martedì 28 gennaio 2014

Ponte d'inverno


Ieri mi è capitato di essere nel centro vecchio di Praga. Tante volte passo settimane senza andare là; la maggior parte di ciò che ho bisogno la trovo più facilmente vicino a casa. Ma ieri ero là, ho finito la mia faccenda, e sono partito per casa. Cadeva una morbida, leggera neve. Era da tanto tempo che non sono stato vicino al Ponte Carlo (Karlův Most) – in genere preferisco di evitare le folle dei turisti. Adesso però ho pensato di passare Ponte Carlo, per vedere com’è in questa bella nevicata di pomeriggio.

Oggi c’erano pochi turisti. Il gennaio di per sé li tiene a casa, e il maltempo spesso li caccia dalle strade. Cigni remavano sull’acqua fredda della Vltava, gabbiani galleggiavano senza sforzo nell’aria, chiamandoci con strilli penetranti. Le statue del Ponte Carlo, famosi per il loro nero e oro, hanno anche aggiunto bianco al loro guardaroba.

Una giovane coppia ha fatto l’augurio tradizionale, gettando una moneta nel fiume là, dove il 20 marzo 1393 Giovanni Nepomuceno è stato gettato in acqua, con la lingua tagliata, per aver fatto arrabbiare Re Venceslao.

Un turista stava dando da mangiare patatine fritte ai gabbiani.

Era tranquillo e freddo. I cristiani abbrividivano e imploravano Dio come sempre nella loro piccola cella sorvegliata dal grasso, indifferente turco. Mentre attraversavo l’isola Kampa e stavo avvicinandomi all’albergo U tří pštrosů (Ai tre struzzi), dove nel 1714 l’armeno Deodat Ramajan ha venduto il primo caffè in Boemia, anch’io sentivo di aver bisogno di riscaldarmi. Mi sono diretto verso il caffé più vicino per assaggiare la meravigliosa invenzione di Ramajan.


Trio Bayanistov (А. И. Кузнецов, Я. Ф. Попков, А. Ф. Данилов): Дунайские волны, 1940

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domenica 19 gennaio 2014

La benedizione degli animali


Sant’Antonio, il patrono degli animali, guarda giù così gentile e incoraggiante sugli animali che sfilano davanti alla sua chiesa di Palma la mattina della sua festa, come se non fosse lui che ha dovuto sopportare la tentazione di migliaia di demoni nella notte precedente. Tutti gli animali di Maiorca sono rappresentati qui, dai cavalli di polizia tramite i cani per non vedenti ai completi cantieri di pollame portati su carri decorati con fiori. Forse sono qui anche l’elefante e il cammello, che di solito sbarcano il 6 gennaio insieme con i Magi e marciano lungo la passeggiata Bearn, ma non lo so, quest’anno sono arrivato in ritardo, solo i più piccoli sono lasciati per me.


Cornamusa e tamburo: La benedizione degli animali davanti alla chiesa di Sant’Antonio a Palma, 17 gennaio 2014. Registrazione di Lloyd Dunn.

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Basta inverno, la primavera è qua

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La notte scorsa i demoni hanno invano tentato Sant’Antonio in tutti i villaggi di Maiorca, il santo eremita è rimasto fedele al suo voto. I demoni inferociti, riuniti alla porta di Palma, hanno sfilato con carri di fuoco attraverso la città, prima di scomparire nel porto. Nel prossimo anno lo tenteranno più forte.


