sotto la parola tedesca: 505. Forse 505 chilometri? No. Perché neanche la parola sopra di esso è un nome di luogo. Il testo dell’iscrizione tedesca è:

Zum Kraftwagenpark 505.

Ma non seguire quel segno. Se ne sono già andati via.