Sfilata dei demoni a Palma, 17 gennaio 2014, il giorno di Sant’Antonio. Registrazione di Lloyd Dunn

mercoledì 1 gennaio 2014

Il giorno dopo

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(Su richiesta di Gábor abbiamo usato in questo post un nuovo modo di visualizzare le immagini, sviluppato da Lloyd. Ora le immagini si vedono cliccando sul mosaico, e si può navigare cliccando sulle frecce destra-sinistra, o semplicemente sull’immagine. Siamo lieti della vostra opinione su quale metodo si preferisce, questo, o quello usato finora,che si può vedere ad esempio nel post di ieri.)

martedì 31 dicembre 2013

Un bel Capodanno


e un felice anno nuovo! (Khuzhir, Lago Baikal, Isola Olkhon, 1972)




Tedeum




venerdì 20 dicembre 2013

Altra città



Konstantinos Kavafis: Η Πόλις (La Città). Musica di K. G. Eklektos

Η Πόλις

Είπες· «Θα πάγω σ' άλλη γή, θα πάγω σ' άλλη θάλασσα,
Μια πόλις άλλη θα βρεθεί καλλίτερη από αυτή.
Κάθε προσπάθεια μου μια καταδίκη είναι γραφτή·
κ' είν' η καρδιά μου -- σαν νεκρός -- θαμένη.
Ο νους μου ως πότε μες στον μαρασμό αυτόν θα μένει.
Οπου το μάτι μου γυρίσω, όπου κι αν δω
ερείπια μαύρα της ζωής μου βλέπω εδώ,
που τόσα χρόνια πέρασα και ρήμαξα και χάλασα».

Καινούριους τόπους δεν θα βρεις, δεν θάβρεις άλλες θάλασσες.
Η πόλις θα σε ακολουθεί. Στους δρόμους θα γυρνάς
τους ίδιους. Και στες γειτονιές τες ίδιες θα γερνάς·
και μες στα ίδια σπίτια αυτά θ' ασπρίζεις.
Πάντα στην πόλι αυτή θα φθάνεις. Για τα αλλού -- μη ελπίζεις --
δεν έχει πλοίο για σε, δεν έχει οδό.
Ετσι που τη ζωή σου ρήμαξες εδώ
στην κώχη τούτη την μικρή, σ' όλην την γή την χάλασες.
La Città

Hai detto: Per altra terra andrò, per altro mare,
altra città trovo, più bella di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore, come un morto, sta sepolto.
Fino a quando deve rimanere mio spirito
in questa palude? Dove pure guardo,
non vedo che le ruine nere della mia vita
qui, dove tanti anni ho spento, sprecato e rovinato.

Altri posti, altro mare non troverai.
La città ti seguirà. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai
negli stessi quartieri. Imbiancherai
nella stessa casa. Nella stessa città
ritornerai sempre. In altre terre, non sperare,
non c’è nave per te, non c’è strada. Perché
rovinando la tua vita in quest’angolo
discreto, l’hai rovinata su tutta la terra.

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sabato 7 dicembre 2013

Alexander Roinashvili, viaggiatore e etnografo

L’attore georgiano Valerian «Valiko» Gunia (1862-1938)

Un fotografo dal secolo scorso, da un piccolo territorio al confine tra l’Europa e Medio oriente, che non è completamente né questo, né quello. Un passaggio fra l’impero russo, l’impero ottomano e l’impero persiano. Una crocevia di popoli, un mondo che si veste in costumi meravigliosi, un mondo che ama il teatro, un mondo già in trasformazione, ma ancora un mondo in pace.



Alexander Roinashvili e il suo alterego,fotomontaggio

L’anno scorso abbiamo già pubblicato una prima serie di foto dal georgiano Alexander Roinashvili (1846-1916). Erano soprattutto ritratti fatti nel suo studio a Tiflis – oggi Tbilisi –: ritratti di aristocrati, di soldati e poeti, di principesse e attrici, di famiglie – e tutte le varie facce degli innumerevoli popoli del Caucaso.

Il complesso monastico di Vardzia

Le foto di questo secondo post riflettono un’altra parte del suo lavoro. Cominciando dal 1880, Roinashvili ha vissuto e viaggiato nel Caucaso, da Kakheti a Dagestan. Non solo fotografando, ma anche raccogliendo oggetti, che lo hanno reso di seguito uno dei fondatori della Società Storica ed Etnografica di Tiflis, le cui collezioni, prima ospitate dall’Università di Tiflis, sono ora conservate nel Museo Nazionale della Georgia.

A differenza delle immagini viste nel post anteriore, queste foto furono soprattutto scattate all’aria aperta, come quelle di Jermakov, contemporaneo e amico di Roniashvili. Sono le foto di paesaggi, delle montagne lungo la strada militare georgiana, dei villaggi e montagne di Dagestan, dove Roinashvili si è stabilito per un periodo, rovine di chiese e fortezze armene, sia nell’Armenia attuale, o nei territori russi che oggi sono la parte nord-est della Turchia.


E ci sono ancora i moltissimi ritratti, che riflettono ancora una volta la diversità dei popoli del Caucaso: armeni, georgiani, tatari, lezghi, ebrei di montagna dall’Azerbaigian. Immagini che ravvivono dei tempi antichi: i guerrieri di Khevsuria in corazza a maglia, i mekize (massaggiatori) dai bagni di Tiflis, in piedi sul dorso dei loro «pazienti», e tutte queste donne con volto severo sotto le loro vele…

In questi ritatti Roinashvili ha seguito le considerazioni degli etnografi della sua epoca. La maggior parte di queste fotografie era realizzata ancora nello studio, con illuminazione diffusa, le facce esposte di fronte e di profilo, con un’annotazione sul negativo che indica il rispettivo gruppo etnico. La messa in scena degli soggetti seduti enfatizza i costumi, i tessuti e i gioielli. Le immagini dei gruppi sono più sciolte, ma la maggior parte di esse sono ancora fatte in studio.

Alcune – rare – foto rappresentano la folla – la folla sulla strada, la folla nel mercato, la folla riunita per una festa, tutti con occhi volti verso di noi.

Musici, Tiflis


Ebrei di montagna, Azerbaigian

lunedì 18 novembre 2013

Un’epifania georgiana


Solo una suora.


Solo candele.
Solo pietre.
Solo una chiesa.
Solo un cimitero.
E mura.
E tubi.

E immagini tremanti.


E solo bambini.
Solo gatti.
Solo monaci, solo preti.
Solo uccelli.
Solo uomini.
E donne.



E oggetti abbandonati che vivono ancora la loro vita dimenticata tra le rovine.

E il cielo sopra tutto.



Keep Ithaka always in your mind.
Arriving there is what you are destined for.
But do not hurry the journey at all.
Better if it lasts for years,
so you are old by the time you reach the island,
wealthy with all you have gained on the way,
not expecting Ithaka to make you rich.

Ithaka gave you the marvelous journey.
Without her you would not have set out.
She has nothing left to give you now.

And if you find her poor, Ithaka won’t have fooled you.
Wise as you will have become, so full of experience,
you will have understood by then what these Ithakas mean.

From Ithaca, Constantin Cavafy


E la malinconia. Dalla guerra e dall’esilio. Dall’assenza. Dal decadimento.

Lado Pochkhua è un pittore e fotografo georgiano, le cui opere sono state presentate questo mese presso il Museo Nazionale di Tbilisi. È nato a Sukhumi, ma fu costretto a trasferirsi a Tbilisi nel 1993, dopo la guerra civile, quando l’Abkhazia ha proclamato la sua indipendenza, e i separatisti hanno espulso la popolazione georgiana dalla regione.

«All’età di ventitré anni ho perso tutto: la famiglia, gli amici, la mia città, la mia casa, i miei documenti. In Tbilisi, come rifugiato da Abkhazia, ho scoperto una vita nuova, disordinata e affamata. Che io sono nessuno. Zero. Una persona senza una funzione sociale. Dopo aver ricevuto il mio primo pacchetto di aiuto umanitario, un kit di fagiolo e carne confezionato dell’US Army, mi sono promesso che uscirò dal guaio in cui ero caduto.»

Le fotografie della serie «Anatomia della malinconia georgiana (1993 – 2004)» si sono fatte mentre viveva in Tskneti, un sobborgo di Tbilisi, dove i rifugiati erano stabiliti dopo la fuga della guerra in Abkhazia. A quel tempo,Lado Pochkhuva imparava inglese dall’Anatomy of Melancholy di Robert Burton.